Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 49
Assai ci pesa il dover dare un cenno di ciò che emerse da questo processo di Squillace, poichè da una parte riesce impossibile esporre tutta la colluvie di cose che si raccolse, e d'altra parte esponendo con un po' d'ordine le cose principali riesce inevitabile una riproduzione di quanto si è detto a proposito delle opinioni manifestate dal Campanella nel periodo della congiura. Ma gioverà conoscere testualmente le cose principali co' nomi di coloro che le rivelarono, e apprezzarne il valore e l'importanza. Cominciando dalle cose riferibili al nuovo Stato, si affermò che il Campanella «volea fondare una nuova setta per vivere liberamente et fare il _crescite_» (test. Fabrizio Carnevale, Marcello Salinitri, Gio. Consueva), che «voleva far mutare habito et vestimenti et dire che ci era libertà di coscienza» (Gio. Jacobo Prestinace), che nella «nuova setta di libertà» s'indosserebbero «certi habitelli et copulini» (Ottavio Buccina), che gli uomini si abbiglierebbero «con veste bianche sino al ginocchio, con una tovaglia alla testa che pendi à dietro, et con un capellino in testa» (Gio. Jacobo di Reggio), ed era con altri salito sul monte di Stilo, dove mangiarono ed intitolarono quel monte «monte pingue e di libertà» (Scipione Presterà, Francesco Bartolo etc.); che era Profeta, che volea farsi chiamare il Messia di Dio della verità etc. (Gio. Andrea Crea, Geronimo Jeracitano, Gio. Francesco Carnevale, Giuseppe Ranieri ed altri). Venendo alle cose riferibili alla Religione ed alla Chiesa, bisogna notare che in questo processo non vi fu alcuna deposizione intorno all'opinione della non esistenza di Dio attribuita al Campanella pei processi anteriori, ma intorno a Gesù, alla sua resurrezione, a' miracoli, non che intorno al Crocifisso, si depose avere il Campanella detto, che Gesù «non è stato figliolo di Dio» (Gio. Andrea Crea), che «fu bravo huomo e capo di sette» (Marcello Salinitri a detto di Giulio Contestabile, Francesco Plutino etc.), che nella predica avea dichiarato essere il precetto _quod tibi non vis alteri ne feceris_ stato detto da un filosofo gentile prima di Cristo (Tiberio Vigliarolo), che «non bisognava si adorasse il Crocifisso perchè era un pezzo di legno» (Paolo Contestabile e Fabio Contestabile a detto di Marco Antonio che l'aveva udito dal Caccìa), che «non si doveva credere ad un appiccato» (Giulio Presterà, Luzio Paparo, Lorenzo Politi, Desiderio Lucane), che «Cristo avea potuto fare che ci fosse un altro in croce e che esso non fosse morto» (fra Scipione Barili a detto di fra Scipione Politi), che «le cose che si dice haver fatto Moisè tutte sono state per ingannare li popoli» (fra Francesco Merlino), che «bravo huomo era stato Mosè e Maumetto e Christo, e che se bene Martino Lutero haveva acquistato 26 o 27 Provincie non haveva fatto nulla» (Francesco Plutino). Quanto alla Trinità, a' Sacramenti, all'Eucaristia, all'inferno, purgatorio e paradiso, si depose avere il Campanella detto, «che tutte le cose della nostra fede si possono passare eccetto che questa cosa della Trinità, che vi sieno tre persone in una» (Gio. Gregorio Argiro), che era stato udito Paolo Campanella parlare al fratello Fabrizio di proposizioni di fra Tommaso intorno alla Trinità ed ai Sacramenti, dicendo che «non credeva si consacri hostia», e soggiungendo «havrei pagato cinquanta ducati a non intendere queste cose» (Gio. Domenico Pilegi), che il Campanella medesimo avea detto a Fabrizio «provarsi che il sacramento non era sacramento» (Gio. Jacobo Vigliarolo), che «aveva uno spirito nell'unghia» (fra Berardino), che non credeva esservi il diavolo, chiamandolo _babao_ per far temere le genti (Carlo Licandro), che avea detto a Fabio Contestabile «si pigliasse spassi e piaceri... che del resto è pensiero di chi è» (Fabio Contestabile), ritenendo non esservi inferno (Fabio Carnevale, Desiderio Lucane ed altri). Quanto ad orazioni, che il Campanella avea cancellato da un libro di preghiere, appartenente alla Congregazione del Rosario e presentato allora al Vescovo, alcune invocazioni a Maria, a S. Domenico, a S. Giacinto, a S.^ta Caterina, per ottener grazia, «che non voleva si dicessero» (Gio. Francesco Carnevale), ed era stato direttamente veduto quando le cancellava (Fabio Carnevale, Fabio Contestabile). Ed ancora avea detto «la fornicazione non essere peccato,... essere cose naturali» (fra Gio. Battista di Placanica); e una volta «con altri nella propria cella fece il crescite con una certa Giulia» (Gio. Maria Gregoraci). Ed avea mangiato carne in giorni proibiti (molti), anche in casa di Geronimo di Francesco e del suo zio Domenico Campanella (Fabrizio Carnevale, Fabio Contestabile), adducendo la regola Apostolica _comedite quod appositum est vobis_ (Gio. M.ª Gregoraci); e una volta chiese chi avesse prescritto tali proibizioni e gli fu risposto, la Chiesa, e il Campanella soggiunse «chi è la Chiesa? li fu detto che sono il Papa, Cardinali et altri Prelati, et il Campanella rispose, il Papa e Cardinali chi sono? li fu detto che sono huomini, il Campanella rispose, io ancora sono huomo» (Prospero Vitale). E la sua scienza era «una Cabala che imparò da un Armeno» (Gio. Jeracitano), ed «havea promesso a Geronimo di Francesco uno spirito familiare per vincere al giuoco» (Gio. M.ª Gregoraci). Che nel predicare a Stilo «metteva comparatione sopra gl'idoli», e riteneva «che i figliuoletti de' Turchi morendo non vanno all'inferno, perchè crescendo potriano conoscere la fede e si fariano Christiani», oltracciò che «Dio ha altro modo di salvar l'homini che per il battesmo» (diversi). Che non credeva alla scomunica, che nelle prediche «essaltava più del dovere li filosofi et scrittori Gentili» e ne' discorsi diceva che «S. Thomasso fù huomo et che alla dottrina sua si può aggiungere, et che era cavata da altri Dottori antichi et particolarmente da Lattantio firmiano, al quale havea gran credito»; nè era vero che il Crocifisso avesse detto a S. Tommaso _bene scripsisti de me Thoma_ (Tiberio Vigliarolo, Gio. Antonio Primerano, Lorenzo Consueva). Nemmeno credeva che gli Atti degli Apostoli facessero fede, «perchè quello che trattano lo trattano per traditione di S. Paolo» (Gio. Battista Rinaldo). Che infine non mostrava di gradire tante diverse Fraterie (fra Gio. Battista di Placanica), non credeva che bisognasse «dire Paternostri che erano cose perse» (Paolo e Fabio Contestabile a detto di Marcantonio), nè credeva giovare a' defunti la Messa detta o fatta dire da chi si trovava in peccato mortale (diversi).
Furono queste le cose essenziali rilevate col processo di Squillace, in materia di eresia più che in materia politica, attesa la qualità della Commissione data al Vescovo, e, come si vede, esse venivano a colpire propriamente il Campanella e non altri; appena qualche volta, da uno o due testimoni, fu nominato con lui fra Dionisio, segnatamente ad occasione del voler fondare la nuova setta e del doversi disprezzare il crocifisso. Invece fu da qualcuno tratto in iscena il povero vecchio Geronimo padre del Campanella, come testimone ed anche come principale. Si depose aver lui detto che richiedendo al figlio di voler predicare a Stilo, il figlio rispose che non volea «fare l'officio di Canta in banco» (Marcello Fonte), che inoltre «gli avea preconizzato tanto il bene quanto il male da dover accadere a' suoi figliuoli» (Callisto Jeracitano), che infine avea composto quel tale libro che superava quelli degli Apostoli (Scipione Ciordo). Ne abbiamo già parlato abbastanza altrove e non occorre insistervi ulteriormente. — Quale intanto deve dirsi il valore e l'importanza di siffatto processo? In verità fa molta impressione il vedere che la massima parte delle cose deposte si sia avuta con le clausole «de fama publica, de auditu incerto», e non di rado pure, ciò che è sempre più notevole, con la clausola «post carcerationem»; questo dà fondato motivo di ritenere che le opinioni incriminabili poterono anche esser diffuse in molta parte per colpa de' Giudici de' processi anteriori, che ne fecero correre le voci per le piazze, dalle quali taluni testimoni specificatamente affermarono di averle raccolte. Ma mettendo pure da parte tutti i testimoni che deposero per voce pubblica, ne rimangono sempre alcuni che deposero cose udite o viste direttamente, ovvero cose udite o viste da persone state molto dappresso al Campanella, e per la loro condizione speciale riescono a dare alle loro deposizioni una gravità notevole. Basta dire che più d'uno affermò di avere udito quanti deponeva da fra Scipione Politi conosciutissimo amico del Campanella, e, a quel che pare, solito a mantenere vive le sue conversazioni col riferire le opinioni delle quali il Campanella gli avea tenuto discorso; qualche altro affermò di avere udito quanto deponeva da D. Marco Petrolo, da D. Marco Antonio Pittella, da Paolo e Fabrizio Campanella, da Giulio Contestabile, da Marcantonio Contestabile; nè deve sfuggire che deposero i Carnevali malgrado avessero Gio. Paolo e Tiberio carcerati, deposero i Contestabili malgrado avessero Giulio carcerato e Marcantonio perseguitato, depose Desiderio Lucane che sappiamo avere anche lui un figlio carcerato[504]. Adunque, per un certo numero di cose raccolte con questo processo, non si può sconoscerne menomamente la provenienza dal Campanella, essendovi anche una concordanza significante tra esse e quelle che da altri fonti ci risultano appartenenti senza dubbio a lui; nè deve sfuggire che molti, p. es. Giulio Presterà, Francesco Vono, il capitano Plutino, i quali certamente ebbero relazioni col Campanella, e così pure tanti altri, poterono deporre per voce pubblica ciò che aveano saputo direttamente, non convenendo loro di dire che l'aveano saputo direttamente da lui, perchè sarebbero divenuti responsabili del non averlo denunziato. In conclusione poteva dirsi una calunnia l'avere il Campanella imbevuto di eresie la città di Stilo e luoghi circonvicini, ma non già l'avere di tempo in tempo enunciati principii punto ortodossi. E risultava grandemente notevole la raccolta fatta di simiglianti principii, perocchè di tutta la massa delle accuse, che vedesi ridotta a 34 capi nel Sommario complessivo dell'ultimo processo di eresia, 8 o 9 capi soltanto non riuscivano nè confermati nè smentiti dalle deposizioni di Squillace, ma 13 ne riuscivano confermati, e 9 altri ne sorgevano interamente nuovi. Oltracciò si avevano elementi tali da mostrare il giusto valore della scusa che già si meditava, che cioè i frati inquisiti di congiura avessero rivelato e fatto rivelare cose di eresia a fine di scansare la Corte temporale. È superfluo dire quanto le condizioni del Campanella ne divenissero aggravate, e non è arrischiato l'ammettere che segnatamente per questo processo di Squillace egli abbia dovuto rimanere tanto dolente di «Stilo ingrato» che egli onorava; di Stilo infatti, e amici suoi per giunta, erano principalmente coloro i quali avevano questa volta dato materia a «fabbricare processi con processi» come egli cantò nelle sue Poesie[505].
Ci rimane a dire qualche cosa delle condizioni nelle quali la Calabria si venne a trovare dopo la partenza dello Spinelli co' carcerati. Abbiamo già avuto altrove occasione di vedere che le quistioni giurisdizionali e le inimicizie private non ebbero alcuna tregua; naturalmente i fuorusciti medesimi, pel rigore eccessivo e le vessazioni spropositate, erano già cresciuti di numero, ed abbiamo un documento il quale ci mostra esserne stato lo Spinelli medesimo, avanti di partire, interpellato dal Vicerè[506]. I Governatori che successero nella Calabria ultra, D. Pietro di Borgia, e poi D. Garzia di Toledo sopra nominato, e poi D. Carlo de Cardines Marchese di Laino etc., come pure quelli della Calabria citra, D. Alonso de Lemos, D. Antonio Grisone, e poi D. Lelio Orsini l'amico del Campanella, rivestiti essi medesimi, più o meno, di poteri straordinarii, ed aiutati anche da Commissarii speciali, si affaticarono per più anni alla «extirpatione de' forasciti» senza mai venirne a capo. L'Audienza di Calabria ultra, rimasta priva dell'Avvocato fiscale e poi provvedutane in persona di Gio. Andrea Morra[507], fece conoscere al Vicerè il suo imbarazzo per «l'ordine di non intromettersi in le cose ha fatto il spettabile Carlo Spinelli», poichè si era preso un Carlo Logoteta di Reggio che da tre anni scorreva la campagna, e così due altri, e se ne trovavano ancora molti, tutti guidati dallo Spinelli: ma il Vicerè nemmeno credè opportuno di revocare l'ordine, e comandò d'inviare alla Vicaria i catturati ed a lui una nota particolare e distinta di tutti i guidati, che naturalmente l'Audienza non avea modo di conoscere[508]. La città di Catanzaro, già tanto conturbata dalle fazioni municipali, si risentì pel nuovo «reggimento» istituito dallo Spinelli, e l'Audienza fece sapere al Vicerè che la città pretendeva «di non essere stata intesa in la busciola et forma dell'electione fatta per il spettabile Carlo Spinello... e si era ordinato al Capitaneo et Sindico di detta Città che apresse la cascia dove stava tutto lo che si era fatto per raggione di detta busciola, la quale non si ha possuto aprire per star'in poter'del rettore del Jesu di detta Città con una delle chiave, al quale essendosi ciò notificato etiam in scriptis non l'ha voluto dare»; ma il Vicerè anche in tale occasione non volle scovrire lo Spinelli, diè ragione a' Gesuiti e comandò di «non far altra diligentia per aprire la sopradetta cascia» dovendosi solo «osservare la detta busciola che stava ordinata o pur farsi l'electione del Governo come si faceva per prima»[509]. E nominati più tardi gli Eletti deputati a far l'elezione del nuovo reggimento, si trovò affisso nella piazza pubblica un «cartello infamatorio» contro quegli Eletti; e si venne con poteri straordinarii alla cattura di un Marcantonio Paladino ritenuto autore di detto cartello, ed allora di notte fu rotto il carcere «di fora, con scarpelli et violentia grande» e fu fatto fuggire il Paladino con gli altri carcerati, onde si ebbero nuove Informazioni e nuove catture[510]. Ma un avvenimento ancor più notevole fu l'uccisione di Marcantonio Biblia, fratello di Gio. Battista denunziante della congiura, pugnalato verso la fine di novembre in Catanzaro. Abbiamo già avuta occasione di dire altrove che questo Marcantonio Biblia era credenziere della gabella della seta di Catanzaro fin dal 1595. L'Archivio di Stato ci offre più memoriali di Gio. Battista Biblia al Viceré, co' quali «fa intendere come per havere scoverto esso supplicante la congiura et rebellione tentata in disservitio d'Iddio et de sua M.^tà da Marco Antonio giovino et altri... l'istesso Marco Antonio ha fatto occidere nella città di Catanzaro a pugnalate Marc'Antonio suo frate da Gio. et Scipione giovino fratelli del detto Marco Antonio», e ricordando altri omicidii già commessi da costui conchiude col ricorrere «alli piedi di V. E. che resti servita ordinare che il detto Marco Antonio sia afforcato come V. E. s'è degnato ordinare acciò l'altri non presumano fare l'istesso in persona d'esso supplicante et fratelli rimasti». E abbiamo, al sèguito di questi memoriali, le Commissioni speciali date dal Vicerè dapprima al Consigliere D. Giovanni Montoja de Cardona, poi al Giudice D. Giovanni Ruiz Valdevieto, quello stesso che troveremo assai più tardi membro del tribunale costituito in Napoli per giudicare il Campanella e gli altri frati intorno alla congiura. Nel suo sdegno il Vicerè cominciò col dare gli ordini più severi: «farreti sfrattare tutti li parenti di detti delinquenti sino al quarto grado dove à voi parirà più convenire, et confiscarrete et farrete confiscare li beni delli delinquenti predetti et deroccare le loro case, et procederreti contra d'essi, loro complici, et fautori à tutti l'altri atti che saranno de giustitia usque ad sententiam inclusive» etc.; ma poi, tornato a più miti consigli, dispensando il supplicante dalle spese per la Commissione, diede ordini meno brutali e prescrisse di procedere «usque ad sententiam exclusive»[511]. Ci manca finora ogni altra notizia sull'esito di queste Commissioni, ma vedremo che Gio. Battista Biblia ci guadagnò l'ufficio che già teneva il fratello, oltre il privilegio di nobiltà, come egualmente Fabio di Lauro ebbe altri favori e grazie in ricompensa della denunzia fatta.
Tornando al Campanella, notiamo che con questo di Squillace si chiuse la serie de' processi di Calabria, e ricordiamo che ve ne furono non meno di quattro. Vi fu un processo propriamente pei laici formato dallo Spinelli e Xarava, appena iniziato in Catanzaro, proseguito in Squillace, finito per una piccola parte in Gerace: in esso si trattò della congiura, ed oltrechè vennero giudicati e condannati alcuni clerici, non fu risparmiato il Campanella, essendosi avuta da lui, come anche dal Pizzoni, una Dichiarazione d'importanza grandissima. Vi furono tre processi per gli ecclesiastici e propriamente pe' frati, uno formato da fra Marco e fra Cornelio in Monteleone e per una piccola parte in Squillace, un altro formato dagli stessi Giudici unitamente col Vescovo di Gerace in Gerace, un altro formato dal Vescovo di Squillace con la sua Corte ordinaria in Squillace: nel primo si trattò dell'eresia e della congiura ad un tempo, nel secondo della sola eresia, e in entrambi si ebbero di mira tutti i frati incriminati, e si fece sentire l'influenza della malvagità fratesca e della ferocia degli ufficiali Regii; nell'ultimo si trattò della sola eresia, si ebbe di mira esclusivamente il Campanella e non si fece sentire alcuna perniciosa influenza almeno in un modo diretto. Il Campanella non fu mai chiamato innanzi a' Giudici durante tutti questi processi, ma fuori ogni dubbio entrambe le sue cause peggiorarono costantemente.
INDICE DEL VOL. I.
Prefazione pag. V-LII
CAP. I. — Primi anni del Campanella e sue peregrinazioni (1568-1598) » 1
I. Nascita del Campanella in Stilo; la sua famiglia; i suoi primi studii (1). Veste l'abito di clerico; emigra con la famiglia a Stignano; suoi studii ulteriori (5). Entra nell'ordine Domenicano in Placanica; va novizio a S. Giorgio; passa studente a Nicastro ove fa conoscenza co' Ponzii e con fra Gio. Battista di Pizzoni (8). È mandato a Cosenza ove non giunge a conoscere il Telesio, poco dopo ad Altomonte; sua intimità con un astrologo ebreo e persecuzione avutane dai superiori; sua partenza per Napoli in compagnia dell'ebreo con molto scandalo (12).
II. Arrivo del Campanella in Napoli nella casa del Marchese di Lavello presso il figliuolo di lui Mario del Tufo (22). La sua disputa in S.^ta M.ª la nuova; i Domenicani di Napoli (23). I Signori Del Tufo amici e protettori del Campanella (28). Altre conoscenze fatte in Napoli; il Sangro, l'Orsini, i fratelli Della Porta (32). Malattie sofferte e curate dal Campanella in Napoli; il P.^e Aquario e il P.^e Serafino di Nocera (37). Opere da lui composte fin allora e suo privato insegnamento (39). La Biblioteca di S. Domenico e lo Studio pubblico di Napoli; parole dette dal Campanella in dispregio della scomunica; sua cattura per ordine del Nunzio e suo primo processo (42).
III. Trasferimento del Campanella prigione a Roma; condanna all'abiura come veementemente sospetto di eresia (50). Uscita dal carcere; opere composte in Roma in tale periodo (52). D. Lelio Orsini e l'Abate Persio in Roma (53). Andata del Campanella a Firenze; sua visita al Gran Duca, ed informazioni date dal Battaglino Agente di Toscana in Napoli, ad occasione di una cattedra che gli si voleva concedere in Pisa (57). Visita della Biblioteca Palatina; parere di Baccio Valori sul filosofo; disputa di lui con Ferrante De Rossi e il P.^e Medici; informazioni date sul suo conto dal P.^e Generale Beccaria (59). Partenza per Padova; fermata in Bologna, ove gli sono tolte tutte le opere e sono inviate al S.^to Officio di Roma (62). Arrivo a Padova; dimora nel convento di S. Agostino e nuovo processo per gravissima violenza patita dal P.^e Generale (63). Liberazione; altre opere composte in Padova e suo privato insegnamento in questa città (64). Due nuovi processi per varii capi di accusa; il processo per non rivelazione di un giudaizzante va a terminare in Roma; importanza di questo 3º processo; sua influenza sulle opere allora composte (67).
IV. Nuovo trasferimento del Campanella prigione a Roma e termine del suo processo; sua difesa dalle diverse imputazioni (72). È liberato non senza commendatizie anche dell'Imperatore e dell'Arciduca Massimiliano procurate da Gio. Battista Clario; va nel convento di S.^ta Sabina (75). Opere da lui composte in Roma dentro del carcere; suoi compagni di prigionia, Gio. Battista Clario, due Ascolani e probabilmente anche Colantonio Stigliola; poesie da lui scritte in tale periodo (76). Opere composte in S.^ta Sabina; impegno di acquistarsi la protezione di alcuni Cardinali; ultima poesia scritta in Roma (85). Ritorno in Napoli; ciò che quivi compose; suo insegnamento e suoi scolari (90). Discorsi sulle future mutazioni col Cortese, Vernalione e Stigliola; notizie circa costoro (92). Consola con l'annunzio delle mutazioni il P.pe di Bisignano prigione nel Castel nuovo; notizie circa costui (96). Parte per la Calabria; stato di Napoli in quel tempo; dissenso de' Nobili col Vicerè e tra di loro; carcerazione del Sangro Duca di Vietri e forgiudica del Carafa Marchese di S.^to Lucido; notizie circa costoro (101).
CAP. II. — Ritorno del Campanella in Calabria e sua congiura (1598-1599) pag. 110
I. Fermata per un mese nel convento di Nicastro, ove dimorano gli antichi amici; Fra Dionisio e fra Pietro Ponzio, fra Gio. Battista di Pizzoni; loro progressi (110). Dissensi giurisdizionali del Governo col Vescovo di Nicastro e turbamento della città; fra Dionisio ed Innico di Franza sono inviati per questo a Reggio e poi a Ferrara presso il Papa (114). Andata del Campanella a Stilo nel convento di S.^ta Maria di Gesù; visita de' paesi della marina col Vescovo di Mileto (116). Marcantonio del Tufo Vescovo di Mileto e i suoi conflitti giurisdizionali; conflitti analoghi di altri Vescovi nella Calabria (117). Controversie ed inimicizie cittadine molto gravi (123). Lotte tra' componenti la R.ª Audienza di Catanzaro; D. Alonso de Roxas Governatore; D. Luise Xarava Avvocato fiscale (126). Banditi e forgiudicati nella provincia; loro rifugio ne' conventi e nelle Chiese (131). Discesa de' turchi al Capo di Stilo col Bassà Cicala, e notizie intorno a costui; sua dimanda di rivedere la madre alla fossa di S. Giovanni, soddisfatta dal Vicerè di Sicilia (134). Vita del Campanella nel convento di Stilo; suoi compagni ed amici, specialmente fra Domenico Petrolo di Stignano e fra Pietro Presterà di Stilo superiore del convento (142). Costumi, insegnamento ed opere del Campanella in tal tempo; in particolare del suo libro della Monarchia di Spagna e di quello de' Segnali della morte del mondo (144).