Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 5

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Circa l'essenza stessa della congiura, si sarebbe voluto e si potrebbe ancora volere la dimostrazione di una vasta trama, forse anche con depositi bene accertati di fucili e di cannoni, in somma con apparecchi tali da riuscire a combattere efficacemente un colosso come la Spagna. Ma nessuna congiura, nessun tentativo di ribellione, ha proceduto mai in tal guisa; nè la gravità di una congiura, e peggio anche l'esistenza di essa, va misurata co' grandiosi apparecchi, i quali anzi, se sono grandiosi, menano a farla sventare con la massima facilità. Analogamente ha potuto e potrebbe ancora sembrare, che le prediche del Campanella sulle vicine difficoltà nelle quali si sarebbe trovato il Governo, le sue sollecitazioni a raccogliersi, ordinarsi ed armarsi, per profittare di quelle difficoltà e venire ad un diverso ordinamento dello Stato, fossero sfoghi innocui di un visionario, cose da curarsi con la noncuranza. Ma anche se il paese avesse allora goduto un regime di libertà, si può metter pegno che gli alti Ufficiali dello Stato, i Consiglieri napoletani medesimi non che i Magistrati, conoscendo il nesso che si stabilisce tra il pensiero e l'azione, valutando le conseguenze del pervertimento de' giudizii nelle moltitudini, non si sarebbero mai mostrati fino a tal punto (chiamiamo le cose col loro nome) scioperati o sleali. Noi che tendiamo a smarrire perfino la nozione etimologica della parola _Stato_, noi che assistiamo all'applicazione della teorica che sia lecito l'apostolato contro la forma di Governo esistente, lecito il prepararsi ad un mutamento radicale di essa facendone solo quistione di tempo e di opportunità, noi che professiamo ottimo consiglio sempre il lasciar correre, lasciar fare, lasciar passare, predicando poi con grande disinvoltura che è difficile, difficilissimo il governare con la libertà, noi non possiamo pretendere che il Governo, i Consiglieri e i Magistrati d'allora, avessero dovuto pensare ed agire come noi. Trattandosi poi di una dominazione straniera, è naturale attendersi che perfino un tentativo appena adombrato sia stato ritenuto gravissimo, e subito schiacciato da una repressione del tutto sproporzionata, con mezzi e modi feroci: eppure si vedrà che la congiura del Campanella non fu un tentativo appena adombrato.

Così la congiura come la repressione meritano pure di essere valutate non solo in rapporto al tempo, ma anche in rapporto ai luoghi ed alle circostanze. Vi furono trattative col Turco più o meno spinte, non importa se condotte dall'uno più che dall'altro degl'incriminati; vi furono al tempo medesimo insinuazioni che il Papa avrebbe aiutato il movimento, che sollecito del benessere del Regno, feudo della Chiesa, vi avrebbe messe le mani sue, e ciò mentre i Vescovi, segnatamente in Calabria, si spingevano con ardore incredibile nelle lotte giurisdizionali. Ecco più di quanto occorreva perchè non solo gli spagnuoli ma anche i Consiglieri napoletani si mostrassero senza pietà, e la gente illuminata come tutto il volgo, per diverse vie, negasse ogni simpatia a' poveri incriminati, nè solamente a' tempi della congiura, ma anche molti anni dopo e perfino qualche secolo dopo. Si potè da parecchi, per commiserazione verso un uomo straordinario, quando lo si vide caduto in un abisso di miserie, negare che egli avesse concepito e menato innanzi una congiura, ma non mai scusare questa congiura e giustificare le circostanze che dicevasi averla accompagnata. Tali circostanze meritano un'attenta ponderazione; gioverà quindi fermarci un poco sopra di esse.

Si era ancora ben lontani da' tempi ne' quali abbiamo visto principalmente i fautori della Curia Romana acquistare e consigliare l'acquisto de' valori turchi, facendosi sostegno della mezzaluna. Allora i turchi erano i nemici aborriti del nome cristiano e della santa fede, da doversi sempre maledire e combattere, nè poteva perdonarsi a chi avesse solamente pensato a stabilire qualunque maniera di relazioni intime con loro. Vero è che molti e molti calabresi non la pensavano addirittura così, ed andavano a rifugiarsi in Turchia per godervi la pace negata loro in patria, sicchè nella sola Costantinopoli ve n'era una colonia molto numerosa, la quale in gran parte lavorava nell'arsenale turco, ed abitava «un grossissimo casale» fabbricato appunto da Ucciali-Alì presso la casa sua e detto la «Calabria nuova», come è attestato anche nella Relazione del Bailo Contarini. Ma tutti costoro dall'universalità dei calabresi rimasti in patria erano chiamati maledetti da Dio; e non occorre dire che da qualunque ceto del rimanente del Regno, più o meno, si professava la medesima opinione, e che gli spagnuoli la rincalzavano potentemente, contribuendovi del pari il loro fanatismo religioso ed il loro interesse. Vi fu quindi, allora e poi, un coro di vituperii sugli sventurati calabresi, che aveano cercato di far coincidere la loro insurrezione con l'ordinaria venuta autunnale de' turchi verso le coste di Calabria, e di procedere d'accordo con essi anche consentendo che occupassero qualche punto delle coste; ciò fece dire avere i congiurati disegnato di dar la Calabria in mano de' turchi, i quali, non bisogna dimenticarlo, sino al principio di questo secolo erano tuttora temuti anche come conculcatori della fede cristiana, comunque già da un pezzo fossero in tramonto. Gli esempî storici addotti dal Baldacchini e dal D'Ancona, per provare che diversi Principi cristiani e il Papa medesimo più di una volta non si erano peritati di stringere la mano a' turchi, e che quindi non era stata poi gravissima la colpa del Campanella, se pure la commise, nel trattare accordi col Cicala, potrebbero servire per uso nostro qualora noi ne sentissimo il bisogno; ma non potranno mai servire ad attenuare il fatto che Governo e paese, allora e poi, sentirono assai malamente gli accordi del Campanella e de' patrioti calabresi co' turchi.

D'altro lato ancora peggiore fu l'impressione de' voluti accordi col Papa, segnatamente nel ceto più colto, oltrechè negli spagnuoli; e qui bisogna tener presenti anche le condizioni speciali del Regno di Napoli. Se è vero che un paese, come un individuo, deve avere un pensiero, un'aspirazione, uno scopo, senza il quale gli è impossibile il vivere, l'unico pensiero che sottrasse alla morte le Provincie napoletane può dirsi essere stato la lotta contro le pretensioni e le cupidige della Curia Romana, la quale ad ogni menoma occasione ripeteva essere il Regno di Napoli un feudo della Chiesa, temporaneamente dato a governare al tale o tal altro col permesso dei superiori, potersi sempre ripigliare dalla Chiesa quando lo credesse; anche il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ne' tempi di poco anteriori a quelli de' quali ci occupiamo, mostra che la Curia si fece un dovere di ricordarlo a proposito della difficoltà mossa dal Vicerè Conte di Miranda intorno all'esazione delle decime senza il consenso del Re[20]. Questa lotta tenne accesa la lampada che per tante ragioni avrebbe dovuto spegnersi; e non si possono leggere senza commozione i documenti che attestano gli sforzi de' padri nostri, tanto più meritevoli di ammirazione, in quanto che i Vicerè spagnuoli, per quell'affettato fervore religioso che parve gran mezzo di ottima educazione e fu lo spegnitoio di ogni sublime ideale, li lasciavano sovente scoverti di rimpetto alla Curia; ed essi con le loro hortatorie affrontavano le scomuniche, le quali avevano a quei tempi un'efficacia notevole, e potevano anche menare direttamente a un processo di eresia, per la massima allora in corso che coloro i quali fanno i sordi nella scomunica dànno a sospettare di essere eretici. Non si trattava soltanto di custodire le ordinarie prerogative dello Stato nelle ordinarie quistioni giurisdizionali, in ciò altri Stati ancora, e massimamente Venezia, non tenevano allora una condotta meno risentita della nostra; si era ognuno persuaso avere gli ecclesiastici per divisa «tutto ci si deve e niente dobbiamo», ringalluzzendo sempre co' fiacchi e ristando solo co' forti, laonde a nessuno veniva in mente mai d'«ignorare» ciò che essi facevano, di «non curare» gli sfregi quotidiani alle leggi dello Stato. Ma qui in Napoli si trattava di qualche cosa di più, si trattava di preservare l'esistenza medesima dello Stato, minacciato di disfacimento e di assorbimento da parte della Curia. Ognuno sapeva bene che due dinastie da potersi dire proprie, già naturalizzate, aveano soccombuto per guerre mosse dal Papato; ed erano sempre vive le ricordanze di un Papa, Paolo IV Carafa, che ci aveva mossa direttamente una guerra di conquista; laonde la vigilanza e l'oculatezza non parevano mai sufficienti, si sospettava sempre altissimamente degli ecclesiastici, si riteneva che essi fossero i veri e proprî nemici della patria. Si potrebbe perfino dire che questa lotta d'indipendenza dalla Curia avesse tenuti occupati gli animi in guisa, da attraversare per lungo tempo i desiderî d'indipendenza dallo straniero, desiderî che non mancavano punto, come l'attestano i parecchi documenti che ancora ne rimangono malgrado la cura presa dagli spagnuoli per distruggerli, e che sarebbe una buona azione evocare dall'oblio nel quale giacciono; si sentiva la fatale necessità di cercare nelle forze di una grande potenza quella tutela che le risorse sole del Regno non bastavano a dare. Ad ogni modo questa lotta senza posa, questa repressione delle esorbitanze ecclesiastiche, meticolosa, accanita, incessante, merita di essere meglio conosciuta ed apprezzata, e la narrazione ci darà campo di mostrarne qualche cosa. Non era un rabbioso pettegolezzo di avvocati, come talvolta è accaduto di udire da persone pregevolissime ma non bene informate delle cose napoletane, era il sentimento pungente della patria in pericolo; e lo scopo fu raggiunto, e potrebbe sorriderne soltanto chi giudicasse le cose con la scorta delle idee de' tempi nostri, commettendo un solenne anacronismo. Lo Stato divenne ciò che doveva essere, la personificazione della patria e il simbolo della civiltà: a questo principio s'informò una schiera di dotti e valorosi giuristi, e costituì una scuola che è il più gran vanto del passato di Napoli, co' suoi pregi e co' suoi inconvenienti. A questa scuola appartenne il Giannone, che non aveva odio personale contro gli ecclesiastici, sibbene quel fondo di odio sentito da tutti coloro i quali s'interessavano delle sorti dello Stato e vedevano negli ecclesiastici i nemici della peggiore specie: così, naturalmente, era vano attendersi, che il Giannone avesse mostrato simpatia pel Campanella. Giurista positivo, considerando le pretensioni di lui a riformare il mondo, dovea reputarlo perfino un ignorante, «col capo pieno di varie fantasie, portentosi delirî, sorprendenti illusioni». Difensore acerrimo dello Stato, considerando le giaculatorie Papesche del filosofo e i vaticini tratti dall'Apocalissi, da varî Santi e perfino dal Responsorio di S. Vincenzo Ferrer, onde ritenevasi obbligato co' suoi frati a predicare la santa repubblica, dovea reputarlo «un grande imbrogliatore», dovea esser condotto a tirare al peggio ogni cosa, dando il massimo peso alle accuse ed anche alle accuse più grossolane senza curarsi d'altro; e se avea percorso gli Articoli profetali e l'Apologia, come è possibile, avendovi letta quella frase «nos dolis et mendaciis collusimus ad vitam servandam», qual maraviglia che nella sua mente abbia potuto sorgere quel concetto così crudamente espresso? Con ogni probabilità, negli ultimi ed infelicissimi anni della vita sua, egli dovè modificare moltissimo i suoi giudizî intorno al povero frate da lui tanto severamente trattato; dovè specialmente rincrescergli l'aver detto che «a lungo andare pure seppe co' suoi imbrogli uscire dal carcere». Noi facciamoci un dovere di non irritarci per le convinzioni altrui quando non le dividiamo; e pel povero Giannone invochiamo piuttosto che si elevi un segno, una memoria, un monumento, e meglio che altrove dinanzi a quella cittadella di Torino ove patì quello strazio che aspetta ancora un qualche lavacro espiatorio; la Monarchia medesima dovrebb'esserne sollecita, poichè il confessare un errore non offende ma rafferma l'opinione della nobiltà dell'animo. Intanto l'avversione così profonda alla persona e all'impresa del Campanella, durata ne' giuristi fino a' tempi del Giannone ed ancora più oltre, fa ben comprendere l'avversione destata a' tempi della congiura e quindi anche la feroce repressione che ne seguì. L'aiuto che il Papa avrebbe dato all'insurrezione rappresentò una di quelle fandonie, che vanno sempre sparse a piene mani quando si tratta d'incitare ad un movimento insurrezionale; eppure il Governo non ne dubitò menomamente, e sebbene avesse avuto ben presto motivo di disingannarsi, i parecchi incidenti verificatisi durante il processo ridestarono senza posa i sospetti e le diffidenze, e così pure li ridestarono in sèguito le professioni di fede Papesca, che il Campanella non cessò mai di fare quando non vide altra possibile speranza di aiuto che nel Papa. Lo stesso principio da lui continuamente svolto, che per un buono assetto delle cose del mondo fosse necessario l'avere riuniti in una persona sola il potere spirituale e il temporale, ciò che del resto veniva a riferirsi egualmente al capo della repubblica da lui concepita, doveva senza dubbio farlo apparire agli occhi delle persone che s'interessavano alle sorti dello Stato un nemico mortale del paese; e così possono bene intendersi certi rigori e certi giudizii, apparsi sempre di difficile spiegazione.

Ciò che sinora abbiamo detto, circa la feroce repressione della congiura, comprende naturalmente anche il processo; ma su questo conviene del pari fermarsi un poco. Sarebbe strana pretensione voler trovare nel processo l'osservanza delle infinite guarentige che oramai circondano l'accusato, e che alla sensività morbosa e alla svenevolezza de' tempi nostri non sembrano ancora bastanti. Si riteneva che l'efficacia e l'esemplarità della pena esigesse imprescindibilmente l'applicarla alla minor distanza possibile dal giorno in cui il reato era stato commesso; non si conoscevano le lungaggini e le procedure macchinose, bastava un Giudice, un Fiscale ed un Mastrodatti aiutato da' suoi scrivani, ed il mezzo di prova definitiva, mezzo deplorabile ma già reso accetto dall'abitudine, era sempre la tortura, più o meno spinta ne' casi ordinarî, assai spinta nei casi di lesa Maestà. In tal guisa vedremo condotto innanzi il processo pe' laici, su' quali il Governo avea la mano libera, bensì abbreviando i termini _ad modum belli_, impiegando la tortura fin dalle prime informazioni e servendosi di torture atrocissime, ciò che del resto era ammesso da tutti i giuristi del tempo: il delitto di lesa Maestà dicevasi allora «privilegiato», cioè tale da ammettere modi di procedura e mezzi di rigore eccezionalissimi, mentre oggi è divenuto quasi privilegiato in un senso diametralmente opposto; deve dirsi dunque che tutto fu fatto in regola, almeno in quanto alla forma, pe' poveri congiurati laici. Pel Campanella poi e per gli altri ecclesiastici vi furono dapprima due frati a' quali venne ben presto associato pure un Vescovo, e più tardi, in Napoli, vi furono due Giudici invece di uno, nominati entrambi dal Papa, oltre il Fiscale e il Mastrodatti; ed anche furono impiegate le torture durante il processo informativo e torture atrocissime, non di meno sempre ne' limiti del dritto ed anzi col consenso espresso del Papa; così, egualmente da questo lato, deve dirsi che tutto fu fatto in regola. Senza dubbio ciò non significa punto che i risultamenti del processo debbano ritenersi l'espressione della verità, come sarebbe puerile il ritenerlo senz'altro pe' processi de' tempi nostri, massime pe' processi politici, e tanto più dopo che vi abbiamo adottato quella sorprendente maniera di farli giudicare: sempre occorrerà di analizzarli con un penoso lavoro, senza preoccupazioni, senza pregiudizii, con la conoscenza de' tempi, de' luoghi, delle persone, di tutte le circostanze, a fine di rintracciarvi, ne' limiti del possibile, la verità; ma non potrà mai esser lecito di rifiutarvisi con una comoda pregiudiziale, poggiata su' troppi vizii dell'andamento de' processi. Nel caso nostro il Baldacchini ha mostrato di credere che pure a' tempi del processo del Campanella non si sia prestata troppa fede alla congiura, poichè nel Carteggio del Nunzio con la Corte di Roma si parla della «causa di _pretesa_ ribellione»: ma tale era il linguaggio del tempo; finchè la sentenza non era pronunziata, dicevasi il tale o tal altro _preteso_ reato, come ora dicesi la tale o tal'altra _imputazione_ di reato. Ugualmente il D'Ancona trova nel Giannone «preziosa» la parola di «processo _fabbricato_»: ma tale era la parola in uso; _processus formatus_ traducevasi appunto in _processo fabbricato_, e neanche per facezia si potrebbe in ciò vedere la significazione di processo inventato. L'uno e l'altro poi notano che le confessioni furono fatte _in tormentis_, e con parole di sdegno si scagliano contro il modo allora usato di fare i processi: «Alcuni vili uomini, i quali non avevano ufficio di magistrato, non stipendio, non grado, nell'ombra del mistero raccoglievano, Dio sa come, le pruove; quest'inquisitori o scrivani..., il cui nome solo mettea spavento, facevano un traffico infame del loro mestiero, sempre, anche nelle cause de' privati; pensate dove il governo accusava, giudicava e condannava. Non v'era pubblica discussione del fatto, non libera difesa dell'accusato; tal'era un giudizio criminale». In verità non può non sorprendere che perfino dopo la conoscenza de' documenti trovati dal Palermo, a proposito del processo del Campanella siano state riprodotte le parole qui riferite, con l'asserzione che il Governo non solo accusava, ma anche giudicava e condannava senza libertà di difesa, mentre que' documenti mostravano addirittura l'opposto, ed anche intorno alle atrocissime torture, sulle quali davvero non si potrà mai passare alla leggiera, mostravano che i principali imputati le aveano sofferte senza nulla confessare, eccetto il povero Campanella che non era stato in grado di resistervi. Ma in somma donde mai dovrà scaturire la verità in un fatto per lo quale vi è stato un processo criminale, se non dall'esame di questo processo? Che non se ne debbano accettare senz'altro i risultamenti, sta benissimo: anche i nostri successori, liberati una volta dal pregiudizio tanto più grave del cittadino-giudice, come noi siamo finalmente riusciti a liberarci dal pregiudizio del cittadino-milite, convinti del santo principio «ognuno al suo mestiere», avranno a fare su' risultamenti de' nostri giudizii criminali una critica più fondata e non meno acerba di quella fatta dal Baldacchini e dal D'Ancona su' giudizii antichi. Ci pare proprio di udirli. «Dodici uomini per lo più inetti, scelti senza criterii ragionevoli, senza obbligo della menoma nozione dì ciò che è necessario ad un magistrato, spessissimo anche privi della più discreta cultura mentre i codici già riboccavano di sottili distinzioni giuridiche da potersi bene intendere solamente dietro appositi studî, assistevano allo svolgimento del giudizio e davano i pronunziati, Dio sa come, sul fatto: questi cittadini-giudici o giurati, il cui nome riempiva di speranza i colpevoli e i loro avvocati, sottostavano a tutte le influenze, seduzioni e peggio, non foss'altro, per la loro incapacità; e se disgraziatamente taluno di essi conosceva o pretendeva di conoscere la legge, costui trascinava tutti gli altri dove voleva, perocchè mentre doveano decidere nel silenzio e nel raccoglimento, non essendo ammessa la discussione fra loro, questa si faceva sempre e ad onore e gloria del più inframmettente e capace d'imporsi. Il Governo teneva i così detti giudici del dritto, magistrati con grado e stipendio, ma erano destinati ad ascoltare e tacere, ad esser complici di errori grossolani e rendersi indifferenti al giusto e all'ingiusto, mentre il Presidente, occupatissimo, dovea fra le altre cose affaticarsi a far comprendere agl'ignoranti giudici del fatto le sottili distinzioni ammesse dal codice ne' diversi reati, senza riuscirvi novanta volte su cento per l'intrinseca natura delle cose; gli avvocati liberissimi nel dire, prolungare ed intralciare, poichè i riguardi doveano concedersi agli accusati anzichè alla società che accusava, agli uomini implicati ne' delitti anzichè agli infelici giudici costretti ad abbandonare il lavoro proprio non per giorni ma per settimane, trasmodavano in tutti i sensi per far colpo sugl'ignoranti, su' quali non poco pesava pure l'atteggiamento della maggior parte del pubblico che prendeva interesse nel giudizio, intervenendovi come ad una scuola d'istruzione sul miglior modo di perpetrare i delitti e scansarne la pena. Così i pronunziati intorno al fatto venivano fuori per lo meno a caso, le sentenze doveano calcarsi su que' pronunziati e tutto si guastava; i cittadini medesimi cercavano con ogni mezzo di scansare tale ufficio, poichè non era permesso il rifiutarvisi, ma grosse multe obbligavano a godere e far godere i beneficî di quest'aurea libertà; tal era un giudizio criminale». Bisognerebbe disperare de' miglioramenti serii delle istituzioni umane, per ritenere che siffatta critica, da potersi allargare e prolungare per un volume, non abbia ad essere pronunziata da' nostri successori: così Dio pietoso non voglia che abbiano a pronunziarla con maledizioni verso di noi imbevuti di dottrinarismo fino a smarrire il senso della realtà, dominati da pregiudizii assai più che non crediamo, molto spesso repugnanti a predicare su' tetti ciò che riconosciamo tra le mura domestiche, ed avviati pur troppo a mostrare, dolorosamente, che non è tanto difficile conquistare un gran bene quanto è difficile conservarlo. Ma essi non si rifiuteranno certamente a discutere i processi de' tempi nostri; bensì li vaglieranno con tutta la cura possibile, costretti a guardarsi dalle esagerazioni che abbiamo introdotte in un certo senso, dopo quelle che hanno dominato in un senso opposto.