Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 47

Chapter 473,433 wordsPublic domain

È questo, in succinto, il processo di Gerace, che per la presenza del Vescovo nella compilazione di esso riuscì tanto più grave, non avendo il Vescovo in realtà fatto altro che covrire e lasciar passare la malvagità de' frati Inquisitori e la prepotenza degli ufficiali Regii. Ma dobbiamo ancora vedere il valore delle deposizioni raccolte. E cominciando da quella di fra Pietro Ponzio, possiamo dire che essa non aggiunse nulla, e servì solo a mostrare che veramente fra Pietro non era stato fatto consapevole di queste faccende. La deposizione poi di fra Paolo della Grotteria aggravò certamente le condizioni del Campanella e di fra Gio. Battista, massime dal lato della congiura, quantunque non avesse fornito che semplici indizii ed apprezzamenti degni di un ex-galeotto, il quale non si faceva scrupolo di calcare la mano su' compagni nell'impresa, credendo di propiziarsi i Giudici in questa guisa. Ma grave riusciva sopra tutte le altre la deposizione di fra Pietro di Stilo: egli rivelava finalmente parecchie e non lievi cose tanto circa l'eresia quanto circa la congiura, ed evidentemente dovea saperne molte di più, giacché, e per l'amicizia che lo legava al Campanella, e per la sua posizione di Vicario del convento che lo costituiva responsabile di aver tollerato cose simili, avea tutto l'interesse di celare quanto più poteva. Senza dubbio, dopo tante rivelazioni fatte dal Pizzoni e dal Petrolo, dopo tante rivelazioni fatte anche da' laici, le quali aveano già condotto alla morte il Crispo e il Mileri, negare ulteriormente era di grandissimo pericolo per lui, di niun vantaggio alla causa: adunque non trattavasi più solamente di dir cose di eresia per sottrarsi alla Corte temporale, ma anche di lasciare la parte dell'ingenuo che oramai non poteva più persuadere alcuno, badando tuttavia a rivelare il meno possibile. E rivelò le cose certamente più comuni e più frequenti a trovarsi in bocca al Campanella, e parlò soltanto delle opinioni di lui sul Re, sul Papa e sulla elezione Papale, sulla poca importanza de' peccati di carne e la nessuna importanza de' miracoli, e se non tacque l'opinione sul Sacramento dell'altare, ciò accadde perchè essa era nota al Petrolo ed egli era in grado di capire che costui non avea dovuto tacerla. Così, con la stessa altissima probabilità con la quale si è detto che il Pizzoni, seguìto poi dal Petrolo, rivelò tutto ed anche qualche cosa di più, può dirsi che fra Pietro di Stilo rivelò molto meno di quanto conosceva: e naturalmente deve dirsi, che l'avere taluni abbondato nelle rivelazioni delle cose di eresia, con la speranza di sfuggire in tal modo la Corte temporale, va inteso non già nel senso di _avere inventate le eresie_, ma nel senso di _non averle nascoste_. Per farsi un giusto concetto della causa, interessa grandemente che tutto ciò sia ben fermato. Le violenze, usate da fra Cornelio poterono esser dirette a pretendere che fra Pietro facesse altre e più gravi rivelazioni, ma quelle che fra Pietro fece non vennero strappate a forza: difatti vedremo in sèguito dichiarato da lui che «fra Cornelio scriveva troppo diffusamente», ridotta così l'asprezza ma non negata la qualità delle sue rivelazioni; e veramente è naturale ammettere che tanto la parola «sceleratissimo» usata verso il Campanella nel primo esame, quanto diverse altre parole aggravanti usate nel secondo esame, non sieno state le precise parole di fra Pietro, ma, attenuate pure convenientemente queste parole, il fondo delle cose non riusciva sostanzialmente modificato. Lo stesso deve dirsi delle rivelazioni di fra Pietro circa la congiura. È superfluo notare quanto sia grave il fatto deposto che il Campanella riteneva dover essere monarca del mondo in virtù di sette pianeti favorevoli, ciò che era suggellato anche coll'autorità di un astrologo germanico; nella premura di scolparlo dell'essersi lasciata dare la qualità di Messia e di Profeta, fra Pietro non dovè calcolare l'importanza della sua rivelazione. Del resto si sforzò di dire che il Campanella, dietro i presagi e le profezie di future repubbliche, raccomandava di avere molte armi per _difendere sè stesso_, ma non potè nascondere che avea _molti amici e aderenti_, la qual cosa doveva essere un fatto più che notorio. E fra essi nominò Giulio Contestabile, senza dubbio pel risentimento eccitato dalla sua mala condotta, e più ancora per la necessità di dover dire la faccenda dell'oltraggio fatto all'immagine del Re, essendo ciò conosciuto anche dal Petrolo; nominò il Vua e il Presinacio, certamente perchè li sapeva nascosti ed al sicuro dalle unghie del fisco; ma non nominò Maurizio e con lui quanti altri egli dovea aver visti e conosciuti nella sua posizione di Vicario del convento di Stilo. Dei frati poi nominò appena fra Dionisio per la ragione che era un aderente manifesto anche troppo, e fra Scipione Politi per una ragione rimasta ignota ma che ci dovè essere, poichè questo frate, sebbene nominato da tante e così gravi testimonianze e già carcerato, non fu menomamente travagliato. Da ultimo non potè nascondere che conosceva il Soldaniero e gli avea portata una lettera del Campanella, essendosi probabilmente persuaso che il Soldaniero, nel suo voltafaccia, avea dovuto rivelare e forse anche presentare questa lettera. Come ben si vede, egualmente da siffatto lato la deposizione di fra Pietro venne ad aggravare la condizione del Campanella, sebbene fosse stata condotta con una discrezione notevolissima. I Giudici non poterono essere soddisfatti, perchè si aspettavano da lui molto più, e manifestamente non a torto. Anche per noi, attese le qualità di fra Pietro, questa deposizione non può non avere una importanza grande, nè solo per quello che dice, ma anche per quello che non dice e lascia trasparire sufficientemente. Il Campanella aveva presagi di vicine mutazioni ed anche presagi grandiosi per la persona sua, insinuava l'utilità di armarsi, aveva molti aderenti e scriveva a fuorusciti per chiamarli a sè: questi grandi tratti bastano a chiarire la causa, e nella farragine di deposizioni d'ogni risma, trovandone taluna come questa, non sospetta, sopra di essa conviene fondarsi per avere una guida meno fallace nella intralciata quistione.

Poco ci tratterrà il giudizio sul valore delle rimanenti deposizioni. Il Bitonto, negativo in tutto, trovò una scusa per ogni interrogazione, ma una scusa tale da sfidare qualche volta la pazienza de' Giudici, e per tal modo non recò alcun vantaggio a sè nè agli altri. Il Pizzoni poi giunse solo a confermare quanto avea deposto, mentre pure sappiamo che voleva per lo meno emendate alcune cose e non vi riuscì; questo ci comprova che nella prima deposizione avea rivelato più del vero. Lo stesso va detto pel Petrolo, le cui emendazioni non mutarono sostanzialmente le cose, dovendosi tuttavia notare, che quella introdotta per ispiegare meglio la sua fuga venne troppo tardi per potere veramente scusar lui denigrando Maurizio. Del Lauriana poi, come del Soldaniero, è inutile occuparsi: con ogni probabilità essi non avrebbero nemmeno saputo ripetere tutte lo cose dette nella loro prima deposizione, laddove a qualche Giudice, e p. es. al Vescovo, fosse venuto in mente di esigerlo; intanto tutti costoro ribadivano le accuse, e le cause del Campanella riuscivano sempre peggiorate. Quanto al Pisano, egli, poco più o poco meno, ripetè sempre le solite cose, come lo abbiamo visto innanzi al Delegato del Vescovo di Gerace e poi innanzi allo Xarava, e come lo vedremo sul punto di essere giustiziato; tuttavia questa volta si mostrò risentito e vendicativo più del solito verso coloro i quali riteneva essere stati rivelatori delle cose sue, specialmente verso il Santacroce, oltre il Gagliardo. Tale sua costanza nelle deposizioni, mentre addimostrava che egli diceva il vero, riusciva aggravante massime per fra Dionisio e gli altri frati compreso il Campanella, sebbene anche questa volta egli avesse dichiarato un po' meno del vero le brevi relazioni avute direttamente con lui. Infine quanto al Caccìa, costui veramente aggiunse cose di eresia ed aggravò sempre più le condizioni del Campanella, di fra Dionisio e del Pizzoni: non ne conosceva molte, e ciò prova da una parte che non glie ne furono artificiosamente suggerite da alcuno quando trovavasi nelle carceri, e d'altra parte che in realtà non v'era ne' frati il proposito di seminare eresie, come fra Cornelio e i Giudici laici pretendevano; invece quelle poche che dichiarò, e il modo in cui disse di averle sapute, provano che se fra Dionisio ne parlava, ciò avveniva realmente perchè voleva, a modo suo, spiriti forti i soldati della futura ribellione, e se ne parlava il Campanella, ciò avveniva o perchè vi era condotto dalla necessità dietro certe dimande, o perchè alludeva a' principii religiosi che avrebbero avuto impero nel futuro Stato.

Pertanto una copia di questo processo, come veniva certamente spedita a Roma, così veniva anche rilasciata agli ufficiali Regii. Gli Atti esistenti in Firenze mostrano indubitabilmente tale compiacenza de' Giudici ecclesiastici, e fanno rilevare che questa copia rimase come allegato di tutto il processo di tentata ribellione, mentre la copia dell'Informazione presa da fra Cornelio e dal Visitatore era stata inserta nel 1.º volume de' processi medesimi[472]. Il Vescovo di Gerace verosimilmente chiuse gli occhi sopra una simile infrazione delle norme assolute del S.^to Officio e degli ordini formali di Roma, che intimavano diligenza e segretezza, come li chiuse certamente sopra gli esami fatti e le torture inflitte da' Giudici laici al Pisano e al Caccìa, mentre venivano riconosciuti clerici ne' quattro ordini sacri. Del resto avea chiusi gli occhi anche sulla mancanza di segretezza durante gli esami, per l'intervento degli ufficiali Regii e della loro gente armata, la qual cosa si fece sentire in modo non lieve a carico de' poveri inquisiti; giacchè non solo divennero sempre più diffuse le voci di congiura e di eresia, ma ne andarono per le piazze le più minute particolarità, e così in qualche altra Informazione, che si ebbe a prendere posteriormente, si trovarono generalizzate assai più di quanto era legittimamente imputabile agl'inquisiti. Vedremo tra poco che in una nuova Informazione commessa da Roma al Vescovo di Squillace, e presa in novembre e dicembre di questo stesso anno, si raccolsero molte e molte cose specialmente «de fama publica, de auditu incerto post carcerationem», e non si potrebbe dire con precisione quante ne avessero disseminate gl'inquisiti e quante i Giudici. Ma a' Giudici medesimi, segnatamente a quelli ecclesiastici, nocque non poco la loro sciagurata maniera di procedere: lo zelo eccessivo di fra Cornelio, secondato per lo meno dalla notevole acquiescenza del Visitatore, al contrario di ciò che costoro si attendevano, come ingenerò sospetto in Roma, così ingenerò disgusto e sospetto nel pubblico; il processo di eresia fatto in Napoli venne poi a rivelare le voci corse sul proposito, e gioverà qui riferirle. «Comunemente fra Cornelio e il Visitatore si tenevano Vescovi»; di fra Cornelio «dicevasi che lo volevano fare sin fino Arcivescovo di Toledo»! Era questa senza dubbio una caricatura, ma da essa si desume l'impressione che i procedimenti di fra Cornelio aveano destata: nè vale il dire che tali voci vennero messe innanzi dagl'inquisiti che aveano interesse di farlo, come fra Pietro di Stilo, il Petrolo, ed anche il Bitonto, il quale disse perfino di avere udito l'Avvocato fiscale assicurare fra Cornelio «che se li saria procurato un Vescovato»[473]; vedremo più tardi fra Cornelio, deluso e malcontento, recarsi da Napoli in Ispagna, ed il Nunzio risentirsene con vivacità, la qual cosa non potrebbe spiegarsi senza ritenere che le voci corse avessero davvero un fondamento. D'altra parte dicevano «alcuni preti in Hieraci, che fra Cornelio havea preso de li dinari da Misuracha acciò che andasse contra li monaci e facesse tutto il possibile contra di essi e questo per havere la taglia»; molti attestarono ancora avere udito dal padre del Pisano, ed egualmente dal Caccìa, che entrambi aveano dato danaro ed altre robe a fra Cornelio dietro promessa di farli rimettere al foro ecclesiastico, ed egli li avea traditi. Il Campanella medesimo raccolse poi queste voci e le addusse nelle sue Difese; ma per verità almeno quanto al Mesuraca, non occorreva l'opera di fra Cornelio e non era stata neanche bandita una taglia o premio per la cattura del Campanella; quanto poi al Pisano ed al Caccìa, la cosa potè esser vera, essendo avvenuto pure qualche altro fatto che pose in evidenza lo spirito di profitto di quel tristo frate. Il fatto fu questo. Allorchè l'opera sua era compiuta, e rimaneva soltanto che gl'inquisiti fossero tradotti a Napoli, egli cercò danaro da' conventi di Calabria sotto pretesto di sovvenire gl'inquisiti; il danaro fu sborsato, ma non giunse a coloro pe' quali era stato raccolto, e il Visitatore anche questa volta per lo meno lasciò fare. Il Vescovo di Termoli, Giudice dell'eresia in Napoli, volle poi informarsi di tale faccenda e scrisse a Roma intorno al Visitatore e a fra Cornelio in questi sensi: «la verità è che si fecero dar molti denari per provedere a questi carcerati, et non gli è stato provisto, mà frà Cornelio li hà spesi in venir à Roma, et si come intendo ne diede conto alli superiori in Calabria»[474].

Passiamo ora a narrare le ultime gesta dello Spinelli e dello Xarava in quelle sventurate provincie. Secondo gli ordini già dati dal Vicerè, essi dovevano far giustiziare quattro de' più colpevoli, ed inoltre anche Maurizio dopo di averne vagliata bene la causa, quindi tradurre tutti i rimanenti carcerati in Napoli. Ma, come il Vicerè medesimo fece sapere a Madrid con sua lettera del 20 ottobre[475], essendo i carcerati più di cento, e tra loro venticinque fuorusciti ed otto o dieci frati, a fine di risparmiare questo peso alle terre per le quali avrebbero dovuto passare, egli ordinò a D. Garzia di Toledo che con quattro galere, raccogliendo i soldati inviati a Lipari e ad altre parti, se ne venisse al Pizzo o a Scalèa e di là avvertisse lo Spinelli di recarsi con tutti i carcerati ad uno di que' posti, per imbarcarsi con loro nelle galere e tornarsene in Napoli; quivi giunti, egli diceva, «se ne vedranno le colpe e si procederà con loro come meglio convenga, procurando di esaminare radicalmente il fatto di questo negozio e quelli che vi si troveranno colpevoli». Sappiamo che le galere erano partite da Napoli il 10 8bre (ved. pag. 330), ma l'adempimento della loro commissione a Lipari e poi il mare procelloso furono cagione di tanto ritardo, che gli ordini del Vicerè si poterono eseguire solamente ai primi di novembre. Da' folii del processo finora noti non apparisce che in tutto questo tempo si fossero fatti altri esami di qualche importanza: ma bisogna sempre ricordarsi che la massa de' sunti a noi pervenuti è solo quella che direttamente o indirettamente riguarda gl'inquisiti ecclesiastici, e mentre da una parte si trova ancora in que' sunti qualche cosa di siffatto genere, d'altra parte sappiamo che vi furono perfino altri laici «convinti e confessi» e poi giustiziati nel porto di Napoli; riesce quindi manifesto che fino all'ultimo momento la persecuzione continuò e il tribunale non cessò mai di funzionare. Noi abbiamo cercato di raccogliere in un elenco i nomi di tutti coloro i quali si trovano citati in ogni maniera di documenti, e massime ne' processi, come carcerati o perseguitati per la causa del Campanella: i lettori lo troveranno in una delle Illustrazioni annesse a' Documenti e potranno prender conoscenza di questi nomi[476]. Qui ne menzioneremo appena taluni, che non abbiamo ancora avuta occasione di citare e che poi vedremo emergere nel corso degli avvenimenti; p. es. Francesco Antonio di Oliviero di Nicastro, che il Campanella nelle carceri di Napoli segretamente ebbe a compiangere perchè del tutto estraneo a que' maneggi[477]; Marco Antonio Giovino (corrottamente Ingioino) di Catanzaro, a' cui fratelli venne poi imputata l'uccisione del fratello del Biblia per vendetta[478]. Ma principalmente dobbiamo menzionare taluni catturati da Giulio Soldaniero e Valerio Bruno, i quali, dopo di aver consegnato Gio. Tommaso Caccìa, continuarono in siffatti servizii e si meritarono poi l'indulto consegnando «in Gerace» Gio. Battista Bonazza alias Cosentino di Nicastro, Fabio Furci, Scipio lo Jacono, Cola Politi, Conte Jannello, Marcello Barberi, tutti di Tropea, ed Orazio Paparotta (o forse meglio Paparatto) di Nicotera. I nomi di costoro con la qualità di «forasciti et rebelli» si leggono appunto nell'indulto concesso dallo Spinelli al Soldaniero e al Bruno, ed i primi tre, il Bonazza, il Furci e il Lo Jacono son detti «confessati in tortura et condennati a morte», gli altri son detti «carcerati in questo tribunale per tormentarli»[479]. Sul Bonazza noi abbiamo rinvenuto nel Grande Archivio documenti i quali mostrano essere stato già prima del 1599 catturato e condannato a morte e poi mandato alle galere per omicidio[480]; bisogna perciò dire che in quest'anno fosse evaso ed ascritto tra' congiurati siccome anche il Pizzoni attestò; per fermo le parole dell'indulto non lasciano dubbio circa la nuova imputazione fatta a lui ed a' suoi compagni e dànno il modo d'interpetrare i nomi e la condizione di almeno tre su' quattro individui che vennero più tardi impiccati sulle galere in vista di Napoli come ribelli, senza essersene saputo mai altro. I processi ecclesiastici fanno anche conoscere per incidente come e dove il Bonazza e i suoi compagni furono presi: essi erano rifugiati nel convento di S. Francesco di Paola di Tropea e vennero assediati dal Soldaniero con la sua comitiva, ed anche da un Camillo di Fiore con un'altra comitiva; costoro promisero che catturando que' rifugiati li avrebbero consegnati nelle carceri Vescovili, ed invece, burlando il Vicario, li tradussero a Monteleone e poi a Gerace nelle mani dello Spinelli, onde il Vescovo di Tropea ebbe a scomunicarli[481].

Come pe' laici, egualmente per gli ecclesiastici continuarono le catture e si prese anche qualche Informazione, ma sempre d'ordine dello Spinelli; e da questo lato abbiamo notizie incomparabilmente più complete, fornendole gli Atti esistenti in Firenze ed inoltre i Preliminari del processo di eresia fatto in Napoli. Mentre il tribunale ecclesiastico funzionava in Gerace, il 13 ottobre fu catturato fra Francesco di Tiriolo Domenicano, essendogli stata trovata una licenza per andare in Candia e Venezia, una carta scritta in turco e certe lettere nelle quali si diceva dover lui andare in Turchia per fare un riscatto; lo prese il Capitano Manfusio nel convento di Cutro[482]. Verso il 18 ottobre fu catturato D. Gio. Battista Cortese clerico del Casale di Pimeni in casa di Gio. Vincenzo Camarda, ed inoltre D. Gio. Andrea Milano sacerdote di Filogasi, mentre si ritirava nella sua abitazione; si ricorderà che entrambi erano stati nominati nella lettera scritta dal Crispo a Geronimo Camarda e caduta nelle mani del fisco[483]. Il 20 ottobre fu catturato anche D. Marco Petrolo di Stignano, quel buon sacerdote che dopo aver dato ricetto al Campanella lo denunziò; un Ferrante de Sanctis napoletano lo prese di notte in casa del cognato[484]. Verso il 23 ottobre fu catturato D. Colafrancesco Santaguida di S.^ta Caterina sacerdote, mentre assisteva a certe lezioni; lo prese Gio. Battista Carlino Commissionato dello Spinelli, perchè quattro testimoni deposero esser lui andato in giugno sulle galere turche e statovi circa un'ora in compagnia di diversi altri, fra' quali i due clerici Giovanni Ursetta e Valentino Samà della stessa terra, e costoro furono egualmente catturati[485]. E fino all'ultimo momento, quando i prigioni erano sul punto d'imbarcarsi al Pizzo, fu ricordato D. Domenico Pulerà che abbiamo visto altrove denunziante di fra Pietro Musso: era sacerdote di Pimeni e stava a Filogasi presso il Vescovo di Mileto; lo Spinelli credè bene di chiamarlo al Pizzo e farlo imbarcare egualmente[486]. Aggiungeremo che fu unito agli altri anche un Giulio di Arena, clerico coniugato di Maierato, il quale fu preso dal Governatore del Pizzo e condotto sulle galere, onde si trovò poi nella lista degli ecclesiastici prigioni, senza che apparisca alcun altro provvedimento per lui[487]: le nostre ricerche nell'Archivio di Stato ci hanno fatto trovare un documento, il quale mostra che questo clerico veniva richiesto da Napoli per altri delitti[488]. Aggiungeremo ancora che il 31 ottobre, se pure non è uno sbaglio del Mastrodatti nella indicazione del mese, fu presa una Informazione a Stilo dall'Auditore De Lega intorno alle relazioni tra Giulio Contestabile, il Campanella ed altri[489]: dodici testimoni, tra' quali due donne, attestarono più o meno l'amicizia del Campanella con Giulio e col Di Francesco, con Marcantonio Contestabile, col Caccìa ed altri fuorusciti, col Vua e col Prestinace che si erano assentati; taluno affermò pure che il Di Francesco una volta avea dimandato uno spirito familiare al Campanella e costui rispose che non ne sapeva niente; altri affermarono di più che il Di Francesco e il Campanella avevano insieme mangiato carne in giorni proibiti! Ciò mostra che oramai tra le popolazioni le notizie dell'ordine temporale e dello spirituale correvano congiunte in guisa, che pure i Giudici laici avevano a raccogliere da persone indifferenti fatti dell'una e dell'altra categoria.