Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 40

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Abbiamo visto che già agli 8 settembre vi erano 34 carcerati, e, fra essi, quattro su' cinque denunzianti tardivi; in sèguito fu preso anche l'altro. Francesco Striveri e Gio. Tommaso di Franza furono i primi ad essere catturati e vennero tradotti a Squillace con gli altri; Mario Flaccavento fu preso in Catanzaro, e così pure Gio. Battista Sanseverino, che stava già confinato in casa con pleggeria d'ordine dell'Audienza per altra causa; infine fu preso ancora Gio. Tommaso Striveri che si era nascosto, ma fu preso più tardi, dopo Gio. Paolo di Cordova, e può ritenersi per certo che tutti costoro furono tradotti del pari a Squillace. Come si legge nella relazione mandata dallo Spinelli il 14, fin allora si era assicurato degl'individui sospetti e nominati «così da fra Dionisio come dal Campanella», e tra essi aveva avuti quattro fuorusciti di quelli che andavano in compagnia loro e trattavano coi detti frati di far la massa di gente», a uno de' quali, trovato con lettere del Campanella, si era data la corda nella notte passata ed avea confessato. Questo tale si capisce facilmente che era Claudio Crispo; gli altri, come è manifesto dalla qualità indicata di accompagnatori de' frati, ed anche dall'ordine con cui si trovano nominati ne' folii del processo, dovevano essere: Cesare Mileri, che non sappiamo da chi fosse stato preso, Cesare Pisano, che non era veramente fuoruscito ma già colpito da cattura per reato comune, e che dovè perciò passare dalle carceri del Principe della Roccella a quelle del Governo, infine Gio. Tommaso Caccìa, che sappiamo essere stato preso da Giulio Soldaniero, il quale inaugurò con lui l'adempimento dell'obbligo assunto di presentare i congiurati per meritarsi l'indulto. Dippiù, come annunziava del pari lo Spinelli, erano stati carcerati tutti i parenti e gli amici stretti di Maurizio, perchè, col timore della dimostrazione che si facea, si potesse avere qualche lume intorno a lui e prenderlo; si era per altro ricorso anche a' provvedimenti straordinarii di citarlo a comparire col termine di quattro giorni, entro i quali non presentandosi sarebbe stato dichiarato forgiudicato, traditore e ribelle a S. M.^tà, e si sarebbe proceduto alla confisca de' beni, mentre al tempo stesso si era pubblicato Bando, che niuno gli desse ricetto ed aiuto, e tenendone notizia si dovesse farne rivelazione, imponendosi pena di morte naturale e confisca di beni a' contravventori. Per finirla intorno a' provvedimenti riputati opportuni, bisogna pure aggiungere che lo Spinelli faceva conoscere al Vicerè, avere D. Carlo Ruffo «scoverto da un frate carcerato nel Castello di Monteleone» che D. Lelio Orsini aveva inviato e teneva nella provincia di Basilicata un fra Gregorio di Nicastro, della stessa Religione e del partito e pratica del Campanella, che andava facendo l'ufficio medesimo dell'adunar gente in quella provincia, e per averlo nelle mani proponeva una Commissione contro fuorusciti al detto D. Carlo. Ma ricordiamo che il fatto si trova affermato nella Dichiarazione scritta dal Pizzoni, sicchè non fu scoverto da D. Carlo; è chiaro quindi che lo Spinelli voleva ad ogni modo, questa volta anche con la menzogna, procurare al suo parente un ufficio non di lieve importanza; e per quanto sappiamo il Vicerè non ne fece nulla, anche perchè, come riferì il Residente di Venezia, avrebbe voluto dare una larga Commissione al proprio figliuolo D. Francesco de Castro[382].

Intanto il processo contro i laici già presi menavasi innanzi con la massima alacrità. Dicemmo che si ebbero dapprima, il 31 agosto, le deposizioni di Lauro e Biblia. Come è facile intendere, essi confermarono quanto aveano attestato nella denunzia, ma vi aggiunsero qualche altra notizia raccolta posteriormente[383]. — Fabio di Lauro espose le cose dettegli da fra Dionisio, la riuscita dell'affare a motivo delle rivoluzioni e mutazioni previste dal Campanella pel 1600, onde tenevano castelli e fortezze a loro divozione, e i capi aveano dato al Campanella l'incarico di persuadere i popoli; e che il Campanella teneva tutte le lettere de' congiurati maggiori, e fra Dionisio mostrò la cifra con la quale si scriveano, come pure una lettera firmata da Maurizio e dal Campanella, con la quale gli dicevano di recarsi subito a Davoli, ove in fatti fra Dionisio si recò insieme con Cesare Mileri, come seppe dal vetturino che ricondusse i cavalli. Che inoltre Orazio Rania, fattosi intimo di lui e di Biblia, comunicò loro essere andato a Davoli col Franza e col Cordova per concertare la ribellione e poi a Stilo presso il Campanella, e che a' «5 del presente mese di agosto» Matteo Famareda, amico particolare di Maurizio e che l'avea tenuto in casa sua molti giorni, gli avea detto che Maurizio e il Campanella voleano riformare il mondo, e che Maurizio era andato sulle galere di Amurat Rais. — Gio. Battista Biblia espose egualmente le cose dette da fra Dionisio, i preparativi degli animi delle genti alla sollevazione affidati al Campanella e ad altri predicatori; dippiù le cose raccontategli dal Rania, l'andata di lui col Franza e col Cordova presso il Campanella per parlare di detto negozio, la precedente andata di Maurizio al Cicala sopra le galere di Amurat Rais, il salvacondotto ottenuto dal Cicala per Maurizio e il Campanella, la promessa di venire da quelle parti con 60 vele; infine ciò che fra Dionisio gli aveva ultimamente detto, l'andata di Francescantonio dell'Ioy con altri di Squillace, insieme con Maurizio, presso il Campanella. — L'uno e l'altro poi indicarono sempre fra Dionisio come colui che promulgava i pronostici e gli eccitamenti del Campanella, sollecitava a prendere le armi contro il Re per far la provincia repubblica, dava per certo il concorso di Signori e genti principali, e concludeva doversi in un giorno di settembre gridare libertà, perchè sarebbero entrati in Catanzaro 200 fuorusciti, i quali avrebbero ammazzato gli Ufficiali del Re, scassinate le carceri, liberati i prigioni, armatili della munizione della Corte etc. etc. Sicuramente essi deposero molte altre cose, poichè a noi è pervenuto soltanto ciò che riusciva a carico del Campanella, di fra Dionisio e delle persone ecclesiastiche, circostanza che non si deve mai dimenticare, così per queste come per tutte le altre deposizioni. Sappiamo infatti, dal Carteggio Vicereale, che essi aveano raccolte e consegnate «tre lettere», sulle quali senza dubbio diedero spiegazioni; queste lettere doveano provenire da Maurizio, e il Campanella nella sua Narrazione non mancò di ricordarle, riducendole a due[384]. Ma in fondo ben si vede che, all'infuori delle importanti notizie sul convegno di Davoli, le quali spargevano luce anche sull'uccisione del Rania, questi due rivelanti non aggiunsero molte cose, e scemarono enormemente le notizie esageratissime rivelate con la denunzia: basta dire che affermarono appena 200 uomini dover entrare in Catanzaro, mentre dapprima aveano rivelato che Maurizio ne comandava 2,000, nè fecero più alcun cenno del Papa e de' Vescovi. Quest'ultima variante è molto notevole. Essa può spiegarsi con ciò che disse il Campanella nella Narrazione e poi nell'Informazione, che cioè «non poteano far verisimile il primo processo contro il Papa e i Prelati» (o, più propriamente, la prima dichiarazione contro il Papa e i Prelati), e che a' denunzianti lo Xarava «faceva mutare ogni giorno l'esamina a suo gusto»; ma può spiegarsi anche con ciò che trovasi accennato nel Carteggio Vicereale, che cioè tra le istruzioni date vi era quella di «notare a parte» o «non porre in scritto» nel processo quanto concerneva il Papa, i Vescovi e i Nobili napoletani di alto bordo.

Seguirono le deposizioni de' denunzianti tardivi, de' quali parrebbe essere stati esaminati soltanto Francesco Striveri e Gio. Tommaso di Franza, e dopo qualche giorno anche Gio. Tommaso Striveri. Tutti costoro, al pari di Lauro e Biblia, deposero di aver conosciuto per mezzo di fra Dionisio la sapienza, i pronostici e l'influenza del Campanella, e i progetti di lui e di Maurizio, come pure di essere stati sollecitati da fra Dionisio a prendervi parte[385]; ma ciascuno aggiunse qualche cosa di più. — Francesco Striveri[386] affermò che fra Dionisio gli avea mostrata una lista di Catanzaresi di valore, formata da Maurizio e dal Campanella e «ne nominò molti» (ma evidentemente il Campanella era qui messo innanzi a torto); inoltre affermò di aver saputo dal Franza l'andata di costui col Cordova e col Rania a Davoli, per vedere Maurizio e il Campanella; il quale disse loro volergli confidare un negozio di molta qualità ed importanza, e che avrebbe poi mandato fra Dionisio a chiarire ogni cosa, si fermò a ragionare a lungo col Rania, come fece anche Maurizio, e poi disse che Iddio li avea mandati là, dovendo confidargli un gran negozio come avrebbe loro manifestato fra Dionisio. Evidentemente costui si era messo d'accordo col Franza, il quale avea capito di non poter più nascondere l'andata a Davoli, dopo di averlo assolutamente taciuto nella denunzia; e ben si vede che raccontando le cose a quel modo, tutto si rovesciava sul Rania, il quale era morto, e si cercava mostrare che a Davoli non si era parlato di ribellione, essendo stato questo discorso riservato a fra Dionisio; ma chi vorrà credere che il Campanella, mentre faceva perfino intervenire Iddio nell'andata di quelle tre persone a Davoli, poichè dovea confidar loro un grave negozio, si rimetteva poi a farlo conoscere per mezzo di fra Dionisio? — Gio. Tommaso di Franza[387] espose molto minutamente i particolari dell'andata a Davoli, ed importa anche a noi conoscerli bene, essendo stato questo uno dei principali argomenti su cui si fondò l'accusa contro il Campanella. Egli disse avergli fra Dionisio fatto sapere che il Campanella lo supplicava di dare ascolto a quanto mandava pregando e di rispondere maturamente, trattandosi di un negozio molto grande che dapprima gli sembrerebbe un poco agro, ed egli rispose «che si era cosa honorata e da farsi, l'haveria fatta»: ed allora fra Dionisio cominciò a parlare delle future guerre e romori del 1600, che il Campanella avea previsto per astrologia, aggiungendo questa volta le previsioni fatte nello stesso senso dal Marchese di Vigliena, «homo sapiente in le scientie sopranaturali»[388]. Egli quindi si recò a Davoli col Cordova e col Rania, e trovò nel monastero, presso Maurizio, il Campanella; il quale gli prese la mano e gli dimandò come se la passasse con le inimicizie di Catanzaro, ed egli rispose che stava travagliatissimo. «E fra Tomase cominciò ad essagerare, e dire: queste inimicitie forriano finite, si dal principio si fosse posto mano all'armi, et non se havesse proceso con la penna; e li domandò ancora che faceva il Governatore de la Provintia, et s'attendeva come l'altri ministri del Re à mal trattare li Popoli, et havendoli risposto, che per tutto era un paese, detto fra Tomase disse, queste cose dureranno molto poco, per che lo hò conosciuto per via d'Astrologia, e revelatione, che presto hanno da essere in questo Regno revolutioni infinite, e guerre, et circa di questo Io vi voglio comunicare un negotio di molta qualità et molto utile che pare che Iddio vi habbia portato cquà, perchè per quando vi serà rivelato lo possiate fare, et da cquà à poco tempo per fra Dionisio vi mandarò a confidare il secreto dal quale cavarete grand'utile, e Mauritio de Rinaldo diceva ad esso deponente che volessero attendere alle parole del Padre fra Tomase, per che era negotio di gran qualità et servitio di Dio; et dopò fra Tomase si pigliò Oratio Rania et raggionaro più di due hore strettamente, e tra lo raggionare lo fra Tomase più volte abbracciò lo detto Oratio, mostrandoli grande amorevolezza, et à tempo si licentiaro, fra Tomase, et Mauritio l'incaricò molto, che facessero quello, che frà Dionisio l'havria detto». Fu questa la deposizione del Franza, ed abbiamo già manifestato il nostro giudizio sopra di essa, giudicando quella di Francesco Striveri.

Venne in sèguito la deposizione di Gio. Paolo di Cordova, e dopo di essa quella di Gio. Tommaso Striveri, il quale non si era potuto carcerare così presto. Il Cordova fu preso col suo fratello Muzio, e la sua deposizione non riuscì dissimile dalle precedenti[389]. Egli disse che era andato a Davoli presso Maurizio, il quale gli era parente dal lato di sua madre: quivi il Campanella se lo chiamò da parte insieme col Franza, e cominciò a dire: «Iddio v'ha portati cquà perchè intendiati da me un negotio ch'importa molto», ed esposte le previsioni sue pel 1600, e detto che «molti savii antichi hanno desiderato veder quest'anno», conchiuse che avrebbe loro mandato in Catanzaro fra Dionisio, il quale gli avrebbe dichiarato ogni cosa. Aggiunse inoltre il Cordova che dopo un 15 giorni (vale a dire il 23 agosto, circostanza probabilmente falsata) recatisi presso fra Dionisio, costui «li raccontò la congiura, dicendoli, che in detta congiura c'interveneva ancora lo Prencipe di Bisignano, lo Marchese di S.^to Lucito, Geronimo dello Tufo, che havea promesso dare lo Castello di Squillace in potere delli congiurati, et che lo Turco, et altri potentati haveriano aggiutato, et che quando li parlò fra Tomase Campanella nè esso deposante disse niente à lo Mauritio nè lo Mauritio ne trattò con esso». Nemmeno qui ripeteremo il nostro giudizio su tale racconto: solo faremo avvertire che non vi si trova più citato il Rania, e ne vedremo tra poco la ragione; faremo avvertire inoltre, che costoro son tutti unanimi nell'affermare la profonda convinzione del Campanella intorno a' futuri mutamenti, e l'energica azione sua perchè se ne traesse profitto. Intanto lo Spinelli e lo Xarava sottoposero il Cordova alla tortura, e così il Cordova fu il primo ad inaugurare la serie de' tormentati; ciò si desume da' medesimi Atti che si conservano in Firenze, e sino ad un certo punto anche dalla lettera dello Spinelli in data dei 14[390]. Nè finirono qui le miserie del Cordova. Tra le altre cose ebbe a domandarglisi conto anche dell'uccisione del Rania: ma questo accadde un po' più tardi, quando, come si legge nella lettera dello Spinelli, si ebbe la testimonianza di una persona andata da parte di due imputati ad avvertire il Rania che fuggisse, con la circostanza poi verificatasi che il Rania si trovò morto non lungi da una possessione di costoro; e senza dubbio, in Catanzaro, solamente il Cordova ed il Franza potevano avere interesse di far tacere per sempre il Rania, che già avea parlato anche troppo col Biblia, ma probabilmente i due imputati furono i fratelli Cordova, Gio. Paolo e Muzio. Per Gio. Paolo c'è sicuramente in processo la deposizione di un Agazio Cormasio, il quale attestò di avere udito che Gio. Paolo, «dubitandosi che Oratio non l'havesse scoverto, procurò di farlo fuggire et ammazzare»[391]. A lui dunque si deve riferire ciò che lo Spinelli diceva, cioè che egli, prima della deposizione di questo testimone, avea avuta la corda pel negozio principale e non era stato confesso, e col detto del testimone e con altri ammennicoli che si andavano accumulando gli si tornerebbe a ripeterla. Così il Cordova nel negozio principale non era stato confesso, vale a dire che col tormento non avea dichiarato nulla di quanto gli s'imputava, ma avea persistito nella sua deposizione, secondochè ci risulta dagli Atti che si conservano in Firenze. Bisogna pure aggiungere che la corda gli fu data senza parsimonia, poichè da una deposizione del Di Francesco fatta più tardi in Napoli, nel tribunale per l'eresia, risulterebbe che gli fu data per non meno di sette ore: ma l'Avvocato che lo difese la disse di cinque ore, sebbene fosse stato scritto solamente di un'ora e mezzo, e ci fece pure sapere che il fratello Muzio fu egualmente «tormentato senza causa con cinque ore di corda et acqua» vale a dire acqua fredda sul corpo già prima sospeso e da sospendersi di nuovo alla corda[392].

Quanto a Gio. Tommaso Striveri[393], costui depose che il 22 agosto, essendo andato insieme col suo fratello Francesco e col Franza al monastero de' Domenicani per udir la Messa, trovarono là un monaco che gli cominciò a lodare grandemente il Campanella, e poi si pose a parlare in disparte dapprima col Franza e poco dopo con Francesco suo fratello; il quale in sèguito gli disse che quel monaco (fra Dionisio) gli avea parlato delle predizioni e profezie del Campanella, della prossima ribellione in tutti i suoi particolari; del trattato col Turco, e di tutti coloro che v'intervenivano, mostrando una lista di que' di Catanzaro. Evidentemente Gio. Tommaso si era messo d'accordo col fratello Gio. Francesco, e deponeva in tal guisa, per dar forza alla deposizione di lui e tirare indietro la persona propria: come mai, per una semplice notizia avuta dal fratello, egli si era compiaciuto di sottoscrivere la denunzia, la quale rivelava una sollecitazione diretta, e poi avea finito per nascondersi e sottrarsi ad ogni ricerca? — Dobbiamo qui notare che i documenti finoggi conosciuti ci dànno notizia delle deposizioni de' tre soli denunzianti tardivi soprannominati, e non mostrano punto che alcuno di loro sia stato sottoposto a tortura: si potrebbe dire che fossero stati tutti risparmiati, sapendosi da un lato che lo Spinelli gli avea perfino da principio lasciati liberi, e d'altro lato che non erano stati neanche tutti esaminati in Calabria secondochè affermò il Campanella nella sua Narrazione. Ma il Capialbi, in una nota a questo punto della Narrazione, asserì, che il Franza, il Flaccavento e Tommaso Striveri, ebbero la tortura; forse lo rilevò dalla Difesa del Cordova rimastaci ancora ignota, e se così accadde, bisogna riconoscere che, giuridicamente parlando, pel Franza e Gio. Tommaso Striveri la tortura sarebbe stata di piena regola.

È probabile che dopo queste sieno venute le deposizioni di Giulio Soldaniero, e quindi le altre di testimoni di minore importanza, secondochè si può argomentare dall'ordine di successione del numero de' folii processuali. Comunque sia, le deposizioni del Soldaniero si fanno notare per una grandissima parsimonia, mentre furono così abbondanti in Soriano alla presenza di fra Cornelio, e vedremo che tornarono ad essere abbondanti più tardi in Gerace, innanzi allo stesso fra Cornelio ed altri, di tal che si direbbe aver avuta solamente questo frate la virtù di svegliarne i ricordi. Egli non depose altro se non l'avere udito pubblicamente in Soriano, che Gio. Tommaso Caccìa con Francesco d'Alessandria, Marcantonio Contestabile, Giovanni di Filogasi, Claudio Crispo, il Campanella, fra Dionisio, fra Pietro di Stilo ed altri che non ricordava, verso la metà di luglio (i calabresi dicevano e dicono ancora «giugnetto») in numero di oltre 25 si erano riuniti nel convento di Pizzoni per concertare tra loro il modo di effettuare la rivolta. Il Mastrodatti non mancò di ricordare che, al momento di deporre, egli era «guidato» dal Sig. Carlo Spinelli[394].