Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 48

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I carcerati riuniti per essere tradotti a Napoli furono al numero di 156, come risultò appunto nel loro arrivo e troveremo accertato da diversi fonti. Ognuno avrà visto che erano stati messi insieme tanto quelli ritenuti veramente colpevoli quanto i semplici sospetti, gl'imputati e parecchi testimoni: basta ricordare che a lato di fra Tommaso trovavasi carcerato non solo il fratello Gio. Pietro, ma anche il vecchio padre Geronimo, a lato di fra Dionisio trovavasi fra Pietro Ponzio suo fratello etc. Ma ognuno avrà visto pure che molti, e non di lieve importanza, erano riusciti a tenersi nascosti; abbiamo altrove citati parecchi di costoro e potremmo citarne ancora diversi altri, come p. es. Ottavio Sabinis, Paolo e Fabrizio Campanella, Geronimo Ranieri etc. E però, tenuto conto anco dei fuggiaschi e perseguitati, il numero de' compromessi risulta sempre ragguardevole; nè si deve passare sotto silenzio che dietro quella mostruosa denunzia di Lauro e Biblia il numero de' carcerati dovè essere dapprima molto più grande e dovè poi mano mano assottigliarsi, certamente per una parte assai insignificante in via di pura e semplice giustizia; la qual cosa ci conduce a parlare anche, da una parte, dell'accanimento e ferocia dimostrata dal volgo verso il Campanella e i suoi aderenti veri o supposti, e, d'altra parte, delle iniquità e ruberie commesse da' Giudici laici in tale occasione. Il Campanella in più luoghi de' suoi scritti diè chiare prove del suo profondo disgusto verso que' di Stilo in particolare, e le popolazioni in generale, per l'accanita persecuzione che n'ebbe, e il concetto del «popolo», che egli, repubblicano, ebbe a farsi dietro la persecuzione sofferta, merita di essere rilevato: si può vederlo nelle sue Poesie, dove segnatamente egli l'espresse con più calore[490]. In altri suoi scritti poi affermò esservi stato un numero grandissimo di carcerati, ben superiore a quello che conosciamo tradotto in Napoli dallo Spinelli, e un numero ragguardevole di «riscatti» e di «composte», nominando perfino gl'individui che vi furono soggetti, oltre le cupidige e le promesse di titoli e di ricompense a' rivelanti e persecutori. Nelle Lettere che scrisse il 1606-07 al Papa, a' Cardinali etc. egli spesso accennò a questi fatti; nella 3ª lettera al Papa, da noi pubblicata, scrisse, che «fingendo di salvarla (la Calabria) la spopolaro, la sacchiaro, la compostaro». Nella Narrazione poi naturalmente si espresse con molto maggiore larghezza. «Seguio Spinelli e Xarava a carcerar quasi due mila persone in tutte le terre, dove era stato Campanella e F. Dionisio, et alcuni Baroni... Quelli che non preveniro d'accusare e fur accusati, si sforzaro riscattarsi con denari e chi pagava mille, chi due mila, chi tre mila, chi cento, chi cinquecento docati per non andar carcerati alli Commissarii et à Xarava e Spinelli. Pagaro assai quelli che già eran carcerati e subito eran liberati... Colui che nominava più gente, et dicea il tale, el tale ponno esser complici quello era più stimato da Spinelli e Xarava, e chi volea dir una parola in difesa loro era carcerato per ribelle, e se pagava era liberato, se no era afflitto miserabilmente, come anche quelli che murmuravano delle composte si facevano alle terre oltre della paga che dava loro il Rè e faceano ciò che lor piacea non solo impunemente, ma premiati, e travagliando li contradicenti alle composte loro». E nell'Informazione, accennate anche le promesse di titoli di Conti e Marchesi fatte ad ognuno che rivelasse, scendendo a' particolari de' riscatti soggiunse: «Si compostaro assai gente in danari, dicendosi, che dovean morire _jure belli_, et ognuno volea perder più presto la robba, che la vita, però davano quanto teneano, et io sò che G. Francesco Branca di Castrovillari pagò docati mille. G. Francesco Suppa di S. Caterina col figlio docati mille. Cicco Vono col nepote di Stignano 2500 libre di seta, Giulio Saldaneri pigliato nel convento di Suriano per opera di F. Cornelio, e del Polistena, indultato perchè dicesse heresia, e ribellione, docati 3000, et la propria anima come esso stesso solea dire, come appar in processo del S. Officio. Gio. Thomaso di Franza tallaroni 200, li Moretti M. Antonio (_volea dire_ Ferrante) et Jacopo fratelli, furo compostati 7000 docati in Jeraci, e perchè poi non li volsero pagare, furo condotti in Napoli con gli altri, che non si volsero ritrattare: ci son altri più compostati; oltre le terre e casali per dove passavano, come salvatori della provincia, qual hanno ruinata e disertata con le scorrerie che faceano». In verità il numero di due mila carcerati non corrisponde menomamente alle notizie su' progressi delle catture, quali risultano dalle relazioni dello Spinelli al Vicerè e da quelle degli Agenti di Firenze e di Venezia a' loro Governi; ma noi non rifuggiamo punto dal credere che la lista di carcerati e le altre indicazioni datene dallo Spinelli rappresentarono solo quella parte di essi che non potè liberarsi co' riscatti, tale essendo stato pur troppo il costume di quei tempi, favorito da' poteri enormi che ne' casi straordinarii solevano concedersi anche per la sola persecuzione de' fuorusciti, ed aggravato dalla necessità di servirsi di tanti Commissionati avidi e ladri, onde le regioni sottoposte a simili flagelli rimanevano veramente disertate[491]. È naturalissimo che lo Spinelli abbia seguito anche in Calabria il sistema scellerato di quell'età, e si può ritenere per certo che i suoi Commissionati ne abbiano fatte d'ogni genere, non essendo neanche quelli di ordine più elevato rimasti paghi alle ricompense di nobiltà, alle quali ci è pervenuta notizia che aspiravano; poichè, come del Visitatore e di fra Cornelio si disse che attendevano Vescovati, parimente si disse di D. Carlo Ruffo che pretendeva essere Principe di Stilo, di Gio. Geronimo Morano che pretendeva un Marchesato, di Ottavio Gagliardo che pretendeva una Baronia[492]. Ma i profitti non doverono essere tanto grandi in persona dello Spinelli, sapendosi, come abbiamo già avuta occasione di notare altrove, che egli rimase pur sempre nelle strettezze (ved. pag. 237): tuttavia un documento rinvenuto nell'Archivio di Stato ci mostra che lo Spinelli dovè ottenere dal Vicerè anche prima di partire dalla Calabria, in data del 31 ottobre, una sanatoria straordinaria, mediante ordine all'Audienza di Calabria ultra di «non intromettersi nelli negotii da lui fatti nella predetta provincia, etiam per la sua absentia»[493]. Ciò comproverebbe che le affermazioni del Campanella non furono del tutto infondate, e che i carcerati messi insieme per essere tradotti in Napoli rappresentarono realmente la parte residuale di un più gran numero, il quale forse andò diminuendo al punto, da dover essere negli ultimi tempi rinforzato anche con individui a' quali fin allora non si era data importanza; la qualità degli ecclesiastici, che abbiamo visto carcerati negli ultimi tempi, menerebbe perfino a una simile conclusione. Ripetiamo poi che vi doverono essere molti fuggiaschi, e la Turchia dovè offrire anche questa volta il luogo di rifugio agli esuli: se dovessimo credere alle voci corse allora, fino a tre mesi dopo la partenza de' carcerati continuava ancora l'emigrazione in Turchia, ed aveva raggiunta una cifra esorbitante[494]. Queste voci erano senza dubbio esagerate; ma vedremo nelle Allegazioni del fisco in Napoli posti a carico del Campanella, oltre gl'infelici giustiziati, i «molti altri contumaci che erano fuggiti e che aveano perduto i beni e la patria»!

Alla fine di ottobre D. Garzia di Toledo, Consigliere del Collaterale anche lui come lo Spinelli, Castellano di S. Elmo in Napoli, Comandante le Regie galere per quegli anni, era già con quattro galere a Tropea «per imbarcare i prigioni Calavresi»; questo ci mostra il carteggio del Residente di Venezia, con la notizia di una lettera a lui scritta da D. Garzia da quel luogo e in quella data, a proposito di certi schiavi e cannoni che egli avea comperati da un capitano veneziano[495]. D'altro lato lo Spinelli, che avea dovuto recarsi a Catanzaro per presedere alla nuova elezione del «reggimento» della città, il 3 novembre giungeva al Pizzo, come si rileva dal luogo e dalla data dell'indulto concesso al Soldaniero ed al Bruno: con lui trovavasi la massa de' carcerati, la quale fu fatta fermare propriamente in Bivona, borgata oggi diruta, posta sulla spiaggia al sud del Pizzo, ed ecco quanto sappiamo intorno al viaggio fatto da quegl'infelici. Da Gerace i carcerati furono condotti in lunga catena a coppie, percorrendo un buon tratto di paese e dando uno spettacolo straordinario alle città e terre per le quali passavano. Massime i più gravemente incolpati si facevano notare per la loro età giovanile: poichè de' frati, il Campanella non avea che 31 anno, fra Pietro Ponzio 30, fra Dionisio probabilmente 32 o poco meno, fra Pietro di Stilo 27, il Petrolo 26, il Lauriana 28, il Bitonto 32, il Pizzoni 35, fra Paolo 38; de' laici e clerici poi Maurizio non avea che 27 anni, il Caccìa e il Pisano 25, Giulio Contestabile 32, Geronimo di Francesco 26, Felice Gagliardo 22, Geronimo Conia 21, Giuseppe Grillo 19 etc. etc. Per ogni verso essi avrebbero dovuto destare una profonda pietà; non di meno dalle rivelazioni avute in Napoli col processo di eresia conosciamo che il volgo, cioè a dire l'immensa maggioranza, li chiamava «inimici di Dio e del Re». L'avere essi trattato co' turchi, l'aver voluto dare la provincia a' turchi, l'essersi imbevuti di eresia, l'essersi proposti di far la vita dissoluta, come n'erano corse le voci, avea certamente eccitato ognuno contro di loro, senza contare l'odio e il disprezzo che suole accompagnare chi non riesce in altrettali imprese: il Campanella, già prima tanto esaltato, venne allora mostrato a dito con gioia feroce dalle moltitudini, che esalavano la loro ignoranza e i loro istinti di brutale malvagità, invano negati dagli adulatori del popolo ancora più spregevoli degli adulatori de' Principi; dovè quindi convincersi appieno che

«Il popolo è una bestia varia e grossa»

come di poi cantò. In Monteleone vi fu una fermata della carovana, e Padri Gesuiti confortarono a ben morire alcuni de' carcerati, che avrebbero dovuto essere «quattro de' più colpevoli» aggiuntovi poi «benanco Maurizio de Rinaldis», secondo gli ordini dati dal Vicerè fin da' primi di ottobre: ma effettivamente sappiamo solo i nomi di Maurizio e di Gio. Battista Vitale, che sarebbero stati confortati, e sappiamo che il Vitale non volle dare ascolto alle esortazioni de' Padri Gesuiti, ripetendo le eresie insinuategli da fra Dionisio[496]. Ma presto la carovana si rimise in via e poggiò a Bivona, dove la raggiunsero fra Cornelio e fra Gio. Battista di Polistina, i quali con la loro presenza e la loro unione contristarono ancora gli infelici frati prigionieri. Secondo il Pizzoni, che trovavasi legato a mano a mano con fra Paolo della Grotteria in un magazzino di sali, il Campanella, mediante un soldato del Capitano Figueroa, l'avrebbe quivi minacciato di porlo in più grave intrigo laddove non attendesse a ritrattarsi: secondo fra Pietro di Stilo ed anche secondo il Petrolo, fra Gio. Battista di Polistina avrebbe detto a ciascuno di loro che badassero bene a deporre contro fra Dionisio, aggiungendo a queste raccomandazioni lusinghe e minacce, come vedremo nel processo di eresia svoltosi in Napoli. Che era intanto avvenuto, perchè in Monteleone non si facessero più le esecuzioni capitali prescritte? Ce lo dice il Carteggio Vicereale e quello del Residente di Venezia, il quale ultimo ci fornisce a tale proposito notevoli particolari. Secondo il Residente, «haveva d.^to Spinelli sentenciato Mauritio Rinaldi, Capo secolare della congiura, di essere à Monteleone segato vivo à traverso, ma non havendo per tempi fortunevoli potuto le galee prender porto in quella parte, hà riservato così fatto spettacolo da farsi in questa città a beneplacito del Vicerè»[497]. Anche in un'altra lettera posteriore, scritta con più di un mese e mezzo di intervallo, il Residente tornò a menzionare l'atroce ed insolita condanna di Maurizio «di esser segato vivo tra due tavole», e ciò dà motivo di ritenere che non sia stata questa una delle ordinarie frottole in corso per la città; quanto poi al motivo per cui la condanna non fu eseguita, bisogna dire che le galere non poterono tenersi al sicuro ed aspettare impunemente qualche giorno. Infatti una lettera Vicereale, scritta quando i carcerati vennero in Napoli, ci dice che «si aveano da giustiziare in Monteleone sei che erano convinti e confessi, e per non far trattenere le galere, li condussero con gli altri», ciò che spiega pure quanto sappiamo de' conforti a ben morire prestati ad alcuni da' Gesuiti in Monteleone. Vi fu dunque una semplice mancanza di tempo, avendo dato verosimilmente fretta il mare procelloso in un posto di poco sicuro ancoraggio. Ma alfine i carcerati s'imbarcarono, e con loro, oltre lo Spinelli e lo Xarava, anche fra Cornelio e il Visitatore; e si imbarcarono dippiù taluni di quelli che si erano distinti nella repressione della congiura. Certamente s'imbarcò sulla capitana di D. Garzia il Principe della Roccella accompagnato da molti dei suoi servitori «con l'occasione dell'anno santo», vale a dire del Giubileo che era stato indetto, come abbiamo rilevato da un'altra Informazione di S.^to Officio; e ben s'intende che costui, al pari degli altri suoi socii in benemerenza, andava a riceversi i sorrisi, le lodi e i favori, che il Vicerè si sarebbe benignato di accordargli.

Lasciamo ora che gl'infelici prigioni arrivino in Napoli, ove ripiglieremo la cronaca de' loro strazii, e fermiamoci ancora a vedere ciò che accadde in Calabria durante e dopo la loro partenza, sempre in rapporto al nostro argomento.

Il fatto più importante per noi fu la novella Informazione, che il Vescovo di Squillace ebbe a prendere sulle cose del Campanella, per commissione di Roma. Avuta la copia dell'Informazione presa dal Vescovo di Gerace, la Sacra Congregazione Romana evidentemente non poteva rimanerne soddisfatta: per lo meno, essendo stato affermato così da fra Cornelio come dal Vicerè che Stilo con le sue vicinanze fosse tutto imbevuto delle eresie del Campanella, la cosa non risultava menomamente chiarita; sorgeva dunque l'assoluto bisogno di una ulteriore Informazione, e questa fu subito commessa al Vescovo di Squillace, nella cui diocesi erano comprese la città di Stilo e le altre terre delle quali volea conoscersi la condizione vera. Il testo dell'Informazione o «Processo di Squillace» non ci è pervenuto, ma ce ne sono pervenuti i Sommarii molto precisi, redatti in Roma e mandati a' Giudici dell'eresia in Napoli, e ci è pervenuto anche tutto intero un Supplimento alla detta Informazione commesso da uno di cotesti Giudici, il Vescovo di Termoli. Tra le deposizioni, che fanno parte del Supplimento, ve ne sono due che ricordano le deposizioni anteriori del 5 novembre e del 19 dicembre 1599[498], le quali date servono a mostrare quella del processo di cui parliamo, cominciato anche un po' prima che il Campanella e socii partissero dalla Calabria, proseguito per due mesi e verosimilmente anche più, atteso il gran numero di coloro che furono chiamati a deporre: il Supplimento stesso ci mostra che presedè alla formazione del processo il Vescovo in persona, Tommaso Sirleto, insigne uomo appartenente all'insigne famiglia de' Sirleti di Guardavalle patria di Maurizio, assistito dal suo Vicario generale Agazio Mantegna[499]. Furono chiamati a deporre tutti i frati dei conventi di Stilo e di quelli delle terre vicine, p. es. di quelli di S.^ta Caterina, come ne diè notizia una delle deposizioni raccolte nel processo di eresia fatto in Napoli[500]; ma furono chiamati anche molti ecclesiastici secolari e molti laici delle migliori famiglie di Stilo e luoghi vicini, come si rileva da' nomi che si leggono a capo di ciascuna deposizione. Gioverà ricordare quelli che sono stati già citati finora, e qualche altro che si dovrà ancora citare nel corso di questa narrazione, segnatamente quelli che si fanno notare per qualche condizione speciale; poichè ricordarli tutti sarebbe perfino inutile, mentre si possono rilevare da' Sommarii del processo[501]. Furono dunque tra coloro che deposero, naturalmente a carico, dei Contestabili Paolo e Fabio, che sappiamo essere l'uno padre e l'altro fratello di Giulio e di Marcantonio; de' Carnevali poi Gio. Francesco e Fabrizio, che abbiamo veduto altrove essere ecclesiastici, l'uno zio e l'altro fratello di Gio. Paolo, dippiù Fabio altro fratello, Prospero padre e Minico (Domenico) altro zio. Vi fu ancora Giulio Presterà, che sappiamo giovane e medico, amico del Campanella, Gio. Jacovo Prestinace che ci risulta cugino di Gio. Gregorio l'intrinseco del Campanella, Francesco Plutino il capitano nominato dal Campanella nella sua Dichiarazione, Francesco Vono che abbiamo visto del pari amico del Campanella, che vedremo nominato da lui nella sua pazzia e che sappiamo essersi liberato dalle persecuzioni per la congiura mercè molte libbre di seta[502]. Potremmo citare altri nomi degni di menzione, come uno Scipione Presterà, un Gio. Maria Gregoraci, diversi Jeracitano, qualcuno de' Crea, Vigliarolo, Principato etc. tutti di Stilo, e parecchi che ci risultano di Guardavalle, di Stignano, di S.^ta Caterina, di Riaci, di Camini, di Girifalco. Ci limiteremo ad aggiungere che vi fu pure quel Tiberio Lamberti che presentò la denunzia di D. Marco Petrolo, vi furono due donne (Francesca Scivara e Caterina di Francesco), infine anche un Marcello Salinitri e un Carlo Licandro, i quali, deponendo contro il Campanella, non nascosero di essergli nemici, senza che ne apparisca il motivo[503]. E noteremo che il non esservi stati taluni altri conosciuti come stretti amici del Campanella, p. es. Tiberio e Scipione Marullo, i fratelli D. Gio. Jacobo e Ottavio Sabinis, rende sempre più credibile che costoro si tenessero nascosti; la qual cosa può dirsi con fondamento anche maggiore per quelli egualmente conosciuti come parenti di fra Tommaso, p. es. Paolo e Fabrizio Campanella, de' quali si deposero alcune proposizioni già manifestate dal Campanella e commentate da loro, senza vederli interrogati e senza saperli carcerati e partiti per Napoli.