Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 44
Dopo il Pisano potè forse essere esaminato qualche altro testimone di nessuna importanza, come un Domenico Messina, ed ancora Giuseppe Grillo, il quale fece del pari una deposizione insignificante[429]; poichè disse solo aver conosciuto fra Dionisio in Oppido, quando vi andò a vedere suo fratello Ferrante, e poi averlo accompagnato, due giorni dopo, a Condeianni, di dove, unitamente col Bitonto, col Jatrinoli e col Pisano, venne ad alloggiare per una sera in una casa di Gio. Alfonso suo padre, e l'indomani se ne partirono e non li vide più. Ma per certo le confronte del Pisano con altri, e gl'importanti esami di Gio. Tommaso Caccìa, che dalla numerazione de' folii del processo risultano al sèguito di quelli finora narrati, non si fecero in Squillace: lo attestò più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia, fra Domenico Petrolo, il quale disse che il Caccìa «in Squillaci non fù essaminato... et in hieraci hebbe la corda»[430]; ciò che del resto si spiega con l'incidente della mancanza del Mastrodatti, e con l'ordine dello Spinelli che si cominciasse a far giustizia e che il tribunale si trasferisse a Gerace. Vi fu dunque una temporanea sospensione dello svolgimento del processo, durante la quale si ebbe l'esecuzione di Claudio Crispo e Cesare Mileri, che conosciamo mercè una relazione dello Xarava, ed ancora la tanto aspettata cattura di fra Dionisio, di Maurizio, di Gio. Battista Vitale ed un altro, che conosciamo mercè una lettera di Gio. Geronimo Morano; questi due documenti, da noi rinvenuti in Simancas, ci pongono in grado di esporre i fatti anzidetti in tutti i loro particolari. — Lo Xarava, ottenuta dal Pisano quella deposizione infarcita di eresia, ebbe cura d'inviarne copia al Vicerè per trarre profitto di tale circostanza, come già altra volta lo Spinelli avea fatto: esagerando ogni cosa fuor di misura, egli voleva indurre il Vicerè ad ottenere senz'altro da Roma la licenza di proseguire in Calabria il processo contro gli ecclesiastici, ed è notevole l'accanimento che in tale occasione mostrava contro il Campanella[431]. «Tra gli altri, egli scriveva, che hanno confessato il trattato e congiura di ribellarsi contro il Re nostro Signore, uno che si chiama Cesare Pisano, gentiluomo della terra di S. Giorgio, ha deposto le eresie che V. E. potrà comandare di vedere con la copia del capitolo della sua confessione che va con questa; il quale capitolo mi è sembrato d'inviare a V. E. perchè possa considerare il danno che questo maledetto eresiarca del Campanella deve aver fatto in queste provincie, avendo contaminata la maggior parte della gente di esse con la sua abominevole e falsa dottrina, che secondo confidava di trarre ad esecuzione il suo dannato intento, come già avea concertato con la venuta dell'armata, è segno certo che tenea molti a sua devozione i quali seguivano la sua falsa setta, perchè essendo uomo di tanto pellegrina intelligenza, siccome mostra, non può immaginarsi che si mettesse a tentare un'impresa tanto ardua senza sufficiente fondamento di aiuto, e tale da potergli assicurare il successo che si prometteva e dava ad intendere a tutti; e per potere scovrire queste cose e sradicare e gastigare coloro che sono incorsi in simili errori contro Dio e S. M.^tà, non potendosi farlo interamente senza il braccio di S. S.^tà, per esservi in mezzo tanti ecclesiastici che sono gli autori da' quali si debbono sapere gli altri, potrà V. E. comandare che si prenda l'espediente che meglio le sembrerà convenire». Ma S. E. avea preso l'espediente, fin da che lo Spinelli glie ne avea scritto altra volta, e non avea potuto ottenere da Roma quanto si desiderava.
Il 27 settembre si fecero le prime esecuzioni capitali in persona di Claudio Crispo e Cesare Mileri, e per dare l'esempio in più largo teatro, si fecero in Catanzaro. La relazione medesima dello Xarava, scritta il giorno dopo, ne dà le notizie autentiche, e solamente tace i nomi de' giustiziati: ma oltrechè non ci sarebbero altri cui poter riferire quelle esecuzioni, i nomi suddetti emergono anche da testimonianze raccolte nel processo di eresia; d'altronde li cita con tutta esattezza una lettera del Residente Veneto[432], la quale fornisce anche particolari molto precisi comunque incompiuti, mentre due lettere dell'Agente di Toscana accennano il fatto senza nomi e senza troppi particolari[433]. «Si è cominciato, scriveva lo Xarava il 28, a far giustizia di questi carcerati con la dimostrazione che il delitto richiede, essendosi ieri mandato a eseguire quella di due in Catanzaro: furono condannati ad essere arrotati, tanagliati e strozzati in mezzo alla piazza, e ad esser quivi appiccati per un piede, a dopo 24 ore a essere fatti in quarti e poste le loro teste in una gabbia sopra la porta principale della città col titolo de' loro nomi e del delitto, inoltre ad avere diroccate le loro case e confiscati i loro beni». Tutte queste circostanze ed in ispecie le ultime sono degne di nota. Il Campanella, nell'Informazione, scrisse che «nullo fu condannato per ribello veramente, non confiscandosi beni, nè spianandosi le case loro», ma pur troppo non fu così: scrisse inoltre, nella Narrazione, che «dui morti in Catanzaro da Xarava si ritrattaro» e da questo lato, senza parlare della contradizione coll'altro asserto, dobbiamo dire che vi fu realmente qualche cosa di simile, difatti più tardi in Napoli, nel processo dì eresia, il Barone di Cropani e il Di Francesco attestarono che que' disgraziati, con altissime grida, dicevano aver confessato la ribellione per forza di tormento e persuasione dello Xarava[434]. Noi abbiamo a suo tempo fatto osservare che ciascuno di loro avea dovuto confessare più cose che non gli costavano, l'uno pe' tormenti, l'altro per le persuasioni dell'interrogante, e però potea bene spiegarsi una loro consecutiva ritrattazione, bensì parziale: ma del resto l'orribile strazio che si fece di loro dovè farli gridare pur troppo, e forse dire di non sentirsi colpevoli di ribellione, non potendo nemmeno capacitarsi che un disegno delittuoso si dovesse punire come un delitto consumato. Intanto essi morivano entrambi nel modo più atroce, mentre c'era anche una sensibile differenza nel grado della loro colpa. Il Crispo lasciava un fratello giovanetto ed il padre, Ferrante; il Mileri lasciava due sorelle fanciulle senza alcuno appoggio, e nell'Archivio di Stato abbiamo rinvenuto un documento che ne attesta la misera fine[435].
IV. Compiute le due prime esecuzioni, il tribunale venne trasferito a Gerace, dove lo Spinelli avea determinato di far residenza per ragioni che tra poco ci saranno chiare, ingiungendo allo Xarava che vi si recasse. Il giorno 29 lo Xarava partì per quella città «con tutti i carcerati», tra' quali Cesare Pisano che dovea confrontarsi con altri detenuti appunto in Gerace; ma quivi occorse pure aspettare l'arrivo di un altro Mastrodatti capace di servire all'ufficio, che lo Xarava avea mandato a chiamare. Vi fu dunque un trasporto di tutti i carcerati, durante il quale i frati poterono vedersi ma non mettersi in relazione tra loro, e si ebbe in sèguito dal Petrolo, nel tribunale per l'eresia, la notizia di un fatto del Campanella avvenuto in tale occasione. Solevano i prigioni tradursi a coppie, «ligati a mano a mano con una corda» formando una catena: una squadra di armati li accompagnava, e il capo di squadra era allora uno spagnuolo. Costui marciando a cavallo dovè dirigere al Campanella qualche parola discorrendogli di morte: il Campanella filosoficamente gli disse che non v'era morte, ma mutazione di essere; il Petrolo, che veniva dietro di lui, udì quelle parole e poi le ripetè, confessando di non saper bene «come lui l'accomodasse»[436].
Scorsi pochi giorni, venne la notizia che fra Dionisio, Maurizio e Gio. Battista Vitale, erano stati presi: il 30 settembre Gio. Geronimo Morano, con una sua lettera da Monopoli, l'annunziava al Vicerè in Napoli e naturalmente anche allo Spinelli in Calabria[437]. Il Morano scriveva che partitosi di Cosenza in traccia di Maurizio e del cognato di lui con due altri compagni, caminando giorno e notte e tenendo sempre nuove fresche, avea preso fra Dionisio in Monopoli[438]; poi, continuando sempre sulla traccia di Maurizio, avea preso in Nardò un Gio. Ludovico Todesco, ed avea quivi saputo che Maurizio si era imbarcato a Brindisi sopra una Marsigliana comandata da Francesco Maresca per recarsi a Venezia; avendolo seguìto per terra ed avendo saputo che la Marsigliana dovea caricare olio a Monopoli, erasi quivi diretto ed avea trovata la nave ancorata a due miglia dalla città, non permettendo il mare procelloso nè che la nave si potesse avvicinare, nè che la gente potesse montare a bordo. Il 30, calmatosi il mare, il Governatore di Nardò Agostino di Guardisciola ed il Giudice Stefano Garonfalo, con due feluche, si spinsero verso la Marsigliana, presero Maurizio e il Vitale e li consegnarono al Morano. Costui, il giorno dopo, traduceva tutti que' prigioni in Calabria a Carlo Spinelli. Dandone l'annunzio al Vicerè, egli scrivea: «riceva V. E. l'animo con che l'ho servito, et non haria sparagnato la vita per condurre infine questo servigio, come farò in ogni altra occasione del servitio di sua Maestà et di V. E.». — Adunque Maurizio avea saputo sfuggire a' suoi persecutori, traversando nientemeno che le provincie di Basilicata, Bari e terra d'Otranto, in compagnia di fra Dionisio, Gio. Battista Vitale e un Gio. Ludovico Todesco, il quale ultimo vedesi soltanto qui nominato, e mostra bene esserci rimasto ignoto un certo numero di congiurati anche d'importanza; se il braccio del Governo, aiutato anche dalla fortuna di mare, finì per raggiungerlo, ciò non toglie nulla alla destrezza che egli seppe mostrare. D'altra parte tutto ciò conferma abbastanza aver lui veramente avuto in animo di salvare il Campanella, quando si diede a corrergli dietro fin oltre Stignano; poichè se si fosse proposto di guadagnare l'indulto col sacrificio di un complice, potea bene sacrificare fra Dionisio, che agli occhi del Governo avea quasi lo stesso valore del Campanella. Si vede pertanto come erri il Giannone nell'affermare che «alcuni spensierati furono presi senza contrasto, fra' quali fu Maurizio di Rinaldo»; non saprebbe dirsi per quale fatalità la nobile figura di Maurizio abbia dovuto rimanere falsata da tutti i lati. Conosciamo poi che fra Dionisio era vestito da secolare, avendo fin dalla notte del 3 settembre, nel fuggire da Pizzoni, deposta la tonaca fratesca; ma gli Atti conservati in Firenze fanno sapere di più, che avea preso il nome di D. Pietro Antonio Grasso e si era munito di una fede di sanità della città di Lecce[439]; quest'ultima circostanza mostrerebbe che i fuggiaschi avessero dovuto percorrere tutta la terra d'Otranto per trovare un imbarco. Aggiungiamo che i principali armigeri di Gio. Geronimo Morano, nella persecuzione e cattura di que' fuggiaschi, doverono essere Aurelio Biase e Giuseppe Pascalone, giacchè essi vennero poi a deporre col Morano segnatamente sulla cattura di fra Dionisio. Aggiungiamo ancora un altro fatto avvenuto a fra Dionisio nel suo arrivo in Calabria, siccome egli medesimo ebbe poi a narrarlo in Napoli nel tribunale per l'eresia: mentre veniva tradotto a Gerace, passando per Cosenza, il Governatore, che era in quel tempo D. Francesco de Regina Conte di Macchia, ebbe curiosità di vederlo e di dimandargli se era della setta del Campanella e se credeva che la fornicazione fosse peccato, giacchè il Campanella riteneva che non lo fosse; ed egli si fece a smentire così l'esistenza della setta, come la credenza falsamente attribuita al Campanella[440].
Il Vicerè, con sue lettere del 4 e dell'8 ottobre, inviò subito a Madrid la relazione del Morano e quella dello Xarava[441]. — Nel partecipare la notizia dell'importante cattura di Maurizio e compagni «capi della congiura di Calabria», fece anche conoscere come fin dal 28 settembre era stato da lui ordinato allo Spinelli che, dopo giustiziati quattro de' più colpevoli, inviasse tutti gli altri in Napoli a buon ricapito, avendo voluto che fossero quivi tradotti a fine d'investigar bene le loro colpe e quivi gastigarli; e però nel giorno precedente avea scritto che, vagliata bene la causa di Maurizio de Rinaldis, facesse giustizia anche di lui, ed inviasse in Napoli gli altri con tutti i rimanenti incolpati. — Nel partecipare poi l'esecuzione già avvenuta de' due «trovati colpevoli nella congiura che andavano fomentando», inviò pure l'ultima dichiarazione di Cesare Pisano, e nel tempo medesimo la copia dell'Informazione presa dal Visitatore contro il Campanella (questa era rimasta in Napoli fin allora), per mostrare a S. M.^tà ciò che essi andavano disseminando pel paese, e ripetè che aveva ordinato l'invio di tutti i carcerati, per investigare molto radicalmente tale negozio, e dare il gastigo che conveniva.
Si scrisse allora finalmente una lettera da Madrid, in risposta ad otto lettere Vicereali, cioè a dire in risposta a tutte le lettere che erano state mandate intorno alla congiura: ne abbiamo rinvenuta in Simancas la minuta senza data, ma questa si può facilmente desumere, leggendovisi che l'ultima lettera ricevuta era quella del 4 ottobre[442]. In essa S. M.^tà si sbaglia sul nome del Campanella che chiama Matteo, ma con solenne gravità si compiace che la congiura sia stata scoverta, approva le misure prese, ringrazia la divina Provvidenza e rinforza gli ordini di rigore verso gli incolpati. «Ho gradito molto, egli dice, essere stata (la congiura) scoverta così a tempo, che voi abbiate potuto arrestare, come lo faceste, mercè la prevenzione e i così buoni rimedii, come li applicaste, i danni che poteano seguire dal rimanere celata più a lungo; a Dio si debbono grazie di tutto, e fu molto savio dar conto a S. S.^tà del negozio e del trovarsi alcuni ecclesiastici colpevoli e indiziati in questi delitti, perchè con sua autorizzazione e commissione poteste procedere contro di loro, come lo faceste, e l'avere ordinato che si esegua la giustizia de' quattro più colpevoli in questo delitto, come lo sarà, e così ve ne dò incarico e comando, che ordiniate di procedersi contro gli altri i quali appariranno di esserlo, con un rigore che la gravezza de' loro delitti merita; ma con un certo intervallo, per dar tempo che si scovrano i rimanenti complici che in que' delitti si abbiano, e si sradichi ad un tempo questa mala semente di eresia e ribellione, procurando di sapere con particolarità se abbiano tenuto qualche intelligenza con Cicala, e se sieno compresi in essa quegl'individui che nel principio i carcerati nominavano, de' quali, e nemmeno di alcuno di loro, non si è visto finora che siasi proceduto all'arresto». Era dunque un disappunto per S. M.^tà che qualche Vescovo o qualche Nobile di alto rango non si trovasse già nelle mani del fisco; d'altra parte non obbliava i denunzianti e conchiudeva: «A Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia, che avvisaste essere coloro i quali scovrirono la congiura di questa gente, darò ricompensa come voi glie la offriste per tale servizio, ed è giusto che si dimandi, e perchè si agisca più oculatamente, mi avviserete con brevità di ciò che si potrà fare per loro; e di mano in mano mi riferirete con particolarità ciò che si andrà facendo in questo negozio, che per essere della qualità che è, conviene saperlo». Dopo tutto ciò si potrà ancora gridare contro la crudeltà dello Xarava e dello Spinelli, ma si dovrà convenire che costoro interpetrarono perfettamente le intenzioni non solo del Vicerè ma anche del Re.
Aggiungiamo qui le notizie sulle cose di Calabria, che al momento cui siamo pervenuti l'Agente di Toscana, e il Residente Veneto trasmettevano a' loro Governi[443]. — L'Agente di Toscana, nel partecipare che due prigioni erano stati tanagliati e strozzati con titolo di ribellione, faceva anche sapere essere partite quattro galere per levare il Card.^l Guevara[444], e quattro altre partire allora per Lipari e Calabria (10 ottobre), a fine di mutare le compagnie spagnuole; aggiungeva che forse con esse sarebbero venuti in Napoli i prigioni della congiura calabrese. Poco dopo annunziava essersi congratulato col Vicerè, da parte della Serenissima Casa di Toscana, per la scoverta e la repressione della congiura (12 ottobre), aggiungendo che il Vicerè gli avea dato conto dell'esecuzione fatta e del trovarsi carcerati più di cento, tra' quali otto frati col Campanella; inoltre faceva sapere il richiamo dello Spinelli, a suo avviso insieme co' prigioni, e la commissione di formare i processi da affidarsi a' dottori. — Il Residente Veneto, giusta il suo costume, partecipava le notizie raccolte da ogni maniera di fonte. Erano usciti in campagna circa 200 calabresi tra colpevoli e intimoriti, essendosi trovati molti disposti per la libertà di coscienza, con la quale il Campanella disegnava allettare gli animi. Un Maurizio de Rinaldis, dapprima uomo d'arme in servizio del Re, poi contumace per omicidii, favorevole alla ribellione ed anche all'eresia, insieme con un fra Dionisio Ponzio si era ritirato nelle montagne di Cosenza, mettendosi a capo de' fuorusciti, e si temeva che avrebbe potuto là mantenersi a lungo (29 settembre e 5 ottobre). Il Vicerè che avea già in animo di mandare suo figlio in Calabria, ne era dissuaso dal Consiglio per la poca età di lui e la gravità del negozio, e andrebbe il Presidente Montoya per le cose di giustizia e un D. Alonso Rosa per le cose di campagna (confusione di nomi e di fatti). Alcuni calabresi, mandati dalla Corte contro i fuorusciti, li avevano combattuti «con spararsi reciprocamente senza balla» (voci popolari). Intanto era venuta nuova certa che Maurizio e il Ponzio erano stati «ritenti in una filucca 16 miglia in mare per opera di loro particolari nemici a' quali furono promessi gran premii», onde gli animi si erano sollevati. S. S.^tà avea fatto spedire un Breve al Nunzio, perchè i religiosi colpevoli potessero venire puniti anche nella vita in Napoli, ma formandosi i processi coll'assistenza de' ministri ecclesiastici. Tutti i prigioni sarebbero quanto prima tradotti in Napoli, ed intanto erano stati giustiziati alcuni laici in Catanzaro i quali avevano dichiarato Signori e cittadini napoletani essere partecipi di quella congiura «senza haver saputo però nominare alcuno, il che perturbò assai in generale questa città». Più tardi (12 ottobre), specificava i nomi de' due giustiziati, Crispo e Mileri, e il genere del loro supplizio, «perchè con Mauritio Rinaldo, anch'esso retento, mandarono un prete a Costantinopoli a trattar col Cigala» (voci popolari). Inoltre indicava il numero de' prigioni, riducendoli a 60, al di sotto del vero, «la maggior parte huomini di qualche conto, essendo anco fra essi alcuni baroni», con la voce che nella famosa fiera del 18 ottobre in Monteleone se ne sarebbero giustiziati alcuni, e gli altri, insieme con gli ecclesiastici, sarebbero venuti a Napoli. Infine annunziava che il Lauro e il Biblia, rivelanti della congiura, erano già in Napoli, «ricercando ricognitione tale che possano vivere sicuri delle insidie dei parenti numerosissimi degli imputati». — Come si vede, tra molte stramberie, non mancano qui notizie degne di nota: è facile scorgerle, ma sopra due di esse dobbiamo richiamare l'attenzione e fare qualche commento. In primo luogo dobbiamo notare che in Napoli, a' 5 di ottobre, gli animi erano perturbati a motivo dell'affermata partecipazione di Signori e cittadini napoletani nella congiura, senza che se ne sapessero i nomi: ciò mostra che il Vicerè non solo non avea seguito l'avviso dello Spinelli di carcerare alcuni di costoro, ma non avea neanche fatto trapelarne i nomi. In secondo luogo dobbiamo notare che il Vicerè volea mandare suo figlio in Calabria e poi ci mandò il Montoya siccome è attestato pure dal Residente in un'altra sua lettera anteriore[445], nella quale dice che il Vicerè volea mandare suo figlio con due de' Consiglieri primarii del Governo: forse intendeva mandarlo come Governatore in luogo del De Roxas, ma poi se ne astenne per riguardo a Carlo Spinelli; e quanto al Montoya, vedremo che egli andò difatti a Catanzaro per commissioni speciali, ma alquanto più tardi, segnatamente per l'omicidio di Marco Antonio Biblia fratello di Gio. Battista, pugnalato in odio di costui che aveva rivelata la congiura[446].
Intanto lo Xarava, provvedutosi del nuovo Mastrodatti, ripigliava il corso del processo e delle torture in Gerace. Egli dovè dapprima far le confronte di Cesare Pisano col Gagliardo, Santacroce, Marrapodi, Adimari, e un po' più tardi col Conia, siccome trovasi disegnato nella citata sua relazione, e fino ad un certo punto può desumersi ancora dalla numerazione de' folii del processo, la quale al sèguito delle deposizioni sopra riferite mostra una grossa lacuna, appena occupata da un «nuovo esame» del Santacroce[447]. Questa lacuna si spiega assai bene col fatto che le confronte, i nuovi esami ed anche le torture non diedero risultamenti degni di nota. Certo è che Felice Gagliardo ebbe la tortura e «si vide in pericolo di morte a Jeraci», poi ebbe «una seconda corda a Napoli et hebbe a morire», e queste prime torture furono «crodelissime, con funicelle, acqua freda e bastonate, et non confessò»; in tal guisa si espresse egli medesimo innanzi a' Delegati del S.^to Officio, sul punto di essere giustiziato, varii anni dopo[448]. Certo è pure che Gio. Angelo Marrapodi «hebbe la corda a hierace»; lo dichiarò nel processo di eresia in Napoli un suo figliuolo giovanetto, che lo seguì pe' diversi luoghi in cui stiè carcerato, vivendo col fare qualche servigio a taluni de' frati egualmente carcerati[449]. Infine è indubitato che Geronimo Conia fu sottoposto egli pure ad un nuovo esame e alla tortura, ma un po' più tardi, dopo l'esame e la tortura del Caccìa; e di costui sappiamo con sicurezza essere stato esaminato e torturato in Gerace, poichè, nel processo di eresia fatto in Napoli, si ha una deposizione del Petrolo, il quale esplicitamente attesta che il Caccìa «à Squillace non fù essaminato... et à hieraci hebbe la corda». Come dicevamo, nè da' nuovi esami nè dalle torture doverono ottenersi risultamenti degni di nota; e però di alcuni di questi Atti non si ebbe a fare alcuna menzione ne' Riassunti degl'indizii, di altri, come quelli del Santacroce e del Conia, si riportò un piccolo brano che in realtà non ci apprende nulla di nuovo[450].