Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 42

Chapter 423,343 wordsPublic domain

Per finirla intorno a quest'incidente dell'armata turca, aggiungiamo essere in sèguito pervenuto al Viceré avviso da Corfù[406], che il giorno 21 l'armata trovavasi di ritorno in Turchia a 30 miglia da quell'isola, e poi ancora un nuovo avviso[407] che il 24 se ne trovava a 6 miglia, ed avendo là riscosso il donativo solito a darlesi si era diretta a Costantinopoli, dicendogli pure che il Cicala stava molto confuso del poco effetto avuto in Calabria e dell'essere stato trattato tanto male nella fossa di S. Giovanni. — Ma lasciando da parte questa pretesa confusione per una scaramuccia cui la vanità spagnuola dava tanta importanza, gioverà piuttosto cercare d'intendere come mai il Cicala avesse abbandonata così presto la partita in Calabria. Forse egli potè dapprima sospettare qualche inganno, non vedendo dalla costa alcuna corrispondenza a' segnali fatti quando giunse alla marina di Stilo; ma con la venuta delle due feluche alla fossa di S. Giovanni dovè conoscere il vero stato delle cose, la congiura scoverta, i congiurati presi o fuggiaschi, tutta la costa guernita di milizie, come ebbe pure a sperimentare con la scaramuccia avvenuta; ed allora dovè riflettere che l'opera sua sarebbe stata oramai non soltanto inutile ma dannosa, non potendo riuscire che ad una strage massimamente degl'infelici già presi. Il Campanella, nella sua Narrazione, dichiarando falsissima la venuta de' turchi d'accordo co' congiurati, mentre nella Dichiarazione avea pur troppo manifestato il contrario, scrisse che «ogni anno solean venir a far preda con l'armata e quell'anno non vennero, o non sbarcaro, come doveano s'era vero; e fu miracolo divino, perchè haveano ordinato in Squillaci di strangular tutti li carcerati se li Turchi sbarcavano in terra». Non sappiamo veramente che quest'ordine vi sia stato, ma siamo inclinati a crederlo; solamente, senza fare intervenire il miracolo divino, ci pare che si possa bene ammettere la previdenza del Cicala. E vogliamo anche rettificare qui ciò che fu scritto dal Sagredo, il quale, oltre all'aver riferito inesattamente le trattative fatte da' congiurati co' turchi e la feroce repressione della congiura secondo le voci erronee che ne corsero a quel tempo, lasciandosi benanche trasportare da una certa antipatia verso il Cicala perchè nemico di Venezia, asserì che costui «sotto pretesto d'haver trovato ben munite le marine negò l'appoggio a' ribelli... e fu al suo ritorno a Costantinopoli di ciò aggravato». Le nostre ricerche nell'Archivio Veneto ci hanno invece fatto vedere che la Porta non seppe nulla della congiura e dell'appoggio che il Cicala avrebbe dovuto darle, onde non gli si ebbe a movere alcun rimprovero per la sua condotta verso i congiurati calabresi; ma che veramente egli non avea recata «nessuna sodisfattione con la sua uscita di quest'anno», onde si sparse la voce che gli sarebbe stato tolto l'ufficio di Capitano del mare, la qual cosa poi non si verificò[408].

Ma è tempo oramai di vedere l'atteggiamento del Vicerè dietro le relazioni successivamente avute. Non appena gli fu partecipato che il Campanella era prigione, con la circostanza che nella sua fuga non avea presa la via di Roma, egli ne mandò subito la notizia a Madrid, insieme con la lettera dello Spinelli e la lista degl'individui catturati fino a quel momento[409]. Compiaciuto che tra costoro vi fosse il Campanella «principale promotore di quella rivolta», con un compagno suo e dippiù con due altri frati dello stesso ordine, diceva essere stata gran fortuna l'aver preso il «capo di quella macchinazione» il quale l'avrebbe fatta conoscere interamente; e mostravasi egli pure persuaso, che dalla via nella quale si era messo il Campanella con la sua compagnia si scorgeva «quanto grande vigliaccheria era stata il mettere il Papa in quel ballo», poichè se ci avesse avuta qualche cosa, sarebbe andato a Roma e non già in Turchia, dove gli dicevano che si era diretto. Ma non ci è noto che avesse adottato il consiglio dello Spinelli di far carcerare in Napoli Mario del Tufo e di richiedere a Roma il Marchese di S.^to Lucido; abbiamo invece ogni motivo di ritenere che non se ne fosse curato, giacchè per lo meno il Residente Veneto non avrebbe mancato di darne notizia. In sèguito, avendogli lo Spinelli mandato copia della Dichiarazione di fra Tommaso, col parere che si venisse subito a tortura ne' frati in Calabria, siccome altra volta si era fatto in materia di eresia, il Vicerè ne scrisse subito al Duca di Sessa e a D. Alonso Manrrique e partecipò tutto, comprese la copia della Dichiarazione del Campanella e la lettera dello Spinelli, a Madrid[410]. Ordinò di procurare da S. S.^tà che rimettesse a lui il gastigo de' frati di Calabria, «i quali non solo erano traditori, sibbene anche i maggiori eretici che si fossero mai visti»; e bisogna dire che egli si lusingasse troppo di avere ammaliata la Curia Pontificia con le sue proteste di devozione e di tenerezza, per poterle dirigere una dimanda simile. Inviando poi la Dichiarazione del Campanella a Madrid, mostrava di credere aversi proprio per quella a vedere come, nel modo che teneva, rivelasse con parole equivoche di essere eretico! E aggiungeva che «gli dicevano esser cosa orrenda le eresie le quali gli si provavano in un'Informazione presa _coll'intervento_ del Visitatore del suo ordine», e che «grazie a Dio era stato impedito a tempo». Infine esprimeva il suo parere che il Cicala per questa volta se ne tornerebbe con la gola al posto suo, senza essere signore di Calabria come si pensava, se pure non cercasse d'investire qualche terra marittima, ciò che intendeva poter recare poco danno secondochè Carlo Spinelli gli avea scritto. Contemporaneamente, mercè un'altra lettera della stessa data, si faceva a raccomandare Lauro e Biblia, i quali continuavano a reclamare la ricompensa, e, come ci mostra il Carteggio Veneto, qualche settimana dopo si ricoverarono in Napoli[411]. Egli avea loro assicurato che S. M.^tà avrebbe data una ricompensa corrispondente al servizio fatto, ed essi allora gli scrivevano di supplicare S. M.^tà che deliberasse di dar loro la ricompensa, giacchè per suo Real servizio aveano rinnegato i loro parenti ed amici, e si vedevano nella impossibilità di vivere in quella terra; e così egli supplicava S. M.^tà dicendo che per certo meritavano una ricompensa, ma aggiungendo che avrebbe cercato di sapere da loro cosa pretendessero e ne avrebbe dato conto (ottimo modo per pigliar tempo e mostrarsi zelante così con quegli scellerati come con S. M.^tà). Ancora, allorchè gli giunsero le lettere del Capitano De Ayala e dello stesso Spinelli sull'arrivo e sulle mosse dell'armata turca, le inviava senz'altro a Madrid[412]; e supplicava S. M.^tà di ordinare che si scrivesse al Principe di Scilla, che aveva atteso subito a soccorrere co' 600 uomini di fanteria e cavalleria, e così pure al Principe di Scalèa, riconoscendo il loro ben servito in quella occasione. E finalmente, con un'altra sua lettera[413], inviava la relazione dello Spinelli intorno alla partenza dell'armata turca, con una seconda relazione della quale parleremo tra poco, notando come al nemico fosse accaduto il rovescio de' disegni che avea concepiti, mentre si restituiva a casa sua con tanto poca riputazione, ed aggiungendo di avere pur allora avuto avviso da Corfù che il 21 settembre il Cicala era comparso con la sua armata a 30 miglia da quell'isola in ritorno alle sue coste. Partecipava inoltre che S. S.^tà gli avea concesso di «poter dare la corda a' frati e clerici catturati per quella rivoluzione, con l'intervento del Nunzio», e però egli avea subito spedito un corriere a Carlo Spinelli, perchè li mandasse a Napoli con persona prudente e di confidenza. — Ben si vede come fin d'allora fosse stato dato ordine che i prigioni ecclesiastici venissero spediti a Napoli; ma per loro disgrazia l'ordine non potè essere eseguito così presto, poichè, come vedremo, non si credè opportuno servirsi della via di terra e dovè aspettarsi che le galere fossero disponibili per servirsi della via di mare: quanto poi alla licenza avuta dal Papa di dar la corda a quegli ecclesiastici, bisogna in siffatte parole riconoscere un'altra di quelle piccole vanterie delle quali gli spagnuoli si dilettavano molto. La lettera del Card.^l S. Giorgio al Nunzio, la quale tratta dell'incidente[414], mostra che il Vicerè, adottando precisamente il parere dello Spinelli, avea dimandato che s'inviasse un Commissario per conto della Chiesa al luogo in cui gli ecclesiastici prigioni erano custoditi, perchè intervenisse «agli essamini et à tutti gli atti» che si farebbero, e per rendere meno ingrata la domanda avea detto che quel Commissario poteva essere spedito dal Nunzio e rappresentare il Nunzio: ma S. S.^tà avea fatto sentire all'Agente di S. E. che i prigioni ecclesiastici doveano condursi a Napoli, essendo parso che per rispetti gravi la causa si facesse piuttosto in Napoli con la presenza del Nunzio addirittura; e comandava al Nunzio di ricevere i prigioni, quando verrebbero a Napoli, come prigioni suoi, e di attendere alla causa con tutta la diligenza necessaria, mentre d'altro lato i Ministri del S.^to Officio interverrebbero nella parte dell'esame concernente l'eresia. La stessa lettera ci mostra pure che il Vicerè, al tempo medesimo, si era doluto con S. S.^tà del Vescovo di Mileto perchè proteggeva i fuorusciti e si comportava poco bene con parole e con fatti; inoltre avea dimandata l'assoluzione dalla scomunica che quel Vescovo avea lanciata contro il Principe di Scilla ed altri (vale a dire D. Fabrizio Poerio e D. Luise Xarava), essendo stato restituito alla Chiesa quel Marcantonio Capito che avea dato occasione alla scomunica, ed il Papa comandava al Nunzio di far venire il Vescovo in Napoli, prendere informazioni e riferire, poichè intendeva soddisfare S. E. su questi due punti[415].

Avendo il Vicerè mandate non poche lettere e relazioni a Madrid, potrebbe credersi che di là fossero venuti a quest'ora ordini e provvedimenti: nulla di tutto ciò; appena nel mese successivo venne una lettera di S. M.^tà in risposta a quante ne erano state fin allora mandate, e però non accade dovercene pel momento occupare. Frattanto in Napoli si erano già cominciate a divulgare le notizie di Calabria; il Vicerè medesimo, smesso il segreto, ne avea discorso con gli Agenti degli altri Stati accreditati presso la sua persona, come sappiamo da' Carteggi dell'Agente di Toscana e del Residente di Venezia. Abbiamo già avuta occasione di parlare di Giulio Battaglino Agente di Toscana, napoletano e prete, attaccatissimo al Gran Duca per servitù di vecchia data. Egli trovavasi in cordiali relazioni col Vicerè e con la Viceregina, avendoli accompagnati nella loro venuta da Spagna, dove si era temporaneamente ma inutilmente portato dietro ordine del Gran Duca, per cercare di ottenergli dal nuovo Sovrano Filippo III un miglioramento di titolo per parte de' Ministri Regii, che gli davano semplicemente l'Eccellenza: specialmente era ben visto dalla Viceregina, per la quale, già da che stava in Ispagna, avea fatto venire dal Gran Duca una delle solite cassette degli olii ed un quadretto, nè cessò mai più dal far venire e vetri e bambocci di Lucca, e poi cappelli di paglia, e poi un fucile, poichè la Viceregina si dilettava pure di caccia, e tra le ville, che insieme col Vicerè onorava, c'era anche quella del Battaglino posta sull'alto di Posilipo. Basterà dire che potè scrivere al Gran Duca: «queste Ecc.^ze mi amano et mi tengono in assai buona opinione, confidano loro negotii, et mi ammette la Sig.^ra Contessa particolarmente _padrona del marito_ (scritto in cifra) a' trattenimenti del giocar seco alla primiera»; inoltre, «la Sig.^ra Vice Reina mi chiama come creato di casa etiandio mentre la stà a letto»[416]. Con una simile qualità egli nelle sue lettere riesce molto esatto, ma è più che sobrio ed aggiunge poco o nulla alle cose che conosciamo mediante il Carteggio Vicereale; con la qualità di prete poi egli dà prova perfino di lepidezza, quando fa intravvedere che il Campanella sarà bruciato vivo come eretico. Il 21 settembre egli ebbe dal Vicerè «pieno ragguaglio delle cose di Calabria», e non mancò di far venire dal Gran Duca lettere di congratulazione per la «scoverta et insieme oppressa congiura». Quanto al Residente di Venezia, occupava allora tale ufficio Gio. Carlo Scaramelli, venuto in Napoli nel luglio 1597, già vecchio in diplomazia avendo funzionato da Segretario pure in Costantinopoli, e quindi da lungo tempo consapevole de' malanni e delle miserie de' calabresi, de' quali in Costantinopoli si trovava una colonia[417]. Assai più diffuso del Battaglino, nelle sue lettere egli scriveva quanto poteva raccogliere da ogni parte, e quindi scriveva anche parecchie frottole le quali dovevano allora aver corso nella città, ciò che ha pure il suo lato importante. Così rilevasi che fin dalla 2ª settimana di settembre già era penetrata in Napoli la notizia della scoperta della congiura, la quale riferivasi a Catanzaro, promossa dal Campanella, in relazione col Turco che avrebbe dovuto occupare Stilo! Ma il 21 settembre veramente il Vicerè gli comunicò varii particolari, in ispecie quelli relativi alle mosse dell'armata turca, ed egli non mancò mai d'innestare alle notizie autentiche quelle di piazza, come l'essere stato il Campanella preso in abito militare etc. etc. Noi non intendiamo qui fermarci sulle lettere del Residente per ismentire le voci inesatte che vi si trovano raccolte: ci basterà avervi notato il curioso miscuglio delle notizie di piazza e delle notizie di Corte, miscuglio che si vedrà continuato anche in sèguito, nello svolgimento de' processi e nelle rassegne delle esecuzioni. Ma dobbiamo per ora far avvertire questo fatto, che sebbene, da buon veneziano, dovesse essere inclinato a ritenere la Spagna maestra di artificii ed inganni anche ferocissimi, così all'estero come all'interno, egli non pose mai in dubbio la congiura, nè allora nè in sèguito; solamente più tardi raccolse anche l'opinione manifestata da molti, che coloro i quali aveano da principio maneggiato tale negozio, l'avessero aggrandito in voce per aggrandire loro stessi in effetti, ciò che è avvenuto realmente sempre in ogni negozio di questo genere e non vale ad infermarne l'essenza. Aggiungiamo che le date e le notizie medesime, con poche varianti, si riscontrano anche negli Avvisi del tempo, che i lettori potranno consultare tra' nostri Documenti; vogliamo soltanto notarvi, che al pari delle lettere del Residente Veneto, essi diedero anche i nomi di taluni congiurati perfino di secondo rango. Oltre fra Dionisio Ponzio e Maurizio de Rinaldis, le lettere del Residente fecero conoscere Claudio Crispo di Pizzoni e Cesare Mileri di Nicastro; e gli Avvisi fecero conoscere il Barone di Cropani e Muzio Susanna di Catanzaro. Ma ci conviene tornare oramai a Carlo Spinelli, allo Xarava e agl'infelici prigioni calabresi.

Stava ancora lo Spinelli in Castelvetere, quando furono presi in Stilo e condotti a lui Giulio Contestabile ed un altro (certamente Geronimo di Francesco); immediatamente, il 28 settembre, egli ne fece relazione al Vicerè[418]. In questa seconda relazione, scritta da Castelvetere, rammentava che per altre cause avea inviato in alloggiamento a Stilo la Compagnia di D. Antonio Manrrique, e faceva sapere di aver data a costui una nota di alcune persone che con dissimulazione e tempo avrebbe dovuto catturare, particolarmente un Giulio Contestabile clerico ne' quattr'ordini sacri, intorno al quale diceva: «mi sarei recato fino a Costantinopoli per prenderlo, se avessi saputo di certo che là si fosse trovato» (onde si vede che alle così dette spagnolate partecipavano già molto bene anche i napoletani), «essendo questo clerico uno de' più vigliacchi e de' principali nella congiura, così come fra Tommaso Campanella, per quello che tengo provato contro di lui, come pure per avere questo vigliacco preso il ritratto del Re Nostro Signore e postolo sotto i suoi piedi, dicendogli mille ingiurie come sta provato». Ora D. Antonio avea colto ad un tempo costui ed anche l'altro parimente congiurato, e trovandosi il Contestabile clerico e soggetto del Vescovo di Squillace, egli aspettava l'ordine di S. E., per sapere cosa avesse a fare di lui, e se S. E. comandasse d'inviarlo insieme co' frati, perchè così avrebbe eseguito; e frattanto faceva sapere che avrebbe tradotto que' prigioni a Squillace con gli altri, recandosi là tra giorni. Aggiungeva che in conformità degli ordini avuti per far prendere i clerici di Seminara, colpevoli di resistenza alla giustizia e di ripresa di carcerati dalle mani di essa, avea provveduto in guisa che, essendo presi, li consegnerebbe in nome di S. E. al Vescovo di Mileto; e a tale proposito diceva, «questi clerici vanno armati di ogni specie d'armi, e sempre stanno nelle Chiese con altri fuorusciti favorendosi vicendevolmente, ciò che questi Vescovi permettono, e temo che la maggior parte delle vigliaccherie che si fanno sieno imputabili a' clerici, propriamente perchè non vengono gastigati e sono di esempio agli altri». — Ma come mai era avvenuto un simile cambiamento verso il Contestabile e il Di Francesco? Il Campanella non ne parlò nella sua Narrazione, tuttavia ne abbiamo notizie sufficienti negli Atti giudiziarii che si conservano in Firenze[419], e non ne manca qualche cenno anche nel processo di eresia. Sappiamo che dopo la denunzia del Contestabile e la richiesta di una Commissione al Di Francesco contro il Campanella e complici, la Commissione fu accordata: entrambi si diedero alla ricerca degl'incolpati, e come assai più tardi ebbe a dire fra Pietro di Stilo nel processo di eresia, entrambi cercarono di far pigliare Gio. Geronimo Prestinace morto o vivo[420]; quanto poi al Campanella, come ci mostrano gli Atti di Firenze, essendo stato lui già preso, ne furono dal Di Francesco carcerati i parenti. Abbiamo visto che il Campanella si mostrò esasperato contro di loro fin dal momento della sua cattura, e che nello scrivere la sua Dichiarazione calcò la mano particolarmente sul Contestabile e il Di Francesco, esponendo fra le altre cose l'oltraggio fatto da Giulio al ritratto del Re; ma in sèguito, e forse nel sapere che il suo vecchio padre e il suo fratello Gio. Pietro erano venuti nelle stesse carceri di Squillace per mano di que' ribaldi, egli diede contro il Contestabile una formale denunzia o «capi _in scriptis_» come allora si diceva; ed anche il Petrolo diede una Dichiarazione scritta nello stesso senso, che trovasi integralmente inserta nella Difesa del Contestabile, e che poi in Napoli disse di avere scritta ad istigazione del Campanella. Si trattava sempre dell'oltraggio fatto dal Contestabile al ritratto del Re Filippo nella camera di fra Tommaso, e non vi fu nemmeno una completa uniformità nella esposizione delle circostanze occorse da parte di entrambi i rivelanti, senza dubbio perchè non ebbero agio di ridursele bene a memoria tra loro. Ad ogni modo ne risultò la cattura di lui e del Di Francesco, mentre non si era per anco compita l'informazione commessa all'Auditore Di Lega su i capi che il Contestabile avea dato contro il Campanella, e condotti dapprima a Castelvetere, tra il 22 e il 23 settembre, vennero anch'essi nelle carceri di Squillace al sèguito di Carlo Spinelli.

A Squillace intanto lo Xarava non era rimasto inoperoso. Tutto induce a ritenere aver lui, anche da solo, atteso a continuare gl'interrogatorii e le torture: poichè dalla numerazione de' folii del volume 2.º del processo veniamo a conoscere che, dopo Claudio Crispo, furono successivamente esaminati Cesare Mileri e diversi testimoni, il Gagliardo, il Conia, il Marrapodi, l'Adimari, e poi il Pisano, e vedremo che in una relazione dello stesso Xarava, del 28 settembre, è citata una deposizione del Pisano, la quale, trovandosi integralmente riportata in copia nel processo d'eresia, mostra essere stata fatta il 24 settembre alla presenza del solo Xarava; oltracciò anche nella relazione predetta è annunziata l'esecuzione capitale di due disgraziati avvenuta il 27, ed è scusato il ritardo nella spedizione de' rimanenti con l'assenza dello Spinelli e con la malattia e morte del Mastrodatti, onde si era mandato a chiamare un altro che lo sostituisse. Calcolando tutte queste circostanze e tenendo presenti le date, bisogna conchiudere che lo Xarava abbia agito egli solo, mentre lo Spinelli era occupato a guardare le mosse dell'armata turca, e che poi, menati a termine gli Atti, lo Spinelli sia intervenuto nella spedizione, ossia nella pronunzia della condanna di coloro pe' quali non rimaneva a far altro. Ecco ora i risultamenti degli esami per ciascuno de' soprannominati, giusta i cenni che se ne hanno negli Atti conservati in Firenze.