Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 30
Egli non si mosse mai più da Stilo, avendo a fianco fra Domenico Petrolo come compagno abituale, e fra Pietro di Stilo come Superiore del convento. Non pare dubbio che in questo tempo abbia mantenute corrispondenze epistolari anche in cifra: vedremo che il Petrolo, al quale, malgrado i suoi terrori e tentennamenti, non si può negar fede, disse e sostenne sempre di aver avuto sott'occhi, segnatamente nel tempo della fuga, lettere in cifra venute al Campanella, che il Campanella medesimo gli affermò essere di fra Gio. Battista di Pizzoni; ed aggiungiamo che pure i delatori della congiura dissero aver viste cifre e segni nelle mani di fra Dionisio, la qual cosa verrebbe indirettamente confermata da quanto rivelava il Petrolo. Nè sappiamo di altre relazioni personali di una certa intimità, acquistate dal Campanella in tale periodo, oltre quelle già conosciute. Nelle passeggiate l'accompagnava quasi sempre il Petrolo, il quale ebbe poi a ricordare specialmente una contrada presso il convento denominata Lanzari, dove il Campanella, che la ricorda pure nella sua Dichiarazione, passeggiando gli avrebbe tenuto qualche discorso confidenziale segnatamente intorno a principii religiosi[299]. Nella cella, come ebbe a dire lo stesso Petrolo e in parte pure qualche altro, continuarono i colloquii massimamente col Prestinace ed anche col Vua, inoltre co' due Marullo, con Giulio Contestabile e il Di Francesco, Paolo e Fabrizio Campanella, Giulio Presterà, Francesco Vono e fra Scipione Politi. Una volta con taluni di costoro si fece una scampagnata sul monte Consilino, il monte di Stilo lodato dal Campanella anche nelle sue Poesie, e non vi mancò il discorso della montagna, come quello del Redentore: ma di esso conosciamo appena qualche frase, la quale del rimanente basta a mostrare che vi si svolsero le più rosee speranze in un lieto avvenire; il monte fu chiamato «monte pingue e di libertà». E senza dubbio a misura che le speranze crescevano, vedendo le cose della congiura avviate tanto bene, con gl'individui sopra nominati, e con altri anche, il Campanella fu all'ultim'ora un po' meno guardingo, e di tratto in tratto enunciò alcuni principii politici e religiosi, che ci fanno capire con bastante larghezza quali idee fervessero nella sua mente: gli stessi aderenti suoi furono allora più espansivi co' loro parenti ed amici, onde accadde che solo durante la persecuzione venissero a galla molte notizie del detto genere, le quali sembrarono di nuovo conio e potrebbero tuttora credersi foggiate da' persecutori; ma vedremo che non manca il modo di convincerci che tale opinione sarebbe insostenibile, e che solamente può ammettersi la diffusione di una parte di dette notizie per non avere gl'inquisitori serbato il silenzio voluto dalle leggi. Vi furono per altro sempre cenni staccati, ed anche semplici «motti» come li disse il Petrolo, giacchè que' principii, in ispecie i religiosi, non riuscivano nemmeno graditi a tutti gli aderenti: abbiamo infatti veduto che quando il Campanella diede qualche barlume di riforma religiosa a Maurizio, costui dichiarò che non vi avrebbe mai consentito; qui dobbiamo aggiungere che p. es. Paolo Campanella, avendo una volta udite certe proposizioni intorno alla Trinità ed all'Eucaristia, dichiarò al fratello Fabrizio che avrebbe pagato 50 ducati per non udire quelle proposizioni; da ciò si vede che gli uditori doverono di tempo in tempo rimanere scandalizzati, ma sino a che durò il fascino della parola del Campanella, nessuno ebbe ardire di fargli opposizione. Del resto, se con gli amici e parenti spesso citati fu più o meno esplicito secondo il rispettivo grado di familiarità, con tutti gli altri fece appena intendere qualche cosa a sbalzi, bensì sempre in modo da destare un notevole entusiasmo, segnatamente dal lato politico, acquistandosi il titolo di Messia, non che di futuro Monarca del mondo.
Invano dunque si cercherebbe un quadro autentico, pieno ed intero, delle istituzioni politiche e religiose che il Campanella si proponeva di attuare con la futura repubblica; ma adunando le notizie sparse, ed ordinandole, si potrà avere un quadro notevolissimo. Basterà dare dapprima uno sguardo a ciò che fecero conoscere fra Pietro di Stilo e il Petrolo, i quali si trovarono più strettamente uniti al Campanella appunto all'ultima ora, e poi, per le convenienze della causa, a suggestione del medesimo Campanella, non tacquero le eresie da lui enunciate; quindi nel modo più sommario possibile, a fine di non incorrere in eccessive ripetizioni, dare un cenno di ciò che vedremo raccolto dal Vescovo di Squillace in un singolare processo, nel quale tra moltissimi interrogati figurarono anche i parenti liberi di Giulio e Marcantonio Contestabile, buona parte dei Carnevali, alcuni parenti del Prestinace, di fra Pietro di Stilo ec., Giulio Presterà e Francesco Vono con altri amici, conoscenti, estranei, dietro una citazione larghissima; aggiungendovi anche le notizie più degne di fede raccolte ne' processi principali, alcune delle quali abbiamo già avuta occasione di narrare, e mettendo un po' d'ordine in tutta questa farragine di cose, si avrà ciò che si cerca, non senza un certo riscontro molto notevole, onde ne rimane accresciuto il grado di credibilità. Naturalmente questa lunga serie di detti e fatti del Campanella non appartiene tutta all'ultimo periodo della congiura, ma, come abbiamo notato, vi appartiene per la più gran parte, essendosi il Campanella reso mano mano più esplicito; se non che oramai, al punto cui siamo pervenuti, una precisione cronologica, mentre riesce impossibile, riesce anche superflua, e senza mettere interamente da banda la cronologia, conviene sforzarsi di avere innanzi agli occhi tutto il complesso delle idee manifestate dal Campanella, onde farsene un concetto ben chiaro e meno fallace.
Guardiamo dapprima separatamente ciò che si seppe dalle rivelazioni di fra Pietro di Stilo e fra Domenico Petrolo. Secondo fra Pietro di Stilo, come abbiamo avuta occasione di dire anche altre volte, in presenza di lui e poi in presenza pure del Prestinace, il Campanella manifestò che era in aspettativa di divenire Monarca del mondo, avendoglielo presagito anche un astrologo nelle carceri del S.^to Officio. Inoltre diceva che il Papa e il Re si accordavano a' latrocinii, che l'elezione del Papa non potea ritenersi canonica essendo le voci corrotte e riducendosi più voci ad una sola pel piatto che il Re donava a' Cardinali, che i Cardinali erano tiranni e propensi alla lussuria della peggiore specie; dippiù si burlava de' peccati della carne, de' quali «parlava assai largo» non ammettendo neanche gran differenza tra essi, e dicendo del peccato contro natura che era «un dito più sopra o un dito più giù nell'inferno» (evidentemente uno de' motteggi del Campanella). Si burlava del pari de' miracoli dicendo che erano «un'elavatione di mente..., un'applicatione de intentione di quello alla cui persona si faceva il miracolo», e che a questo modo ognuno potea farne ed egli ancora ne avrebbe fatti in prova della sua scienza e delle sue opere; infine avea detto al Petrolo essere il sacrificio dell'altare preferibile a quello della legge antica, tuttavia non esser vero, non contenendosi nell'ostia il corpo di Cristo. Secondo il Petrolo, era intenzione del Campanella mutare la provincia in repubblica, servendosi di due mezzi, della lingua, e delle armi specialmente de' banditi e del Turco, al quale avea mandato Maurizio de Rinaldis; e per predicare la libertá facea gran capitale del Pizzoni, di fra Dionisio, di fra Pietro e di lui ancora (confessione a proprio danno che rende il Petrolo degno di fede, benchè nelle cose di eresia, per insinuazione dello stesso Campanella, avesse detto troppo e lasciato che gl'Inquisitori caricassero le tinte). Dopo di avere discorso in pubblico delle profezie, il Campanella privatamente gli diceva che quelle profezie parlavano di lui, e che voleva predicare la libertá e contro gli abusi della Chiesa; e che tutte le genti hanno avuto i loro sacrifizii e il nostro era migliore di quello degli Ebrei, ma pure avea certe superstizioni e precisamente quella che nell'ostia ci fosse Iddio; che non c'erano miracoli, e ciò che dicevasi delle resurrezioni dovea attribuirsi ad «asmi et occupationi di core», compresa la resurrezione di Lazzaro, la quale era stata una finzione di Marta e Maddalena amiche di Cristo, avendo esse anche preparate industriosamente le cose in modo da far sentire il fetore del quatriduano; che la fornicazione non era quel peccato che si diceva, potendosi ogni membro adoperare all'uso cui era destinato; che non c'erano diavoli nè inferno nè paradiso, e se ne burlava, dicendo, allorchè si parlava de' diavoli e dell'inferno, «si pigliano là alla caldara della pece», ed allorchè si parlava della gloria del cielo, «oh questo mondo è buono e bello»; infine diceva che Iddio era la natura, ed all'ultima ora, parlandosi de' fichi pe' quali potè peccare Adamo, disse che quelle erano baie.
Veniamo alle notizie più cospicue e più credibili, che si ebbero dalle più diverse provenienze ne' processi principali, oltrechè nel processo detto di Squillace. Ricordiamo che Maurizio seppe doversi fondare una repubblica nella quale si vivrebbe in comune, si farebbe la generazione da' soli valorosi, si brucerebbero i libri latini di fede, si toglierebbero gli abusi della religione, e il Caccìa seppe che si farebbe una legge migliore di quella de' Cristiani e si muterebbero anche le vesti; aggiungiamo che Felice Gagliardo seppe da Cesare Pisano (quindi per provenienza di fra Dionisio), che si sarebbe usata una tabanella bianca, da scendere fino alle ginocchia con maniche lunghe, e un berretto ligato a modo di turbante, si sarebbero bruciati i libri (_sic_), composto un nuovo statuto, liberate le monache e fatto il _crescite_. Queste notizie del fare il _crescite_ e dell'indossare nuova foggia di abiti vennero confermate anche da diversi in Squillace, segnatamente da Fabrizio Carnevale e da Gio. Jacovo Prestinace, ma secondo una voce pubblica: e fu confermato egualmente da diversi che il monte di Stilo dovesse dirsi monte pingue e di libertà. Parecchi ne' processi principali affermarono che il Campanella avesse detto non esistere Dio, Dio essere la natura etc., la Trinità essere una chimera, viversi nel mondo a caso, non essere l'anima immortale, non esistere nè paradiso, nè purgatorio, nè inferno, nè demonii; ma nel processo di Squillace nulla venne in luce intorno al negar Dio, bensì tutto il resto fu confermato; e non sembra dubbio che le proposizioni del Campanella alludessero ad un concetto di Dio, della Trinità, de' luoghi di premio e di pena, degli angeli buoni e tristi, diverso da quello ricevuto, senza aver mai negato tutto ciò, massime poi senza aver mai negato Dio creatore e l'immortalità dell'anima, e che le proposizioni anzidette sieno state diffuse da fra Dionisio per progetto e quindi attribuite al Campanella, ovvero anche ripetute dal volgo, nel quale già circolavano insieme con diverse altre ed attribuite sempre al Campanella[300]. Solamente intorno a Gesù, a' suoi miracoli, all'ecclissi avvenuta nel tempo della sua morte, alla resurrezione, le notizie raccolte in tutti i processi si accordarono a confermare che egli non credesse alla divinità di Gesù (secondochè avea già fatto per la prima volta tralucere a Maurizio), e quindi non credesse nemmeno a tutto il resto compresa la verginità di Maria. Così avrebbe detto che Gesù era stato capo di setta, brav'uomo al pari di Mosè e di Maometto; che la resurrezione di Lazzaro era stata concertata da Marta e Maddalena e da Lazzaro medesimo, persone amiche di Gesù; che tutti gli altri miracoli erano stati narrati dagli Apostoli, i quali aveano scritta la Bibbia per introdurre la fede e poi ogni nazione l'aveva alterata per conto suo, e pure il miracolo di Mosè nel mar rosso era dovuto al flusso e riflusso del mare e che ognuno poteva far miracoli ed egli pure ne avrebbe fatti; che l'ecclissi nel tempo della morte di Gesù era stata accidentale e particolare, non miracolosa ed universale; che nella faccenda della resurrezione o poteva essere stato messo in croce un altro invece sua, o poteva essere stato il corpo suo sottratto e nascosto secondo il costume di varii legislatori. Del pari intorno a' Sacramenti, le notizie raccolte in tutti i processi confermarono essere da lui ritenuti istituzioni umane; segnatamente l'Eucaristia essere non altro che una commemorazione di Gesù, ed il Battesimo non essere indispensabile alla salvazione. È superfluo dire come considerasse gli atti degli Apostoli, tutto l'organismo della Chiesa e i precetti di essa, l'autorità del Papa, i Cardinali, i Prelati, la scomunica, il precetto del non mangiare carne in determinati giorni. Nel processo di Squillace vennero in luce diversi aneddoti su questi particolari, e li vedremo a suo tempo; così pure diverse cose che aveano recato scandalo, come il disgusto per le tante fraterie, la tolleranza e talvolta l'ammirazione per qualche cerimonia turca, la stima delle dottrine dei filosofi gentili alla pari di quelle de' Santi Padri, il poco rispetto per le dottrine di S. Tommaso e il nessun credito all'esserne stati gli scritti lodati da Gesù Cristo, l'avversione alle preghiere con molti paternostri, l'intolleranza per l'adorazione della croce «che era un pezzo di legno» e così pure per l'adorazione delle immagini de' Santi. Sotto quest'ultimo rispetto è assai notevole un fatto, che mostra fino a qual punto il Campanella fosse divenuto temerario: la Chiesa del convento accoglieva una Congregazione, la quale intitolavasi del Rosario e adoperava un libro di preghiere con certe invocazioni a Maria, a S. Domenico e ad altri Santi; il Campanella non voleva che si dicessero, e di sua mano le cancellò dal libro. Quale era dunque la specie di riforma che egli si proponeva?
Manifestamente il Campanella si proponeva fondare uno Stato secondo le norme che poi descrisse nel suo libro della _Città del Sole_. Il Berti con altri lo ha intravveduto, e non pertanto ha negato l'esistenza della congiura: noi lo riteniamo dimostrato, dopochè ci è riuscito mettere in luce tante particolarità, segnatamente con la scoperta de' processi di eresia; e crediamo che ne rimanga sempre più raffermata l'esistenza di una congiura promossa e diretta essenzialmente dal Campanella, congiura necessaria per sottrarsi al dominio di Spagna, sia pure in date circostanze di tempo e di opportunità. Un confronto di ciò che sparsamente disse il Campanella, durante la congiura, con ciò che scrisse più tardi nella _Città del Sole_ e nelle _Quistioni sull'ottima repubblica_, toglie ogni dubbio, rimanendo benissimo chiarita la natura e la direzione dell'impresa, l'impossibilità di una partecipazione qualunque del Papa, de' Vescovi e de' Nobili in generale, e perfino la verità e la giusta misura de' concetti del Campanella emersi da' processi fattigli; poichè ogni qual volta ci sarà il riscontro, chi vorrà più dubitarne? In tal guisa il così detto eterno ed insolubile problema della congiura può avere una facile soluzione, più che non sia forse accaduto mai nella storia delle congiure: può intendersi qualche concetto che a prima vista apparisce strano, p. es. il dover essere Monarca e il voler fondare la repubblica, l'ammettere la comunanza delle donne, il non ritenere peccato la fornicazione etc; ed appunto può determinarsi con esattezza il lato dei principii religiosi, su' quali non meno occorrono chiarimenti, avendo troppe circostanze influito ad ottenebrare la verità. Il confronto suddetto dà modo di vedere chi realmente esagerò, chi parlò di propria iniziativa, chi interpetrò male, e quindi comprendere la parte precisa che ognuno rappresentò, così nella congiura, come ne' processi consecutivi. Si rileverà senza dubbio che molte falsità furono deposte, ma che in ultima analisi venne a scovrirsi meno di quanto c'era realmente di sotto; ed apparirà chiaro che la _Città del Sole_, benchè detta _poetica_, costituì allora, come costituì di poi, il complesso delle idee _riposte_ di fra Tommaso, sicchè c'è da riflettere moltissimo prima di considerare il Campanella, quale risulterebbe da parecchie altre opere sue, scritte in circostanze che meritano di essere grandemente valutate[301].
Trattavasi dunque di attuare in politica una repubblica comunista della forma più spinta, sino ad avere alcuni lati analoghi a quelli sostenuti da certi seguaci del moderno nihilismo, e di attuare in religione quel Cristianesimo razionale, che fino a' giorni nostri ha continuato sempre ad apparire unica soluzione accettabile, presso coloro i quali hanno voluto risolvere il problema della destinazione e della coscienza umana in conformità de' progressi del pensiero umano; ma tutto ciò con particolari vedute nell'ordine spirituale e nel temporale, analogamente alle idee del tempo e più ancora all'educazione del Campanella. Lo studio degl'insegnamenti de' grandi filosofi, le ricerche assidue intorno al Cristianesimo primitivo, le abitudini della vita monastica, gli avevano fatto concepire la libertà in un modo ben diverso da quello che oggi si professa, gli aveano fatto anche accogliere certe pratiche religiose come p. es. l'adorazione perpetua, ad imitazione delle quarantore dei Cattolici, la confessione auricolare, spinta fino al punto di rivelare al Capo dello Stato i falli uditi comunque senza far nomi[302]. Al Capo dello Stato era assegnata una sovranità reale ed effettiva, un'_autorità assoluta_ nel temporale e nello spirituale; a' cittadini rimaneva una libertà, che era un imbrigliamento di qualunque moto e di qualunque sospiro, dietro un'ingerenza governativa delle più meticolose; perfino lo stomaco e gli organi sessuali erano regolati dalla legge. Di eguaglianza, come oggi si vorrebbe, neppure un'ombra; invece dato un grandissimo peso alla cultura e alla dottrina. Il Capo dello Stato doveva aver fatto studii colossali, pochi de' più savii partecipavano al potere, gl'incolti non doveano che servire. Specialmente per quella singolare maniera di libertà, se «la vita filosofica» ideata dal Campanella avesse potuto per un momento istituirsi, ognuno senza dubbio avrebbe finito per ribellarvisi, ed egli si sarebbe ben presto accorto che un consorzio civile non si rinnovella sopra principii astratti e senza sostrato nella realtà. Non c'è quindi a meravigliarsi che taluni, come p. es. il Giannone tra parecchi altri, abbiano profondamente sprezzato le vedute del Campanella; piuttosto c'è a meravigliarsi che taluni moderni, i quali s'intitolano democratici, abbiano menato vanto della repubblica Campanelliana iscrivendo il Campanella nel loro Olimpo[303].