Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 35

Chapter 353,039 wordsPublic domain

Ma un aiuto ancor più rilevante trovò il Governo nel Visitatore fra Marco di Marcianise e nel compagno di lui fra Cornelio di Nizza, i quali istituirono contemporaneamente con lo Spinelli e Xarava una gravissima Inquisizione, com'era nel loro dritto ed anche nel loro dovere, se non che la istituirono con una compiacenza estrema verso gli ufficiali Regii e co' più iniqui maneggi suggeriti dagli odii frateschi, ciechi ed interessati, segnatamente contro fra Dionisio e di rimbalzo contro il Campanella. Abbracciando le cose di eresia ed anche le cose della congiura, essi formarono un processo terribile, e spinsero la compiacenza al punto da tollerarvi l'ingerenza illecita degli ufficiali Regii e da comunicar loro ogni cosa; basta dire che rilasciarono perfino una copia legale de' primi e più gravi atti di un processo d'Inquisizione, i quali per tal modo giunsero al Vicerè in Napoli, e da costui furono mandati al Re in Ispagna, dove ancora oggi possono leggersi tra le carte conservate in Simancas. Naturalmente riuscirono così favorite fuor di misura le investigazioni governative, agevolate le catture de' frati ritenuti colpevoli, ribadite le atroci accuse: laonde bene a ragione lo Spinelli ebbe a lodarsene grandemente, per quanto ebbe a lamentarsene il Campanella, che da questo lato può dirsi davvero non essersi lamentato abbastanza. Difatti, scagliandosi contro fra Cornelio, nell'Informazione egli disse che il Visitatore era «huomo buono ma ingannato... che stava _tanquam idolum et pastor_»; ma se è certo che lasciò fare anche troppo a fra Cornelio, è certo egualmente che non perciò si astenne dalle violenze, dalle improntitudini e dagl'inganni, servendo «per niente con zelo» come disse il medesimo Campanella nella Narrazione, ma «_non sine scientia_». — C'incombe qui il debito di parlare del processo formato da costoro, mettendo da parte per ora quello formato dallo Spinelli e Xarava; poichè entrambi i processi furono iniziati appena con un giorno d'intervallo, e menati innanzi parallelamente, ond'è che bisogna dar conto di entrambi al tempo medesimo.

II. Nel dover parlare del processo ecclesiastico di Calabria, conviene cominciare dagli antecedenti di esso che si tennero segreti, per poi passare ad esporne gli Atti quali furono distesi, commentandoli con ciò che venne a sapersene in sèguito. Negli antecedenti, come è facile capire, figurano i due Polistina legati a fra Cornelio, concordi nell'odio contro fra Dionisio e gli amici suoi: de' due Polistina figura veramente molto più fra Domenico, ma solo perchè egli era il Procuratore di fra Gio. Battista, e fra Gio. Battista, avendo avuto quel lungo processo per l'assassinio del Provinciale P.^e Pietro Ponzio, non poteva agire che copertamente; del resto troveremo anche lui abbastanza in mostra qualche volta. I procedimenti di costoro si rilevano non solo da quanto dissero poi in Napoli gl'infelici carcerati sottratti a' terrori di Calabria, ma anche da' Sommarii autentici di tutto il processo di eresia, compilati più tardi in Roma ed egualmente in Napoli, dove si trovano registrati i sunti delle lettere che fin dalla metà di agosto fra Cornelio scriveva al Generale dell'Ordine e poi al Card.^l di S.^ta Severina sommo Inquisitore in Roma, come pure i sunti delle dichiarazioni da lui fatte in sèguito al Vescovo di Termoli in Napoli, e delle deposizioni fatte in Roma quando il S.^to Officio volle interrogarlo sul modo in cui era stato condotto il processo; ed ecco i particolari di questo importante momento. — Ricordiamo che fra Domenico di Polistina verso l'8 o il 9 agosto avea avuto un incontro col Campanella in Davoli, e di là, minacciato da' fuorusciti che si trovavano nel convento, s'era portato subito a Soriano presso il Soldaniero, il quale, secondo lui, impietosito per la paura a cui lo vedeva in preda, gli raccontò i maneggi di fra Dionisio, le eresie che costui professava e la ribellione che promoveva sotto gli auspicii del Campanella. Il Polistina si recò allora immediatamente presso fra Cornelio, che si trovava col Visitatore in Catanzaro, e gli raccontò ogni cosa. Senza perdita di tempo, il 14 agosto, fra Cornelio scrisse al Generale, vale a dire al P.^e Ippolito Beccaria, di aver saputo «da un certo nobile» le eresie del Campanella, il quale si era fatto capo de' banditi in Stilo e diceva le cose de' Cristiani esser baie, che nel mese allora scorso, stando in compagnia di certi banditi, aveva indotto uno di loro a compiere un lurido fatto in dispregio dell'ostia consacrata, che diceva poter risuscitare morti, pigliar città, far comparire diavoli, che volea predicare nuova legge e già distribuiva le città e le signorie a que' suoi banditi, che due mesi prima avea mandato due di loro presso il Gran Turco per chiedere aiuto, e che parecchi erano complici in quel trattato, in ispecie fra Dionisio. Con altre lettere consecutive scrisse di aver udito che il Campanella predicava la libertà mescolando le cose della fede, e diceva che la vera fede non era stata ancora intesa, e sarebbe stata in breve predicata da lui, che infine tutta la città di Stilo era imbevuta de' suoi dogmi. Ma quando alcuni mesi dopo venne in Roma interrogato su ciò che avea scritto, confessò che fra Domenico da Polistina fu il primo a dargli notizia delle eresie del Campanella, narrando le escursioni fatte da quel frate a Davoli, poi a Soriano, e da ultimo a Catanzaro «tra il 10 e il 14 agosto»; confessò inoltre che alla data in cui scrisse la sua prima lettera, non avea veramente visto ancora quel nobile, il quale era Giulio Soldaniero, ma era stato assicurato da fra Domenico che di certo gli avrebbe parlato e gli avrebbe detto maggiori cose. E nel doversi recare a Roma, parlando in Napoli col Vescovo di Termoli, gli avea pure manifestato che il primo a rivelargli la faccenda della ribellione era stato un giovane a 20 anni, per nome Fabio di Lauro[348]: onde apparisce che egli dovè mettersi in relazione co' denunzianti della congiura, senza dubbio per mezzo del medesimo Polistina e dietro un colloquio con lo Xarava. Aggiungasi che scrisse pure al Card.^l di S.^ta Severina diverse lettere, per una delle quali è conosciuta la data del 2 settembre, ed in esse affermò che il Campanella sprezzava il crocifisso ed aborriva i sacramenti, che prometteva nuova legge e nuovo Stato, che Stilo, Stignano, Monasterace, Pizzoni, Arena etc. etc. erano «infette delle opinioni di questo scellerato» e che nella sua venuta a Roma egli avrebbe potuto dare a voce altre informazioni; ma poi in Roma non seppe dir nulla oltre ciò che il processo recava, e in somma confessò di aver tratto i capi di accusa che servirono di base al processo da quanto gli dissero in parte il Polistina, in parte il Soldaniero e poi il Vescovo di Catanzaro, e perfino i rivelanti e gli ufficiali Regii; laonde non fece rimanere soddisfatto il S.^to Officio, che anzi lo lasciò persuaso di avere affermato solo per sua immaginazione che tanti paesi fossero infetti di eresia, come lasciò persuasi i Giudici di Napoli di avere presupposto molte cose per «animosità». Adunque è ufficialmente assicurato che nell'istituire il processo campeggiò l'odio, e che le notizie de' fatti criminosi provennero da' Polistina, dal Soldaniero, dal Lauro, dallo Xarava, dal Vescovo di Catanzaro; massime dal Soldaniero, che è detto «un certo nobile» rimanendone nascosta la vera condizione.

Ma ciò non è tutto. Per istituire il processo occorreva a questi frati almeno un rivelante, e l'unico rivelante possibile appariva il Soldaniero, mentre il Polistina e gli altri frati della loro fazione erano troppo notoriamente nemici di fra Dionisio, e quindi, secondo la giurisprudenza del S.^to Officio, non potevano testificare contro di lui, o meglio, testificando, le loro affermazioni non avrebbero avuta alcuna efficacia[349]. Importava dunque poter disporre del Soldaniero; ma costui, sebbene rivelante de' frati congiurati a fra Domenico da Polistina, e poi anche a fra Gio. Battista da Polistina come egli medesimo affermò in sèguito, non voleva aderire a rappresentare questa parte pubblicamente, sicchè fu necessario di obbligarvelo. Come venne poi affermato nel processo da varii carcerati, a tempo delle loro difese, e come ripetè pure il Campanella nella sua Narrazione, fra Cornelio e fra Domenico da Polistina con molti soldati e birri circondarono il convento di Soriano e posero al Soldaniero l'alternativa, o di rivelare contro fra Dionisio e il Campanella, o di lasciarsi consegnare alla Corte dalla quale non poteva mancare di essere appiccato pe' suoi delitti: che anzi egli medesimo avrebbe confidato a qualcuno tali cose per iscusarsi, allorchè venne nelle carceri di Napoli ad istanza de' Giudici dell'eresia, aggiungendo che fra Cornelio fu in quella manovra assistito da Gio. Francesco Alemanno fiscale della Corte di Monteleone con 40 persone armate (onde comincia fin d'ora ad apparire l'azione di D. Carlo Ruffo), e i due frati da Polistina col Priore del convento lo persuasero a farsi rivelante, e fra Cornelio gli ottenne una promessa d'indulto da Carlo Spinelli coll'obbligo di perseguitare e consegnare i complici; avrebbe pure detto altre volte che l'indulto gli era costato tre mila ducati e la perdita dell'anima, e che i suddetti frati l'avevano ridotto in mano del diavolo. Forse egli, che veramente per quanto ne sappiamo ci risulta assai sollecitato ma non del tutto deciso a prender parte alla congiura, penò ben poco a resistere alle insistenze di fra Cornelio; forse pure, deciso da Maurizio negli ultimi tempi a partecipare alla congiura, e poi vedutala scoperta, richiese egli medesimo l'indulto, sborsando per esso danari e più ancora sciupandone nella persecuzione de' fuorusciti, ma non tanto quanto esageratamente affermò, siccome suole accadere allorchè si parla di danaro perduto; sicuramente poi egli rivelò più di quel che sapeva e si prestò a dire tutto ciò che fra Cornelio avea raccolto dalle tante diverse vie e perfino dagli ufficiali Regii, onde in sèguito si mostrò di poco buona memoria su quanto avea rivelato, e si potè realmente sentire oppresso da' rimorsi. Ma vera o finta che sia stata quella manovra di fra Cornelio, certo è che costui richiese ed ottenne un guidatico, che equivaleva ad una promessa d'indulto non solo per Giulio Soldaniero ma anche pel servitore e compagno di lui Valerio Bruno: questo si rileva dalla copia legalizzata dell'indulto, che fu poi presentata da fra Dionisio nelle sue difese, e che giova conoscere anche per intendere appieno la procedura in corso relativamente agl'indulti, la qual cosa riuscirà a chiarire qualche altro punto oscuro nel sèguito di questa narrazione. Con una maniera di scrivere che non fa onore al Severino Segretario di Carlo Spinelli, vi si dice: a «dì 3 de 9bre 1599 nel pizzo, per quanto li mesi passati frà cornelio del monte secretario del padre visitatore... scrisse a noi alcune lettere dicendone che dovessimo guidare à Giulio Soldaniero et valerio Bruno che haverebbeno fatto alcuni servitij nella materia della sedutione de popoli ch'haveano incominciato à fare fra Thomase Campanella de stilo fra Dionisio ponso de necastro et mauritio de Rinaldis de guarda valle avisandoci de più detto fra cornelio che il detto Giulio et valerio come pratthichi del paese haveriano fatto assai onde ngi parse guidarli per alcuni giorni nelli quali ngi portorno carcerati... _etc_. et havendono continuato al servitio non sparagnando cosa che da noi li è stata commessa, per li quali servitii ngi habbiamo fatta provisione de indultu sincome con la presente li induldamo et per induldati li dichiaramo et agratiamo de tutti li lloro delitti per la potestà che tenemo..» etc.[350]. Furono dunque costoro, per opera di fra Cornelio, dapprima _guidati_ e più tardi _indultati_ da Carlo Spinelli. Fra Marco e fra Cornelio, nella qualità d'Inquisitori non avrebbero potuto farlo: avrebbero potuto soltanto nominare Commissionati dopo di avere richiesto ed ottenuto l'aiuto del braccio secolare; e difatti il Visitatore ne nominò alcuni; come un Carlo di Paola amico di Gio. Tommaso Caccìa, e un Ottavio Gagliardo Castellano di Monteleone, che vedremo or ora nell'esercizio del loro mestiere. Pertanto, non appena ingaggiato un testimone opportuno, fra Cornelio pose rapidamente mano al processo, e di questo andiamo oramai a dar conto, esponendone gli atti così come furono compilati, ma accompagnandoli co' debiti commenti.

Il processo che diremo ecclesiastico, perchè fatto da ecclesiastici, e concernente non la sola eresia ma anche la congiura, cominciò con la data del 1.º settembre 1599[351]. Gli si diede il titolo «Inquisitionis acta contra Patres Fratres Thomam Campanellam, Dionisium de Neocastro, Jo. Baptistam de Pizzone et alios Inquisitos, Squillacensis» (_intend._ Squillacensis dioecesis), con la sottoscrizione «Marcianese Visitatore, Nizza». Percorrendo questo processo, il Visitatore fra Marco di Marcianise vi si trova sempre come protagonista, ma si rileva dalle prime carte fino alle ultime, ed anche da ciò che seguì, ogni cosa essere stata manipolata da fra Cornelio di Nizza, nella qualità espressa in più modi, di Socio della Visita, Segretario, Scriba e cancellario, Notario, talvolta anche coll'aureola di «dottore dell'una e dell'altra legge». Nell'esordio, in nome di Dio e della Beata Vergine, il Visitatore dice che per voce pubblica, non di malevoli ma d'individui degni di fede più illustri e religiosi, i suddetti frati hanno macchinato contro la Maestà Divina ed umana; enumera 36 capi di eresia e di ribellione che, il Campanella come settario, e gli altri come capi principali, fautori e complici, affermavano, comunicavano tra loro ed erano anche preparati a far credere agli altri; enuncia la deliberazione di procedere tanto per proprio ufficio, quanto per richiesta di D. Alonso il Governatore, di Carlo Spinelli Cavaliere e Consigliere di Stato, di tutti gli Ufficiali del Re e del molto Illustre e Rev.^do Vescovo di Catanzaro. Come si vede, fu adottata la maniera di procedere per pubblica voce e fama, mentre c'era un accusatore (il Polistina) o almeno un denunziante (il Soldaniero), e sarebbe stato più conforme a verità l'adottare altra maniera di procedere, ricevendo da uno di costoro una scritta o una deposizione in presenza di testimoni e servendosi di essa come base secondo la giurisprudenza[352]. Continua il Visitatore dicendo che, per prendere e tenere in carcere i colpevoli, ha mandato nel medesimo giorno fra Cornelio a Catanzaro a fine di implorare l'aiuto del braccio Regio, ottenuto il quale assai volentieri dal Governatore e dallo Spinelli, ha rilasciato le lettere di cattura procedendo senza ritardo in una causa così grave, fino a che non sia provveduto meglio dal Papa e dal S.^to Officio; delle lettere di cattura riporta poi anche la formola. In sèguito sono allegate solamente due lettere originali, una del Vescovo di Catanzaro e l'altra di D. Alonso di Roxas[353]. Nella prima, del 25 agosto, il Vescovo dice che si è trattato un negozio di molta importanza, il quale laddove seguisse, recherebbe «gran danno e disriputatione» alla Religione Domenicana, che egli «ha remediato quanto ha potuto», ma vorrebbe che il Visitatore o qualche suo fidato venisse a Catanzaro per potergli liberamente parlare; e il Visitatore aggiunge che, arrivata questa lettera il 28, egli nel giorno seguente mandò fra Cornelio rivestito di tutta la sua autorità; ma, come ben si vede, in questa lettera, nella quale pare che copertamente si accenni all'aver fatto fuggire fra Dionisio, non è punto espressa la richiesta di procedere contro i frati, che anzi trasparisce un pensiero del tutto diverso. Nella seconda lettera, di difficilissima lezione, che è di D. Alonso il Governatore, si ha una risposta a fra Cornelio del 2 settembre, in cui D. Alonso chiaramente dice di aver «ricevuta la relazione del negozio» dalla Paternità sua, e spera che la Paternità sua abbia subito nelle mani qualcuno de' pretesi rei, e almeno fra Gio. Battista di Pizzone e il suo compagno (vale a dire il Lauriana): laonde nemmeno si trova qui la richiesta di procedere da parte di D. Alonso, il quale, per sua disgrazia, era sempre l'ultimo a sapere ciò che accadeva, ed anche questa volta, invece di dirlo lui al Visitatore, lo seppe da fra Cornelio. Infine si ha la Commissione data dal Visitatore il 3 settembre a Carlo di Paola di carcerare i frati suddetti, comandando a' Superiori di non fare ostacolo sotto pena della scomunica ed anche della galera per 10 anni; poi la presentazione fatta al Visitatore il 4 settembre da D. Carlo Ruffo, nel castello di Monteleone, de' due frati carcerati da Carlo di Paola, con la preghiera del Visitatore a D. Carlo di tenerli nelle carceri Ducali a nome del Papa e del Generale; da ultimo la formola del precetto adottato per gli esami da istituirsi. Dopo questi atti iniziali vengono i processi verbali delle deposizioni, cominciando da quelle del Pizzoni, del Soldaniero e del Lauriana.

Ecco pertanto in che modo furono presi il Pizzoni ed il Lauriana[354]. Essi dimoravano nel loro convento di Pizzoni, e nella notte del venerdì 3 settembre, due ore innanzi l'alba, Carlo di Paola ed una mano di soldati con le micce accese giunsero sotto il convento. Poco prima di costoro, nella medesima notte, era quivi giunto anche fra Dionisio accompagnato da Gio. Tommaso Caccìa, sicuramente per abboccarsi col Pizzoni come già più sopra si è detto[355]. Secondo il Pizzoni, egli e il Lauriana pensavano che potessero essere ricercati dalla giustizia per una sella, o una giumenta di un tale, che «tenevano presa» nel convento; ma poichè avea già parlato con fra Dionisio, avea dovuto capire perfettamente di che si trattasse, e infatti, secondo il Lauriana, avendo lui dimandato cosa pensasse della venuta di quella gente armata, il Pizzoni rispose, «sta a vedere che saremo presi per le cose del Campanella». Gio. Tommaso Caccìa cominciò a dire «olà, che gente sete, state largo», e quelli di sotto risposero che erano gente del Battaglione e che venivano da Squillace o andavano a Squillace; allora fra Dionisio e il Lauriana si diedero a sonare le campane all'arme, accorsero i terrazzani di Pizzoni, e seppero dagli armati che volevano riposarsi un poco e udir la Messa, per poi proseguire il loro viaggio; fu quindi aperto il convento, e saputosi che Carlo di Paola comandava quella gente, Gio. Tommaso Caccìa che lo conosceva gli andò incontro per riceverlo. Fra Dionisio, non appena intese che era gente di Monteleone, si travestì da secolare e profittando della folla, che verosimilmente avea fatta raccogliere a bella posta, se ne andò via senza essere conosciuto; il Pizzoni disse la Messa, può immaginarsi con quale animo, e Carlo di Paola con la sua gente l'udì; finita la Messa, fu presentata la Commissione del Visitatore, ed entrambi i frati furono condotti a Monteleone.