Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 34
Lo Spinelli dal canto suo, assistito dallo Xarava, non avea molto bisogno di questi eccitamenti. Già fin da quando si trovò morto il Rania, egli vide che «restava con ciò confermata la macchina di questo trattato»; ma glie la confermavano sempre più le nuove rivelazioni che giorno per giorno si avevano a voce ed anche in iscritto, onde non solo si rassodava l'esistenza della congiura, ma anche si scopriva una cosa fin allora ignorata dal Governo, l'esistenza dell'eresia. Certamente dell'eresia gli cominciò a parlare fra Cornelio, poichè si trovano ripetute dallo Spinelli al Vicerè le parole stesse che vedremo da fra Cornelio scritte a Roma, avere cioè il Campanella diffuso eresie in Stilo, suoi casali e luoghi convicini; ma quasi al tempo medesimo ne ebbe notizia anche da altre vie. Cade qui opportunamente il parlare delle denunzie che da Stignano e da Stilo gli giunsero appunto in questi giorni. La corsa di fra Dionisio a Stilo, la quasi fuga del Campanella a Stignano, lo sbarco dello Spinelli in Calabria, doverono svelare lo stato delle cose anche in que' paesi, ed ecco, dopo le scellerate defezioni di Catanzaro, quelle ancora più scellerate di Stilo e suoi casali. Il Campanella avea potuto rimanere tutt'al più un sol giorno in casa di D. Marco Petrolo a Stignano, quando costui si spinse a scrivere al Vescovo di Squillace una lettera con la quale lo denunziava, perchè gli avea detto «che era per predicare et promulgare nova legge in tutti questi populi, et esso l'avisa acciò siano castigati li tristi et scelerati Heresiarci et malfattori»; con queste parole ne fece un sunto il Mastrodatti[335]. Ma non contento di ciò, da prete d'ingegno sottile, scritta la lettera in presenza di un Tiberio di Lamberti e consegnatala a costui perchè la recasse al suo destino, D. Marco lo mandò prima a parlare con Carlo Spinelli; certamente egli dovè pensare che in tal modo, conservando interi i dritti dell'altare, si sarebbe mostrato tenerissimo anche de' diritti del trono, e difatti presso lo Spinelli trovavasi lo Xarava, e la lettera non giunse al Vescovo, sibbene fu ricevuta dallo Xarava ed inserta nel processo. Di poi il medesimo Lamberti, che dalle scritture del Grande Archivio sappiamo essere stato un avvocato di Stignano[336], fu più tardi chiamato a dar conto della cosa, e dovè palesare che il Campanella era stato in alloggio a Stignano presso D. Marco, e D. Marco fu tratto in prigione egualmente. Ma in Stilo si fece anche peggio. Il clerico Giulio Contestabile, non appena ebbe visto che il Campanella si era «assentato» a Stignano, diede in iscritto capi di accusa contro di lui, denunziando le sue prediche contro la fede e il Re, e parecchie persone che gli aveano dato ricetto, ed oltre tutto questo procurò dal Barone di Bagnara D. Carlo Ruffo, che avea ricevuto Commissione dallo Spinelli contro gl'incolpati, una Commissione di seconda mano per Geronimo di Francesco suo cognato a fine di perseguitare il Campanella e complici. E la Commissione fu subito accordata, ma il Campanella era stato preso quando essa giunse, onde il Di Francesco dovè limitarsi a carcerarne i parenti; e vedremo che il Campanella ne ebbe l'animo esulcerato, ne mosse vive lagnanze e diè sfogo al suo risentimento in tutti i modi, non esclusi i modi censurabili. Lo Spinelli, avuta la denunzia e saputo che il Campanella stava in que' luoghi, mandò subito l'Auditore Di Lega per prenderlo, siccome persona di maggior confidenza e che poteva farlo con minore scandalo, colorando la sua gita colà con un'altra causa; ma l'Auditore se ne tornò, non avendo potuto conchiuder nulla, perchè il Campanella si era allontanato e nascosto. Allora, tanto per guardare que' luoghi, ne' quali potea scendere il Cicala e fare gran danno pe' molti congiurati che doveano trovarvisi, quanto per avere nelle mani il Campanella ed anche Maurizio, «venendogli affermato che non erano ancora partiti di là e stavano nascosti», lo Spinelli mandò ordine al capitano D. Antonio Manrrique, che con la sua compagnia andasse di guarnigione a Stilo e a Guardavalle patria di Maurizio; e fece partire un'altra compagnia del Battaglione per Stignano che credea patria del Campanella, provvedendo anche per altri luoghi dove si sospettava che quelli potessero tener pratiche ed occupando ogni passo per farli prendere tutti ad un tempo. Il 5 settembre l'Auditore Di Lega era già tornato e i detti provvedimenti erano stati già presi; di tal che la data della denunzia del Contestabile deve riportarsi agli ultimi giorni di agosto od a' primi di settembre, e nel detto tempo que' posti per lo meno si andavano guarnendo di milizie, ed ogni via di scampo si andava chiudendo pe' miseri perseguitati.
Intanto il numero de' carcerati cresceva, e poichè non c'era luogo in Catanzaro ove tenerli, non stimando conveniente tenerli nelle carceri ordinarie sibbene in luoghi segreti e separati gli uni dagli altri, lo Spinelli si determinò di stabilirsi nel castello di Squillace. Il 5 settembre vi si era già stabilito, e di là ne diede notizia al Vicerè, riferendogli la maggior parte delle cose dette sopra; così, all'infuori di pochi atti iniziali compiti in Catanzaro, il processo si svolse veramente nel castello di Squillace e molto più tardi in Gerace, col corredo di que' terribili tormenti, che per lungo tempo si ricordarono in quelle desolate provincie. Gli ordini del Vicerè aveano dovuto essere così insistenti, che già lo Spinelli, appena cinque o sei giorni dopo l'istituzione del processo sentiva il bisogno di giustificare che i carcerati «non erano stati tormentati fino allora, per essersi atteso ed attendersi alla cattura di quanti si sapevano dalle rivelazioni de' denunzianti, perchè col tardare si correva pericolo di non averli più nelle mani». Nel medesimo castello di Squillace egli fece trarre in arresto Geronimo del Tufo che là risedeva ed era stato nominato da' rivelanti, a' quali, secondo le notizie avute, fra Dionisio avea detto che era de' congiurati ed avea promesso di consegnare il castello, oltre all'essersi prodotti pure altri indizii di avere intimamente comunicato e trattato con Maurizio, trovandosi anche stretto parente del Vescovo di Mileto. Era stato pure preso con gli altri il Barone di Cropani per aver detto certe parole sospette (non sappiamo quali), avendo trattato e confabulato con fra Dionisio; il quale avea fatto sapere che portava al detto Barone una lettera di un capo principale de' congiurati, e colui che ciò deponeva l'avea veduta. Gli altri carcerati di basso grado erano piccoli borghesi di Catanzaro, per quanto si può desumere da' primi scritti in una nota che lo Spinelli trasmise più tardi, vale a dire un Pietrantonio di Bergamo, un Nardo Rampano, uno Scipione Nania, un Nardo Curcio, un Marcello Salerno etc.; ma si stimava soltanto degna di annunzio la recentissima cattura di due frati (quella del Pizzoni e del Lauriana, che tra non guari vedremo dove e come e da chi eseguita), e la fuga del Maestro Giurato di Cropani, che per alcune sue parole era stato già carcerato in Cropani dallo Xarava, ed anche prima dell'arrivo dello Spinelli era riuscito ad evadere. Nel riferire al Vicerè tutte queste cose, come anche l'andata e il ritorno dell'Auditore Di Lega a Stilo, e l'invio del Capitano Manrrique e della compagnia del Battaglione a que' luoghi, lo Spinelli continuava sempre a partecipare i risultamenti delle investigazioni. E scriveva essersi trovato che il Campanella e fra Dionisio con altri frati andavano seducendo i popoli, «dicendo che tenevano ordine da chi potea mandarli per questo» e ciò non senza frutto, poichè già aveano molti seguaci, come di ogni cosa si andava prendendo informazione, «coll'avvertenza di registrare a parte ciò che S. E. aveva ordinato»; inoltre che que' due predicavano pubblicamente, in riunioni e conversazioni, alcune cose contro la fede, seminando e persuadendo eresie «in Stilo, suoi casali e luoghi convicini». Ma si fermava ancora sulle notizie concernenti i Nobili ed i Vescovi, e faceva sapere essersi deposto che il Vescovo di Nicastro e il Principe di Bisignano doveano venire incogniti in quelle parti, e notava che quel Vescovo teneva in Calabria tutta la sua casa e i suoi domestici, avendoli da un pezzo inviati da Roma ed essendo rimasto con un solo domestico; poteva quindi esser vero ciò che deponevasi, che avesse a venire di nascosto secondo il convenuto, onde sembravagli doverne avvertire S. E. perchè potesse comandare di far diligenza in Roma e sapere se si trovasse là, giacchè, non essendovi, riuscirebbe accertata la deposizione. Aggiungeva di avere ordinato nelle marine che si tenesse molta oculatezza ne' luoghi d'imbarco, che nessuno potesse partire e imbarcarsi fuorchè ne' luoghi a ciò destinati, che si riconoscessero dagli ufficiali coloro i quali partivano; inoltre di aver posto in mare una feluca con persona di fiducia ed esperienza, perchè non potesse passare barca senza essere visitata nè salvarsi alcuno de' colpevoli, mentre poi si disponeva ad emanare contro gli assenti le provvidenze necessarie, e a far pronta e severa giustizia contro i colpevoli, come S. E. ordinava e un così grave delitto richiedeva, «essendo tanti coloro che se n'erano macchiati». — In tutto ciò è notevole specialmente la prevenzione dello Spinelli contro i Nobili ed i Vescovi; eppure contro i Nobili, od almeno contro i Nobili di ordine più elevato, non si avevano che dicerie vaghe anche troppo, e solamente contro i Vescovi poteva invocarsi il loro contegno sufficientemente ostile, ma tuttavia di una data non fresca ed anteriore di molto alla venuta del Campanella in Calabria. Gli faceva molta impressione il contegno del Vescovo di Catanzaro che avea consigliato fra Dionisio a fuggire, comunque potesse pensarsi che l'avesse fatto per riguardo alla condizione ecclesiastica di lui; così pure il contegno del Vescovo di Mileto che si era permesso di dire alcune parole rimasteci ignote, ma probabilmente allusive a soddisfazione pe' non lievi imbarazzi in cui il Governo si trovava, e certamente era questo il meno che dovesse aspettarsi da lui tanto uggioso verso il potere civile; infine anche il contegno del Vescovo di Nicastro, che si teneva tuttora lontano dalla sua residenza, dopo di avervi già da un pezzo mandati i suoi familiari, quasi fosse consapevole di prossimi tumulti[337]. E il Vicerè finiva per accogliere del pari molto facilmente le prevenzioni contro i Vescovi, e prendeva le sue misure, oltre al suggerire lui medesimo misure di rigore contro gl'incolpati assenti.
Anche prima di avere maggiori indizii contro i Vescovi, l'8 settembre il Vicerè scriveva al suo Agente in Roma D. Alonso Manrrique, che trattava gli affari del Regno stando a lato dell'Ambasciatore, perchè facesse sapere al Papa che il Campanella, fra Dionisio e fra Pietro Ponzio (questo povero fra Pietro era stato nominato da' primi rivelanti e continuava ad essere nominato senza la menoma colpa), si occupavano di far sollevare la Calabria facendo intendere al popolo «che tenevano ordine da chi potea mandarli per questo», come lo Spinelli aveva scritto; che alle persone di maggior levatura dicevano partecipare alla congiura alcuni Signori principali del Regno, ed aversi il favore di S. S.^tà offerto per mezzo dell'Ill.^mo Card.^l S. Giorgio, ed incorniciando pure questa menzogna dicevano essere tra' congiurati il Papa, il Turco, il Card.^l S. Giorgio, ed il Papa averli subito ad aiutare ed altre mille stravaganze; che inoltre i frati andavano seminando alcune eresie nelle conversazioni e sermoni che facevano, e che alcuni Vescovi, secondo le dichiarazioni prese, risultavano colpevoli, e se la colpa fosse tale da obbligare a metterli in prigione, lo si farebbe col rispetto dovuto, dandone subito conto a S. S.^tà etc. Non sappiamo precisamente qual viso la Curia Pontificia avesse fatto ad una simile comunicazione, ma probabilmente prese tempo a deliberare, confidando che le dicerie si sarebbero poi trovate false[338]. Intanto il Vicerè si preoccupava del non essere stati catturati i tre frati e Maurizio de Rinaldis, ed inviava ordine allo Spinelli che facesse Bando, col quale a chi consegnasse Maurizio vivo si darebbe il perdono per lui e per un altro purchè non fosse uno de' tre frati, e a chi lo consegnasse morto si darebbe indulto per la sola persona sua; ed egualmente si darebbe indulto a chiunque consegnasse fra Tommaso Campanella, fra Pietro Ponzio e fra Dionisio di Nicastro; egli riteneva questo un buon mezzo per prenderli, «segun la poca amistad que se guardan acà en general unos à otros» (osservazione che oggi ancora e sempre dovrebb'essere profondamente meditata da ogni napoletano). Inoltre preveniva tutta la costa, da Napoli alla Calabria, trasmettendo i connotati de' frati e del gentiluomo, perchè si visitassero tutte le feluche in arrivo ne' porti; ed in Napoli teneva posta guardia nel mare, perchè non vi si passasse senza toccare la città (onde si vede il suo pensiero, che quando i congiurati fossero riusciti a mettersi in mare si sarebbero diretti a Roma, la quale dovea essere per lui il centro del movimento, malgrado lo dissimulasse con ogni cura). Queste cose egli comunicava a Madrid, significando che quantunque tale congiura presentasse tanto poco fondamento, «era stata misericordia di Dio l'averla scoverta a tempo ed averla potuto prevenire, siccome lo avea fatto». Vedremo che mentre i suoi ordini così efficaci giungevano in Calabria, il Campanella era stato già preso, e quanto a Maurizio, lo Spinelli, mostrandosi poco propenso ad indultar complici, dopo di aver preparati molti mezzi e molti concerti, finiva per emanare un Bando assai più terribile.
E qui, prima d'inoltrarci nel racconto di queste catture, importa conoscere chi si prestò a dar la caccia agl'incolpati, e chi venne in aiuto del Governo nella feroce repressione della congiura non che nella difesa delle coste dal Turco. Solevasi allora «dare una Commissione» ad individui, che per guadagno si prestavano ovvero anche spontaneamente si offrivano a perseguitare i ricercati dalla giustizia, munendoli di lettere patenti, con licenza di scorrere la campagna a capo di una comitiva armata e con ordine a tutti di favorirne le mosse: erano questi i così detti «Commissionati» o «Commissarii di campagna», i quali talvolta, abusando della loro autorità, finivano per essere ricercati dalla giustizia essi medesimi. Solevasi inoltre adoperare i fuorusciti, che assumevano gli stessi incarichi e si dicevano «Guidati», venendo muniti di un guidatico o salvacondotto, dietro una promessa ed ordinariamente dietro una convenzione scritta od «albarano», in cui era ben determinato il servizio che doveano prestare, per poi ottenere l'indulto o assoluzione dei loro delitti. Nella repressione della congiura vi furono gli uni e gli altri. De' Guidati conosciamo appena qualcuno, come Giulio Soldaniero unitamente con Valerio Bruno, de' quali avremo a parlare lungamente in sèguito; ma l'Audienza ne trovò parecchi dopo il ritorno dello Spinelli dalla Calabria, fra gli altri un Carlo Logoteta, come a suo tempo vedremo. De' Commissionati conosciamo più d'uno e d'ogni risma, da' semplici così detti gentiluomini, quali un Gio. Battista Carlino e uno Scipione Silvestro, fino a' Nobili più o meno distinti, quali un Gio. Geronimo Morano fratello del Barone di Gagliato, ed anche D. Carlo Ruffo Barone di Bagnara, che era parente dello Spinelli ed ebbe poi per questi suoi servigi il titolo di Duca, divenendo il capo-stipite de' Duchi di Bagnara; quest'ultimo facevasi chiamare piuttosto «locotenente di Carlo Spinelli», ma siffatta parola più pomposa non esprimeva altro che una commissione avuta, e in qualche documento egli è detto nè più nè meno che «Commissionato»[339]. Vi furono d'altra parte diversi Nobili già titolati e di prim'ordine, che si distinsero specialmente per l'operosità spiegata contro l'attesa incursione dell'armata turca, e taluno di loro anche contro le persone de' fuggitivi, come il Principe della Roccella, il Principe di Scilla, il Principe di Scalèa, che erano pure tutti parenti dello Spinelli. Non sarà inutile qualche cenno intorno a costoro. — Il Principe di Scalèa era Francesco Spinelli, nipote di Carlo che avea sposato D.ª Maria Spinelli, figliuolo di Gio. Battista e di Caterina Pignatelli. Capitano di una compagnia di gente d'arme, che trovavasi di guarnigione appunto in Calabria, era perciò stipendiato dalla R.ª Corte come allora si diceva[340]: lo vedremo assistere di persona nelle mosse che si fecero lungo la costa a fronte dell'armata turca, con cavalli e fanti dello Stato suo, oltre quelli della sua compagnia, avendo del resto sempre agito in tal modo, al pari di tutti gli altri Nobili che possedevano Stati in quelle provincie, tanto che si conosce averne poi miseramente incontrata la morte nell'anno successivo. Il Principe di Scilla (spagnolescamente Sciglio) era Vincenzo Ruffo, parente di Carlo Spinelli poichè figlio di Marcello e Giovanna Benavides de Alarcon, il quale Marcello era secondogenito di Paolo Ruffo 6.º Conte di Sinopoli e Caterina Spinelli figlia di Carlo 1.º Conte di Seminara: egli era divenuto Principe nel 1591, sposando la sua cugina Maria Ruffo Contessa di Nicotera e Principessa di Scilla, figlia di Fabrizio, che fu il 1.º Principe di Scilla[341]. Abbiamo già avuta occasione di dire che in questo momento trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto: egli teneva sempre 600 de' suoi vassalli pronti ad opporsi al Turco ove il bisogno lo richiedesse; vedremo che naturalmente in questa occasione non mancò di presentarsi con la maggiore premura e n'ebbe i più caldi elogi. — Il Principe della Roccella era Fabrizio Carafa, nipote di Carlo Spinelli, perchè figlio di Girolamo Marchese di Castelvetere e di Livia Spinelli: s'intitolava 4.º Conte della Grotteria, 3.º Marchese di Castelvetere e 1.º Principe della Roccella, avendo avuto quest'ultimo titolo nel 1594, nel quale anno co' suoi vassalli si difese strenuamente contro il Cicala nel forte di Castelvetere. Questa volta il suo zelo non si spiegò contro il Turco, ma contro il Campanella, verso il quale avea pure già mostrato benevolenza, ammirandone qualche lavoro e fra gli altri la tragedia intitolata Maria Regina di Scozia: vedremo infatti, che accompagnò veramente lo Spinelli nelle mosse contro il Turco ma senza gente armata, e si distinse invece promovendo la cattura del Campanella, denunziando i rapporti di lui col Pisano e poi venendosene a Napoli con lo Spinelli, su quelle medesime galere che portavano il filosofo e tutti gli altri imputati in catene. L'Aldimari, che scrisse non meno di tre volumi in folio sulla famiglia Carafa, ce ne diè l'effigie, che lo rivela gaudente ed utilitario, e ci lasciò scritto come fosse tutto occupato nell'ingrandimento della sua casa; difatti la pose di poi in isfoggio e splendore anche in Napoli, dove fabbricò quel palazzo che tuttora si vede nella strada Trinità maggiore allora detta strada di Nido, sulle antiche case di D. Andrea Matteo d'Acquaviva Principe di Caserta, ed in sèguito il figliuolo Carlo, Vescovo di Aversa e Nunzio in Germania, vi fabbricò pure il palazzo tanto celebrato sulla riva del mare[342]. — Veniamo al Barone di Bagnara D. Carlo Ruffo, figlio di Jacovo e di D.ª Ippolita Spinelli, della linea di Esaù e Nicola Antonio Ruffo, successo a suo padre fin dal 3 marzo 1582. Era anch'egli parente di Carlo Spinelli per via della madre; apparteneva ad una famiglia di nobiltà notevole, ma non godeva una posizione finanziaria molto brillante. Teneva l'ufficio di Vice-Duca nello Stato del Duca di Monteleone Ettore Pignatelli, e si faceva raccomandare dalla Corte di Roma per mezzo del Nunzio, come era frequente e tristo vezzo di quella Corte, perchè il Vicerè gli favorisse qualche impiego; d'altra parte il Vicerè ebbe una volta ad ordinare un'Informazione contro di lui specialmente per contrabbandi ed anche per aggravii e delitti; questo ci risulta da documenti che abbiamo rinvenuti nel Carteggio del Nunzio e nell'Archivio di Stato[343]. Naturalmente non mancò di cogliere l'occasione che gli si offriva, per inaugurare il sistema d'ingrandirsi sulle sciagure del proprio paese; e vedremo che Carlo Spinelli cercò di favorirlo per ogni verso, anche con la menzogna, ed egli segnatamente verso i frati si mostrò un aguzzino de' più petulanti. — Ci rimane a dire di Gio. Geronimo Morano, che già abbiamo avuta occasione di nominare a proposito delle fazioni di Catanzaro. Era costui di nobile famiglia residente in Catanzaro ma proveniente da Stilo, donde emigrò il suo avo dello stesso nome Gio. Geronimo, come abbiamo rilevato da ricerche fatte nel Grande Archivio[344]; ed appunto nel territorio di Stilo la sua famiglia possedeva un gran feudo detto Burgli russi o Burgorusso sulla marina tra Stilo e Guardavalle, ereditato per via di donne da Francesca Connestavolo ossia Contestabile di Stilo, oltre la Baronia di Gagliato già del Principe di Squillace, acquistata da Carlo Alfonso Morano e da costui ceduta al fratello Gio. Geronimo seniore nel 1543[345]. Gio. Geronimo iuniore, di cui qui trattiamo, era secondogenito di Gio. Antonio, e quindi fratello di Gio. Battista Barone di Gagliato, il quale era morto nel 1594, lasciando una figliuola a nome Camilla e la vedova Anna Sances nata di Loise Sances fratello del Marchese di Grottola[346]; nè si creda questo un vano lusso di erudizione, mentre invece il Campanella medesimo ha rese indispensabili tali noiose ricerche, coll'aver messo innanzi, nella sua Narrazione, la parentela del Morano co' Sances, la figlia unica del Barone di Gagliato, il progetto di matrimonio di essa con un figlio del Morano ed anche il desiderio di un certo feudo, per ispiegare la persecuzione ed anzi la morte data a Maurizio de Rinaldis. Adunque la famiglia Morano era molto ricca, e lo stesso Gio. Geronimo trovavasi in buone condizioni, poichè oltre la così detta vita-milizia, cioè l'assegno di secondogenito, egli possedeva beni fideicommissati rimastigli dall'avo, ma si era già fatto notare per una colpevole avidità in beneficio della famiglia; se n'ha la prova in un documento rinvenuto nel Grande Archivio, dal quale si rileva che il Vicerè si era visto nell'obbligo di domandar conto alla R.ª Audienza di Catanzaro del prezzo esorbitante pagato per una casa del Barone di Gagliato, che Gio. Geronimo, essendo Sindaco della città, aveva acquistato in nome di essa per provvedere di residenza il tribunale[347]. Conoscitore de' luoghi e delle persone di Stilo e suoi casali, vedremo che egli si pose a perseguitare i principali incolpati, e cavalcando giorno e notte ebbe il tristo merito di raggiungerli con molta soddisfazione dello Spinelli e del Vicerè.