Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 39
Ecco ora il sèguito delle deposizioni che il Visitatore e fra Cornelio raccolsero da taluni de' suddetti frati, giacchè non poterono esaminarli tutti. — Il 14 settembre, recatisi a Squillace, interrogarono dapprima fra Pietro di Stilo. Fra Pietro disse essere stato avvertito da molti secolari che avrebbe sofferto grandi travagli per causa del Campanella, ma non aver voluto fuggire perchè sentivasi netto in coscienza, e dopo di avere esposte le sue antiche relazioni col Campanella, quanto all'opinione che ne avea, rispose di tenerlo «in alcune cose per bono et in alcune cose sceleratissimo» per quello che avea «sentito dire». Ma qui si mossero a sdegno gli Inquisitori: volevano che fra Pietro dichiarasse di aver udito dalla bocca del Campanella le cose che doveva esporre (senza ancora sapere quali esse fossero), e in fretta e furia ordinarono che venisse rinchiuso in un carcere criminale «più strettamente e più duramente». Si seppe in sèguito, quando egli venne in Napoli, che fu tenuto dieci giorni in una «fossa» o «trapasso» come allora si diceva, e di là fu fatto poi risalire di sopra «al Carbone»; si seppe pure che fin da' giorni precedenti, mentre era nella carcere della Motta e poi di Monteleone, gli erano state fatte minacce e lusinghe da D. Carlo Ruffo e dal Castellano Ottavio Gagliardo, come pure da fra Cornelio e dal Visitatore, il quale «pareva che dependesse da fra Cornelio», e segnatamente a Squillace costui lo facea condurre innanzi a' Giudici secolari e diceva loro «ve lo consegno per tre ore, fate di lui quel che vi piace», e poi lo lusingavano con la promessa di una immediata liberazione se avesse rivelato ciò che volevano, e gli assicuravano che il Pizzoni era stato già liberato perchè avea parlato, e gli consigliavano di confessarsi perchè l'indomani avrebbe avuto la ruota, e il Visitatore lo eccitava a deporre liberamente cose di S.^to Officio perchè a questo modo si poteva avere la remissione al foro ecclesiastico. Fu quindi più volte richiamato ed inutilmente interrogato tra le lusinghe e le minacce, senza che se ne fosse redatto il processo verbale. Ma come mai fra Pietro potè qualificare così prontamente il Campanella «in alcune cose sceleratissimo»? Passiamo sopra alla parola, che potè essere adoperata da fra Cornelio invece di qualche altra meno grave che fra Pietro ebbe a pronunziare; quanto alla sostanza, si venne poi a conoscere che nelle carceri di Monteleone egli ebbe modo di sapere qualche cosa dal Pizzoni, il quale gli dovè certamente dire di aver rivelato molte cose di eresia, giusta le sollecitazioni del Visitatore, per poter uscire dalle mani de' giudici secolari; egli dunque si metteva parimente in siffatta via (ma vedremo con quanta discrezione), se non che non poteva dichiarare di aver udito cose di eresia dalla bocca del Campanella, senza incorrere nella responsabilità di non averle rivelate alle Autorità competenti, tanto più che trovavasi Vicario del convento in cui il Campanella avea stanza. Ad ogni modo fra Pietro, il meno acceso, il più quieto tra tutti, seppe dare egli solo un certo esempio di fortezza, della quale si può intendere la misura considerando il terrore e la demoralizzazione generale: fino all'ultimo fra Cornelio ebbe a dirgli, «tu solo non puoi portare il carro, et si tu solo sarai pertinace, tu solo morirai», ed egli seppe resistere a tante pressioni.
Nel giorno medesimo gl'Inquisitori interrogarono fra Domenico Petrolo, e costui, secondo la natura sua, si mostrò in tutt'altro modo. Non appena giunto al cospetto del Visitatore egli si gittò a terra e disse, «Padre, non son degno di esser chiamato figlio tuo, ho peccato verso Dio, chiedo misericordia, poichè ho offeso Dio gravemente»; pure, dopo di aver dichiarato come era stato preso col Campanella in abito secolare, essendo fuggito insieme da Stilo perchè fra Tommaso fidava molto in lui, non volle spiegare il motivo per lo quale il Campanella era fuggito; disse solo che la Corte era contro di lui e che fra Dionisio glie l'avea avvertito, ma negò di saperne il motivo. Ed allora gl'Inquisitori ordinarono, con la solita formola, che fosse ricondotto in carcere e custodito «più strettamente e più duramente»; ma egli li pregò che ripigliassero il suo esame, e subito ne venne fuori una deposizione la quale certamente conteneva un po' più di quello che egli poteva sapere[378]. Affermò che la Corte era contro il Campanella, perchè costui «era mal christiano et havea opinioni terribili et tentava rebellione». E poi enumerò le opinioni terribili: diceva parergli essere stato eletto da Dio per predicare la verità e togliere gli abusi della Chiesa di Dio, essere i Sacramenti per ragione di Stato, non trovarsi il corpo di Cristo nell'ostia consacrata, non doversi adorare il crocifisso, esser lecito il coito, non esser veri i miracoli di Cristo, come l'ecclissi al tempo della passione non che la resurrezione di Lazzaro, saper lui fare miracoli e volerli fare in conferma della propria dottrina quando predicherebbe; inoltre non esservi paradiso nè inferno, essere l'autorità del Papa usurpata, non esservi Dio e la natura aver avuto il nome di Dio, non esservi Trinità, non doversi osservare il precetto dell'astinenza dal mangiar carne ne' giorni proibiti. Disse di aver udite tali cose dalla bocca del Campanella, che ne parlava ancor più liberamente quando si trovava in compagnia sua, di fra Pietro e di fra Dionisio, e spesso ne parlava pure in presenza de' secolari, tra' quali i più intrinseci erano Tiberio e Scipione Marullo, Fulvio Vua, Gio. Gregorio Prestinace, Giulio Contestabile, Geronimo di Francesco, Giulio Presterà, Francesco Vono, Fabrizio e Paolo Campanella, inoltre fra Scipione Politi Conventuale. Affermò ancora di ritenere che fra Dionisio credesse a quelle opinioni per certe parole dette in dispregio dell'ostia, e di sospettare ancora di fra Pietro di Stilo, perchè una volta gli avea detto esser bene che ciascun frate pigliasse moglie, e lui sentirsi morire se non prendeva moglie. Quanto al Pizzoni, lo conosceva per amico intrinseco del Campanella, e sapeva che si scrivevano lettere in cifra le quali egli avea vedute, inoltre una volta que' due andarono insieme ad Arena, e per tutto ciò lo riteneva aderente alle opinioni del Campanella. Infine interrogato intorno alla mutazione di Stato che il Campanella procurava nella provincia, palesò la predica fatta da fra Tommaso intorno alle mutazioni da dover accadere nel 1600, e le profezie alle quali si appoggiava, e il disegno di mutare la provincia in repubblica servendosi della lingua e delle armi de' banditi e del Turco; aggiunse che non volea predicar solo, ma anche con altri, facendo gran capitale del Pizzoni, di fra Dionisio, di fra Pietro di Stilo, ed ancora di lui fra Domenico Petrolo! Aggiunse inoltre che avea mandato presso Morat Rais Maurizio, il quale avea trattato la venuta dell'armata ed avuti per questo albarani del Turco, siccome seppe allorchè stavano con fra Tommaso presso il Mesuraca; che fra Dionisio trattava di far ribellare Catanzaro e il Campanella Stilo con altri luoghi, e che non erano a sua conoscenza altri fuorusciti aderenti eccetto Maurizio, mentre de' frati sapeva che erano pure molto amici del Campanella fra Paolo della Grotteria, fra Giuseppe Jatrinoli e fra Giuseppe Bitonto. Al solito, ebbe in ultimo a dichiarare di non aver deposto per timore del carcere «ma per zelo della fede e di Dio». — Fu questa la deposizione del Petrolo, la quale abbiamo voluto riportare con una certa larghezza, perchè associata alle precedenti del Pizzoni, del Soldaniero e del Lauriana, consolidò la base del processo ecclesiastico. Certamente è notevole la specchiata concordanza di tutte queste deposizioni; ma se da ciò si può inferire che la massa delle cose deposte dovè esser vera, si può anche inferire che vi dovè essere un solo suggeritore per tutti i deponenti. E qui si vede in modo non dubbio l'efficacia del suggeritore, poichè il Petrolo, avvilito, si lasciò condurre fino a nominare sè medesimo tra coloro i quali doveano predicare la libertà. Senza dubbio, specialmente dal lato dell'eresia, egli disse più di quanto conosceva: si seppe in sèguito che mentre era per rientrare in carcere dietro l'ordine dato dagl'Inquisitori, fra Cornelio lo ritirò da parte e gli lesse l'esame del Pizzoni, come pure che erano presenti al suo interrogatorio il Provinciale, l'Avvocato fiscale e il Capitano di campagna, e che non si scrisse precisamente così come egli rispose alle interrogazioni. Ma pur troppo l'esame da lui sottoscritto potè poi essere spiegato meglio in qualche punto, non già disdetto, anche perchè in questo caso s'incorreva nell'imputazione di falsa testimonianza; e per tal modo rimaneva ognuno illaqueato senza via d'uscita. Del rimanente il Petrolo si fece sempre a negare la sua partecipazione all'eresia, dicendo, «in altro son grandissimo peccatore, ma contro la fede non ho peccato»; e in che dunque egli era peccatore, e per quale peccato egli chiedeva spontaneamente perdono agl'Inquisitori fin dal principio del suo esame? Tolta di mezzo la faccenda dell'eresia, non rimane altro che la faccenda della congiura.
Dopo il 14 settembre gl'Inquisitori sospesero le loro operazioni e non interrogarono il Campanella. Ignoriamo il motivo di questo fatto: forse volevano avere in precedenza la deposizione di fra Pietro di Stilo e sperarono di averla da un giorno all'altro, ma inutilmente; forse lo Spinelli, malgrado la buona corrispondenza degl'Inquisitori, ottenuta la Dichiarazione scritta dal Campanella, temè che questa potesse da un esame verbale riuscire invalidata in qualche punto, e vedremo che si diè invece ad insistere presso il Vicerè perchè si venisse con lui a tortura senza perdita di tempo. Intanto il 17 settembre il Card.^l di S.^ta Severina inviava una lettera importantissima a fra Cornelio, con la quale, comunicandogli una deliberazione presa dalla Congregazione del S.^to Officio dietro le lettere di lui intorno alle cose di Calabria, gli annunziava di avere scritto, per ordine di Sua Beatitudine, al Governatore della provincia ed a' Vescovi di Catanzaro e di Squillace, che procurassero con ogni diligenza la cattura del Campanella, di fra Dionisio ed altri suoi complici (s'ignorava in Roma a quel tempo trovarsi il Campanella già carcerato), con questa aggiunta, «et seguendo la carceratione del Campanella, la Santità Sua hà ordinato, che si faccia condurre in Napoli sicuramente in mano di Monsignor Nuntio, che poi appresso si deliberarà della persona sua». Gli significava inoltre che mandasse la copia delle informazioni prese circa le eresie, e che occorrendo di dover prendere altre informazioni lo facesse unitamente co' Vescovi de' luoghi ne' quali si aveva ad esaminare, con ogni «secretezza e diligenza»: Questa lettera insieme con due altre (sicuramente le lettere pe' due Vescovi) non giunse che il 2 ottobre a fra Cornelio, la cui residenza non era ben nota in Roma; con ogni probabilità giunse anche prima quella pel Governatore, e così lo Spinelli e fra Cornelio doverono conoscere la deliberazione di Roma avanti il 2 ottobre, restandone naturalmente ben poco contenti. Senza dubbio in Roma, dove si sapevano appieno gli odii feroci e le azioni delittuose de' frati Domenicani, massimamente di Calabria, non si era punto sicuri che tutto procedesse in regola, e si voleva una migliore guarentigia dell'onesto andamento delle Informazioni. Grande era difatti la cura che in ciò metteva il S.^to Officio, almeno in Italia, dove le cose non procedevano come p. es. in Ispagna: possono ritenere il contrario soltanto coloro i quali non hanno alcuna conoscenza degli Atti di questo tribunale, che vuol'essere giudicato col confronto de' procedimenti de' tribunali laici in analoghe condizioni, vale a dire nel trattare de' delitti di lesa Maestà, mentre il concetto del S.^to Officio era quello di trattare de' delitti di lesa Maestà Divina. Le lettere medesime scritte da fra Cornelio al P.^e Generale e al Card.^l di S.^ta Severina doverono per la loro virulenza contribuire a mettere in sospetto la Sacra Congregazione; ed anche circa la faccenda della congiura si vide il Papa, mediante il Card.^l Segretario di Stato Cinzio Aldobrandini, come già fin da principio (20 agosto), del pari e sempre più in sèguito (26 settembre), esigere che la causa dei frati e clerici imputati si facesse «per rispetti gravi più tosto in Napoli» con l'intervento del Nunzio, ricevendoli il Nunzio «come prigioni suoi»[379]. Ebbe dunque allora il Campanella un qualche aiuto dal S.^to Officio e dalla Curia Romana: se non che fra Cornelio, solleticato pure dalla speranza d'ingrandirsi sulle miserie dei frati, non lasciò così facilmente la preda, ed attese al miglior modo di servirsi della licenza rimastagli di procedere ad altre Informazioni unitamente co' Vescovi. Non potè più interrogare il Campanella, il quale perciò non ebbe a trovarsi innanzi a Giudici se non quando venne condotto in Napoli; potè bensi travagliare ancora gli altri frati e perfino taluni clerici, aggravando sempre più le condizioni del Campanella e di fra Dionisio; ma dovè passare un po' di tempo, durante il quale vi fu una tregua nel processo ecclesiastico.
III. Facciamoci intanto a vedere le mosse ulteriori dello Spinelli[380]. Conosciuta la cattura di fra Tommaso, con una sua lunga lettera in data 8 settembre egli annunciava al Vicerè di aver avuto già questo «capo principale della sedizione e un altro compagno suo della sua fazione e setta», oltre all'essersi assicurato subito della maggior parte di quelli che fra Dionisio avea nominati e i due primi rivelanti aveano atteso a scovrire per ordine dell'Avvocato fiscale; nè era chiusa per anco la sua relazione, che poteva annunziare di più la consegna allora allora fattagli da Gio. Geronimo Morano di Claudio Crispo, in cui potere si erano trovate due lettere «che verificavano le altre tre avute da' primi rivelanti», con la speranza che gli confesserebbe molte cose essendo amico e compagno di Maurizio. Diceva essersi avuto fra Tommaso «per mezzo e diligenza» del Principe della Roccella «suo nipote» e di un vassallo di lui, al quale era stato promesso, secondochè pure avea promesso il detto Principe, il guiderdone per un servizio tanto segnalato. Ed essendosi raccolto che il Campanella non cercava di fuggirsene a Roma, mostravasi persuaso che nella congiura non c'era la volontà del Papa «come egli e fra Dionisio andavano pubblicando»; tuttavia affermava che se la congiura non fosse stata scoverta ed impedita in tempo, era per succederne molto danno. Mostrava anche di ritenere che S. E. avrebbe comandato di assicurarsi della persona di Mario del Tufo nominato dal Campanella, sebbene egli, lo Spinelli, non l'avesse «posto in iscritto», mentre pure gli veniva nominato da altra parte; e faceva inoltre notare che fra Dionisio aveva nominato a' rivelanti anche il Marchese di S.^to Lucido, di cui Maurizio avrebbe avuto tre lettere. Quanto poi a' Vescovi non gli era riuscito di sapere nulla più di ciò che fra Dionisio aveva comunicato a' due rivelanti, eccetto alcune parole che il Vescovo di Mileto si era lasciato dire e che l'Avvocato fiscale avea già riferite a S. E. «non per anco poste in iscritto», ma da porsi «con molta brevità e in quella maniera» che S. E. avea ordinato (d'onde si vede che lo Xarava tenea del pari corrispondenza col Vicerè, e ne' punti più scabrosi procedevasi con grande riserva, prendendo parte il Vicerè medesimo alla formazione del processo); riferiva pure il braccio datogli dal Visitatore, e rivelava il merito di D. Carlo Ruffo suo «parente», che avea preso due frati della stessa setta (il Pizzoni e il Lauriana), e che aveva atteso ed attendeva a quel negozio con tanta diligenza ed accuratezza da sperare di raggiungere per mezzo suo buona parte dell'effetto di questo servizio, e per dargli più animo supplicava S. E. che restasse servita di scrivere tanto a lui quanto al Principe suo nipote, riconoscendo loro i servizii prestati (così questa volta egli cominciava senza ritardo a giustificare la qualità attribuitagli, _in suos munificus_). Faceva inoltre conoscere di aver inviato l'Avvocato fiscale per tradurre il Campanella da Castelvetere, e per assicurarsi, cammin facendo, de' parenti di lui e degli altri de' quali udirebbe il nome, avendo cominciato a dirli, «prima che se ne penta» (ciò che mostra lo Spinelli malizioso per lo meno quanto lo Xarava). Aggiungeva di aver fatto già trarre in arresto i denunzianti tardivi di Catanzaro e partecipava le buone speranze di avere nelle mani Maurizio e tutti gli altri, pe' molti provvedimenti e le molte intelligenze prese, manifestando che non si farebbe a promettere indulti, se non in caso di grande necessità e di segnalato servizio, quando non si potesse fare diversamente; ed offrendosi a dimandarli altri che non fossero inquisiti di tal delitto, per presentare quelli che lo fossero, lo concederebbe più facilmente «a fine di non indultare complici» (veggasi dunque se Maurizio poteva sperare un indulto). E dubitando che, dietro la cattura del Campanella, procurerebbero di mettersi in salvo molti che non si sapevano, «e potrebb'essere anche dei Vescovi stati nominati», avea posto nel mare di ponente due feluche, le quali scorrendo per quelle marine impedissero la fuga dei colpevoli (d'onde si vede che egli eccettuava appena il Papa, ma avrebbe voluto nelle sue mani tanto i Nobili che i Vescovi). Infine mandava a S. E. la lista di coloro che erano stati carcerati fino a quel momento. La lista comprendeva 34 persone d'ogni ceto; Nobili distinti, come il Barone di Cropani e Geronimo del Tufo; altri Nobili e particolari quasi tutti Catanzaresi, tra' quali due catturati in abito di pellegrini, quattro su' cinque denunzianti tardivi, compreso il Franza e con lui pure il Cordova, inoltre i due Moretti di Terranova (già studenti del Campanella) e Claudio Crispo fuoruscito; finalmente frati, il Pizzoni e il Lauriana carcerati in Monteleone, il Campanella e il Petrolo a quella data tuttora in Castelvetere. Evidentemente in circa dieci giorni si era fatto molto.
In sèguito, il 13 settembre, tradotto il Campanella col Petrolo a Squillace, ed avuta conoscenza della sua Dichiarazione scritta, egli cercò subito di sapere qualche altra cosa da lui; ma non vi riuscì, ed anzi ebbe a sentirsi negare che avesse nominato Mario del Tufo quale aderente alla congiura. Mandò allora al Vicerè, in data del 14, un'altra sua lettera, unendovi una copia della Dichiarazione del Campanella, e in pari tempo una 2.ª copia dell'Informazione presa dal Visitatore e da fra Cornelio, per la quale risultava non solo comprovata la congiura, ma anche posta in luce la eresia; nè si rimase dal profittare di quest'ultima circostanza, per tentare di far accrescere l'ingerenza del Governo contro i frati, che già erano quasi tutti in suo potere[381]. Difatti, nella sua lettera, dopo di avere informato il Vicerè dell'arrivo del Campanella a Squillace, e dell'intento che avea di seminare e introdurre eresie, provato coll'Informazione presa dal Visitatore, «mercè il cui aiuto e buona corrispondenza si erano carcerati e si andavano carcerando gli altri frati compagni ed intrinseci del Campanella» (vale a dire fra Pietro di Stilo, fra Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio), egli subito esprimeva la sua opinione, che contro di loro «sarebbe molto necessario potersi qui procedere a tortura, perchè senza di essa non si potrà chiarire nè provare il danno che il detto Campanella ha prodotto nelle genti di queste parti, persuadendo ed insegnando loro cose ed opinioni tanto abominevoli, secondo che egli credeva e cercava d'insinuare; e stando in quel concetto in cui i popoli lo tenevano, con tanto grande applauso e sèguito, si può per questo credere che abbia fatto qualche danno con la sua falsa dottrina, avendo in sì poco tempo ridotto tanti a sua devozione». Sottometteva quindi a S. E., che «si potrebbe procurare il braccio di Sua Santità o Inquisizione, per procedere qui come alcuni anni dietro si è fatto in Reggio e S.^ta Agata, dove, essendo stata scoverta una certa setta di eresia, s'inviò il Dottor Panza, il quale coll'intervento di un Commissario Apostolico procedè all'estirpazione e gastigo degli eretici». Poi annunziava le altre catture fatte e le ulteriori notizie raccolte anche co' tormenti cominciati a darsi, i provvedimenti adottati in particolare contro Maurizio fuggiasco e qualche altro provvedimento da potersi adottare, ed oltracciò la comparsa de' primi legni turchi e poi di tutta l'armata nemica. — Le cose, come ben si vede, s'intralciano sempre più, in modo da non poterle narrare che partitamente, e serbando per quanto si può l'ordine dato ad esse dallo Spinelli nel riferirle.