Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 41
Ma più grande importanza si annetteva dallo Spinelli alle confessioni di uno de' fuorusciti, «in potere del quale si erano trovate alcune lettere del Campanella concernenti la causa che trattavano», senza dubbio Claudio Crispo. Costui dovè essere quasi contemporaneamente esaminato e tormentato, poichè dalla relazione dello Spinelli risulta esserglisi data la corda nella notte del 13, vale a dire non appena lo Xarava ritornò a Squillace, traducendo seco il Campanella e il Petrolo. Fu allora, con gli Atti concernenti questi prigioni più importanti, cominciato il 2º volume del processo di Calabria, siccome mostrano le citazioni de' folii processuali: da' numeri d'ordine de' folii si vede che s'inserirono in questo volume dapprima gli Atti concernenti il Campanella, la sua cattura, la sua Dichiarazione etc., poi gli Atti concernenti il Crispo e così in sèguito quelli degli altri incolpati maggiori, il Mileri, il Gagliardo e compagni, il Pisani, il Caccìa, fino a fra Dionisio, a Maurizio e Gio. Battista Vitale presi assai più tardi; e il sèguito del 1º volume fu riserbato agl'incolpati minori, alle semplici testimonianze, alle rimanenti denunzie ed altri documenti che si ebbero mano mano. La deposizione e confessione del Crispo si trovano accennate negli Atti conservati in Firenze e nella lettera dello Spinelli più volte citata[395]. Egli dovea rispondere innanzi tutto del significato delle due lettere trovate sulla sua persona al momento in cui fu preso, l'una di Maurizio, l'altra del Campanella (ved. pag. 284), alle quali vennero in sèguito ad aggiungersene due altre, la prima scrittagli egualmente da fra Tommaso e trovata sulla persona di fra Paolo della Grotteria, e di essa abbiamo pure già parlato più sopra (ved. pag. 286), la seconda scritta da lui medesimo a Geronimo Camarda, della quale abbiamo parimente parlato altrove, ma ci occorre ricordare che vi si diceva della congiura e della sicura vittoria nel mese di settembre, nominando fra Gio. Battista, fra Dionisio e il Campanella, salutando D. Gio. Battista Cortese e D. Gio. Andrea Milano, e conchiudendo «venghi in effetto quel che noi speramo». Il Crispo non potè non accettare che le due prime lettere erano state a lui dirette, come non potè negare che l'ultima lettera era stata scritta da lui e che il fra Gio. Battista in essa nominato era appunto il Pizzoni; non sappiamo poi ciò che disse intorno alla lettera scrittagli da fra Tommaso e non pervenuta al suo destino essendo rimasta presso fra Paolo, come del pari non sappiamo altro della deposizione da lui fatta, ma parrebbe che avesse affacciato scuse giudicate inverosimili, onde si venne immediatamente al «remedium juris et facti» come allora si diceva, cioè alla tortura. Gli Atti conservati in Firenze[396] ci fanno sapere che nella tortura confessò di essere andato col Pizzoni a trovare il Campanella in Arena, presso il Marchese di Arena, e ritiratisi in una camera il Campanella gli comunicò la ribellione, ed egli promise di trovar gente, come infatti parlò al Caccìa e a Giovanni Morabito, e che questi erano i compagni a' quali il Campanella alludeva nella sua lettera; inoltre che per quanto si ricordava, allorchè il Campanella e il Pizzoni trattarono di detta ribellione c'era presente anche Marcantonio Contestabile, il quale partecipava alla congiura e venne poi anche a Pizzoni col Caccìa allorchè il Campanella vi si recò, e si parlò della congiura e il Campanella sollecitò «che si fosse presto posta in esecutione», e disse che Gio. Francesco d'Alessandria e Gio. Paolo Carnevale vi prendevano parte e che «in aggiuto di detta ribellione ci era il Prencipe di Bisignano et D. Lelio Ursino». Inoltre che il Campanella disse «come havea mandato Mauritio in Torchia à trattare con il Turco per far venire l'armata nel mese di settembre per che li voleva dare molte fortellezze in mano», e che Maurizio avea parlato a Cicala e che costui sarebbe venuto o avrebbe mandato l'armata, e per concludere questo fatto erano due volte venute le galere di Amurat. Non si ebbe dunque dal Crispo una deposizione sufficiente, e si ebbe invece una confessione in tortura molto larga. Lo Spinelli, nella sua lettera, narrando questa confessione non entrò in molti particolari; si limitò a riprodurre il modo in cui si era concepita la rivolta (il solito modo), aggiungendo che l'imputato era «convinto di essere stato sulle galere di Amurat»[397]; ma ciò non risulta punto dal processo, e sembra che lo Spinelli abbia voluto fare impressione sull'animo del Vicerè, e suggellarvi la gravezza della congiura, dando per fatto oramai inconcusso la richiesta dell'aiuto del Turco. Intanto ci è pur troppo motivo di ritenere, che una parte delle cose confessate dal Crispo sia stata suggerita con le notizie degl'interrogatorii avuti da' frati Inquisitori, e ripetuta da quell'infelice per l'atrocità de' tormenti. Difatti egli avea potuto veramente conoscere perfino in Arena, prima che in Pizzoni, l'andata di Maurizio presso il Turco, ma non è facilmente credibile che avesse conosciuto essere stato Maurizio propriamente inviato dal Campanella a dirittura in Turchia, con la deliberazione di dare molte fortezze nelle mani del Turco[398]; tanto meno poi è credibile che avesse udito propriamente dalla bocca del Campanella l'aiuto all'impresa da parte del Principe di Bisignano e di D. Lelio Orsini; e così può spiegarsi che in punto di morte «strillava al cielo» disdicendo le cose dette, come vedremo a suo tempo. Non conosciamo con particolarità in che modo gli sia stata amministrata la tortura, ma il Campanella, nella sua Difesa, a proposito di lui parlò di «horrenda tormenta non scripta», ciò che riesce pienamente credibile: ad ogni modo, oltre i documenti autentici da lui non negati, ci fu anche la confessione in tortura, laonde la sua sorte potea dirsi decisa. E qui non sarà inutile far notare che un sì pronto ricorso alla tortura, ed anche alla tortura più atroce, era pienamente ammesso trattandosi di delitti di lesa Maestà: ne' delitti comuni bisognava prima esaurire il processo informativo co' mezzi ordinarii, quindi mettere l'imputato «alla larga» (barbaramente dicevasi «reus debet poni ad largam») dandogli una copia degl'indizii raccolti contro di lui, e dopo tutto ciò potevasi venire alla tortura; ma ne' delitti di lesa Maestà era dovunque riconosciuto che la tortura potesse darsi durante il processo informativo, co' più lievi indizii e adoperando tormenti non nuovi ma atroci[399]. Da quest'ultimo lato nel processo presente noi troviamo quasi sempre menzionata soltanto la corda, perchè essa era, come dicevasi, la «regina tormentorum» e serviva di base a moltissime altre sevizie; difatti per alcuni imputati, anche di minor conto del Crispo, sappiamo che la durata di amministrazione della corda «non si misurò coll'ampollina», ma si prolungò per più e più ore, e che alla corda si unirono i ceppi a' piedi con la sospensione di grossi pesi, il bastone tra' piedi per mantenere gli arti inferiori allontanati l'uno dall'altro, l'aspersione di acqua fredda sul corpo nell'intermezzo della corda, ed inoltre la flagellazione durante la sospensione alla corda; nè mancò qualche maniera di tormento del tutto eccezionale, come l'essere trascinato alla coda del cavallo per le strade della città, e poi anche in Napoli il così detto polledro, la così detta veglia, come vedremo per ciascun caso.
Dopo il Crispo venne la volta di Cesare Mileri; ma lo Spinelli non potè più attendere al processo, pel fatto importantissimo dell'arrivo dell'armata turca, preceduta da due legni di quella nazione che a modo di esploratori erano già da quattro giorni comparsi alla marina di Stilo. Lo Spinelli diè subito notizia al Vicerè della comparsa di questi legni e delle loro mosse, ma conosciuto l'arrivo dell'armata fu costretto a recarsi sul posto. E noi lo seguiremo nella sua escursione. Aggiungeremo soltanto che ne' giorni de' quali abbiamo trattato, essendo stati presi tutti i parenti e gl'intrinseci di Maurizio, dovè esser preso tra gli altri Tommaso Tirotta suo servitore, e dovè raccogliersene immediatamente la deposizione, che fu inserta nel volume 1º del processo, come quella di un ordinario testimone. Gli Atti esistenti in Firenze ne danno alcuni particolari[400]. Egli depose che conosceva il Campanella e fra Dionisio, vedutisi con Maurizio in Stilo e in Davoli, che in Stilo il Campanella si vedeva con Maurizio nelle case di D. Gio. Jacovo Sabinis, Gio. Paolo Carnevale, Ottavio Sabinis, e in Davoli in casa di D. Marcantonio Pittella; narrò inoltre il convegno di Davoli nel castagneto presso il monastero di S.^ta Maria del Trono con tutte le persone che v'intervennero, e che parlarono quattro o cinque ore, notando che in quella circostanza Maurizio mostrò al Campanella e a que' di Catanzaro una carta avuta da' turchi, la quale dicevano essere un salvacondotto, e un Pietro Jacovo Garzia disse che si poteva oramai andar sicuri perchè si aveva il salvacondotto. Ma bisogna sempre tener presente che a noi è pervenuta soltanto la parte delle rivelazioni concernente le persone ecclesiastiche, e che quindi vi poterono essere, intorno a Maurizio ed al resto de' laici, molte altre rivelazioni le quali ci rimangono tuttora ignote.
Veniamo all'incidente dell'armata turca, che ben si comprende quanto riuscisse ad aggravare nella mente de' Giudici la colpabilità degl'imputati. Fin dal «venerdì 10 settembre due legni turchi vennero alla marina di S.^ta Caterina e Guardavalle, dove le altre due volte aveano toccato quando Maurizio de Rinaldis salì sulle galere di Amurat Rais; non fecero essi questa volta altro che parlarsi, venendo l'uno dalla direzione del capo delle Colonne e l'altro dal capo di Bianco, e subito che giunsero alla marina di Guardavalle dove si riunirono, quello del capo delle Colonne tornò per la stessa via, e l'altro prese la via dell'alto mare ritornando nella seconda notte al luogo medesimo, dove fece fuoco dando segnale alla terra, poichè sperava di là qualche avviso». Nel riferire l'avvenimento, il 14 settembre, lo Spinelli manifestava la sua fondata supposizione che ciò fosse pel concerto che aveano fatto, «essendogli, allora che stava scrivendo, sopraggiunto dal Principe della Roccella suo nipote l'avviso dell'arrivo dell'armata in quelle parti». Oltre questa comunicazione del Principe della Roccella, ve ne fu un'altra del Marchese di Sorito, che dalle scritture esistenti nel Grande Archivio sappiamo essere allora D. Andrea Arduino, creato Marchese nel 1598[401]: lo Spinelli l'annunziò al Vicerè con molto mistero e non ne sappiamo nulla, ma questo appunto c'induce a credere che si riferisse a quanto accadeva in terra ferma, e con ogni probabilità a fatti e detti del Vescovo di Mileto, nella cui diocesi era compreso, se non andiamo errati, il paesello detto Sorito, oggi distrutto dalla malaria. Ecco intanto le particolarità dell'arrivo dell'armata, le ulteriori sue mosse e le mosse dello Spinelli[402]: le conosciamo da una lettera posteriore di costui (17 settembre) e da una relazione del Capitano Diego de Ayala che trovavasi di guarnigione a Reggio con la sua compagnia (16 settembre). L'armata comparve nella marina di Stilo il 13 settembre a 22 ore, e lo Spinelli, non appena avutane la nuova, lasciando i carcerati allo Xarava con buona guardia nel castello di Squillace, alla stessa ora del 14 mosse lungo la costa ed andò poi a fermarsi in Castelvetere; egli condusse con sè la Compagnia di cavalleggieri di D. Cesare d'Avalos, ridotta a 60 uomini, attesochè 28 di essi erano rimasti infermi nel presidio di Rende in Calabria citra, ed inoltre la Compagnia del Principe di Sulmona, per accudire a portar soccorso dove gli sembrasse necessario. Il 15, alla torre di Stilo sulla marina, ebbe a sapere che l'armata era comparsa il 13 a 20 miglia dalla costa, e che da essa si erano distaccate quattro galere ed erano venute verso terra, e di poi aveano posta in mare una barchetta facendo molti segnali, ciò che avea dato a capire a tutti che erano venute pel fatto della congiura; e non trovando alcuna corrispondenza, giacchè la più gran parte de' congiurati era stata presa e gli altri erano fuggiaschi, particolarmente per le guardie state messe in tutta la costa, si erano ritirate; l'armata nella notte del 15 avea salpato pel capo di Bianco, di dove si erano tornate ancora a mandare le dette quattro galere, le quali aveano fatti i medesimi segnali, confermando che erano venute per la detta causa e mostrando che facevano le ricerche medesime delle due galeotte apparse il venerdì 10; ed infine, non avendo potuto ricevere segnali da terra nè prendere alcuno, le dette quattro galere erano andate ad unirsi alle altre che stavano aspettando al capo del Bianco, prendendo poi subito la direzione di Ragusa. Queste cose scriveva lo Spinelli al Vicerè, e senza dubbio la preoccupazione di un concerto tra l'armata e la costa avea potuto fargli travedere molte cose, ma anche soltanto l'essersi l'armata diretta dapprima alla marina di Stilo riusciva pur sempre assai notevole, benchè non fosse cosa nuova; ed egli non mancò di farne costare legalmente le mosse e i segnali, procurando dichiarazioni e deposizioni, che fin d'allora potè annunziare al Vicerè e che tutto induce a credere essere state quelle di Gio. Antonio Mesuraca, Paris Manfrè, Gio. Vittorio Nicosia e Vittorio Giacco, inserte poi nel 1.º volume del processo[403]. Faceva contemporaneamente sapere che si andava tuttavia prendendo molta gente, e che oltre quelli de' quali avea mandata la lista ne' giorni passati, teneva presi altri 25 individui (sicchè in data del 17 c'erano già 59 carcerati). Infine diceva volersi rimanere in Castelvetere, essendo quel luogo sulla marina ove il più delle volte l'armata solea venire a far acqua, e lontano da Stilo otto miglia, mentre per la costa di Reggio si era provveduto in maniera che, oltre a quanto avea ordinato a D. Diego de Ayala, vi avrebbe atteso anche il Principe di Scilla suo parente, il quale sarebbe stato un soccorso molto buono.
L'armata pertanto, giusta la sua abitudine, il 14 settembre andava a dar fondo alla fossa di S. Giovanni; D. Diego de Ayala ne inviava subito avviso al Vicerè, e il 16 poi gli riferiva l'accaduto[404]. Entrò nella fossa con 26 galere Reali, rimorchiando due navi Ragusee che avea prese all'uscita del canale e che andavano in levante con passaporto, e accordò riscatto di quattro mila ducati alla più grande restituendola come l'avea presa. Il 15, nel mattino, si spiccarono da essa due galere di fanale, con disegno di fare una ricognizione della muraglia di Reggio e mandare qualche spia a terra; venendo presso la muraglia, furono dal Castello tirati quattro colpi con un cannone ed un altro pezzo di rinforzo che là si aveva, e i colpi giunsero in molta vicinanza di esse, onde si posero bene al largo e si diressero verso la Madonna di Piedigrotta di Messina, dove, essendo al sicuro dalle galere di Spagna, presero una piccola nave carica di grano che stava in ormeggio, salvandosi a terra tutta la sua ciurma. Con questa preda tornarono all'armata, e subito, a 22 ore, giunsero altre quattro galere di più, essendo al numero di trenta; conchiusero poi anche il riscatto di questa nave, dandola per due mila ducati (così la Spagna proteggeva i suoi sudditi da' quali pure traeva somme incredibili). Ma due prigioni cristiani fuggirono dall'armata e palesarono a D. Diego molte cose. Uno di loro, molto esperto, disse che con l'armata erano venuti il Cicala, suo figlio ed Arnaut Memi, e che portavano cento pezzi co' loro carretti per menarli a terra, e molte scale ed altri arnesi, e che avevano in mente di prender Lipari o un luogo presso Cotrone denominato l'Isola, sebbene non si fosse tenuto consiglio fin dall'uscita da Costantinopoli; che si erano staccate da quell'armata nove galere, giacchè erano 39, con ordine di andare in cerca di quelle di Toscana per prenderle. L'altro prigione disse che l'armata non aspettava più il riscatto di quelle navi per uscire dalla fossa di S. Giovanni: ma non per questo il D'Ayala si teneva sicuro che non vi fosse il disegno di venire a Reggio, e diceva che sebbene fosse tanto scaduto e male andato per malattia, avea in questa occasione ricuperato tanto animo da poter attendere di persona a ciò che occorreva per la difesa di quella terra, in modo che s'imprometteva felice successo. Aggiungeva che nella marina si erano presi assai buoni provvedimenti, tanto da aver riuniti 400 cavalli con quelli della Compagnia del Principe di Scalèa, i quali scorrevano la terra giorno e notte con molta vigilanza, e c'erano 200 fanti, buona gente, in imboscata, acciò i turchi non si addentrassero nella terra fino a' poderi ed a' casali, perchè era impossibile impedire la loro discesa a terra per fare acqua, avendola a un palmo dal mare in tutta quella marina, ed usando tenere le prode rivolte a terra e trarre continuamente cannonate. Aggiungeva ancora che il più gran numero di turchi spiccati a terra era stato di 500, e che gli dicevano tutti gl'individui di combattimento poter essere tremila e seicento, le quali cose egli andava a comunicare a Carlo Spinelli. — Certamente tutte le notizie date da que' prigioni Cristiani non potevano esser prese sul serio, tanto più che non una volta i Turchi si erano serviti di questo mezzo, per dare false indicazioni: il disegno d'impossessarsi di Lipari, ovvero dell'Isola, due punti opposti, era una indicazione per lo meno estremamente vaga, e sarebbe riuscito del tutto strano che lo scopo della spedizione fosse a conoscenza di chiunque si trovava a bordo; rimaneva quindi meno soggetta ad inganni soltanto la notizia palpabile e non indifferente del trovarsi sulla flotta molta artiglieria da campo e un buon numero di uomini destinati a combattere. Ma un'altra relazione di D. Diego de Ayala, dello stesso giorno, veniva a dar conto di una scaramuccia che si era avuta a terra tra 500 turchi e una truppa di soldati spagnuoli, tanto contesa da esservi stato bisogno di molti colpi di cannone delle galere per favorire la gente che si era partita da esse, onde si ebbero quattro turchi morti e molti feriti, un solo degli spagnuoli, e secondo la resistenza che loro si fece, D. Diego riteneva che si sarebbero tenute poche scaramucce. Egli faceva pure sapere che il Principe di Scilla era allora allora giunto in quel luogo con 600 uomini di soccorso tra fanti e cavalli, essendo tanto servitore di S. M.^tà che in tutti gli anni in cui veniva l'armata egli dava soccorso alle terre senza recar loro spese, perchè arrivava in una giornata da Scilla a Reggio, e comunque si trovasse in Sinopoli allorchè tenne avviso dell'armata, venne con grande diligenza; si profondeva quindi in elogi verso di lui. Da ultimo diceva che si era sempre più accertato, per mezzo di un altro cristiano allora venuto e fuggito dalle galere, esser vera la notizia già trasmessa a S. E. che l'armata portava cento cannoni co' carretti per menarli a terra, con scale e macchine, e di tutto andava a dare avviso a Carlo Spinelli.
Da parte sua lo Spinelli quattro giorni dopo, il 20 settembre, compiva le notizie dell'armata e ne significava le ulteriori mosse e la definitiva partenza[405]. Le 30 galere, apparse il 13 al capo di Stilo, dalla costa di Bianco se n'andarono il 15 alla fossa di S. Giovanni, e furono allora viste da Reggio: i Sindaci gli diedero avviso che sull'annottare del 15 due feluche furono viste venire da Messina o da qualche luogo circonvicino ed unirsi con l'armata, senza sapersi da chi e per che causa erano state inviate (forse erano le solite corrispondenze che venivano al Cicala dalla sua casa paterna in Messina). La detta armata era stata sempre nella fossa, senza aver preso terra in nessun'altra parte; ed essendo i turchi usciti a far acqua, gli spagnuoli si pararono loro dinanzi, li maltrattarono facendoli ritirare, e presero un rinnegato, il quale confessò che il Cicala trasportava cento pezzi di artiglieria di ruota, tutti falconetti e con tutta la munizione di guerra, che gli esami e dichiarazioni di molti congiurati stati già presi confermavano doversi ripartire in que' castelli i quali essi doveano prendere e tenere. Secondo gli ordini dati alle torri e guardie della marina, a mezzanotte del 18 trasmisero avviso e ne fecero segnali per tutta la costa, che l'armata era partita dalla fossa e veniva verso la parte sua; per tale motivo egli montò a cavallo co' Principi di Scalèa e di Roccella suoi nipoti e si recò alla marina, dove avea fatto scendere sessanta cavalleggieri di D. Cesare d'Avalos e la Compagnia di Sulmona armata alla leggiera, e mettendoli in imboscata dietro certe siepi, stando al fiume Alaro dove molte volte l'armata era stata solita di far acqua, comparve la detta armata che veniva a terra, e come giunse proprio al fiume, tenendo vento favorevole, fece trinchetto e si spinse verso l'alto mare. Così egli uscì con tutta la cavalleria alla spiaggia, seguendola fino al capo di Stilo, e vedendo che tanto più avea presa la rotta di levante e mostrava di ritirarsi, ordinò a' 60 cavalleggieri di D. Cesare e alla Compagnia di Sulmona che andassero seguendola fino alla costa di Squillace, attesochè nella costa di Catanzaro, in Cutri, stava la Compagnia di Bisignano; ed oltracciò fece munire l'Isola co' soldati del Battaglione, che se per caso all'annottare chinasse al capo delle colonne, si trovasse gente da farle opposizione. Ma a suo parere, essendo stato a guardarla da una rupe fino alle 24 ore, egli considerò che si era ritirata in tutto e per tutto, giacchè la via da essa presa era quella di Cefalonia; e quando poi facesse cambiamento di rotta, egli teneva già i provvedimenti e dati gli ordini necessarii.