Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 28
Maurizio, preoccupandosi del buono andamento delle cose in Catanzaro, ove era convenuto doversi fare lo sforzo principale della ribellione, volle che alcuni di questa città si costituissero centro de' congiurati, e desiderò che il Campanella li persuadesse con la sua eloquenza, di cui egli faceva gran conto avendola sperimentata sopra sè medesimo; e il Campanella non si negò menomamente, e si ebbe in tal guisa, dopo i convegni di Stilo e di Pizzoni, un terzo convegno parimente assai notato, quello di Davoli. Sia d'accordo col Campanella, come Maurizio affermò nella sua confessione, sia senza quest'accordo, come parrebbe dalla Dichiarazione del Campanella, Maurizio chiamò a Davoli due gentiluomini di Catanzaro assai maneschi, da lui giudicati «uomini di valore», Gio. Tommaso di Franza e Gio. Paolo di Cordova, il quale ultimo eragli anche parente per parte di madre[285]; e li chiamò scrivendogli di venire «sotto colore che voleano trattare la natività loro», ciò che implicherebbe avergli accennato di dover trattare col Campanella, il quale veramente s'intendeva di oroscopi e di natività, ed essi non mancarono di venire, accompagnati da un Orazio Rania. Questo accadde nella prima settimana di agosto, conoscendosi con sicurezza che l'8 o il 9 di agosto il Campanella si trovava tuttora in Davoli, nel convento degli Agostiniani detto di S.ª M.ª del Trono: oggi ancora sono visibili i ruderi di questo convento e della sua Chiesa, sopra un colle a meno di un miglio dall'abitato; ed una statua di S.ª Anna con la data appunto del 1599, ritirata dagli avanzi della Chiesa, è il più vivo ricordo del luogo e del tempo in cui avvenne una delle scene più memorabili della congiura. Al momento dell'arrivo di que' di Catanzaro fra Tommaso già vi era, e come abbiamo visto sopra, in compagnia di fra Domenico Petrolo e di Fabrizio Campanella; ma non risulta che costoro fossero presenti al colloquio, ed anzi lo stesso Maurizio si tenne in disparte dopochè fu esaurita l'esposizione delle solite cose generali de' prossimi mutamenti e del dovere star pronti; ciò si rileva dalla confessione sua, dalle deposizioni di Gio. Paolo e Gio. Tommaso ed anche dalla Difesa del Campanella, il quale si servì di questo fatto come di un argomento per sostenere che non vi era stato convegno. La riunione ebbe luogo presso il convento, in un castagneto, all'aperto, e come il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, essi cominciarono dal dimandargli segreti per aver donne che egli pose in burla (la solita maniera di considerare il Campanella); di poi, pregato da Maurizio che avesse detto a que' gentiluomini la faccenda delle mutazioni, egli le confermò, e «tutti gli si offersero che volesse esser capo et predicare» perchè l'avrebbero seguitato; ma egli non volle e si partì per disgusto, andandosene a S.^ta Caterina, e dopo tre giorni a Stilo. Non sarà inutile il dire che di poi, nel processo, tanto Gio. Paolo di Cordova quanto Gio. Tommaso di Franza confessarono il convegno avuto col Campanella, e lo confermò pure Tommaso Tirotta servitore di Maurizio: solamente il Cordova aggravò piuttosto la condizione di Orazio Rania che era già morto quando egli fece la sua deposizione (secondo il metodo abituale dei giudicabili), e il Franza nominò fra Dionisio come colui che gli avea già parlato delle mutazioni da parte del Campanella; l'uno e l'altro poi dissero che fra Dionisio veramente, più tardi in Catanzaro, richiese la loro opera per la ribellione, essendosi nel convegno discorso soltanto di un segreto che fra Dionisio avrebbe in sèguito manifestato. Ma per quanto apparisca possibile che fra Dionisio avesse già parlato col Franza, vedremo altrove che da parte di costui c'erano forti ragioni per le quali egli dovea sforzarsi di aggravare la mano su fra Dionisio in questo negozio, ed oltracciò in entrambi ci era tutta la convenienza di mostrare che le istanze per la ribellione erano state fatte più tardi. Secondo il Tirotta, nello stesso giorno del convegno, dopo il desinare, essi ripartirono. Ognuno intanto avrà notato trovarsi dalle parole medesime del Campanella accertato che tutti gli si offersero, facendogli premura che volesse esser capo con la predicazione; sicchè rimane soltanto ad interpetrare se egli veramente rifiutò ed anzi se poteva rifiutare, mentre tutto si edificava sulla base delle sue profezie e vaticinii, e la sua eloquenza era già da un pezzo impiegata a persuadere che dovea fondarsi la repubblica.
Ma durante il soggiorno del Campanella in Davoli accadde pure un fatto importantissimo, che ebbe le più gravi conseguenze. Appunto l'8 o il 9 agosto, non si sa per quale motivo, capitò al convento suddetto fra Domenico di Polistina, e seppe da fra Domenico Petrolo che il Campanella trovavasi nel convento e l'avrebbe veduto con piacere, che anzi desiderava di vederlo. Egli si presentò al Campanella in Chiesa, e gli fece i suoi saluti e le sue proteste di amicizia; ma il Campanella gli rispose che tra loro due non poteva esservi amicizia, trovandosi l'uno amico di fra Gio. Battista di Polistina e l'altro amico di fra Dionisio, tra' quali correva inimicizia grandissima. Il Polistina meravigliato di tale ricevimento si partì. Come mai il Campanella potè mostrarsi tanto scortese, ed anche tanto imprudente, mentre non ignorava la potenza e lo spirito d'intrigo de' Polistina? Bisognerebbe dirlo venuto in una grande boria, per la fiducia ispiratagli da' preparativi della sua impresa ottimamente avviati: ma è verosimile pure che fosse infastidito dal vedersi ronzare intorno un uomo di quella fatta, il quale probabilmente ne spiava i passi ed osava dichiararglisi amico. Intanto il Polistina montato a cavallo se ne partì in fretta, dirigendosi pel castagneto che era presso il convento: ma «caminato 10 o 12 passi, il garzone o sia vetturino gli disse, se andate per questa via voi sete morto, perchè mentre ragionavi con il Campanella in Chiesa, li foresciti che erano alla porta hanno determinato di ammazzarvi mentre che passaremo nelle castagne, et così pigliò altra strada et andò a Suriano, dove trovò il Soldaniero nel convento, al quale raccontò il caso»[286]. È possibile che i seguaci di Maurizio, p. es. il Tirotta, Gio. Battista Vitale che sappiamo essere sempre stato anche lui in Davoli, forse pure qualche altro, consapevoli delle amicizie del Polistina e penetrati della poca opportunità della sua presenza in quel luogo, avessero borbottato propositi minacciosi verso di lui; è possibile pure che al vetturino non fosse tornata molto comoda la risoluzione di battere la via del castagneto, e avesse cercato di farla cambiare mettendo paura al Polistina: certo è che il Polistina si diresse ad un luogo e ad un uomo che facevano appunto per lui, avendo dovuto forse già conoscere dal Priore di Soriano suo amico le cose passate tra Dionisio e il Soldaniero, ed avendo dovuto sembrargli giunto oramai il momento di farla finita, poichè non v'era più da andare fiutando e si avea del resto già tanto in mano da poter perdere Dionisio e il Campanella. Egli si presentò al Soldaniero come uomo agitato ed afflitto per la paura avuta, e il Soldaniero, che avea conosciuto pure fra Gio. Battista di Polistina nella Quaresima passata, lo secondò dicendo che era stato già deciso che fra Gio. Battista e i suoi aderenti dovessero essere ammazzati d'ordine del Campanella ed altri complici, e quindi «non saria stato gran cosa» che avessero ammazzato anche lui; oltracciò soggiunse che erano stati fatti registri di eresie da doversi predicare al tempo della ribellione, che Dionisio gli avea parlato contro i miracoli di Cristo e de' Santi, che gli avea detto essere il significato delle lettere I N R I, poste in fronte al crocifisso, non già quello comunemente conosciuto ma quello di una pessima ingiuria in lingua ebraica, che infine gli avea raccontato quel tale fatto osceno commesso con l'ostia consacrata ed egli sospettava essere stato quel fatto commesso precisamente da fra Dionisio. Così raccontò poi le cose il Polistina, ed anche fra Cornelio che le seppe dal Polistina. Forse il Soldaniero non ciarlò tanto, ed è possibile pure che avesse accennato in confidenza quelle cose al Priore di Soriano, come altrove si è detto, e non già al Polistina: ad ogni modo vedremo più tardi che il Polistina e fra Cornelio su questa base architettarono il processo di eresia, riducendo il Soldaniero, con le buone o con le triste, non solo feroce accusatore ma anche persecutore a mano armata di coloro i quali avrebbero dovuto essergli compagni nella ribellione.
Indubitatamente col convegno di Davoli s'inaugurava un periodo di sempre maggiore attività ne' preparativi della ribellione. Maurizio continuò senza posa a sollecitare e a raccogliere aderenti: questo viene accertato pure da un altro brano della Dichiarazione del Campanella, il quale si lasciò andare sino a far nomi, onde poi gli ufficiali Regii non ebbero veramente a sforzare la loro immaginazione per convincersi che la congiura fosse una cosa molto seria. «Mauritio, quando fummo in Davoli, disse che volea far un giro, et trovar Gio. Battista Soldano, Giulio Soldanere et Carlo Bravo, et trovare li foragiti di Reggio et li Baroni et altri, et ch'esso poteva fare in dieci giorni ducento huomini, et certi di casa dello Stocco in Cosenza, et entrar in Catanzaro, et pigliar la città et tenerla, ma non disse quando stava per farlo». Intorno ad alcuni de' fuorusciti qui indicati abbiamo qualche notizia. Gio. Battista Soldano era un bandito di Ricadi, casale di Tropea[287]: e bisogna dire che Maurizio abbia veramente fatto il giro che si proponeva e siasi recato fino a Tropea, giacchè vedremo poi parecchi di quella città e casali, nè tutti fuorusciti, gravemente perseguitati per la congiura, come un Tranfo, un Furci, un Loiacono, un Politi, un Jannello, un Barbèri. Carlo Bravo era di Montesanto; insieme col fratello Fabrizio scorreva la campagna, ed avevano entrambi acquistato fama pe' molti delitti commessi. I fuorusciti di Reggio erano forse quelli che in numero di 42 comandava Don Giuseppe di Capoa, tra' quali stava pure il fratello di Felice Gagliardo, come risulta da lettere che il Capoa da Reggio inviava al Gagliardo quando costui pervenne carcerato in Napoli, e che, essendogli poi state ritrovate, furono inserte nel processo di eresia insieme con altre carte di pertinenza del S.^to Officio. I Baroni erano parecchi: quelli di Reggio si chiamavano Domizio, Paolo e Gio. Domenico, e si trovavano implicati nelle prepotenze delle fazioni dei Melissari e de' Monsolini, ma esercitavano anche violenze per conto proprio. A miglior luogo avremo campo di far conoscere i documenti che abbiamo rinvenuti intorno a tutti costoro. Quanto a Giulio Soldaniero, ne sappiamo abbastanza dalle cose dette avanti; e non può non riceversi qui una certa impressione dal vedere che il Campanella, il quale avea fatto tanto per avere quest'uomo a sè, lo mette poi esclusivamente a carico di Maurizio. E da notarsi frattanto che Maurizio oramai si proponeva di entrare in Catanzaro e pigliar la città; sicchè non attendeva più, per moversi, che Catanzaro «si cominciasse a ribellare», come dapprima si era protestato con fra Tommaso. Egli medesimo nella sua confessione dichiarò essersi concluso «con fra Tomase et fra Dionisio, che quando fra Dionisio havesse finito di trattare, et havere quelli di Catanzaro, havesse avvisato, per che s'haveria pigliato espediente ad effettuare detta rebellione, et entrare a Catanzaro, et fra Tomase diceva, che si havea da gridare libertà, scassare le carcere et ammazzare l'officiali». Vedremo difatti più in là che fra Dionisio in Catanzaro trattava per far entrare incogniti e di notte tre a quattrocento uomini armati; e comunque si fosse detto che sarebbero entrati con lui e sarebbero rimasti sotto gli ordini di alcuni di Catanzaro tra' quali Gio. Tommaso di Franza, tutto mena a credere che avrebbero dovuto entrare, certamente in minor numero, sotto gli ordini di Maurizio: dopochè Maurizio si era obbligato co' turchi di pigliare Catanzaro, tanto meno poteva confidare ad altri, massime poi a coloro i quali deposero tale fatto, un'impresa così rilevante e a dirittura capitale. — Da parte sua il Campanella continuò parimente ad infervorare i suoi amici, come lo attestano fuori ogni dubbio due lettere scritte di suo pugno a Claudio Crispo, le quali disgraziatamente vennero poi a cadere in mano degli ufficiali Regii e furono inserte nel processo. La prima, a quanto pare, venne affidata a fra Paolo della Grotteria che non si curò di consegnarla: per negligenza del Mastrodatti non ne conosciamo la data, ma da parecchie circostanze si può bene desumere che dovè essere scritta a' primi di agosto, probabilmente da Davoli, ed inviata a Stilo perchè di là fosse spedita a Pizzoni. Ecco il sunto che ne diede nel processo il Mastrodatti: «Desiderava raggionare con l'amici et per questo volea venire in Pizzoni, ma per che non li era stato scritto, ch'erano venuti, me parse soverchio per buoni rispetti non venire a trovarla, pur se dimani venerando (_sic_) venerò a stare con lei tre hore et poi ritornerò, et l'huomo non deve mai mutare (senza certo disegno) stanza, per che il mondo non pensi a male, però spero a San Domenico che serà alli 5 esser con V. S. et avanti, frà tanto anderà il P. Dionigio ad acconciare le cose sue in Catanzaro, et poi visti ci revederemo, et infine dice, si V. S. parla con li amici suoi, sia insieme col P. Gio. battista et dicali in quella maniera l'ho insegnato a lui, mentre eravamo sul ponte di legname qui». Sapendosi che il giorno di S. Domenico, determinato nel giorno 5, viene a cadere in agosto, e che fra Dionisio avea guastate le cose sue in Taverna e doveva accomodarle in Catanzaro appunto a' primi di agosto, riesce chiaro che la lettera dovè essere scritta precisamente poco avanti questo tempo. La circostanza poi del «ponte di legname» indicherebbe che il Campanella scriveva da Stilo, dove forse il Crispo l'aveva accompagnato insieme con gli altri, al ritorno da Pizzoni, e si era trattenuto a udire gli ultimi discorsi sul ponte dello Stilaro, fiume che scorre sotto Stilo: ma non è arrischiato l'ammettere, che per uno de' soliti artificii de' cospiratori, egli mostrasse di scrivere da questa città. E come mai, avendo da pochissimo tempo lasciato Pizzoni, sentiva già nuovamente il bisogno di andarvi? Probabilmente voleva parlare ad amici non intervenuti nel primo convegno, e però vedeva utile tenerne un secondo; forse anche volea comunicar loro doversi oramai disporre ad entrare in Catanzaro, ed ivi trovarsi pe' primi di settembre (al tempo della venuta de' turchi); ma si preoccupava di ciò che avrebbe potuto dirne il mondo, e difatti con la seconda lettera pregò il Crispo di voler lui venire a trovarlo. Intanto anche questa volta designava quasi suo luogotenente fra Gio. Battista, come già prima avea fatto verso il Soldaniero. La seconda lettera, che venne trovata sulla persona del Crispo, reca la data certa dell'8 agosto, e sappiamo sicuramente che a questa data il Campanella si trovava in Davoli, essendo allora appunto accaduto il suo incontro col Polistina. In essa egli scrive al Crispo, «che vogli venire con qualche amico, et particolarmente con Gio. Francesco d'Alisandria»[288]. Da tutto ciò si può ben rilevare che il Campanella non pensò mai veramente a tenersi in disparte, e continuò ad agire in que' modi e limiti che la sua posizione gli permetteva.
Lasciando Davoli, il Campanella si recava a S.^ta Caterina e là rimaneva, come egli medesimo assicurò, «tre dì a spasso». Dagli atti del processo di eresia sappiamo che dimorò nel convento Domenicano di S. Nicola esistente in quella terra, e che i frati l'onorarono con banchetti, alcuno de' quali finì in un'orgia immonda, se deve credersi alla deposizione di una vedovella molto pudica e serva di Dio, ma altrettanto energumena contro fra Tommaso e con ogni probabilità tratta in inganno[289]. Del resto un'orgia immonda tra' frati di quel tempo, dopo un desinare, non era cosa straordinaria, e il processo medesimo ne ricorda un'altra, comunque in proporzioni assai minori, avvenuta in Nicastro durante il priorato di fra Dionisio: ma dobbiamo notare che appunto in S.^ta Caterina «diciano le genti che (il Campanella) non guardava hom'in faccia ma sempre si guardava la unghia», onde potè accreditarsi la voce che avesse il suo spirito familiare proprio nell'unghia[290]. Ciò mostra solamente ch'egli stava in un contegno assai riservato: non sappiamo pertanto se nell'andare a S.^ta Caterina abbia avuto qualche scopo recondito, ma è probabile che sia stato indotto a ripetervi le profezie sulle future mutazioni, ed oltracciò abbia dovuto abboccarsi con altri affiliati di quella terra, giacchè vedremo essere stati poi forgiudicati per la ribellione anche Franc.º Paolo Santaguida ed Antonio Merlino di S.^ta Caterina. Ma finalmente se ne tornò a Stilo, nè mai più ebbe ad allontanarsene fino al momento in cui la congiura fu scoperta. — Nell'occasione del suo ritorno a Stilo ritornò del pari al convento fra Domenico Petrolo, il quale, senza dubbio per la venuta del Visitatore in Calabria, avea dovuto finalmente decidersi a lasciare la casa sua in Stignano e ripigliare la vita claustrale troppo lungamente interrotta: era stato in convento durante il maggio per alcune settimane, quando si sciolse il Capitolo di Catanzaro, e vi si restituiva nell'agosto, rimanendo sempre, d'allora in poi, a fianco del Campanella, sicchè le sue rivelazioni destano pel periodo attuale il più grande interesse. Una delle prime visite ricevute dal Campanella in Stilo, come risulta anche dalla sua Dichiarazione, fu quella di fra Dionisio che andava ad Oppido, ed era sempre preoccupato del Visitatore; onde il Campanella gli avrebbe suggerito di «tornare a conciare le cose sue». Siamo in grado di poter dire che questa visita dovè accadere verso il 12 agosto, poichè fra Dionisio fu in Oppido la vigilia dell'Ascensione, vale a dire il 14 agosto, e vi rimase anche il 15; l'assicurò nel processo di eresia fra Pietro Ponzio, il quale fu egualmente in Oppido a quel tempo, dimorando presso l'altro fratello Ferrante, il Viceconte, che trovavasi allora colpito da scomunica, certamente per una delle solite baruffe giurisdizionali. Ben si scorge intanto che fra Dionisio non avea poi troppa fretta di «tornare a conciare le cose sue» come il Campanella disse di avergli suggerito, e piuttosto tornava ad andare qua e là, senza posa, con altri disegni. Siamo così ricondotti a parlare di lui e delle sue escursioni.