Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 32

Chapter 323,302 wordsPublic domain

Il Vicerè D. Ferrante Ruiz de Castro Conte di Lemos era stato da poco tempo inviato a Napoli, in sostituzione del Conte Olivares, e vi era entrato appena il 16 luglio 1599, avendo avuta anche la missione di Ambasciatore straordinario di obbedienza al Papa: nella sua venuta avrebbe dovuto passare per Roma, ed invece con una certa sorpresa della Curia Pontificia, che trovasi espressa in una lettera al Nunzio, era «capitato a Napoli prima che a Roma»[312]. Fu detto che nel suo passaggio per Genova un frate Francescano lo avesse avvertito di tener d'occhio la Calabria, e che egli fece subito diligenze e si venne così a scovrire la congiura[313]: ma tutto ciò non ci risulta esatto, e potrebbe stare soltanto che quel frate, appartenente ad un Ordine solito a servire da spia agli spagnuoli massime nelle cose di Levante, gli avesse parlato del Campanella come di un uomo torbido, capace di qualunque novità; questo potrebbe ritenersi adombrato nel periodo sopra riferito della lettera del Vicerè, mentre poi veramente egli conobbe la congiura solo per opera di Lauro e Biblia, e stentò molto a ritenerla cosa seria malgrado le rivelazioni di costoro. Fu detto pure, dal Parrino, che i due cittadini di Catanzaro, complici della congiura, la rivelarono perchè la Divina Provvidenza toccò loro il cuore: ma ci risulta solamente certo che il loro cuore fu tocco dalla speranza di un buon guiderdone, avendo formalmente espresso questa speranza in entrambe le relazioni da loro scritte. Fu detto infine dal Campanella, nella sua Narrazione, che Lauro e Biblia si scovrirono avidi di mutazione con fra Dionisio, il quale secondo i segni e profezie di lui commendò il disegno loro, e di poi con la speranza di sollevarsi ed aggrandirsi parlarono allo Xarava, il quale essendo scomunicato e malcontento, «per scaricarsi appresso il Re la colpa della scomunica, e per vendicarsi degli ecclesiastici e d'altri nemici suoi in Catanzaro, disse falsamente a Lauro et a Biblia che questa era congiura di ribellar il regno e com'esso sempre l'havea pensato, e che c'intervenia il Vescovo di Milito, da cui era stato lui con tanti Baroni et Ufficiali scomunicato, e tutta casa del Tufo, el Vescovo di Nicastro che fece l'interditto, e che per effettuar questo F. Dionisio era andato a Ferrara, e che il Papa consentia e però non levava l'interditto, e che potean'esser altri Signori e s'informò con quanti havea amicitia il Campanella el F. Dionisio, e consertaro di metterli in processo, qual fece segretamente contra Prelati e Baroni et amici del Campanella e nemici suoi e delli prefati rivelanti; et ci posero anche D. Alonso de Roxas Governator della provincia, parte perch'era suo nemico di Xarava, parte perchè non fossero obbligati a farlo consapevole di tal processo, perchè non haveria consentito a tanta falsità». Ma questo si capisce facilmente essere un garbuglio, per far apparire Biblia e Lauro promotori di un movimento e lo Xarava autore di tutti i particolari della congiura; mentre invece, come abbiamo già avuta occasione di vedere, il Campanella medesimo, nella Dichiarazione che si decise a rilasciare appunto allo Xarava, disse che fra Dionisio avea predicato in Catanzaro ribellione secondo la profezia di lui, e per aver molti dalla sua parte avea nominate tutte quelle persone a cominciare dal Papa. Adunque la denunzia di Lauro e Biblia rivelò in tutto e per tutto le cose esageratamente ed artificiosamente propalate da fra Dionisio in Catanzaro: si può soltanto dire che le rivelò in un modo ancora più esagerato ed artificioso, con una grande impudenza, per accrescere il valore del servigio reso. Nè vi si vede poi accusato di complicità D. Alonso de Roxas, che realmente sappiamo essere stato, come ogni altro Governatore, in dissidio con lo Xarava; ma lo si vede soltanto genericamente posto in cattiva luce, assieme con altri ufficiali Regii, là dove è notato il poco governo e poco talento de' governanti delle Calabrie. Che se egli non fu fatto consapevole del processo, sappiamo non essere ciò accaduto per astuzia dello Xarava e de' rivelanti, ma per gli ordini dati dal Vicerè, il quale, a fine di mantenere il segreto, volle che l'Audienza non potesse nemmeno sospettare di qualche cosa all'arrivo dello Spinelli. Aggiungasi che nella denunzia non si vede per anco nominato il Vescovo di Mileto e la casa Del Tufo, degli individui di Catanzaro si trovano nominati appena Matteo Famareda, Orazio Rania e Mario Flaccavento, e fino al 13 agosto non erano stati ancora conosciuti altri nomi, mentre pure si accertava essere più di 100 i congiurati in quella città; onde deve dirsi non apparirvi alcuna traccia de' voluti nemici dello Xarava e de' rivelanti, che sarebbero stati nominati con la qualità di complici. In conclusione rimane solo che potè forse lo Xarava essere l'estensore della denunzia ma non l'inventore della congiura: potè essere l'estensore della denunzia, perocchè questa, sebbene scritta in un modo abbastanza scempiato, risulta sempre in una forma superiore a quella che avrebbero comportato le forze intellettuali de' rivelanti, come si desume pure da qualche altro documento scritto da uno di loro, che noi abbiamo rinvenuto nell'Archivio di Napoli e che a suo tempo daremo. — Pertanto il Vicerè mostrò un certo accorgimento nel non prestar fede a quella miscela de' Nobili, del Papa e del Turco, tutti d'accordo in una congiura, e nel crederla invece una invenzione di frati: ma la grave responsabilità inerente al suo ufficio l'obbligava a preoccuparsene senza ritardo, e naturalmente, trattandosi di persone ecclesiastiche, egli si diresse innanzi tutto a Roma.

Occupava allora la sedia Apostolica Papa Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini), e secondo il costume del tempo, spinto all'eccesso da questo Papa, brillava intorno a lui tutta la tribù degli Aldobrandini. Sarebbe inutile e disgustoso darne l'elenco, ma occorre alla nostra narrazione menzionarne almeno tre: 1.º Cinzio Aldobrandini Cardinale di S. Giorgio, nipote del Papa essendo figlio della sorella Giulia maritata ad Aurelio Personei, e per ragioni facili ad intendersi decorato del cognome materno, creato Cardinale insieme col cugino Pietro nel 1593, ma divenuto Segretario di Stato fin dal 1592, in sostituzione del Vescovo di Bertinoro; 2.º Pietro Card.^le Aldobrandini, altro nipote del Papa essendo figlio del fratello Pietro sposo a Flaminia Ferracci, creato Cardinale a 21 anni, incaricato di alti affari e divenuto anche Camerlengo, da non confondersi con un altro Cardinale Aldobrandini (Silvestro), pronipote del Papa essendo figlio della nipote Olimpia maritata a Gio. Francesco Aldobrandini, creato Cardinale impubere, nel 1603; 3.º[314] Jacopo Aldobrandini del ramo di Brunetto Aldobrandini, ramo rimasto in Firenze, figlio di Francesco e Clarice Ardinghelli, già Canonico di S. Lorenzo, poi Referendario della Segnatura sotto Sisto V, poi governatore di Fano etc., poi mandato Nunzio in Napoli nell'aprile 1593, e in dicembre dello stesso anno creato Vescovo di Troia in sostituzione di Monsignor Rebibba, non che assistente al soglio Pontificio[315]. Importa molto distinguere principalmente Cinzio, Pietro e Jacopo, i quali si veggono talvolta confusi dagli scrittori delle cose del Campanella: importa del pari avere qualche notizia delle condizioni degli animi nelle Corti di Roma e di Napoli, mentre s'inauguravano trattative le quali ebbero un lungo sèguito, destando armeggi giurisdizionali tanto più delicati, in quanto riflettevano un delitto di lesa Maestà. In generale i Vicerè ostentavano sempre le migliori disposizioni verso Roma, e la Curia Pontificia non soleva tralasciar nulla per avere i Vicerè ben disposti, profittando molto di quella devozione che gli spagnuoli non mancavano mai di mettere in gran mostra, pur quando non la sentivano. Il Conte di Lemos, stato già nove mesi frate Zoccolante in gioventù, succedendo nel governo a quello tempestoso dell'Olivares, con la missione anche di Ambasciatore di obbedienza del nuovo Re presso S. S.^tà e col desiderio riposto di ottenere un Vescovato ad un suo fratello per soprappiù illegittimo, fece concepire alla Curia le più belle speranze nella persona sua. Come scriveva il Cardinal S. Giorgio al Nunzio, anche prima di entrare nel Regno si era affrettato ad inviare «una lettera piena di obsequio et di humiltà, con la quale si essibisce di servire alle cose di S. S.^tà et di tenere ogni buona intelligenza co' suoi Ministri». Dal canto suo, il Papa avea subito mandato non solo un Breve di risposta al Conte, ma anche un Breve alla Contessa, alla quale faceva la «spontanea gratia» dell'indulgenza plenaria il primo giorno che si sarebbe confessata e comunicata nel territorio del Regno, ed avrebbe pregato per la pace ed esaltazione della Chiesa: ed aveva ordinato al Nunzio di presentarlo ed «accompagnarlo con officio opportuno in voce, mostrandole spetialmente che S. S.^tà si promette ch'ella debba essere instrumento efficace non pur di mantenere il marito così bene affetto et così riverente verso S. S.^tà et verso questa S.^ta Sede come si dichiara di voler essere, ma di accrescere la dispositione et riverenza et di farne apparir gli effetti all'occasioni»[316]. La grazia dell'indulgenza, naturalmente, venne impiegata il meglio possibile, ma qualche volta nemmeno se ne vide il frutto, ed allora si ricorse al Confessore del Vicerè, P.^e Ferrante Mendozza Gesuita, che ebbe sempre molta influenza sull'animo de' Lemos padre e figlio. Il Nunzio, da parte sua, adempiva con premura all'ufficio; non lasciava mai nulla intentato e spiegava un'operosità instancabile, superiore a quanto comportasse l'età sua che non era fresca, ed anche il suo carattere che era di uomo svogliato e poco espansivo[317]. Occupava così molto tempo «ne' negotii», con un certo scapito dell'amministrazione della giustizia e del buono andamento del Tribunale cui doveva attendere, come si vide dolorosamente anche nella causa del Campanella e socii. Non si potrebbe dirlo poco amante della giustizia, che anzi il suo Carteggio ce lo rivela sovente ammirabile, sia quando sollecita la Curia Pontificia a trovar modo di far gastigare la vita scandalosissima de' frati e de' clerici, e far perseguitare i malviventi ricoverati nelle Chiese e ne' monasteri, sia quando resiste alle sollecitazioni di essa a graziare delinquenti condannati dal Tribunale della Nunziatura e ad imporre alle Chiese predicatori raccomandati: ma erano moltissime le faccende che dovea trattare, e si sa che la prima cura sua doveva essere la preeminenza ecclesiastica e la raccolta delle ragguardevoli somme che dal Regno affluivano a Roma, sicchè tutto il resto veniva in seconda linea; pure tutto il resto non era poco, e alle faccende ordinarie se ne aggiungevano tante altre straordinarie, non mancando nemmeno le commendatizie presso il Vicerè per far avere impieghi! Frattanto nel tempo del quale discorriamo non v'era ancora bisogno che egli si affannasse molto a trovar favore e benevolenza nella Corte del Vicerè: si era in un periodo di grandi tenerezze che durò tre buoni mesi, e parecchie lettere del Card.^l S. Giorgio attestano la letizia di Sua Beatitudine per la buona inclinazione, per la pietà, per la modestia del Vicerè, la premura di mostrargli che a Roma «non si davano manco volentieri le sodisfattioni di quello che si ricevevano»[318].

In simili condizioni di cose il Vicerè si spinse a chiedere licenza di far carcerare gli ecclesiastici incolpati per poi procedere all'informazione, ed il Papa glie l'accordò immediatamente: ma vi fu qualche circostanza degna di nota da parte dell'uno ed anche dell'altro. Il Vicerè non disse che que' frati e clerici promovevano una congiura, sibbene che «trattavano col Cicala», o, come più chiaramente mostra la comunicazione fattane dal Card.^l S. Giorgio al Nunzio, che avevano «commesso delitti gravissimi et atroci, et che per pigliar maggior vendetta dei loro nemici si sono indotti à chiamar Amorat Rais all'esterminio di certo luogo che possedono alla riva del mare»! Il Papa concesse la facoltà di farli carcerare, con la condizione di consegnarli poi nelle mani del Nunzio, o quando vi fosse timore che potessero fuggire e si volessero custodire nelle carceri Regie, di custodirli sempre come prigioni del Nunzio; ma aggiunse pure a costui, che mandasse «con le genti che spedirà contra l'E. S. coloro... un huomo suo, con l'intervento del quale si veda che per quello che tocca alle persone ecclesiastiche si tiene il conto che conviene della nostra giurisditione mentre non sono verificati gli eccessi che si pretendono contra di loro»[319]. Nè apparisce avere il Papa veramente aggiunto al Vicerè, come costui scrisse a Madrid, che «se gli paresse altro, lo lasciava nelle sue mani»: fu questa probabilmente una di quelle piccole vanterie alle quali bisogna bene essere preparati, giacchè ne vedremo talvolta negli ufficiali Regii e nello stesso Nunzio, rientrando nel gonfio e nel vano che tanto piacevano a que' tempi. — La comunicazione di ciò che a Roma si era deliberato fu scritta il 20 agosto, e pervenne al Nunzio per mezzo dello stesso Vicerè; il Nunzio glie ne diede notizia immediatamente, e disse che era pronto a far la sua parte sempre che occorresse; il Vicerè se ne mostrò contentissimo, e rispose che quando fosse tempo glie lo farebbe sapere[320]. Ma certamente non pensava punto a soddisfare i desiderii del Papa, circa l'invio di una persona che rappresentasse il Nunzio con le genti che avrebbe spedite in Calabria. Difatti non se ne curò menomamente, nè apparisce che la Curia se ne fosse risentita: vedremo che molto più tardi poi il Vicerè evocò tale provvedimento, ma per cercare di eludere l'obbligo di far esaminare gl'incolpati in Napoli, ed invece farli esaminare in Calabria da un Giudice secolare coll'intervento di un Commissario Apostolico. Pel momento egli volea veder chiaro e senza testimoni importuni, tanto più che parlavasi di complicità dello stesso Papa: laonde, siccome si è detto, commise la faccenda solo allo Spinelli e allo Xarava, escludendo perfino l'Audienza e quindi anche il preside di essa D. Alonso de Roxas Governatore della provincia.

Abbiamo già avuta occasione di far la conoscenza di D. Alonso de Roxas e di D. Luise Xarava, ed abbiamo notato l'animo mite e placido dell'uno, l'animo prepotente ed energico dell'altro, l'antagonismo esistente fra loro: è quasi superfluo dire che l'antagonismo si verificò anche pel fatto della congiura. Ma c'importa per ora far la conoscenza di Carlo Spinelli, al quale venne straordinariamente affidata la parte principale in questa faccenda. I documenti abbondano intorno a costui, poichè egli era veramente un personaggio reputato oltre ogni dire, con uno stato di servizio ragguardevolissimo; e senza ricercare le carte polverose degli Archivii, ogni napoletano, che s'interessa un poco almeno allo svolgimento delle arti belle nella sua città, ha potuto vederne le nobili sembianze in una statua armata e ritta, messa tra due brutte statue sedenti di Ercole e Pallade, e leggerne le molte azioni ricordate dall'epigrafe apposta al suo mausoleo, entro la chiesa di S. Domenico nella Cappella di S. Stefano, la 2.ª a destra dell'altare maggiore[321]. Appartenente alla linea degli Spinelli Baroni di S. Giorgio la montagna e Buonalbergo, nella provincia di Principato ultra, primogenito di Pirro Giovanni Spinelli e di Lucrezia Caracciolo, non avendo avuto figli con Maria Spinelli de' Principi di Tarsia, gli fu successore il fratello Gio. Battista, che dopo la morte di lui fu creato Principe di S. Giorgio. Come tutti i Nobili napoletani di alta carriera, indossò la toga e cinse la spada: fu Reggente della Vicaria sotto il Duca d'Ossuna, a' tempi del tumulto contro l'Eletto Starace (1585), ed in tale occasione si distinse molto, secondochè rilevasi da' documenti trovati in Simancas, mentre il Parrino non ne dice nulla: ma già avanti questo tempo si era distinto presso D. Giovanni D'Austria, dapprima in Granata contro i Mori ribelli, poi alle isole Echinadi e in Tunisi contro i turchi, quindi nella Francia e nel Belgio per tre anni, in sèguito da Commissario in Calabria contro i fuorusciti durante il Vicereato del Marchese di Mondejar, poi come colonnello a capo di 4000 fanti, insieme con Fra Vincenzo Carafa Prior d'Ungheria, nella presa del Regno di Portogallo (1580), poi nel governo della Germania inferiore sotto il Duca di Parma e Piacenza, trovandosi all'espugnazione di Bonn, di Vachtendonq etc. etc. Nominato Consigliere del Collaterale nel 22 febbraio 1590, fu nello stesso anno delegato contro i fuorusciti in tutto il Regno e massime negli Abruzzi infestati dal famoso Marco Sciarra, poi nel 1594 di nuovo in Calabria contro i turchi condotti dal Cicala: ma in queste due spedizioni non fu punto felice, e massime nella prima dovè la sua salvezza allo stesso Sciarra, il quale, riconosciutolo pel cavallo bianco che montava, ingiunse a' suoi che si astenessero dal colpirlo, per usargli quella cortesia di cui non di rado i briganti amano di far mostra. Il Campanella, nel suo libro della Monarchia di Spagna, scoccò una frecciata a lui e a tutti i capitani spagnuoli, dicendo che lo Spinelli riceveva donativi dallo Sciarra e non lo volle morto, secondo il sistema di tirare le cose in lungo a fine di rimanere lungamente con pingui stipendii e piena autorità: quanto all'aver tirato le cose in lungo, il fatto ci risulta vero, benchè sia nota l'intrinseca difficoltà di tali imprese non mai smentita; ma quanto al non avere lo Spinelli voluto morto Marco Sciarra, gli Storici dicono precisamente l'opposto[322]. Vero è che mentre egli mostravasi bravo ed accorto, realmente «circumspetto» come s'intitolavano i Consiglieri del Collaterale, non mancava di essere feroce ed avido di guadagno per sè e per i suoi, come si vedeva spesso a quell'età; nè sarà inutile dire che, al tempo del quale ci occupiamo, i molti debiti fatti dal padre suo e da lui medesimo lo tenevano nelle strettezze, dalle quali non uscì neanche dopo la spedizione di Calabria, poichè verso il 1603 dovè soffrire la vendita di Buonalbergo in suo danno, nè questa terra tornò alla famiglia se non ricomprata dal fratello Gio. Battista nel 1612[323].

Abbiamo vedute le ragioni per le quali lo Spinelli fu prescelto dal Vicerè. Come risulta da cenni sparsi, egli andò qual Commissario, Luogotenente generale e Capitano a guerra nelle Calabrie: il testo della Commissione e delle Istruzioni si dovrebbe trovare nei Registri _Curiae_, dove, tra gli altri, solevano notarsi tutti i documenti di questo genere: ma non c'è riuscito di rinvenirlo, e con ogni probabilità se ne fece l'annotamento ne' Reg.^i _Curiae Secretorum_, come si soleva nelle Commissioni di alta importanza[324]. Non sappiamo con precisione quanta milizia lo Spinelli abbia avuta a condurre con sè. Ma il Campanella, nella sua Narrazione, ci lasciò scritto che vennero con lui due compagnie di spagnuoli, e veramente nelle relazioni dello Spinelli si trovano citati due capitani spagnuoli con le rispettive compagnie, D. Antonio Manrrique e D. Diego de Ayala. Pertanto un documento da noi rinvenuto nel Grande Archivio ci fa conoscere il nome di alcuni ufficiali napoletani che andarono con lo Spinelli, come persone di sua fiducia, e gli stipendii rispettivi e la sollecitudine con la quale vennero nominati e spediti. Questi furono, Mario Mirabella, Alfonso Dattolo e Vespasiano Jovene, capitani, inoltre Vincenzo Severino, che vedremo funzionare da segretario: lo stipendio dello Spinelli era di D.^i 300, quello de' capitani di D.^i 40, quello del Segretario di D.^i 30 mensili, e il 23 agosto, un giorno innanzi che giungesse in Napoli la 2.ª relazione da Lauro e Biblia, dalla Scrivania di razione era spedita la liberanza per un mensile anticipato a ciascuno di loro, e il 26 agosto se ne faceva il pagamento ovvero l'annotamento[325]. Poichè a questa data dovevano essere già partiti, leggendosi nella lettera Vicereale del 24 agosto intorno allo Spinelli, che «lo ha inviato, e datogli istruzione di ciò che ha da fare e il segreto che ha da guardare»; ed oltracciò vedremo che una lettera Vicereale dello stesso giorno 24 allo Spinelli fu da lui ricevuta in Calabria, dove egli sbarcò il 27. Aggiungiamo che con lui dovè pure partire un Mastrodatti: e veramente così costumavasi, facendosene la nomina nella Lettera di Commissione, ed in una copia di lettera dello Xarava al Vicerè trovata a Simancas lo si vede affermato, con l'occasione che questo Mastrodatti morì poi in Calabria e bisognò prenderne un altro[326].