Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 37
La più importante cattura di que' giorni fu quella del Campanella in compagnia di fra Domenico Petrolo, avvenuta nella sera del 6 settembre; dopo di essa va registrata quella di Claudio Crispo, avvenuta l'8 settembre. La cattura del Campanella merita naturalmente di essere narrata in tutti i suoi più minuti particolari, e ce li forniscono assai bene sopratutto le deposizioni che il Petrolo fece in più volte nel tribunale per l'eresia ed anche nel tribunale per la congiura, poichè nel processo di eresia si trovano fortunatamente anche le deposizioni da lui fatte intorno alla congiura, trasmesse in copia da un tribunale all'altro; del resto il Campanella medesimo ne scrisse parecchie circostanze nella sua Dichiarazione e poi nelle sue Difese, nelle sue Poesie e da ultimo nella sua Narrazione, e questa volta le notizie di entrambi i fonti concordano ne' punti essenziali. Lasciammo il Campanella, verso il 27 agosto, allontanatosi da Stilo dietro l'avviso e la sollecitazione di fra Dionisio, ridottosi a Stignano e là denunziato dall'ospite suo D. Marco Petrolo, denunziato anche dal suo amico e discepolo Giulio Contestabile, e nascostosi in qualche altra casa pur sempre a Stignano. Maurizio, con ogni probabilità avvertito del pari da fra Dionisio, corse pur egli a Stilo per abboccarsi con lui, e non trovandolo, gli scrisse due volte di tornare a Stilo «chè esso lo salvava»; ma il Campanella si rifiutò egualmente di unirsi con lui, mentre il padre suo piangendo diceva volerlo «meglio morto che uscito in campagna», e si ricoverò sulla collina presso Stignano in un convento di Francescani detto di S. Maria di Titi[362]. Maurizio corse ancora su quel convento, e il Campanella, che stava col Petrolo a pranzo, se ne fuggì, e fu seguito da Maurizio per sette miglia senza farsi raggiungere, sino a che, presso la Roccella, trovò un contadino a nome Antonio Mesuraca, il quale, avendo qualche obbligazione verso il padre di lui, lo accolse insieme col Petrolo con promessa di trovar loro un imbarco, li tenne seco tre giorni, ma poi li tradì[363]. Questo ci lasciò scritto il Campanella, ma fra Domenico Petrolo aggiunse molte altre particolarità. Secondo il Petrolo, essendo in Stilo, ed avendo udito da fra Dionisio le voci che correvano contro di lui, il Campanella gli disse, «fra Dominico, si come quando io sono stato a piacere tu mi sei stato bono amico et hai imparato da me, mi par ragionevole che ancora m'habbi da seguire in questi travagli et non abbandonarme, ma esserme fidele amico», e così fuggirono insieme. Maurizio allora in più lettere invitò il Campanella a tornare a Stilo, dicendogli che andasse a tre ore di notte ed escludesse ogni altro dalla sua compagnia eccetto fra Dionisio, ma egli, il Petrolo, dissuase il Campanella dal farlo, perchè non si accreditasse sempre più la voce de' suoi disegni di ribellione, e poi una persona venne da Stilo e disse che fra Pietro l'avvertiva di stare all'erta dubitando di Maurizio: arrivava intanto a Stignano gente armata, e il Petrolo, travestitosi da ortolano, e munito di una zappa, racconciando i canali lungo la via per non essere riconosciuto, si diresse verso S. Maria di Titi, e il Campanella lo raggiunse, e ricoveratisi nel convento mandarono un frate ad informarsi dello stato delle cose; il frate tornò dicendo che in Stignano non c'era gente, ma in Stilo c'era, e mentre pranzavano, nella sera seguente, venne un corriere spedito da fra Pietro di Stilo che li avvertiva di fuggire perchè Maurizio li voleva ammazzare. Giunse infatti Maurizio, e non trovandoli, li seguitò per più di dodici miglia a fine di ammazzarli ed indultarsi (!); essi fuggirono verso la Motta Placanica, ma per via il Campanella mutò parere e disse che era meglio andare verso la Roccella, e così facendo, nella notte, incontrarono Gio. Antonio Mesuraca amico di fra Tommaso, il quale li condusse fuori la terra in una casa in campagna, e là rimasero tutto il sabato, la domenica e il lunedì, e nella sera di tale giorno furono tratti in arresto. Guardando le date, si ha che la fuga da Stilo dovè accadere tra il 27 e il 28 agosto, quella da Stignano il 2 settembre, quella da S. Maria di Titi la sera del 3, la permanenza presso la Roccella il 4, il 5 e 6 settembre; ma ecco ancora alcune notizie su' fatti di questi ultimi tre giorni, come le rivelò il Petrolo. Non appena giunti nella casa di Mesuraca, costui fece travestire anche il Campanella da secolare[364], ed almeno per qualche tempo i due fuggiaschi si tennero insieme nascosti nella paglia al di fuori della casa; quivi il Campanella avrebbe detto al Petrolo che si era trattato l'aiuto del Turco e c'era un albarano avuto da Maurizio, che da 13 anni tenea sullo stomaco que' pensieri di ribellione insieme con fra Dionisio, che costui era stato da lui mandato alla piana (piana di Terranova) per tenere in ordine le genti e i fuorusciti di quel posto, ed avendo alcune scritture in cifra, e domandato dal Petrolo cosa significassero, avrebbe detto che quelle erano lettere del Pizzoni scritte in un modo inteso solo tra loro; ma è evidente che siffatti discorsi rappresentavano per lo meno la continuazione di discorsi anteriori e non trattavano già quegli argomenti per la prima volta, come si proponeva di far credere il Petrolo quando li rivelò[365]. Inoltre allora appunto, nel mangiare alcuni fichi, il Petrolo avrebbe dimandato al Campanella se quelle erano le frutta per le quali peccò Adamo, e il Campanella avrebbe risposto con uno scherzo e detto che quelle erano baie. Ancora il Campanella avrebbe parlato al Mesuraca dell'aver mandato Maurizio al Turco, dell'aspettativa in cui si era delle galere del Turco, dell'aver lui procurato che queste venissero, e dimandatogli se venivano ed avuto per risposta che ne venivano trenta, avrebbe detto, «queste vengono per me, per che Mauritio hà parlato ali turchi, però trovati modo di mettermivi di sopra che vi farò grand'homo»; la qual cosa non ci pare affatto inverosimile, giacchè, pur non essendo vero che Maurizio fosse stato mandato proprio da lui, importava in quel momento il farlo credere per dare animo a tutti e tenere il Mesuraca in fede. Ma come il tempo passava, gli animi si abbattevano e il Mesuraca faceva i suoi conti. Il Petrolo pregò il Mesuraca che volesse porlo in disparte dal Campanella, non avendo il coraggio di andarsene per la quantità di gente armata che era sparsa in quella regione e che al vedere la sua corona l'avrebbe preso in iscambio del Campanella; d'altra parte il Campanella, essendo solo col Petrolo, lo pregò che volesse radergli la corona, ma il Petrolo si rifiutò, ed egli fattosi malinconico diceva, «Dio te lo perdoni, che non me lasciasti pigliare da Turchi questi giorni passati, quando vennero sotto la torre di Badolato», mostrandosi persuaso che non l'avrebbero fatto schiavo perchè amico di Maurizio. Infine la sera del 6 settembre, venne uno stuolo di armati, e i due miseri traditi, aspramente legati, furono condotti a Castelvetere. Dalle notizie che fornisce il Carteggio del Vicerè si ha che il Mesuraca avea rivelata la faccenda al Principe della Roccella, e costui gli avea promesso un buon guiderdone. Dalle notizie che forniscono gli Atti giudiziarii esistenti in Firenze si ha che, al momento della cattura, il Campanella disse, «io vengo volentieri, et dirò quanto si voleva fare et dimostrarò con che ragione si voleva fare», aggiungendo al Mesuraca che «fussero raccomandati li parenti suoi, per che esso andava a morire in potere della Giustitia»; ma il Petrolo a sua volta disse, «ammazzatime, non me levati vivo». Dolevasi pure molto il Campanella de' Contestabili di Stilo, dicendo che essi l'aveano fatto carcerare: da parte sua il Mesuraca si scusava dicendo che avea dovuto agire a quel modo, per timore del Principe di cui era vassallo, e soggiungeva al Campanella che subito sarebbe morto «e che venea per questo Xarava el Baron della Bagnara el Baron di Gagliato con più di 200 persone, li quali venuti li dissero che dovea morire e che F. G. Battista di Pizzoni havea detto tante heresie con la ribellione»[366].
Ma come mai il Campanella si era mostrato così restio ai consigli di fra Dionisio e poi agl'inviti ripetuti di Maurizio, e si era spinto ad una fuga disordinata innanzi a costui? La cosa più naturale è certamente il ritenere che ognuno avesse agito secondo gli dettavano le proprie qualità dell'animo. Fra Dionisio, coraggioso e bollente, dovè pensare che il meglio possibile fosse il cadere da forti sul campo, e cominciò in tal guisa a spiegare quella sua condotta, che vedremo ammirevole nella fortuna avversa. Maurizio, coraggiosissimo ma prudente, dovè scorgere impossibile anche l'uscita in campagna quando si era già raccolto un così gran numero di milizie, e d'altra parte era già cominciata a manifestarsi la demoralizzazione de' congiurati; non ignorante delle arti di guerra, dovè giudicare non impossibile uno scampo, malgrado la presenza di tanti nemici, e difatti mostrò bene di saperlo trovare fino a che si trattò di schermirsi da loro, e vedremo che ebbe a soccombere solo per gli elementi avversi; dovè quindi realmente avere in animo di salvare il Campanella, salvarlo malgrado la renitenza di lui, onde fece quella corsa, prova del suo coraggio, da Guardavalle a Stilo e poi a Stignano e poi sulla via di Placanica, mentre quei posti già venivano occupati dalle milizie. Ma non si può menomamente ammettere che egli avesse avuto in animo di uccidere il Campanella e il Petrolo per indultarsi; tale concetto è respinto da quanto sappiamo della vita di Maurizio e delle condizioni stesse occorrenti per avere un indulto. Abbiamo visto che l'indulto bisognava pattuirlo coll'autorità mercè una convenzione od almeno una promessa antecedente, ed era lecito a Maurizio, uno de' capi, compromesso quanto il Campanella e forse più, sperare un indulto, e sperarlo senza patti espressi ed al momento al quale si era giunti? E se lo avesse sperato, gli sarebbe convenuto di esigere che il Campanella si fosse recato presso di lui egli solo e non già insieme col Petrolo, mentre così avrebbe potuto presentare due compromessi invece di uno? Nè poi si capisce perchè avrebbe dovuto ucciderli, mentre si sa che acquistavasi maggior merito presentando vivi quelli che erano fortemente ricercati dalla giustizia. Fra Pietro di Stilo, tenerissimo del Campanella e trepidante per lui, potè per un momento pensare che le calde insistenze di Maurizio nascondessero un agguato a fine d'indultarsi, tanto più che avea sotto gli occhi esempi di perfidia incredibile, capaci anche troppo di far vacillare la sua ordinaria avvedutezza e serenità di giudizio. D'altra parte il Petrolo, timidissimo ed avvilito fuor di misura, come lo rivelano le parole che pronunziò quando fu catturato e poi quelle che gli vedremo pronunziare quando si trovò al cospetto degl'Inquisitori, potè scorgere un grave pericolo nell'unirsi a Maurizio e in sèguito un pericolo ancora più grave nel possibile risentimento di Maurizio per aver consigliato di non unirsi con lui. Ma non si può facilmente sostenere che tanto da parte del Petrolo, quanto da parte del Campanella, fosse stato accolto il pensiero di fra Pietro di Stilo, e che la loro fuga innanzi a Maurizio fosse stata motivata dalla credenza che costui volesse ucciderli a fine d'indultarsi, mentre veramente un tale motivo della persecuzione di Maurizio fu da loro addotto abbastanza tardi e per convenienza della loro causa. Infatti il Petrolo da principio disse che Maurizio voleva ucciderlo perchè egli avea dissuaso il Campanella dal recarsi presso di lui, la qual cosa evidentemente non avea potuto nemmeno giungere all'orecchio di Maurizio: il Campanella poi da principio, nella Dichiarazione che scrisse ne' primi giorni della sua prigionia, parlò della persecuzione di Maurizio nel senso che costui volea salvarlo ed egli si rifiutò di associarvisi essendone disgustato; più tardi, nella Difesa, scrisse che Maurizio voleva ucciderlo perchè temeva che egli rivelasse l'accordo da lui preso col Turco, e perchè era sdegnato dell'aver fatto salvare Giulio Contestabile da' furori di lui; assai più tardi, scorsi già parecchi anni, nella Narrazione, scrisse che Maurizio voleva ucciderlo ed indultarsi[367]. A noi sembra che il Campanella, potentissimo in cognizioni ed in astuzie, dovè credere più pericoloso per lui il trovarsi armato di un fucile in campagna, che armato di sottigliezze nel foro, quantunque non ignorasse che nel foro avrebbe incontrato manigoldi piuttosto che giudici; dovè quindi sembrargli suo primo bisogno distaccarsi appunto da fra Dionisio e da Maurizio, che aveano rappresentato una parte attiva più appariscente, e dopo ciò tentare ancora uno scampo in mare presso il Turco mediante una persona che avea motivo di ritenere fidata, quale il Mesuraca, mentre in terra vedeva perfino taluni de' più accesi nella faccenda della congiura voltargli brutalmente le spalle ed agire a suo danno.
Proseguiamo intanto la narrazione de' fatti del Campanella dopo la sua cattura. Abbiamo visto che molti accorsero quando fu preso, in particolare i più grossi Commissionati, il Morano ed il Ruffo co' loro armigeri, e può intendersene facilmente il motivo: ognuno volea farsi bello di questa cattura, la quale in realtà fu eseguita dagli armigeri del Principe della Roccella, onde a costui venne poi attribuita, quantunque egli non avesse fatto altro che spedire i suoi bravi e promettere in nome del Re un buon guiderdone al Mesuraca che gli diè l'avviso, non risultando che siasi recato egli medesimo sopra luogo, siccome da taluni Storici fu detto. Così quel gran numero di armati servì solo ad accompagnare il Campanella e il Petrolo fino a Castelvetere; ma doverono forse esser pure condotti con costoro tredici altri individui catturati in quelle vicinanze, che lo Spinelli, nel riferire in fretta al Vicerè l'importante avvenimento, annunziò essere stati trovati in compagnia de' due frati vestiti da secolari, i quali volevano imbarcarsi ed andare in cerca delle galere toscane o di qualche legno inglese o dirigersi in Turchia, mentre sappiamo da parecchie testimonianze che veramente i due frati erano stati essi soli in mano del Mesuraca. Quegli aguzzini contristavano per via l'animo del Campanella, annunziandogli che dovea morire e manifestandogli che il Pizzoni avea rivelato grandi cose di eresia e di ribellione (ciò che realmente era noto a D. Carlo Ruffo stato presente agl'interrogatorii); inoltre s'ingegnavano di sapere da lui i complici, e raccolsero infatti diversi nomi, segnatamente quello di Mario del Tufo, che uno di loro affermò essere stato pronunziato dal Campanella in tale occasione; ma il Campanella ebbe poi a negarlo assolutamente, spiegando la cosa col dire, che avea manifestato doversi Mario del Tufo, e tutti coloro che erano amici suoi, guardare di non esser presi, perchè li sarebbero andati carcerando. E in questo mentre, riflettendo alla condotta del Pizzoni, egli «pensò subito che questa fu arte del Pizzoni per fuggir la furia secolare, et avvisò... a F. Domenico di Stignano ch'era seco carcerato, che pur dicesse heresie»: così ci fece sapere egli medesimo nella sua Narrazione, e vedremo infatti che fra Domenico finì per rivelarlo, senza per altro scagionare il Campanella come eretico; solo non può accettarsi che egli avesse pur allora artificiosamente manifestato essersi «più presto negotiato con Turchi e non col Papa, ma per hereticare, e che però Mauritio era andato sopra le galere di Amurat Rais» etc. e che «così piacque poi allo Xarava che ci entrassero i Turchi» e lo fece deporre a' primi rivelanti. Di questi rivelanti abbiamo la denunzia autentica scritta fin dal 13 agosto, nella quale aveano già parlato de' turchi e dell'andata di Maurizio; rimane quindi vero solamente che piacque alle Autorità il raccogliere, bene o male, che egli non tenesse intelligenze col Papa, essendo stato trovato in via di fuggirsene in tutt'altra direzione che in quella di Roma; vedremo infatti che così scrisse lo Spinelli al Vicerè, il quale lo accettò immediatamente, senza dubbio perchè riusciva soddisfacentissimo il non aversi ad occupare di un soggetto così scabroso qual'era il Papa, e il poter mettere sempre più in luce soggetti tanto odiosi quali erano i turchi. — Venne poi, qualche giorno dopo, nelle prigioni di Castelvetere anche lo Xarava, non accorso col Morano e col Ruffo al momento della cattura, come potrebbe credersi leggendo la Narrazione, ma inviato subito dallo Spinelli «perchè procurasse di aver chiarimenti dalla bocca di lui sulla congiura della quale era imputato, prima che egli trattasse con alcuno», ed anche «perchè venisse sicuro» da Castelvetere a Squillace, come rilevasi dal Carteggio Vicereale. Probabilmente lo Xarava si comportò col Campanella in un modo affatto diverso da quello usato dal Morano e dal Ruffo, dandogli buone parole, condolendosi e lusingandolo, per mantenerlo ben disposto a largheggiare in una «Dichiarazione che volle fare di sua mano» innanzi a lui. La scrisse difatti molto larga e con qualche condiscendenza, siccome si rileva specialmente verso la fine di essa, là dove si trovano due periodi, in uno de' quali sono registrati certi nomi di fuorusciti, e in un altro, più chiaramente aggiunto, è registrato il nome del Rania, di cui egli non si era ricordato prima e da ultimo si ricordò dietro suggerimento dello Xarava: siffatta circostanza, e poi il suo silenzio costante su questa Dichiarazione scritta, e il suo odio mortale verso lo Xarava manifestato sempre con gli epiteti più atroci in prosa ed anche in versi[368], ci menano a credere non aver lui mai più potuto rammentare senza vivissimo sdegno che, sebbene maestro in astuzie, si fosse lasciato trarre in inganno da quest'uomo di «volpino pelo», mentre solamente più tardi, dopo ottenuta la Dichiarazione, lo Xarava dovè scovrirsi nel senso di sostenere che questi frati avessero a morire _jure belli, inconsulto Pontifice_.