Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 53
[83] Per gli antecedenti di fra Serafino da Nocera ved. Quètif ed Echard, Scriptores ordinis Praedicatorum, Lutet. Parisior. 1721, tom. 2, p. 451. Per la carcerazione e il processo sofferto, ved. nell'Arch. di Stato in Firenze, Scritture Strozziane, Carteggio del Nunzio Aldobrandini; lett. da Roma del 7 marzo 1597, e 8 9bre 1600; e lett. da Napoli del 6 7bre 1596, 1º 1Obre 1600, 16 febb., 2 marzo, 16 maggio e 28 10bre 1601, 20 9bre 1602, 9 maggio 1603. — Aggiungiamo qui che nel nostro precedente lavoro sul Campanella (Il Codice delle Lettere etc. pag. 18), parlando di fra Serafino, avevamo messa in dubbio la sua qualità di lettore di S. Tommaso nello studio pubblico: ma nuovi documenti da noi rinvenuti non ha guari ce l'hanno mostrato lettore, bensì molto più tardi del periodo da noi contemplato, dal 1615 al 1627, anno in cui fu fatto Vescovo di Mottola (il 14 aprile), e poi morì dopo soli 5 mesi di Episcopato (29 7bre).
[84] Non manca pure un altro grave argomento atto a far determinare la data e il luogo in cui questo trattato fu composto. Nell'opera _De sensu rerum_ (lib. 4.º cap. 20) il Campanella disse che nella sua adolescenza era stato nemicissimo degli astrologi ed avea scritto contro di loro, ma che ne' suoi infortunii aveva appreso scovrirsi da loro molte verità. Poi nella lettera a Mons.^r Querengo da noi pubblicata (ved. Il Codice delle Lettere etc. p. 61) disse che avea dannati gli astrologi «quando era di 19 anni», e in seguito avea veduto «altissima sapienza intra molta stoltitia loro albergare». Così questi due brani che si compiono a vicenda, mentre non contradicono essenzialmente a ciò che si è visto intorno alle sue relazioni coll'Ebreo astrologo in Cosenza ed Altomonte il 1588-89, fanno conoscere che vi sia stato un primo scritto nel quale si condannavano gli astrologi, naturalmente quello _De investigatione rerum_, composto nel 1587 e naturalmente in Nicastro.
[85] Ved. gli elenchi delle opere del Campanella annessi alle sue lettere del 1606 pubblicate dal Centofanti, e al memoriale del 1611 pubblicato dal Baldacchini. Uno degli elenchi è riprodotto anche nel Doc. 520, pag. 600.
[86] Op. cit. lib. 1.º, cap. 12: «nella prima compositione di questo libro che feci latino, et mi fu rubato da falsi frati in Bologna con altri libri, et hor mi bisogna refarlo per non haverli mai recuperato» (_sic_; non diversamente si legge nella stess'opera tradotta in latino e stampata).
[87] Op. cit. lib. 4.º, cap. 1.º
[88] Alludiamo alla lettera di Baccio Valori diretta al Gran Duca di Toscana il 15 8bre 1592, che fu pubblicata dal D'Ancona e che a suo tempo esporremo.
[89] Ved. nell'Arch. di Stato la così detta _Scuola Salernitana_ vol. 170 fasc. 3º fol. 59, e fasc. 4º, fol. 28, 29 e 83. Inoltre le _Matricole dello studio_ an. 1587-88 e seg.^ti
[90] Il Berti (_Vita di Giordano Bruno_, Firenze 1868 pag. 45) molto avvedutamente pensò che costui fosso Gio. Vincenzo Colle da Sarno, autore dell'opera dal titolo singolare _Destructio destructionum Balduini quas quidem destructor adimplevit_, Neap. 1554. Era precisamente lui, e la sua qualità di medico trovasi dichiarata nel _Rotulo delli magnifici lettori_ del 1566 esistente nell'Arch. di Stato. Scrisse anche una _Expositio vera et facilis super quinque textus lib. posterior. Aristotelis cum commentis Averrois_, oltre le _Additiones et annotationes ad Hieronimi Balduini Expositionem in lib. 1. posterior. Aristotelis dilucidatum a Jo. Thoma Zancha studii Neapolitani rectore_, stampate prima in Napoli (raris.) e poi in Venezia 1563 apud Hieronim. Scotum. Quivi pure s'intitola «Artium lector», e nella dedica al Conte di Sarno dice avere impiegato molto tempo «studendo aliosque docendo». Aveva per salario appena d.^ti 25 l'anno: nel 1567 si ebbe forse ad annoiare di questo meschino trattamento, mancò alle letture e fu deputato in suo luogo, d'ordine del Vicerè, Gio. Geronimo Provenzale, che essendo poi stato promosso alla lettura della filosofia estraordinaria, venne sostituito dal Vivolo. Questo Provenzale, che era anche dottore in Teologia, fu nel 1595 creato da Clemente VIII Vescovo di Minori, ma poi trattenuto in Roma quale suo Archiatro fin quando non se ne trovò un altro, che fu Giacomo Bonaventura, del quale avremo anche a parlare in questa narrazione; egli allora, già promosso nel 1598 all'Arcivescovato di Sorrento, potè andarsene alla sua Diocesi. Durante la sua permanenza in Roma scrisse al Nunzio Aldobrandini varie lettere confidenziali, ed una fra le altre merita di essere additata agli eruditi, trovandovisi descritta la funzione eseguita in S. Pietro per l'abiura e la benedizione del Re di Francia, una di quelle «attioni che non accadono allo spesso» (Ved. nel Carteggio del Nunzio, filz. 209, Lett.^ra da Roma del 24 7bre 1596).
[91] Trascriviamo qui il detto Breve inciso sulla lapide, della quale, pel nuovo ed infelice destino dato al convento, non si potrebbe garentire la durata. «Pius V. Pont. Max. Dilecti filii salutem et Apostolicam Benedictionem. Exponi nobis nuper fecistis quod cum in domo vestra Sancti Dominici Neapolitani ordinis fratrum praedicatorum extet una Libraria seu Bibliotheca optimis libris diversorum generum satis ornata. Vero quia permulti ex eis qui per Bibliothecas non inveniuntur furto sublati reperiuntur et ignoratur an à fratribus vel secularibus personis qui illuc studendi causa seu ficto colore ingrediuntur surrepti sint, qui quidem libri eo in loco ad publicam utilitatem conservantur adeo ut non videatur conveniens dictam Bibliothecam seu Librariam perpetuo clausam teneri veruntamen opere precium esset libros ipsos furandi vel auferendi occasionem tollere. ut igitur tutè suis horis et temporibus cunctis dicta Libraria seu Bibliotheca aperta remaneat et terror malefaciendi incutiatur pro parte vestra nobis fuit humiliter supplicatum ut vobis in praemissis oportune providere de benignitate apostolica dignaremur. Nos igitur hujusmodi supplicationibus inclinati ad futuram dictae Librariae seu Bibliothecae et illius librorum conservationem contra omnes et singulos cujuscumque dignitatis status gradus ordinis vel conditionis existentes tam seculares quam dictae domus et quorumvis aliorum ordinum regulares ac tam laicos quam ecclesiasticos queslibet libros inde auferentes seu extrahentes ex quacumque causa sine expressa nostra vel Romani Pontificis aut saltem Magistri Generalis dicti ordinis pro tempore existentis licentia in scriptis habita excomunicationis majoris latae sententiae penam à qua à nemine praeterquam à nobis vel a Romano Pontifice aut a Magistro Generali praefato pro tempore existenti nisi duntaxat in mortis articulo constituti absolvi possint toties quoties contra factum fuerint (?) Apostolica auctoritate tenore praesentium perpetuo tulimus et promulgamus et quicquid secus super his a quoquam quavis auctoritate scienter vel ignoranter attentari contingerit irritum et inane decrevimus non obstantibus. c. Datum Romae apud Sanctum Petrum sub annulo piscatoris (_sic_). Die XVI Junii MDLXXI. Pontificatus nostri anno sexto. — B.º Melchiorius da Hanieri.
[92] Sarà bene avere sott'occhio fin d'ora i brani de' Documenti principali che dànno notizia de' travagli del Campanella: essi si riducono a quattro, e due ne sono stati già pubblicati da un pezzo, ma non apparisce che sieno stati bene ponderati, due altri sono stati pubblicati da noi recentemente. — 1.º Lettera proemiale annessa alla copia dell'_Atheismus triumphatus_ inviata allo Scioppio nel 1607, trovata a Jena e pubblicata dallo Struvio il 1705 (Collectanea manuscriptorum ex codicibus et fragmentis etc. excerpta, Jenae 1713, fasc.^us 2.^us 1705): vi si parla di _cinque_ processi, ed a quanto pare ordinatamente ma non completamente. «Quinquies citatus in judicium, primo causam dixi interrogantibus, qui litteras scit cum non didicerit? ergo no daemonium habes. At ego respondi me plus olei, quam ipsi vini consumsisse, et mihi ab eis dictum fuisse sacra suscipienti, accipe Spiritum Sanctum; de quo certi sunt, quod docet omnia, teste Joanne, de daemone autem incerti, unde acceperim et stultos esse illos, qui in se hunc Spiritum non sentientes, negant aliis quod dant: et tribuunt diabolo sapientiam, coeteraque dona Dei. Secundo accusatus quod tempore nocturno quid contra praelatum paraverim, quod sane mihi non modo propter philosophiam id non admittenti, sed visus defectu laboranti impossibile erat. Adde quod propriam aedem non habens, cum alio hospes ego dormiebam, et dixi: interrogate eos qui mecum dormierunt. Si enim ego peccavi, et ipsi peccarunt. Sed iniquitas non quaerebat dolictum, sed me facere delinquentem. Deinde accusarunt me quod composuerim librum de tribus impostoribus: qui tamen invenitur typis excusus annos triginta ante ortum meum ex utero matris. Deinde quod sentirem cum Democrito: quoniam (_fors_. quum) ego jam contra Democritum libros edideram. Item quod de ecclesiae Republica et doctrina male sentirem, cum tamen ipse de Monarchia Christianorum scripserim, ubi ostendi, nullum Philosophum potuisse sic rectam depingere Rempublicam, ut Romae ab Apostolis instituta est. Item quod sim haereticus, ego autem scripseram dialogum contra haereticos nostri temporis et cujusque saeculi, quo in prima disputatione contineantur (_fors_. convincantur).... Nunc tandem me rebellem haereticumque fecerunt quoniam praedico signa in sole et luna et stellis contra Aristotelem aeternantem mundum» etc. — 2.º Lettera latina al Papa ed a' Cardinali, scritta nel 1607, pubblicata dal Centofanti (Archivio Storico Italiano, an. 1866, p. 73): i diversi capi di accusa vi sono citati in disordine, ma si trovano articolati bene. «Saepe accusatus de haeresi..... Primo ex dicto unius Judaizantis molestatus; secundo ob rithmum impium Aretini, non meum; tertio ex depositione conterranei quaerentis salutem suam in manifestatione haeresum fictarum adversum me et multos alios, ut scivi postea in patria mea, quod etiam se retractaverit pro me et pro illis, et testes examinati sunt ab episcopo Scyllacensi. Alias quod haberem demonium comprehensus sum, alias quod deturpassem reverendissimum P. Generalem in conventu Patavino, ubi triduo quasi ante deveneram, et non habebam proprium cubiculum, cum alio cubabam, et noctu patratum scelus etiam mihi cum aliis ex sola aemulorum sciolorum ficta suspicione impositum est» etc. Si noti il «quod haberem demonium _comprehensus sum_, che riguarda il caso sopra narrato. — 3.º Lettera allo Scioppio dell'8 luglio 1607 (Ved. Il Codice delle Lettere etc. Nap. 1881, p. 55). «Cum jam annis 16 vel in carceribus latuerim, vel persecutionibus laborarim, et si dicam 20 annos, non mentiar». Riflettendo che la lettera ha la data del 1607, co' 16 anni da che fu rinchiuso in carcere ci troviamo al 1591. — Lettera a Mons.^r Querengo della stessa data (Ibid. p. 61) «Dalli 23 anni di mia vita sin' ad hora, che n'ho 39 da finir à Settembre, sempre fui persequitato e calunniato da che scrissi contra Aristotile di 18 anni; ma il colmo cominciò a 23 con questo titolo: Quomodo literas scit cum non didicerit? Son 8 anni continui che sto in man di nemici et per sapientiam et per stultitiam 7 volte dalla presentissima morte il Senno eterno mi liberò: et inanti à questi 8 anni stetti in carceri _più volte_, che non posso numerar un mese di vera libertà, se non di relegatione». Riflettendo alle date ci troviamo sempre al 1591 quale anno iniziale delle prigionie, e fatta anche una gran parte alle esagerazioni, abbiamo ben più di due o tre processi. — Aggiungiamo poi che oltre le notizie tratte da' documenti suddetti, vi sarebbero pure quelle che si leggono nell'Informazione pubblicata dal Capialbi: esse fanno conoscere qualche nuovo capo di accusa fra' tanti, e specificano meglio qualche altro già noto.
[93] Ved. Archivio Storico Italiano tom, 9.º an. 1846, pag. 406.
[94] Ved. Doc. 3, pag. 12.
[95] Ved. Lett. del Nunzio Aldobrandini al Card.^le Aldobrandini Camerlengo, del 6 genn.º e 21 genn.º 1600, nell'Arch. di Firenze.
[96] Ved. p. es. la Lett. del Nunzio al Vicerè del 17 10bre 1598, ibid.
[97] Ved. per ciò che da noi è stato affermato la Lett. del Nunzio al Signor Statilio Paolini, del 10 luglio 1592, l'altra del 12 marzo 1593 etc. etc. Il documento pubblicato dal Palermo nell'Archivio Storico è del 1603.
[98] Ved. le due lett. del Nunzio degli 11 febbraio 1600, e quella del Card.^l di S.^ta Severina de' 28 aprile 1600; Doc. 87-88 e 308 b, pag. 62-63 e 25 7.
[99] Ved. Doc. 401, pag. 486.
[100] Ved. Berti nella Nuova Antologia, luglio 1878, pag. 210. Notiamo ancora che il Berti s'inganna quando dice che l'andata del Campanella a Roma sia accaduta «nell'anno stesso che vi veniva pure carcerato da Venezia Giordano Bruno»: egli appunto ci ha fatto conoscere che il Bruno venne tradotto a Roma nel gennaio 1593, ed è nota da un pezzo una lettera del Campanella pubblicata dal Palermo, come son note diverse altre lettere pubblicate dal D'Ancona, che ci mostrano il Campanella nell'ottobre 1592 già in Firenze, e nel 1593 già passato a Padova.
[101] Il Campanella medesimo ci fece conoscere tale circostanza nella «Defensio libri sui de Sensu rerum» premessa alla 2ª ediz.^e di quest'opera (Paris. 1637, p. 90), aggiungendo che i tre libri del Telesio proibiti furono quelli De Natura rerum, De Somno, e Quod animal universum ab unica animae substantia gubernatur, e che il medico suo amico e conterraneo, Tiberio Carnevale (latinamente Carnelevarius), rilevò dal S.^to Officio le proposizioni da doversi correggere in que' libri e tra esse non c'era quella del senso delle cose. Riflettendo alle date, bisogna dire che tale ultimo fatto non abbia potuto accadere se non dopo il 1596, forse nel 1598, quando il Campanella ritornò in Napoli, dove il Carnevale abitava. Poichè l'«Index librorum prohibitorum cum regulis _etc_. auctoritate Pii IV primum editus, postea vero a Syxto V auctus, et nunc demum S. D. N. Clementis VIII jussu recognitus et publicatus», vedesi stampato in Roma «apud impressores Camerales 1596», e poi stampato ancora in Napoli, in 16.º, «apud Tarquinium Longum 1597». Bisogna quindi rimandare ad una data anche posteriore a tali anni l'essersi potuto il Campanella rassicurare, mercè Tiberio Carnevale, intorno alla censurabilità dell'opinione sua sul senso delle cose.
[102] Non ci è sfuggito pertanto che nella prefazione del «Prodromus philosophiae instaurandae» pubblicato dall'Adami, costui promise un libro delle «Quaestiones», di cui disse, «hic loco erit librorum viginti, quos _de universitate rerum_ conscripserat, qui deperditi fuere», e poi, nel frontespizio della «Realis philosophiae epilogisticae partes quatuor», lo stesso Adami, credendo di poter presto pubblicare anche le dette Quistioni, aggiunse, «quibus accedent Quaestionum partes totidem contra omnes sectas veteres novasque». Sapendosi che la Filosofia epilogistica e le Quistioni furono scritte in risarcimento del libro di Fisiologia perduto, come si vedrà a suo tempo, dovrebbe conchiudersi che le opere _de Rerum universitate_ e la _Physiologia_ sieno una cosa sola; tuttavia ricordiamo che dell'opera _De rerum universitate_ si avevano «libri 2» non già 1, come si rileva dagli elenchi delle opere proprie dati dal Campanella, segnatamente dall'elenco dato nel memoriale al Papa del 1611, che fu pubblicato dal Baldacchini.
[103] Ved. Campanellae _De sensu rerum_ lib. 3.º cap. 9, e lib. 4.º cap. 17. — Una volta è ricordato un amato fanciullo di «D. Lelio Orsino nostro» che cadde di cavallo e morì, avendone D. Lelio prevedute in un sogno tutte le circostanze; un'altra volta son ricordate le aggressioni patite da D. Lelio in Napoli «dalli smargiassi pagati a darli morte», ed in Germania, mentre viaggiava, «da uno stuolo di rustici», nelle quali circostanze «con la vista» e «col deto minacciando», mentre non aveva armi, li disanimò e li fece voltare indietro. Così nel ms. italiano «Del Senso delle cose» altrove citato.
[104] Poniamo qui un brano ridotto della tavola genealogica con le notizie intorno a D. Lelio dateci dal Litta (Famiglie celebri d'Italia tom. 8.º, tav. 28): ci serviranno per vedere quale sia lo stato presente delle nozioni intorno ad uno de' principali soggetti che figurano nelle faccende del Campanella:
Antonio Duca di Gravina, con Felicia di Pietro Ant. Sanseverino P.pe di Bisignano ebbe
|- Giulia |- Lucrezia |- Ginevra |- Ferdinando Duca di Gravina |- Maria |- *Lelio |- Pietro ecclesiastico
«Lelio era Barone di Pomarico e Signore di Montescaglioso. Pretendendo di essere l'erede della madre si trovò involto in molte liti, per cui viveva in Roma. Clemente VIII profittò dell'opera sua mandandolo al Gran Duca Ferdinando nel 1593, onde comporre le controversie col fratello D. Pietro de' Medici. Tornato a casa e trovatosi nello Stato di Bisignano, ebbe parecchi incontri coi malviventi che infestavano que' luoghi e che furono da esso sempre con felice successo sconfitti. Ciò attrasse l'attenzione del Vicerè Conte di Benevento (_int_. Benavente), che lo nominò volentieri preside della Calabria nel 1603. Ma dopo tre mesi, assalito dalla podagra in Cosenza, morì. Dicono che morisse di veleno procuratogli da mano ignota, che vuol dire procuratogli dagli spagnuoli, mentre era a parte de' disegni di Tommaso Campanella di formare una repubblica delle Calabrie di cui forse Lelio doveva esser capo. Maritato a Beatrice di Flaminio Orsini suo zio, vedova di Camillo Caracciolo Principe di Avellino». — Le inesattezze, come si vede, son parecchie; c'è inoltre una nuova versione de' fatti del Campanella in Calabria inammissibile sotto tutti gli aspetti. Cominciando dal giustificare dapprima i fatti da noi asserti, diciamo che le qualità di clerico e di cameriere segreto del Papa datesi da D. Lelio si trovano registrate nell'Arch. di Napoli _Partium_ vol. 1196 an. 1591; la qualità di Domicello Romano nell'Arch. Mediceo, sentenza assolutoria stampata, emessa dal Nunzio di Nap. Mons. Malaspina Vescovo di Sansevero in data 3 10bre 1591, _Notizie di Napoli et Sicilia_ filz. 4143; e ben si vede che trattasi qui di ripieghi per esimersi dalla giurisdizione ordinaria, e rimane fermo che nel 1591 D. Lelio stava nel Regno, dove stava pure nel 1580 come si rileva da una sua lettera autografa al Duca di Urbino, esistente nell'Arch. d'Urbino, _Napoli diversi_ filz. 202 lett. del 16 aprile 1580. Per la qualità di cittadino napoletano nato in Napoli, ved. _Partium_ vol. 1285, an. 1593; pel suo ritorno da Roma a Napoli in 10bre 1594 _ib_. vol. 1359, an. 1595; la missione affidatagli dal Papa presso il Gran Duca di Toscana, durante la sua permanenza di 3 anni in Roma, dal 1592 al 1594, è accertata anche da una lett. di Giulio Battaglino del 26 9bre 1593, esistente nell'Arch. Mediceo filz. 4084. Per le sue relazioni col P.pe di Bisignano e le sue liti di successione si citeranno i documenti più in là. Pe' suoi interessi in Napoli si potrebbero citare moltissime scritture, comprese le _Cedole di Tesoreria_, vol. 424, fol. 102 e 705; per l'eredità degli erbaggi di Pomarico e Montescaglioso avuta da D.ª Maria Orsini nel 1596 ved. _Banchieri antichi_, banc. Gentili anno 1592-99 fol. 69 e 101, ed anche 88, come pure _Partium_ vol. 1388 etc. etc. Aggiungiamo che tornato da Roma a Napoli, dal 1595 in poi, vi rimase fino all'agosto del 1598: nel 1597 si adoperò assai ma inutilmente a favore della banda dello sciagurato Virginio Orsini presa nel Regno dal Governo Vicereale, e solo in agosto 1598, a causa delle sue liti, andò momentaneamente a Madrid essendo allora Eletto del Seggio di Nido, come ci risulta dal Carteggio del Residente Veneto esistente nell'Arch. de' Frari, lett. di Napoli del 2 10bre 1597, e del 1.º 7bre e 27 8bre 1598. Ma già prima che finisse il 1599 era tornato a Napoli, come ci risulta da due sue lettere al Gran Duca di Toscana del 22 9bre e 17 10bre 1599, che si trovano nell'Arch. Mediceo _Lettere di particolari_ filz. 893 e 894: bensì nel 1600 tornò a Roma pel giubileo e vi si trattenne a lungo in casa del Duca di Gemini Gio. Antonio Orsini, come ci risulta dalle Lettere di Francesco M.ª Vialardo al Governo di Toscana esistenti nell'Arch. Mediceo, lett. del 15 aprile, 4 agosto e 15 settembre 1599, non che dagli Avvisi di quel tempo; egli era allora disgustato del Governo Vicereale che tardava ad immetterlo nel possesso di curatore degli Stati del P.pe di Bisignano, conformemente alle decisioni favorevoli ottenute dal tribunale. Poi vedremo come solamente nel 1601, dopo lunga aspettativa motivata senza dubbio dall'essere stato troppo nominato nelle faccende del Campanella, ottenne di andare in Calabria e vi perseguitò felicemente i banditi; onde il Governo ebbe a nominarlo governatore della Calabria citra, e in tale condizione, nel 7bre 1603, morì di morte affatto naturale, essendo già in eccellenti relazioni col Governo Vicereale. — Adunque non fu Barone di Pomarico e di Montescaglioso prima del 1596; pretese all'eredità del P.pe di Bisignano e non della madre; viveva in Napoli, dove le liti si agitavano, e non in Roma; si trovò in Calabria non prima del 1601, quando le faccende del Campanella erano già chiarite, con pieno gradimento degli spagnuoli. Potremmo aggiungere che piuttosto il Principe di Avellino Camillo Caracciolo dovè sposare Beatrice Orsini vedova, giacchè dopo Beatrice, egli sposò ancora in terze nozze Dorotea di Alberto Acquaviva Duca di Atri e morì nientemeno che il 28 8bre 1617. Ma credere che il Campanella avrebbe designato D. Lelio capo della repubblica equivale a sconoscere affatto l'indole del Campanella; e credere che gli spagnuoli, con un simile precedente, avrebbero posto D. Lelio a capo di una provincia in Calabria equivale a sconoscere affatto l'indole degli spagnuoli.
[105] Fiorentino, B. Telesio, Firenze 1872-74, vol. 2.º, pag. 417. Ved. Anche Odescalchi, Memorie istorico-critiche dell'Accademia de' Lincei, Roma 1806, pag. 267, 275.
[106] Ved. la lett. del Campanella al medico Gio. Fabre da noi pubblicata (Codice delle Lettere etc. pag. 45) e la Nuova Appendice agli _Articuli prophetales_ che si trovano ms. nella Naz. di Napoli (Doc. 268^bis, pag. 193).
[107] La lettera pubblicata dal Fabroni appartiene ad un periodo assai posteriore a quello di cui qui trattiamo; essa è del Campanella, diretta al Gran Duca Ferdinando secondo, in data di Parigi 6 luglio 1638 (Ved. Fabroni, Lettere inedite di uomini illustri Fir. 1773-75, tom. 2.º, p. 1; ed anche Baldacchini, Vita di Campanella, 2ª ed. Nap. 1847 p. 195). Quella pubblicata dal Berti, diretta, come abbiamo detto, al Galilei, è in data di Napoli 13 gen. 1611 (Ved. Berti, Lettere inedite di T. Campanella, Roma 1878 p. 11). Tutte le altre sono sincrone o presso che tali, e per ordine di data precede la lettera da noi rinvenuta: essa è di Giulio Battaglino, Agente di Toscana in Napoli, diretta a Lorenzo Usimbardi Seg.^io di Stato, in data di Napoli 4 7bre 1592 (Ved. Doc. 3 pag. 12). Seguono le 4 lettere rinvenute nel Carteggio di Ferdinando primo dal D'Ancona: la 1ª di Baccio Valori, forse diretta all'Usimbardi; la 2ª è del Campanella al Gran Duca; la 3ª del Campanella all'Usimbardi (tutte queste in data di Firenze 15 8bre 1592); la 4ª del Generale de' Domenicani in data di Milano 18 9bre 1592 (Ved. D'Ancona Op. di T. Campanella, Disc. proem. p. 75 e seg.). Viene da ultimo la lettera pubblicata dal Palermo: essa è del Campanella al Gran Duca, in data di Padova 13 agosto 1593 (Ved. Archiv. Storico an. 1846 p. 428, ed anche Baldacchini, Op. cit. p. 193). Al Baldacchini era stato negato di prender copia di queste lettere!