Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 38

Chapter 383,729 wordsPublic domain

La Dichiarazione del Campanella merita di essere ben ponderata. Abbiamo già dovuto riportare sparsamente, durante tutta questa narrazione, le notizie che vi si contengono, ma non possiamo dispensarci dal darne qui uno schizzo, per vederla nel suo complesso e farvi qualche commento[369]. In essa, accennati i suoi studii di profezia, i prossimi mutamenti da lui aspettati «nel Regno de Napoli che fu sempre de revolutione», i pareri analoghi anche di varii uomini insigni napoletani e stranieri, le cose prodigiose apparse in quell'anno, la sua predica intorno a questi fatti, la pace tentata tra' Contestabili e i Carnevali, il Campanella rivela diffusamente i desiderii d'indipendenza dal Governo spagnuolo che gli manifestarono Geronimo di Francesco e Giulio Contestabile, l'odio di Giulio verso gli Ufficiali spagnuoli, l'oltraggio da lui fatto ad un'immagine del Re Filippo in presenza anche del Petrolo, la fiducia di lui in Marcantonio e ne' numerosi amici e parenti e perfino ne' turchi. Poi cita altri individui di Stilo co' quali ha parlato della prossima mutazione, e dice che col Pizzoni e fra Dionisio ne parlavano sovente, ed essi mostravano di gradirla. In sèguito viene a Maurizio e racconta che costui lo interrogò sulle mutazioni, mostrandosene lieto, e aggiungendo che se così fosse stato avrebbero avuto molti amici, e che egli, il Campanella, gli disse che chi tiene molti amici può diventar grande, adducendo molti esempi di uomini divenuti grandi ed animandolo al bene. Poi parla dell'andata ad Arena ed a Pizzoni, dove vide il Crispo, e dice che discorrendosi delle mutazioni, costui si vantò di avere amici se vi fosse bisogno di far guerra, ed egli approvò che ne avesse molti. Ma da una lettera di Giulio Contestabile seppe che Maurizio era andato sulle galere di Amurat, e recatosi quindi a Davoli presso il Pittella, seppe da Maurizio che realmente vi era stato ed avea trattato che venisse l'armata turca, giacchè volea pigliare Catanzaro e la provincia, ed avea «capitolato» che i turchi non avrebbero dovuto tenere dominio a lungo ma solo assistere nel mare, contentandosi poi del traffico nel Regno, e gli mostrò una scrittura in lingua turchesca, ed egli si lamentò di quest'atto, facendogli notare che i turchi non osservano fede, e volea rompere ogni relazione con lui. Vide allora il Franza, il Cordova ed un altro, chiamati da Maurizio a Davoli, e pregato di parlare delle mutazioni non potè non confermarle; fu anche invitato a volere esser capo e predicare, ma si negò e si partì per disgusto. Intanto fra Dionisio, perseguitato dal Visitatore, andò a Catanzaro a predicare ribellione secondo la profezia di lui, e per avere molti aderenti disse che nella congiura c'era il Papa, il Card.^l S. Giorgio, il Vescovo di Mileto etc. D. Lelio Orsini, i Signori del Tufo e tutti coloro che s'immaginò essere amici di lui e suoi; ma egli giura di non aver mai parlato di tali cose, nè pensato che per mezzo di loro frati si avessero a muovere. Poi fra Dionisio andò a sollecitarlo perchè uscisse in campagna, ma egli non volle e riparò a Stignano; in sèguito Maurizio gli mandò a dire di ritornare perchè l'avrebbe salvato, ma egli pure si rifiutò andandosene a S. Maria di Titi, e Maurizio cercò di raggiungerlo ed egli fuggì, dandosi nelle mani di Mesuraca, il quale promise di salvarlo in mare, lo nutrì per tre giorni e poi lo consegnò alla giustizia. Infine, ricordando che del pari in Roma e in Napoli si prevedevano mutazioni, dice voler rendere conto a S. M.^tà di quello che Dio manda al mondo per il bene comune, che egli guarda alla salute comune e per essa vuole morire. Dichiara che a fra Dionisio spetta dire il resto, avendo lui trattato il negozio con fatti, mentre egli, il Campanella, l'ha trattato solo con parole. In sèguito aggiunge varii nomi di fuorusciti co' quali Maurizio diceva voler pigliare Catanzaro, e manifesta che l'altra persona, la quale venne col Franza e col Cordova in Davoli, era il Rania, ricordandolo dietro le parole dello Xarava. — Come ben si vede, in questa Dichiarazione la congiura non è menomamente negata, che anzi è esposta in tutti i suoi più minuti particolari, e perfino chiarita in quel suo lato che riusciva ancora oscuro e confuso alle Autorità, vale a dire la partecipazione del Papa, dei Vescovi e de' Nobili, insieme co' turchi; soltanto essa è attribuita ad altri, e il Campanella vi figura appena come colui che vi ha dato innocentemente occasione, col parlare delle profezie e de' presagi di mutazioni prossime, ed un poco anche col consigliare a trovarsi armati e in buon numero coloro i quali vi si mostravano propensi. Era il meno che egli potesse dichiarare sul conto proprio, e bisogna riconoscere che, quantunque avesse scritto in un momento di suprema angoscia, seppe dichiararlo con la solita abilità ed anche con molta unzione, mostrandosi quasi indifferente alle mutazioni, le quali sarebbero avvenute come Dio avrebbe voluto; nè fuor di proposito egli giurava di non aver mai predicato ribellione, e parlato di tali cose, e pensato che per mezzo di loro frati avessero a muoversi, riferendosi a' maneggi fatti in Catanzaro, e alla partecipazione del Papa, de' Vescovi e de' Nobili. Intanto nominava parecchi, anche troppi, i quali avrebbero dovuto rispondere della congiura. In primo luogo nominava i Contestabili col Di Francesco, e massime Giulio, citandone detti e fatti assai gravi, ciò che si spiega col suo vivissimo risentimento verso di loro; inoltre il Pizzoni ed anche il Crispo, citando appena il nome del primo ed aggravando la mano sul secondo, ciò che si spiega coll'essergli noto che il Pizzoni avea già deposto in materia di eresia e di ribellione, senza per altro sospettare che avesse deposto tanto; sopra tutti poi nominava fra Dionisio e Maurizio, citandone azioni gravissime e tali da renderli i soli veramente responsabili di tutto, ciò che può spiegarsi unicamente coll'ammettere che egli credeva essersi costoro già posti in salvo, mentre sapeva che Maurizio vi avea pensato da alcuni giorni. Rimaneva alle Autorità il decifrare come potessero trovarsi insieme i Contestabili e Maurizio inimici, senza un certo tratto di unione, e se il Campanella potesse veramente ritenersi estraneo a questi maneggi: disgraziatamente la cosa riusciva molto facile ad intendersi, ed anzi era già conosciuta molto bene a quell'ora; nè occorre far notare che dopo siffatta Dichiarazione ci volle in sèguito molta disinvoltura da parte del Campanella, per dire che la congiura era stata un'invenzione dello Xarava, de' denunzianti e del Governo! Certamente egli non potè trovarsi contento di aver rilasciata quella Dichiarazione. Quando ebbe a vedere fra Dionisio e Maurizio in carcere, dovè rimanerne confuso, e si conosce che più tardi, anche per conto suo, cercò d'impugnare il contenuto della Dichiarazione, ma, naturalmente, invano[370]. All'opposto lo Xarava dovè rimanerne soddisfattissimo; e si può argomentarlo dal fatto che, invogliato dalla felice riuscita della sua pratica, corse immediatamente a far lo stesso col Pizzoni.

A questo tempo, verso l'11 settembre, si deve con tutta probabilità riferire l'andata dello Xarava a Monteleone, per avere anche dal Pizzoni una Dichiarazione scritta, e dare un'occhiata al processo che il Visitatore e fra Cornelio aveano iniziato: ciò può desumersi dalla data della copia degli Atti di tale processo a lui rilasciata, che è il 12 settembre, e dalla data del trasporto da lui fatto del Campanella e del Petrolo da Castelvetere a Squillace, che una relazione dello Spinelli ci mostra essere avvenuto il 14 settembre. Tenendo presenti queste date, si può calcolare che verso l'11 settembre lo Xarava, ottenuta la Dichiarazione scritta dal Campanella, ne andò a chiedere un'altra al Pizzoni; e in tale circostanza vide il processo ecclesiastico e vi fece al margine que' segni e quegli appunti di cui si è parlato altrove, e scorgendo che le tre prime deposizioni avevano un'importanza grandissima, se ne fece subito estrarre la copia. Quanto alla Dichiarazione scritta dal Pizzoni, ne conosciamo l'esistenza ed anche il contenuto dagli Atti che si conservano nell'Archivio di Firenze[371], con quest'altro particolare, che ad essa andava unito un «Alfabeto in cifra del Pizzoni col Campanella». Nella Dichiarazione, secondo il sunto fattone dal Mastrodatti, il Pizzoni scrisse che «fra Tomase Campanella, et fra Dionisio Ponsio havendosi scoverto di volere introdurre nove leggi, et nuovo modo di vivere, introducendo la libertà con il favore di alcune profetie, et delli Cieli, per Astrologia, andavano procurando amicitia di banniti per dar principio à tal impresa, et havendolo ripreso di queste male prattiche, pensieri, et false profetie, che non sono cose di riuscire, loro risposero che era codardo, e da poco, et che loro non sono tanto impotenti quanto esso fra Gio. Battista si crede, per che adesso li bastano questi pochi banniti à dar principio à tal impresa, et che dopoi alcuni mesi scorsa la nova haveriano havuto soccorso da Venetiani, et da Turchi, et altri Principi, et particolare da D. Lelio Ursino, il quale diceva esser andato à Sua Maestà in spagna, per ottenere, di venire protettore, et poi soccedere nel Principato di Bisignano et ottenere di tenere Compagnia di gente armata, sotto pretesto di guardare il Stato, ma poi dato principio a tale rivoltare, li darà in suo favore la gente predetta armata, et il Stato ancora, et che lui tiene nelle sue terre un fra Gregorio di Nicastro che và explorando le genti sotto habito di Merciaro, et venditore di figure». In somma il Pizzoni non scrisse diversamente da quanto avea deposto innanzi al Visitatore e a fra Cornelio riguardo alla congiura, ed anzi rivelò qualche cosa di meno, aumentando solo l'importanza della parte che avrebbe dovuto rappresentare D. Lelio Orsini: se non che scrisse tutto di suo pugno, in modo da non poter più poi sostenere che talune cose fossero state falsamente aggiunte, siccome fece per la deposizione redatta da fra Cornelio; e sappiamo che lo Xarava questa volta ebbe cura di corredarla di una fede del Mastrodatti e della testimonianza di due persone, che certificarono la Dichiarazione essere stata scritta dal Pizzoni in presenza dello Xarava, e da lui consegnata al medesimo. Ma l'Alfabeto in cifra fu scritto veramente dal Pizzoni e comunicato in parte dallo Xarava a fra Cornelio, il quale poi l'allegò nel processo suo senza citarne il fonte, ovvero fu inventato da fra Cornelio e comunicato da lui allo Xarava, il quale senza citarne del pari il fonte, lo pose a capo della Dichiarazione del Pizzoni? Questo rimane dubbio; bensì non vedendo fatta alcuna parola dell'Alfabeto nella Dichiarazione scritta, e sapendo che il Pizzoni lo negò sempre in sèguito, bisogna piuttosto dire che fra Cornelio, nella sua nequizia, dovè sbizzarrirsi ad inventarlo dietro il cenno dato da' primi rivelanti e poi fatto confermare dal Petrolo innanzi a lui qualche giorno dopo. Si può intanto vederlo tra' documenti che pubblichiamo, ridotto alle firme del Campanella e del Pizzoni, così come fra Cornelio l'allegò nel processo suo[372].

Non prima del 14 settembre il Campanella fu tradotto dalle carceri di Castelvetere a quelle di Squillace; ma non avea per anco lasciato le carceri di Castelvetere, che vi accadeva un fatto importante, del quale dobbiamo ancora dar conto. Ricordiamo che là si trovavano rinchiusi Felice Gagliardo, Orazio Santacroce, Geronimo Conia, Gio. Angelo Marrapodi, Camillo Adimari, ed inoltre Cesare Pisano, il quale vi era stato visitato dal Campanella con fra Dionisio e fra Giuseppe Bitonto ne' primi giorni di luglio, ed era stato anche da lui raccomandato al Principe della Roccella; ricordiamo che Cesare Pisano fin d'allora cercò sempre d'indurre o di raffermare nella ribellione tutti costoro (giacchè taluni, come il Gagliardo ed il Conia, sembra certo che vi fossero stati già iniziati dal Bitonto e dal Jatrinoli), magnificando i disegni del Campanella e predicando eresie in quantità. Non appena seppero che il Campanella ed il Petrolo venivano rinchiusi in quelle medesime carceri e che la congiura era stata scoperta, con tutti i particolari che se ne andavano diffondendo, que' cinque scellerati, per farsi merito e provvedere alla loro salvezza, pregarono il Castellano di rappresentare al Principe della Roccella che Cesare Pisano, fin da quando venne carcerato, si era sempre sforzato d'indurli a prender parte a questa congiura, ed oltracciò denunziarono lo stesso Pisano al Vescovo di Gerace per le eresie che andava loro persuadendo; nè trovarono difficile il giustificarsi per non aver rivelato prima di allora, adducendo che ritennero lungamente essere il Pisano un matto, ma poi, udita la carcerazione del Campanella, doverono ritenere queste cose per vere e quindi subito le rivelarono. Ciò risulta tanto dagli Atti esistenti in Firenze, quanto dal processo ecclesiastico. Il Principe della Roccella, ricordatosi che fra Tommaso gli avea raccomandato il Pisano, scrisse una lettera a Carlo Spinelli, avvisandolo dell'intercessione del Campanella per Pisano, al quale avea parlato della congiura e naturalmente dovè partecipare ancora quanto gli era stato rivelato da' cinque prigionieri[373]; ed accadde che costoro, al contrario di quanto si aspettavano, finirono dietro questa lettera per venire, unitamente col Pisano, sotto la giurisdizione dello Spinelli e Xarava, rimanendo a lungo, in qualità di presunti complici, carcerati ed anche straziati, come rilevasi dalle loro deposizioni e confessioni in tortura riferite negli Atti esistenti in Firenze. D'altro lato il Vescovo di Gerace, secondo lo stile del S.^to Officio, non tardò un solo momento ad occuparsi della denunzia, inviando qual suo Delegato l'Abate Curiale de Curiali per prendere Informazione del fatto nelle carceri di Castelvetere: questa Informazione, composta degli esami di tutti e cinque i denunzianti, trovasi integralmente inserta nel 1.º volume del processo ecclesiastico ed è in data del 13 settembre, non mancando nemmeno nel suo esordio la notizia, in verità molto confusamente e scioccamente espressa, del trovarsi allora «preso del pari, fermamente carcerato e detenuto in detto castello, fra Tommaso Campanella». Non staremo a ripetere le eresie, in gran parte goffe, che si rivelarono in quella circostanza, tanto più che ne abbiamo dato qualche cenno a suo tempo, nel narrare la carcerazione del Pisano e i varii discorsi da lui tenuti nel carcere, e dovremo parlarne ancora a proposito degli ulteriori esami a' quali fu sottoposto nell'uno e nell'altro tribunale, dove ogni volta le ripetè; d'altronde un saggio de' principali esami dell'Informazione trovasi anche ne' Documenti che pubblichiamo[374]. C'importa soltanto notare che in ispecie Felice Gagliardo depose avere il Pisano affermato che tutte quelle eresie gli erano state insegnate da fra Tommaso Campanella, dal Bitonto ed altri monaci, ed il resto de' denunzianti depose, insieme col Gagliardo, che il Messia Campanella, con armi, danari e gente molta, doveva assaltare il Regno, pigliare Stati e far nuove leggi.

Per tal modo le condizioni giuridiche del Campanella divenivano rapidamente assai tristi: gli Atti del processo ecclesiastico, la Dichiarazione scritta del Pizzoni, e quasi contemporaneamente le deposizioni unanimi de' compagni di carcere del Pisano, confutavano del tutto la Dichiarazione sua in quanto all'esser lui rimasto estraneo a' maneggi di congiura; del resto essa era stata già confutata in precedenza, e molto più seriamente, da alcune lettere trovate sulla persona di Claudio Crispo catturato appena qualche giorno dopo di lui. — Propriamente l'8 settembre il Crispo fu catturato da Gio. Geronimo Morano; non sappiamo nè dove nè come, ma sappiamo che al momento della cattura tentò di lacerare due lettere, e che il Morano se ne impossessò. Questo risulta da una relazione dello Spinelli al Vicerè trovata in Simancas, come pure dalle notizie riportate negli Atti esistenti in Firenze[375]. Le lettere erano quelle delle quali abbiamo già tenuto conto parlando delle trattative di congiura, l'una di Maurizio, in data del 25 luglio, che diceva al Crispo essere lui, Maurizio, «l'istessa persona con fra Tomase», e l'altra del Campanella medesimo, in data degli 8 agosto, che gli diceva di «venire con qualche amico et particolarmente con Gio. Francesco d'Alisandria». Vedremo tra poco che un'altra lettera del Campanella al Crispo fu trovata in potere di fra Paolo della Grotteria quando costui fu preso, ed essa era ancor più compromettente; onde si scorge che la non partecipazione alla congiura, dichiarata dal Campanella, veniva giorno per giorno smentita anche da documenti autentici. Il Crispo fu tratto direttamente alle carceri di Squillace, e le lettere furono inserte nel processo.

Ma è necessario tornare al Visitatore e a fra Cornelio. Essi avevano proseguito a far carcerare frati, dando lettere di cattura a D. Carlo Ruffo ed agli altri Commissionati. Fin dal mese antecedente fra Cornelio avea fatta una perquisizione delle carte e corrispondenze epistolari di tutti que' frati che si sapeva essere conoscenti ed amici di fra Dionisio e del Campanella; in sèguito di tale perquisizione fu preso fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, Vicario di Tropea e zio di Cesare Pisano, essendosi trovata presso di lui una lettera di fra Dionisio del 21 luglio, con la quale gli raccomandava un frate, annunziandogli pure la presenza del Visitatore nella provincia e la liberazione di Cesare già avvenuta, come egli credeva, dietro le raccomandazioni sue e del Campanella; inoltre fu preso anche fra Alessandro di S. Giorgio lettore di Tropea, senza che risultino veramente chiari i motivi della sua cattura. Questi due frati vennero esaminati dopo il Pizzoni e il Lauriana, l'8 settembre; ma le loro relazioni con fra Dionisio, e più ancora col Campanella, erano tanto lontane, che appena poterono dar conto della opinione che essi ne avevano, e fu deliberato di non procedere oltre negli esami, «acciò non venissero a conoscere il modo d'interrogare in quella causa»; il giorno dopo furono quindi rilasciati entrambi, non senza però l'obbligo di presentarsi ad ogni richiesta, dando una idonea cauzione da prestarsi nelle mani del Vice-Duca di Monteleone, ossia D. Carlo Ruffo. Il Campanella disse poi, nella sua Difesa, che fra Cornelio ricevè per la liberazione di questi due frati D.^i cento; è possibile che questa somma abbia rappresentata la cauzione, la quale forse non venne mai più restituita. — Ma furono presi ancora altri frati di molto maggiore importanza, i cui nomi erano stati profferti da' primi esaminati o da' primi rivelanti, cioè a dire fra Pietro di Stilo, fra Paolo della Grotteria, fra Pietro Ponzio, fra Giuseppe Bitonto; il solo fra Giuseppe Jatrinoli non fu preso, forse neanche cercato, e gli stessi Giudici che vennero dopo ne ignorarono sempre il motivo. Prima di tutti, fra Pietro di Stilo, come egli medesimo raccontò, fu preso il 7 settembre nel suo convento; lo stesso Carlo di Paola, che prese il Pizzoni e il Lauriana, unitamente con un Donato Antonio Mottola carcerò fra Pietro, come risulta dagli Atti esistenti in Firenze; e fra Pietro narrò pure di essere stato condotto dapprima alla Motta, poi alla Roccella e a Castelvetere, quindi a Monteleone, da ultimo a Squillace. Giunse a Squillace qualche giorno prima del Campanella; vedremo infatti che fu quivi esaminato dal Visitatore e fra Cornelio il giorno 13, poco prima che vi giungesse il Campanella col Petrolo, e venne rinchiuso nelle carceri dette «il Carbone», delle quali si fa parola anche in qualche documento esistente nel Grande Archivio[376]. Non conosciamo propriamente perchè fu condotto da Monteleone a Squillace; ma forse dovè esservi un ordine dello Spinelli in questo senso sia per tenere tutti i frati, ed anzi tutti gli ecclesiastici, meglio custoditi, sia per tenerli tutti riuniti e pronti ad essere inviati a Napoli, secondochè il Vicerè avea comandato. Quanto a fra Paolo della Grotteria, egli fu preso un po' più tardi nel suo convento di Grotteria da Ottavio Gagliardo, con questa particolarità importantissima, che sulla sua persona fu trovata una lettera del Campanella a Claudio Crispo, ed inoltre un libercolo manoscritto di segreti e «più cose di forfanterie, e tra le altre ci era per andare invisibile, et un altro capitolo per sciogliere l'huomeni e donne ligate», come pure per non confessare alla corda[377]. La lettera del Campanella parrebbe che fosse appunto quella scritta a' primi di agosto, nella quale egli diceva che avrebbe desiderato parlare con gli amici e che per questo avrebbe voluto recarsi a Pizzoni, ma perchè non gli era stato scritto che quelli erano venuti, se ne asteneva, e vi si sarebbe recato l'indomani laddove avesse saputo che fossero venuti, non convenendo mutare stanza senza certo disegno perchè il mondo non pensi a male etc. (se n'è parlato a pag. 203-204): era una lettera che destava legittimi sospetti, e verosimilmente fra Paolo, cui si era dato l'incarico di recarla da Stilo a Pizzoni, non si curò o non potè aver modo di farla capitare al suo destino e non provvide nemmeno a farla scomparire; essa fu data allo Xarava ed inserta nel processo della congiura. Il libercolo manoscritto, contenendo cose superstiziose, fu mandato a D. Carlo Ruffo e da costui passato a fra Cornelio, il quale l'allegò al processo di eresia; fu molto notato in sèguito da taluni il trovarvisi un segreto per non confessare alla corda, ma non c'era da farne molto caso, mentre rappresenta una piccola parte di molte altre goffaggini, e la corda doveva allora temersi da chiunque, non dai soli frati nè per la sola causa della congiura. Veniamo a fra Pietro Ponzio. Egli fu preso in Oppido, insieme col fratello Ferrante che sappiamo in ufficio di Vice-Conte o governatore di Oppido, per mano di Scipione e Marcello Silvestro e Pietro Paolo Salerno mandati da D. Carlo Ruffo, il quale poi gli disse essere stato catturato perchè fratello di fra Dionisio; e veramente egli non aveva altre colpe che questa parentela ed un'affettuosa amicizia pel Campanella, ed intanto era stato fin da principio denunziato come uno de' tre frati che menavano innanzi la congiura. Inoltre fu preso anche fra Giuseppe Bitonto, e costui in circostanze degne di nota. Fuggito dal convento di Condeianni dove avea l'ufficio di Vicario, e portatosi in una vigna di Gio. Tommaso Campo suo zio, nelle vicinanze di S. Giorgio, egli si era nascosto in un pagliaio, vestito da secolare, fattasi radere la corona e crescere la barba, ed armatosi di fucile e di pugnale. Ottavio Gagliardo, con Muzio Barone e Gio. Domenico Rodino, lo presero in quel pagliaio, «armato di scoppettuolo di tre palmi et un pugnale, et a tempo lo volsero pigliare, volse rancare il pugnale», come si legge negli Atti esistenti in Firenze. Vedremo più in là i particolari anche degli abiti così del Bitonto, come del Campanella e del Petrolo, che furono i tre frati fin qui presi in veste secolare; vedremo dippiù essere stati presi pure alcuni altri frati, nè soltanto Domenicani, ma questi furono di secondaria importanza, in numero anche più ristretto, e presi più tardi, sicchè non occorre parlarne in questo momento.