Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 36

Chapter 363,496 wordsPublic domain

Nello stesso giorno 4 settembre, dopo che D. Carlo Ruffo ebbe presentato i due carcerati al Visitatore e gli ebbe da lui ricevuti in consegna, il Visitatore e fra Cornelio cominciarono ad esaminare il Pizzoni[356]; ed ecco i risultamenti dell'esame, che non possiamo dispensarci dal riferire con una certa larghezza quantunque assai ci pesi l'entrare in molte particolarità, giacchè sopra di esso e degli altri seguenti si fondò quel famoso processo, che durò più anni e diè materia a 4 volumi di scritture. Interrogato sul modo e sul motivo presumibile della sua cattura, il Pizzoni ne espose le principali circostanze, ma tacque la presenza di fra Dionisio nel convento, e subito dichiarò essersi immaginato che dovesse venire interrogato «come testimone» sulle cose del Campanella e fra Dionisio, i quali erano stati in Pizzoni nel luglio scorso; di poi, dietro analoghe interrogazioni, esposte le relazioni precedenti avute con loro, li qualificò «uomini tristi», affermando che in Pizzoni il Campanella gli avea detto di volerlo «far homo», poichè aveva profezie di gran rumori e ribellioni le quali profezie erano per lui, che bisognava trovarsi armati, che si collegasse a lui ed avendo aderenze con fuorusciti glie li mettesse a sua devozione; ma egli rifiutò ogni sua proposta, e il Campanella sdegnato disse che giustamente fra Gio. Battista (di Polistina) glie l'aveva dichiarato un traditore. Soggiunse che il Campanella avea detto pure sembrargli che Iddio l'avesse proprio eletto ad insegnare la verità e togliere gli abusi della Chiesa, che i Sacramenti erano per ragione di Stato, che il canto in Chiesa era cosa frivola. Ma gl'Inquisitori non si contentarono di queste poche rivelazioni, e sebbene egli accennasse a voler dire qualche altra cosa, decisero di riporlo in carcere per atterrirlo: ed egli «atterrito» pregò di voler parlare, ed espose una quantità di eresie dettegli dal Campanella circa l'Eucaristia, i Sacramenti in generale, il crocifisso, la verginità di Maria, gli atti carnali, la verità de' detti degli Apostoli, i miracoli, i demonii, il Papa, la Trinità, eresie che affermò avere udite dalla bocca del Campanella, in piccola parte in Stilo e poi in Pizzoni; dietro interrogazioni aggiunse che pure fra Dionisio gli avea già prima palesate le medesime opinioni dicendo che le teneva per vere, che gli aveva inoltre raccontato il fatto osceno di un tale verso l'ostia consacrata, ed egli, il Pizzoni, sospettò che quel tale fosse stato fra Tommaso! Dietro altre interrogazioni rivelò che in Stilo il Campanella gli avea detto essere Maurizio stato sulle galere di Amurat, e fra Dionisio gli avea parlato degli albarani fatti tra loro; che entrambi volevano far la repubblica con l'aiuto di molti potentati, e dapprima con la lingua e con le armi de' fuorusciti, come Maurizio, il D'Alessandria, il Cosentino, i figli di Jacobo grasso e Giulio Soldaniero, il quale «dovea sapere il tutto di questo fatto che gli fu pienamente narrato et comunicato dal Pontio»; che avevano aderenti in Stilo, in Catanzaro e in Davoli, e il favore di D. Lelio Orsini, del Bassà Cicala e perfino de' Veneziani, pensando lui che in Padova, dove il Campanella era stato, si avea fatto amici Veneziani e glie l'avea comunicato! Aggiunse che il Barone di Cropani era pure fautore come gli avea detto fra Dionisio, che si doveva ammazzare il Governatore e gli Ufficiali e poi gridar repubblica, che tra' frati erano complici il Petrolo, il Bitonto, il Jatrinoli e fra Paolo della Grotteria, e dietro interrogazione dichiarò di aver parlato non per timore del carcere ma spontaneamente! — Come ben si scorge, il Pizzoni rivelò tutto ed anche qualche cosa di più, solo pensando a salvare la sua persona e non avvedendosi che in tal modo la comprometteva maggiormente. Vedremo che, secondo il carattere suo versipelle, egli pensò poi di far credere a fra Tommaso aver parlato dell'eresia per sottrarsi alla furia secolare, e non aver parlato propriamente di ribellione, o almeno di quella ribellione che si diceva; ma il fatto è che parlò dell'una e dell'altra cosa ampiamente, senza far figurare il Papa nella congiura sol perchè non sapeva che fra Dionisio avesse propagata una simile frottola in Catanzaro, e si può ben credere che questo non dovè dispiacere agl'Inquisitori[357]. Vedremo pure che egli in ultima analisi non smentì mai queste sue deposizioni, pur troppo ostili al Campanella più che a fra Dionisio, ma solo si dolse che fra Cornelio avea scritto nel processo verbale frati «complici» mentre si era parlato di frati «familiari» del Campanella, ed oltracciò avea scritto essersi da lui deposto che il Soldaniero conosceva tutto, omettendo di leggerlo prima della sottoscrizione per non incontrare una smentita: giunse veramente a dare per sospetto tanto fra Cornelio quanto il Visitatore, e disse falso tutto il processo per le male arti usate nel far deporre dagl'inquisiti e per le estorsioni fatte, ma ciò a fine d'invalidare le cose emerse in sèguito contro di lui, senza ritrattare quelle da lui deposte contro gli altri. Certamente più cose recano maraviglia in quel processo verbale, ma sopratutto il trovarvi da lui dichiarato di aver deposto non per timore del carcere bensì spontaneamente, mentre pure, come vi si legge, durante l'esame fu ordinata la riconduzione dell'inquisito nel carcere «ad terrorem» ed egli pregò che si continuasse l'esame «terrore ductus», la qual cosa non era neanche conforme alla procedura ecclesiastica[358]. Ma ben altro venne a sapersi in sèguito, e non dal solo Pizzoni, sibbene anche da parecchi altri suoi compagni di sventura, e giova parlarne una volta per sempre, poichè fu quello un metodo tenuto con tutti gli altri frati via via che vennero presi ed interrogati. Si esaminò con una lista di notizie tra mano (evidentemente la lista de' capi di accusa crescente a misura che si raccoglievano anche le deposizioni) «rinfrescando la memoria» di colui che era esaminato; s'insinuò doversi «dare qualche satisfatione a' Giudici secolari, e che poi passata quella furia sarebbero tutti andati in Roma al S.^to Officio e là si saria accomodata ogni cosa»; si volle che fosse deposto il più gran numero di eresie, dicendo che si farebbe cosa grata al Generale, e che in tal modo ne succederebbe la remissione al S.^to Officio; si promise una sollecita scarcerazione se le deposizioni corrispondessero a quanto si pretendeva, e nel caso contrario si fecero minacce di consegna a' Giudici secolari; si permise a D. Carlo Ruffo, il quale spaventava ed ingannava i carcerati con false notizie, che assistesse agli esami d'Inquisizione, mentre la procedura ecclesiastica, fondata tutta sul più stretto segreto, non consentiva la presenza di estranei, salvo due testimoni in qualche caso, da doversi notare nel processo verbale. Fin da principio la deposizione del Pizzoni fu fatta servire di norma agli altri, leggendola loro in privato, e si annunziò falsamente che il Pizzoni era stato scarcerato dopo di aver deposto in quella guisa, e si progredì nelle minacce e maltrattamenti, nello scrivere in un modo e leggere in un altro, non facendo mai processi verbali delle sedute cominciate e non proseguite, come talora accadde anche ripetutamente per un solo interrogato, tacendo sempre i molteplici incidenti sorti per le resistenze degli esaminati ad attestare quelle cose che personalmente ad essi non costavano. Ma intorno a ciò occorrerà tenere un conto speciale de' fatti in ciascun caso.

Dopo il Pizzoni, nel giorno seguente, fu esaminato il Soldaniero[359]. A tale scopo il Visitatore, «essendogli stato rivelato potersi da un certo Giulio Soldaniero dimorante nel convento di Soriano avere una fida testimonianza in questa faccenda», commise a fra Cornelio di recarsi a Soriano per riceverla; e fra Cornelio vi si recò immediatamente, e dispose che il Priore e il Lettore del convento fossero presenti all'esame quali testimoni. Il Soldaniero disse aver lui mandato a Monteleone, non potendovi andare personalmente, ad avvertire che volea comunicare qualche cosa; essersi in luglio presentato a lui fra Dionisio da parte del Campanella che stava in Arena ed egli non conosceva, per dirgli «hora sete homo» (sempre la medesima storia con le medesime parole); che facendo quanto diceva il Campanella sarebbe stato poco a divenire lui Principe e fra Dionisio Cardinale; che il Campanella aveva inviato lettere al Gran Turco con le galere di Amurat, volendogli «dare questo Regno in mano», perchè gli mandasse aiuto per mare mentre egli avrebbe fatta la ribellione; che voleva adoperare due mezzi, cioè la lingua e le armi. Aggiunse che il Campanella aveva molte opinioni terribili, e venendo a specificarle disse che volea predicare la libertà e contro la tirannide del Re Filippo, degli Ufficiali e dei Numeratori, che Cristo non era Dio, che le lettere I N R I significavano una pessima ingiuria, che fra Dionisio comunicandogli queste cose diè un pugno ad un crocifisso dipinto sul muro del dormitorio; che il Campanella e fra Dionisio professavano i Sacramenti essere per ragione di Stato e il Sacramento dell'altare essere una bagattella, che fra Dionisio avea commesso un fatto osceno contro l'ostia consacrata portandola «per sei ad otto giorni» in certe parti vergognose del corpo, che gli raccontò avere un inglese in Roma dato un pugno al Sacramento; e poi che il Campanella credeva non esservi Dio, non esservi nè paradiso nè inferno nè diavoli, non esservi miracoli, e che fra Dionisio assicurava «veri miracoli poter fare solo il Campanella e non altri» e ne avrebbe fatti al tempo della predicazione, oltracciò essere invulnerabile. Del rimanente dichiarò di non aver mai veduto il Campanella, di essere stato dissuaso da fra Dionisio intorno all'astinenza dal mangiar carne nei giorni pe' quali avea fatto voto e ne' giorni proibiti dalla Chiesa, di aver udito tutte le cose suddette anche da fra Gio. Battista di Pizzoni venuto egualmente a parlargli da parte del Campanella, di averle udite del pari da fra Pietro di Stilo venuto a sollecitarlo perchè si recasse presso il Campanella, ed a pregarlo che almeno non volesse palesar nulla di questo fatto, di aver saputo da fra Dionisio e fra Gio. Battista che la setta si faceva in Stilo e che si preparavano prediche _in scriptis_ e si davano a' complici. Sviluppando la faccenda della ribellione, dichiarò di aver saputo da' suddetti due frati che si era deciso di liberare il Regno dalla tirannide del Re Filippo e «darlo al turco sotto tributo» riducendo la provincia in repubblica, che il Turco avrebbe fornito aiuto per mare ed a tale scopo aveano mandato presso il Cicala un gentiluomo e ne aveano ricevuto polizini: dietro interrogazioni aggiunse che non gli aveano parlato dell'aiuto de' Veneziani, ma del favore di sette Principi, nominandogli solamente Lelio Orsini che dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e potea dare più di mille soldati; che di particolari gli aveano nominato Gio. Tommaso Caccìa, Marcantonio Contestabile, Giovanni di Filogasi, Gio. Battista Cosentino, Eusebio Soldaniero ed altri, essendo stati più di 35 capi allorchè si riunirono in Pizzoni, e de' frati che doveano predicare, oltre il Campanella, fra Dionisio e fra Gio. Battista, gli aveano nominato fra Pietro di Stilo, fra Paolo della Grotteria e fra Silvestro di Lauriana. Infine dichiarò che gli aveano detto doversi cominciare dal far ribellare Catanzaro ammazzando il Governatore, il Vescovo e gli Ufficiali, di poi si sarebbe ribellato Stilo e i luoghi vicini: dietro interrogazione disse che non sapeva dove si trovavano il Campanella e fra Dionisio, ma che gli avevano detto essere stati carcerati il Pizzoni e il Lauriana, e conchiuse aver rivelato tutto ciò per solo riguardo alla fede, pel servizio di Sua M.^tà e per l'estirpazione dell'eresia. — Tale fu la deposizione del Soldaniero, e riescono senza dubbio sorprendenti le parole con le quali venne conchiusa, mentre vi erano state promesse di un guidatico e di un indulto già convenute appena qualche giorno innanzi; del resto si comprende che essa fu composta in famiglia, mettendo in carta quanto si era precedentemente deciso che egli dovesse rivelare, massime riguardo al Campanella e agli altri frati, perchè riguardo a fra Dionisio, senza dubbio costui dovè dirgli una gran parte delle cose che il Soldaniero affermò, essendosi sempre comportato in questa guisa nel far proseliti per la ribellione prima della sua andata a Catanzaro: intorno alle cose dette da fra Dionisio dovè radunarsi tutto ciò che si era potuto conoscere da altri fonti, specialmente su' particolari della ribellione, che non potevano mai essere stati comunicati con larghezza al Soldaniero, e tanto meno in un primo colloquio, ond'è che si veggono rivelati così goffamente; ma anche una notevole quantità di eresie dovè essere aggiunta, e però in sèguito si vide il Soldaniero molto impacciato innanzi a' Giudici, ricordando abbastanza male ciò che avea rivelato. Pertanto, oltre il gran disordine di redazione e la trivialissima dicitura con circostanze scioccamente esagerate, vi si nota la molta cura di non far apparire il Soldaniero complice o _socius criminis_: da parte di lui si trova nominato tra' ribelli Eusebio Soldaniero, che sappiamo suo capitale nemico e rifiutatosi ad intervenire a' colloquii per la ribellione, e non nominato Maurizio de Rinaldis, che sappiamo suo conoscente ed amico e adoperatosi perchè egli aderisse alla ribellione; oltracciò vi si trova taciuta la circostanza della lettera inviatagli dal Campanella per mezzo di fra Pietro di Stilo e da lui non rifiutata, ciò che conoscevasi pure dal Priore del convento il quale assisteva alla deposizione, tanto che egli stesso lo rivelò in sèguito, allorchè fu chiamato in Napoli per essere udito in questa causa. In somma tutto fu concertato per guisa da far risultare il Soldaniero un testimone inoppugnabile, quantunque nei casi di lesa Maestà, come in quelli di eresia, i socii nel delitto fossero testimoni pienamente validi.

Il 6 settembre si venne all'esame del Lauriana in Monteleone[360]. Come già il Pizzoni, egli fu interrogato dal Visitatore e da fra Cornelio sul modo e sul motivo presumibile della sua cattura; ed espose tutte le circostanze, non esclusa quella della presenza di fra Dionisio e del Caccìa giunti in convento poco tempo prima, e del travestimento e della fuga di fra Dionisio non appena riconosciuta la qualità della gente armata (con che già la condizione del Pizzoni rimanea vulnerata); inoltre dichiarò subito che il Pizzoni medesimo gli avea detto, «sta a vedere che saremo presi per le cose del Campanella». Dietro interrogazioni, venne ad esporre le sue relazioni antecedenti col Campanella e fra Dionisio, li dichiarò del pari «homini tristi» da che vennero a Pizzoni nel luglio scorso (sempre secondo la solita dicitura), ed espose le relazioni avute col Pizzoni che qualificò uomo da bene. Dipoi rivelò che stando il Campanella in Pizzoni con fra Gio. Battista e fra Dionisio, nel dopo pranzo, disse una quantità di eresie: non esservi Dio ma alla natura aver noi messo nome Dio, non esservi nè paradiso nè inferno nè diavoli, i Sacramenti essere per ragione di Stato; e poi contro il Sacramento dell'Eucaristia, contro i miracoli e che il Campanella «avea fatti e volea fare miracoli», contro la verità de' detti degli Apostoli, contro la proibizione degli atti carnali, e che il Campanella volea fare nuova legge. Dietro altre interrogazioni soggiunse che egli non aderì mai a queste cose, che forse fra Dionisio aderiva poichè una volta, presente il Campanella, gli avea detto qualche parola in dispregio dell'ostia, ed anche non essere peccato ciò che rimane occulto! Ma interrogato se il Pizzoni aderiva, disse di non saperne niente, e qui cominciarono le minacce degl'Inquisitori: gli fu intimato di dire la verità sotto la pena della galera accresciuta di altri sei anni, e frattanto che ritornasse in carcere; ed egli, ripensandoci alquanto, pregò che continuassero l'esame. Dichiarò allora che il Pizzoni aderiva, poichè lo aveva esortato a credere in quelle cose, aggiungendo che non aveva mai udito il Campanella e fra Dionisio predicarle in pubblico, bensì aveva udito esprimere da loro il voto che venisse presto quel giorno in cui potessero predicarle pubblicamente, e che sospettava trovarsi pure fra Pietro di Stilo tra' settarii «per essere intrinseco del Campanella»! Interrogato poi sulla congiura disse che stando il Campanella in camera con fra Dionisio, il Pizzoni, lui, e «mastro Gio. Pietro di Stilo fratello del Campanella» parlò delle rivoluzioni di Stati e di tre gran terremoti da dover accadere in un giorno nel 1600, del voler essere apparecchiato a ribellar la provincia e farla repubblica, dell'aiuto de' fuorusciti per opera di Maurizio e dell'aiuto del Turco dalla via di mare, onde «si pigliarebbe Reggio et poi a poco a poco le altre terre»; e dietro successive interrogazioni aggiunse di sapere che Maurizio avea trattato col Turco, che non avea notizie di altri potentati salvo il Turco, nè di altri Principi e particolari «salvo il Maurizio e il fratello del Campanella, e de' frati fra Domenico di Stignano e fra Pietro di Stilo, perchè attendeva allhora a far la cucina per loro». Infine, dietro apposita interrogazione, disse di aver rivelato liberamente, e di non aver «deviato nè per carcere nè per cosa nessuna». — Anche qui è sorprendente la conchiusione di non aver avuto paura del carcere, dopo tutto ciò che è registrato nel processo verbale. Ma non occorre fermarci troppo su questo esame, in cui si vede chiaro lo stampo degli altri esami precedenti. Solo accade di notarvi che nella faccenda della ribellione, parlando de' congiurati non claustrali, il Lauriana tacque i nomi del Crispo, del Morabito, del Caccìa, del Contestabile, di quanti altri avea dovuto vedere in Pizzoni nel tempo al quale il suo esame si riferiva, essendosi limitato a nominare appena il fratello del Campanella e Maurizio de Rinaldis: ma si può ritenere che que' nomi non furono da lui pronunziati perchè non gli vennero suggeriti, riuscendo difficile potergli accordare un certo grado di accorgimento, quando non mostrò neanche quello di tacere la presenza di fra Dionisio nel convento allorchè si era proceduto alla cattura sua e del Pizzoni. Tutto ciò che depose dovè essergli suggerito, poichè realmente egli era così dappoco, da non potersi ammettere che gli fossero stati fatti tanti discorsi e tante confidenze; conoscendo egli medesimo il suo valore, si era facilmente adattato a' più umili servigi presso il Pizzoni e a «fare la cucina», sicchè potè forse prestare qualche opera materiale ed anche udire qualche cosa alla sfuggita, ma non più di questo. E vedremo ad esuberanza più tardi che in fondo non sapea nulla, e fu prima lusingato e poi intimidito dagl'Inquisitori, non escluso D. Carlo Ruffo, il quale presenziò del pari l'esame di lui; onde accadde che in sèguito si mostrò tentennante e vario nel peggior modo, non ricordando più una parola sola di ciò che gli si era fatto deporre; e tra l'incubo del rimorso e il terrore del poter essere incriminato qual falso testimone, finì per accumularne tante, che lo stesso Pizzoni, il quale avea procurato di servirsene per appoggio nelle cose sue, dovè dichiararlo testimone falso e contribuire a renderlo il ludibrio di tutti i compagni di carcere.

Così menavasi innanzi il processo ecclesiastico, e pur troppo il metodo non fu mai cambiato per tutto il tempo in cui esso si svolse nella Calabria: invano si cercò di apprestarvi qualche rimedio, e continuò sempre, anzi in modo anche più grave, l'impiego delle minacce e maltrattamenti non che delle lusinghe e false promesse, l'uso di non scrivere ne' processi verbali se non quello che piaceva a' Giudici, l'intervento degli Ufficiali Regii nelle sedute del tribunale, e poi la comunicazione scritta, a loro richiesta, delle cose che vi si raccoglievano, fino a quando la causa non venne tratta a Napoli e commessa a Giudici molto più degni. Da' precedenti è manifesto che non si creavano accuse essenzialmente false, e questo c'interessa molto che rimanga ben fermato: non si creavano accuse essenzialmente false, poichè è indubitato che le cose le quali si raccoglievano, così dal lato religioso come dal lato politico, erano state nella loro massima parte ventilate tra gl'inquisiti; ma è indubitato del pari che si esageravano nel peggior modo, si accumulavano interamente sul capo di ciascuno inquisito senza distinzioni, e sopratutto con le arti più inique si facevano testimoniare anche da coloro i quali ne sapevano poco o nulla, per ribadirle in guisa da chiudere ogni via di scampo agl'incolpati. E già con le sole tre deposizioni finora esposte si era pervenuto a risultamenti della più grande importanza, ed è certo che più tardi lo Xarava ottenne di vederle e di averne copia. Si trovano infatti nel processo segni ed appunti marginali sulle cose della ribellione vergati da una mano differente da quella solita a far lo stesso sulle cose di eresia, e non è per nulla arrischiato l'ammettere che que' segni ed appunti sieno stati vergati dallo Xarava: inoltre si trova ancora in Simancas la copia di queste deposizioni tutte intere, estratta, collazionata e firmata da fra Cornelio per ordine del Visitatore in data del 12 settembre, con la speciosa clausola «praevia protestatione in forma et citra poenam sanguinis et ad evitandum poenas irregularitatis», mentre le prescrizioni categoriche della procedura ecclesiastica lo vietavano assolutamente[361]. — Possiamo frattanto ritornare allo Spinelli e allo Xarava, e vedere i progressi che costoro fecero nella persecuzione e cattura degl'incolpati, come pure nella compilazione del processo al quale attendevano.