Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 31

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Ebbe intanto con questo suo disegno di repubblica un pensiero altamente generoso per la provincia nativa ed anzi per l'intera umanità; e all'opposto di ciò che avviene agli attuali repubblicani, compromise onore e vita per esso, affrontando un mare immenso di guai con tale audacia, che a parecchi tra' più gravi scrittori il fatto è sembrato perfino impossibile, e questo, mentre il paese veramente gemeva sotto la più efferata tirannide, ma nessuno osava neanche immaginare una via qualunque di uscita[304]. Ecco ciò che costituisce la sua vera gloria; e non risultano giustificate nè le attenuazioni, nè le meno benevole interpetrazioni, che riescono ad impicciolire la sua grande personalità civile, e a far disconoscere l'essenza vera della sua vita. È stato detto che la sua vanità l'avesse spinto in questa via: senza dubbio eravi in lui quell'orgoglio impaziente, naturale negli uomini i quali hanno saputo da loro soli divenire uomini di gran vaglia, ma non s'intende perchè non abbia a dirsi essere stato spinto da una nobile ambizione, mentre d'altra parte bisogna anche riconoscergli la viva fede in eventi straordinarii e in una missione altissima alla quale credevasi destinato. Sorretto da una simile fede ed ambizione, egli seppe ispirare un vivo entusiasmo in uomini come Maurizio de Rinaldis, Marcantonio Contestabile, Prestinace, Vua, con una grossa mano di fuorusciti e di cittadini d'ogni classe, oltrechè in un certo numero di frati, i quali non rapresentarono punto la parte maggiore come erroneamente si è creduto: molti di costoro, e frati e laici, non ci risultano persone stimabili; ma nè si può guardare tanto pel sottile ogni qual volta si tratti di persone impegnate per una ribellione a mano armata, nè si può ritenere che gli elementi di stima fossero allora quelli medesimi di oggidì. Piuttosto bisogna dire, e non farà maraviglia, che i congiurati non abbiano avuta una mente adeguata alla grandezza dell'impresa, come il Campanella dichiarò con dolore più tardi, quando disse che «guastarono ogni suo pensier grande»[305]: non di meno i principali fra loro appariscono sempre persone distinte e degne di considerazione. Non si potrebbe p. es. non vedere in Maurizio un tipo di uomo animato dal più puro sentimento di patriottismo e di libertà: egli nobile, egli ricco di largo censo e di amata famiglia, avea troppo da perdere nella futura repubblica comunista, e tuttavia non si curò di sapere qual parte avrebbe rappresentato in essa; compreso unicamente dal pensiero di sottrarre a Spagna e restituire a libertà la sua provincia nativa, si limitò a discutere e trovare i mezzi pel successo dell'insurrezione, accettando volenteroso la dittatura del Campanella sotto il fascino dell'energia intelligente di lui, soggiogato dalla potenza di quell'intelletto audacissimo, come ebbe poi a confessare nel modo più ingenuo. Lo stesso fra Dionisio Ponzio non si potrebbe non dire un tipo di cospiratore de' più distinti: è lecito credere che la sua vanità e il suo spirito vendicativo abbiano influito molto a farlo dedicare febbrilmente al trionfo della futura repubblica, nella quale d'altronde la sua cultura gli avrebbe fatto acquistare uno de' maggiori ufficii; ma non rifuggì dal prendere nella congiura il posto più pericoloso, agendo fin sotto gli occhi degli ufficiali Regii nella capitale della provincia, e seppe di poi, ne' giorni tristi, comportarsi indubitatamente meglio di tutti gli altri suoi compagni promotori della ribellione, meglio del Campanella medesimo, come vedremo a suo tempo. Nessuno vorrà credere che fra Dionisio si fosse spinto tanto innanzi, solamente per uscire in campagna ad oggetto di uccidere il Polistina, e che Maurizio avesse aderito a fra Dionisio, solamente per secondarne tale proponimento: per lo meno non era necessario mettere Catanzaro in moto e andare incontro a così enorme responsabilità per uno scopo così meschino, e se il Campanella, ne' giorni tristi, potè dir questa con tante altre cose, bisogna pure penetrarsi della sua posizione, che l'obbligava a parlare in tal guisa. Trattandosi di dover fondare una repubblica, ed essendo certo che il disegno di questa repubblica era calcata sulle norme che furono più tardi descritte nella _Città del Sole_, evidentemente l'unico autore e promotore della congiura dovè essere il Campanella. Ed al momento al quale siamo pervenuti egli poteva esser lieto dell'opera sua. Maurizio, in Davoli, aveva già assicurato che era in grado di riunire fra dieci giorni duecento fuorusciti, i quali sarebbero entrati di nascosto in Catanzaro per formare il nucleo dell'insurrezione, e parecchi erano anche i cittadini di Catanzaro già ben disposti non solo da fra Dionisio, ma principalmente da Gio. Tommaso di Franza e Gio. Paolo di Cordova, senza contare il Barone di Cropani; inoltre Marcantonio Contestabile avea già dovuto mettere in ordine la sua banda destinata ad assaltare il castello di Arena, e questa banda era molto notevole, come apparisce da' cenni che il Campanella ne fornì, ponendoli in bocca a Giulio Contestabile; infine, sotto l'influenza assidua del Campanella medesimo, un buon numero di affiliati trovavasi in Stilo e luoghi circonvicini per una larga zona. I turchi col Cicala doveano venire nella prima metà di settembre, e la grande aspettativa delle mutazioni che si era in tutti ingenerata, e il credito straordinario che il Campanella godeva, sia come scienziato, sia come astrologo, sia come possessore di spiriti, avrebbe anche fatto avere senza dubbio un contingente non lieve, più di quanto si suole ordinariamente sperare da' congiurati in altrettali occasioni. Non erano dunque poche le forze preparate, e bisogna riconoscere che parecchie ribellioni, in condizioni egualmente ponderose e gravi, furono iniziate con forze assai minori: si sarebbero poi dovuti saldare i conti con una potenza come la Spagna, ma appunto allora gli sconvolgimenti generali che si aspettavano avrebbero dato un soccorso incommensurabile. Così il Campanella poteva ritenere che non sarebbe rimasta senza effetto la sua «voglia ardente a far la gran semblea», poteva esser fiero di aver saputo «con senno e pazienza tante genti vincere»[306]: tutti aveano fede viva in tempi migliori, e il banchetto sul monte di Stilo pose il suggello a questa fede in coloro che vi presero parte, riuscendo l'espressione della comune esultanza.

Ma si approssimavano invece anni di dolore con le più amare disillusioni. Mentre il Campanella trovavasi tuttora in S.^ta Caterina e quindi il banchetto sul monte di Stilo non si era per anco tenuto, la congiura veniva denunziata al Governo: continuavano con fervore i preparativi da parte de' congiurati, e il Governo con altrettanto fervore faceva i suoi preparativi per averli tutti nelle mani.

CAP. III.

SCOPERTA DELLA CONGIURA E PROCESSI DI CALABRIA. (dalla fine di agosto a tutto 10bre 1599).

I. Il 10 agosto 1599 Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia, che abbiamo veduto ricoverati per debiti nel convento de' frati Zoccolanti di Catanzaro e sollecitati da fra Dionisio a prender parte alla congiura, ne facevano una formale denunzia al Vicerè Conte di Lemos, innanzi all'Avvocato fiscale dell'Audienza di Calabria ultra D. Luise Xarava. Per incarico di costui, essi seguitavano a sorvegliare gli andamenti de' congiurati fingendosi sempre accesi per la rivolta, ed intanto ponevano in iscritto ciò che fino a quel momento aveano potuto raccogliere. Crediamo utile dare qui letteralmente tradotto l'importante documento da noi rinvenuto in Simancas, anche perchè riscontrandone l'originale, vengano i lettori a familiarizzarsi co' documenti scritti nell'idioma spagnuolo[307].

«Relazione fedele e veridica a Sua Eccellenza circa la congiura e ribellione che finora è stata tentata ed al presente si tenta dagl'infrascritti, per quanto noi Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia abbiamo potuto tener notizia e procurato sapere con ogni diligenza, in servizio di Dio e del Re nostro signore. — Fra Tommaso Campanella di Stilo, dell'ordine di S. Domenico, persona che per tutto il mondo tiene il primato nelle scienze, che per maraviglia di esse è stato molti anni carcerato nell'Inquisizione, presupponendosi opera diabolica siccome al presente ci è stato veramente certificato, con intelligenza di D. Lelio Orsini e del Principe di Bisignano, del Duca di Vietri, del Vescovo di Nicastro e di molti altri Vescovi del Regno, di Signori titolati e Potentati, ed in particolare di Sua Santità e in nome suo del Card.^l S. Giorgio, del Turco; e fra Dionisio e fra Pietro Ponzio di Nicastro, predicatori dell'ordine di S. Domenico, con copioso numero di altri predicatori frati di diverse Religioni e di persone principali di molte città e terre, con intelligenza di molte corporazioni dell'una e dell'altra provincia, hanno tentato e tentano quotidianamente di rivoltare ed ingannare i popoli contro il Re nostro signore, pubblicandolo tiranno del mondo, e con parole efficaci dànno ad intendere l'incomportabile malvagità de' suoi Ministri, i quali vendono come all'asta pubblica il sangue umano e la giustizia e tutto, usurpando con tirannia il sudore de' poveri con tanti tributi e pagamenti e assassinii che si veggono nel Regno di Napoli, Regno della Santa Chiesa occupato tirannicamente, dicendo che tutti i Re di Spagna sono dannati per avere usurpato gli Stati della Chiesa, sangue di Gesù Cristo, e che già è venuto il tempo che nostro signore Iddio, mosso a pietà, si compiace di togliere la sozzura (?) di tanta tirannia e servitù, e ciò per opera del suo Vicario, il quale, condolendosi della calamità de' popoli, ha risoluto porli nella pristina libertà di repubblica, come era per l'innanzi, pur che vogliano riconoscere per signora la Santa Chiesa, con darle soltanto il libero consenso e un mediocre tributo, dicendo che non bisognava spargere il sangue de' loro figli, padri e madri, in rovina de' proprii averi, mentre sperano che aggiusterà loro ogni cosa solamente col persuadere la verità e fare che ognuno si riconosca a sè medesimo e al servizio di Dio nostro signore, il cui aiuto dicono di tenere in ciò per divine rivelazioni ed ispirazioni, stimolando la gente con promesse di lauti guiderdoni e con la facilità del negozio, mentre tutte le città e terre delle dette provincie sono divise e nella maggior parte disposte a versare il sangue pel servizio di Dio e della Santa Chiesa e per la propria libertà, aggiungendo il poco governo e poco talento de' governanti che al presente si trovano nelle dette provincie, e questo dicono essere permesso divino, che sembra gli abbia accecati, dando agli animi di tutti fama immortale pe' secoli avvenire, come pure mettendo innanzi il gran profitto da trarsene. — Nella detta congiura sta Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, persona nobile e di grande intelligenza, e fuoruscito con comitiva di più di 2,000 persone di Stilo, casali e dintorni, il quale ha sobillato col detto Campanella e tuttora va sobillando, e particolarmente in Catanzaro Matteo Famareda, Orazio Rania ed altri suoi concertano intimamente con lui. E perchè nella detta congiura, la quale si tratta già da un anno, vi è pure l'intervento del Turco, che ha commesso ogni cosa al Cicala acciò esegua quanto i congiurati gli saranno per chiedere, nel mese scorso il detto Maurizio, inviato da' congiurati con una loro credenziale, s'imbarcò insieme con alcuni compagni nelle galere di Morat Rais che lo portò a parlare al Cicala, e di poi se ne tornarono alla marina di Stilo come è fama pubblica. E il detto Cicala sta già pronto a sua richiesta con 60 vele, che debbono servire ad andar costeggiando la Calabria ed impedire qualunque soccorso da mare. — Nella medesima congiura interviene Ferrante Moretto di Terranova della piana con un suo germano ed infinita gente di suoi aderenti. Vi sono pure molti della città di Reggio, S.^ta Agata e Casali, e persone principali e potenti, e particolarmente della città di Seminara. Ci è ancora la maggior parte della città di Tropea, Mileto, Monteleone, Amantea, Fiumefreddo e città di Cosenza, Cassano, Castrovillari e Terranova-citra, Bisignano, Taverna, Cotrone, e la maggior parte del Principato di Squillace, ma specialmente infiniti della città di Nicastro, e molti di Rossano e Pietra Paola. Ci ha inoltre della città di Catanzaro Mario Flaccavento, parente di fra Dionisio e di Gio. Antonio Fabbrica con altri suoi compagni. Si trovano ora nelle provincie due compagnie di cavalli di uomini d'arme, che stanno a requisizione de' nemici. Vi sono ancora tutti i fuorusciti delle altre provincie, con altro infinito numero de' casali di Cosenza, e capipopolo di diversi luoghi. — La detta congiura, stata già trattata da tanto tempo, al presente è affrettata, e solo attendono la venuta del Principe di Bisignano, il quale verrà incognito, e così pure del Vescovo di Nicastro e di alcuni altri grandi personaggi. I congiurati, oltre che sperano felice successo per la moltitudine de' congiuranti e loro potere con guide del demonio che tratta col padre Campanella, sperano giovarsi molto della lingua tra' popoli, nel senso di far loro buone prediche, mentre concorrono molti predicatori di diverse religioni i quali si hanno diviso i luoghi tra loro, e per mezzo di essi si è quasi sempre trattato, e vanno promettendo grosse remunerazioni in nome di Sua Santità. Si scrivono tra loro con cifra di numeri e segni, i quali abbiamo visti in potere di fra Dionisio, che credendo tenerci nel suo partito, per la grande familiarità che da molti anni vi è stata tra lui e noi, ci ha comunicato tutto, promettendoci grandi cose, e con grande esagerazione ci facea premura in questo affare, nel quale non gli abbiamo dato rifiuto, per scovrire da lui quanto c'è e darne avviso a Sua Eccellenza, come abbiamo fatto in servizio di Sua Maestà. Guadagnate le provincie di Calabria, sperano di conquistare apertamente il resto del Regno, dicendo che la Calabria è la chiave, in dove si trovano le fortezze, munizioni e vettovaglie. — Tutte le dette cose per la maggior parte le abbiamo udite dalla bocca propria di fra Dionisio Ponzio, che per tale motivo va per diversi luoghi, e di Matteo Famareda, e vedutele per evidenti segnali e lettere di fra Dionisio che ci hanno mostrato. Speriamo d'ora innanzi tenere di ciò notizia più particolareggiata, sebbene quanto facciamo si faccia tutto con grandissimo pericolo di essere uccisi fin nelle nostre case; ma per servizio di Dio, di Sua Maestà e di Vostra Eccellenza, noi non ci curiamo di spargere il sangue e far notoria al mondo la nostra piena fedeltà e seguire le orme degli avi. — Dat. in Catanzaro il 10 agosto 1599. — Io Fabio di Lauro dò l'infrascritta relazione di mera volontà mia propria, e depongo come quassù in presenza dell'Avvocato fiscale di questa provincia in nome di Sua Maestà, sperando la sua grazia e guiderdone, mano propria. — Io Gio. Battista Biblia dò l'infrascritta relazione di mia propria volontà, e depongo come quassù in presenza del Sig. Avvocato fiscale di questa Provincia in nome di Sua Maestà, sperando la sua grazia e guiderdone, mano propria».

Successivamente, il 13 agosto, essi mandavano direttamente al Vicerè un'altra relazione[308]. Con questa dicevano che meglio informati, poichè andavano ogni giorno cercando di sapere, avendo parlato con alcuni congiurati principali, «credendo essi di tenerli pe' loro più affezionati come avevano loro mostrato e mostravano», aveano potuto toccar con mano che già tutta la provincia era in ordine, che nella Città di Catanzaro vi erano tra' congiurati più di 100 persone principali, «e tra gli altri la Regia munizione stava in ordine per costoro»; che i corrieri e messi andavano tra loro quasi sempre di notte, ed erano per la maggior parte frati e clerici; che essi, i denunzianti, aveano mandato corriere «per avere qualche loro lettera» ed inviarla a S. E., come pure d'allora in poi avrebbero procurato «sapere tutti i nomi de' congiurati». In fondo, come ben si vede, non avevano ancora fatto altri progressi nelle scoverte alle quali attendevano; frattanto magnificavano il «pericolo di essere bruciati fin dentro le loro case» e dicevano che «per ore e momenti stavano aspettando la morte»; assicuravano che i congiurati aveano tra loro «persone grandi e molti di Corte», e soggiungevano che se non si rimediava presto, correva «grandissimo rischio di porsi in rivolta il mondo». Infine conchiudevano rimettendosi alla grazia di S. M.^tà e di S. E. da cui speravano «competente rimunerazione di tale e tanto grande servigio». — Vedremo che in sèguito, attendendo sempre «a scovrire la congiura per ordine dell'Avvocato fiscale», giunsero realmente ad avere «tre lettere» le quali trasmisero alle Autorità, come risulta dal Carteggio Vicereale[309], e fecero pure qualche altra scoverta che troveremo espressa[310] nelle loro deposizioni.

La prima denunzia giunse in Napoli, per mezzo del fiscale, il 18 agosto, la seconda, direttamente, il 24 agosto, e in tale ultima data il Vicerè ne trasmetteva copia a Madrid, dando conto de' provvedimenti fatti e della impressione ricevuta: tutto ciò si rileva dalla sua prima lettera scritta al Re su tale argomento[311]. Fin dal 18, all'arrivo della prima denunzia, egli spedì subito un corriere all'Ambasciatore di Spagna in Roma D. Antonio de Cardona Duca di Sessa, avvertendolo di ciò che accadeva «e scrivendogli un'altra lettera da potersi mostrare a S. S.^tà», nella quale diceva che certi frati e clerici in Calabria facevano trattative col Cicala, e che perciò supplicasse S. S.^tà di «restar servita» di permettergli che per l'investigazione di tal negozio potesse prendere i frati e clerici che fossero colpevoli, ciò che S. S.^tà fece con molto piacere, richiedendo che li traducesse alla carcere del Nunzio che teneva in Napoli, ma che se gli paresse altro, lo lasciava nelle sue mani. Dippiù, quantunque ritenesse la cosa senza fondamento, il Vicerè pensò ad inviare in Calabria una persona capace d'investigare con ogni segretezza e carcerare i frati nominati nella relazione, procurando di avere in poter suo tutte le loro carte; e scelse Carlo Spinelli, di cui avea trovato in Napoli molto buona relazione, e che oltre all'essere buon soldato era anche molto prudente ed accorto, e perciò si era servito di lui il Duca di Ossuna a tempo del tumulto della città (il tumulto contro l'Eletto Starace), e lo avea fatto Reggente della Vicaria, nella qual carica in pochi giorni avea presi i più colpevoli tra' delinquenti; lo scelse anche perchè gli sembrò che sarebbe stato la persona la quale avrebbe potuto andare con minor rumore, con voce che sarebbe andato a difendere la costa (a difenderla dal Turco siccome avea fatto altra volta). Del resto, egli diceva, «mi pare grande stravaganza mischiare il Papa e il Card.^l S. Giorgio col Turco; che se fosse stato col Re di Francia o con qualche potentato d'Italia non mi sorprendeva, poichè, secondo mi ha avvertito il Duca di Sessa, già altra volta si sono tentati questi rumori da gente inquieta e di poca sostanza; e così mi persuado che solamente da' frati sono uscite queste invenzioni, chè d'uno di loro tengo relazione essere apparecchiato, per credere di lui qualunque novità». Parevagli pure stravaganza ciò che dicevano del Principe di Bisignano, del Duca di Vietri e di D. Lelio Orsini: con tutto ciò, egli soggiungeva, «per non errare è mestieri pensar sempre al peggio». Aveva quindi ordinato al Fiscale di andare a S.^ta Eufemia, ove dovea sbarcare Carlo Spinelli, per farvi una certa informazione, perchè nell'Audienza non sospettassero a che fine egli là si recava, e di vedersi quivi con lo Spinelli, il quale, informato bene del caso, avrebbe nelle mani i frati e i più colpevoli, e glie ne darebbe avviso. Ripeteva poi ancora una volta che egli credeva tutto esser cosa senza fondamento, se non invenzione de' frati.