Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 27
Erano già quindici giorni da che il Campanella si trovava in Arena, e di là potè finalmente recarsi in Pizzoni. Secondo fra Gio. Battista ciò accadde il 25 luglio; ma dovrebb'essere accaduto non così tardi, avendo lo stesso fra Gio. Battista dichiarato che due giorni prima fra Dionisio, di passaggio per Pizzoni, si era trattenuto un poco con lui, e sappiamo di certo per un documento inserto nel processo, che fra Dionisio il giorno 21 era già in Nicastro. O dunque il Campanella partì prima del 25, o fra Dionisio non si fermò punto in Pizzoni: questa seconda ipotesi è più probabile, giacchè da una parte fra Dionisio avea molta fretta, e d'altra parte fra Gio. Battista dichiarò che in questa sua fermata fra Dionisio gli avea tenuto discorsi di eresia, la qual cosa, come vedremo in sèguito, non si può accettare senza riserva. Il Campanella fu accompagnato a Pizzoni dagl'individui medesimi che l'avevano prima accompagnato in Arena, con queste poche varianti. Mancava fra Dionisio, già partito; vi era invece fra Pietro di Stilo, e con lui probabilmente, come abbiamo detto, Fabrizio Campanella armato. Quest'ultima circostanza risulterebbe dalla deposizione di fra Gio. Battista, che confusamente parlò di «parenti armati» i quali accompagnavano il Campanella in Arena; oltracciò dal fatto, che lo stesso Fabrizio Campanella lo accompagnò più tardi a Davoli presso Maurizio. E su tale proposito bisogna notare che il Campanella, nella sua Dichiarazione, cercò quasi di giustificare la compagnia di gente armata, col dire che un Colella e un Giovannello di Gioia l'aspettavano per ammazzare suo fratello che era con lui; la qual cosa in realtà non sarebbe per que' tempi inverosimile[280]. Fra Gio. Battista medesimo, certamente insieme con Claudio Crispo, volle pur egli accompagnare il Campanella, e difatti si portò ad Arena, non senza rivedere il Soldaniero nel suo passaggio per Soriano; giunto quindi presso il Campanella entrò a far parte della comitiva. Si ebbe così una comitiva piuttosto numerosa, certamente più numerosa di quanto poteva comportare il piccolo convento destinato ad accoglierla, e però dovè fare una certa impressione; giacchè troviamo essersi detto più tardi che v'era stato in Pizzoni un gran convegno di congiurati e un gran banchetto, in cui si era stretto il fascio e si erano spinti innanzi gli accordi. Giulio Soldaniero, il quale avrebbe dovuto andarvi e non vi andò, giunse a dire che «se ricolsero in Pizzoni più di trenta cinque capi»[281] de' quali non sapeva il nome, citando però tra coloro che conosceva Eusebio Soldaniero nemico suo per comprometterlo; forse anche l'aver creduto che vi si dovesse trovare Eusebio lo decise a non andarvi. E poichè si riteneva aver proceduto di pari passo la trasgressione nelle cose dello Stato e quella nelle cose della Chiesa, venne poi facilmente accolta pure la voce che nel banchetto, tenutosi di venerdì, si era mangiato carne e segnatamente si era mangiata la porchetta. Fra Paolo della Grotteria, il quale da Vallelonga convenne pure a Pizzoni ma vi giunse la sera sul tardi, depose che la riunione accadde realmente di venerdì, e potè dare soltanto la lista del desinare dell'indomani concepita in termini più che magri, quali si leggono ne' documenti annessi a questa narrazione: relativamente poi alle persone riunite, egli nominò, oltre il Campanella, fra Gio. Battista di Pizzoni, fra Silvestro di Lauriana che co' «due terzi habitelli faceva la cucina», fra Pietro di Stilo, un giovanetto che chiamavano Gio. Pietro (Gio. Pietro Campanella) «et con questo dui altri, uno basciotto et un altro alto negro» (Fabrizio Campanella e Marcantonio Contestabile); dippiù «v'erano dui figlioli di ferrante Chrispo, c'era anco uno di Squillace chiamato Gio. thomase caccia che diceano ch'era preite, c'era anco un altro giovane di Filogaso chiamato Gioanne, et non mi recordo il cognome... tutti questi sopra nominati stavano armati di scopette et scopettolo, eccetto uno dilli figli di Chrispo»[282]. Troppo furono ingrandite in sèguito le proporzioni di questo convegno: ma, tolte di mezzo le esagerazioni, rimane sempre che i principali fuorusciti[283] di quelle parti facevano corona al Campanella e a fra Gio. Battista, meno Gio. Francesco d'Alessandria che forse accompagnò fra Dionisio, e Giulio Soldaniero che mancò all'appello. La riunione durò quattro o cinque giorni secondo il Pizzoni, sette giorni secondo fra Silvestro di Lauriana. Stando alle dichiarazioni di fra Paolo della Grotteria, «il Campanella e fra Gio. Battista di Pizzoni tutto il giorno parlavano con li banditi in secreto et a longo»; ma certamente non v'erano altri estranei co' quali potessero parlare. Stando alle dichiarazioni di fra Gio. Battista, precisamente il 28 luglio, nel passeggiare con lui in Chiesa, il Campanella gli avrebbe parlato in particolare delle sue previsioni e profezie, de' futuri rumori, ribellioni e mutazioni di Stati, dimandandogli se avesse aderenza con fuorusciti, ed invitandolo a volergli dare costoro a sua devozione e collegarsi con lui: ma non occorre far avvertire che tali discorsi erano passati tra loro molto tempo prima. Inoltre avrebbe detto che gli pareva di essere stato proprio eletto da Dio per insegnare la verità e levare molti abusi grandi che regnavano nella Chiesa e massime ne' Prelati, che i Sacramenti erano solo per ragione di Stato, che il canto usato dalla Chiesa era una cosa frivola e pareva quasi che con esso si burlasse Iddio: e poi che il Sacramento dell'altare era una semplice commemorazione e tutti gli altri Sacramenti non erano stati ordinati da Gesù, la Trinità era una chimera, e molte e molte altre eresie, le quali del rimanente gli sarebbero state già prima comunicate una per una da fra Dionisio Ponzio, allorchè, due giorni innanzi, era passato per Pizzoni. Ma vedremo a suo tempo quali e quante ragioni influissero a far parlare fra Gio. Battista in tal modo, senza per altro escludere che il Campanella alle volte esternasse tra gli amici da lui stimati più fidi (e fra Gio. Battista era del numero) qualcuna delle sue intime credenze, non che qualcuna delle riforme le quali avrebbe avuto in animo d'introdurre: intorno a ciò ci riserbiamo di esporre più in là, una volta per sempre, quanto ci risulterebbe più vero tra le tante cose che gli vennero attribuite. Vediamo intanto ciò che sarebbe avvenuto in Pizzoni secondo lo stesso Campanella: ecco come egli ne fece il racconto nella sua Dichiarazione. «Me venne a visitare (_in Arena_) fra Giovan Battista Cortese de Piczoni con Claudio Crispo, et pregato ch'io andase a Piczoni che l'haveriano havuto in favore grande, et cossì ci andai, mosso da paura che certi nemici della casa mia, Colella e Giovanello de Gioia, m'aspettavano per amazzare mio fratello che era con me, et do poi in Piczoni ragionai con loro, et havendo visto che fra Gio. Battista tenea un libro della fabrica dell'Astrolabia, et che parlava de cose future, richiesto da loro disse della mutatione che si aspettava secondo fra Gio. Battista havea detto a loro; et Claudio vantandosi d'havere amici se fosse bisogno de fare guerra, io le disse che sarebbe bene haverne assai, per che sempre giova, et che li Principi et Re tengono conto di coloro i quali han più amici, et sempre vi servirano, et cossì le disse quel che havea detto a Mauritio, il qual'ancora era amico di Claudio, et conobbi con ogn'un che parlavo, che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni Villano sentiva lamentarsi; per questo io più andava credendo questo havere da essere». Quasi non occorre dire che tali cose furono certamente dette non al solo Claudio Crispo, ma anche a tutti gli altri là presenti, i quali il Campanella ebbe cura di non nominare; nè a tali cose soltanto dovè limitarsi il discorso. Se si potesse accogliere pienamente quanto si fece poi a deporre fra Gio. Battista, il Campanella già si vantava di avere l'aiuto del Turco, essendosi negoziato col Bassà Cicala, e diceva che in principio gli bastavano la lingua a persuadere i popoli e le armi de' banditi, e poi avrebbe quelle di altri più potenti, che voleva predicare contro la tirannide di Re Filippo e de' suoi Principi, ed anche contro il Papa, i Cardinali e i Vescovi, che prima si doveva ammazzare il Vicerè di Catanzaro e poi gli ufficiali, ed allora alzar voce di ribellione e far repubblica. Non si potrebbe menomamente affermare che tutto ciò sia stato palesato a' convenuti in Pizzoni, ma è credibilissimo che qualche cosa di simile sia stata annunziata. Intanto il Campanella pensò pure ad assicurarsi del Soldaniero, e non avendolo visto, prese la grave determinazione di scrivergli una lettera, la quale fu consegnata da fra Pietro di Stilo, che si partì un giorno prima degli altri da Pizzoni per recarsi a Davoli, e passò a tale scopo per Soriano. Quando più tardi fu conosciuto l'iniquo voltafaccia del Soldaniero, fra Pietro, ritenendo senza dubbio che la cosa fosse stata già palesata, si diè premura di non nasconderla, e non solo attestò di aver consegnata al Soldaniero questa lettera, ma ancora di avergli detto per imbasciata che il Campanella «l'era molto servitore et che desiderava molto di vederlo», lodandogli grandemente fra Tommaso e pregandolo che volesse andare da lui; parrebbe pure che il Soldaniero gli avesse detto di essergli stati comunicati da fra Dionisio i progetti del Campanella con tutto il corredo delle eresie, e che fra Pietro gli avesse raccomandato di non palesar nulla di tali cose essendo fra Dionisio uno scapato. Da parte sua il Soldaniero negò sempre di aver ricevuta una lettera del Campanella, e ciò si spiega considerando che tale fatto l'avrebbe dato a divedere complice nell'impresa: ma abbiamo già avuta occasione di dire che il Priore di Soriano assicurò di aver letto egli medesimo una lettera del Campanella mostratagli dal Soldaniero, in fine della quale il Campanella diceva di rimettersi al suo locotenente fra Gio. Battista; v'è quindi ogni motivo di ritenere non solo che la lettera sia stata realmente inviata, ma anche che con essa il Campanella, non avendo potuto di persona trattare col Soldaniero, abbia accreditato fra Gio. Battista presso di lui.
Come si vede, quando le cose stringevano, fra Pietro di Stilo non rifuggì dall'impegnarsi personalmente nella faccenda della congiura. Amava moltissimo il Campanella, di cui non cessava di lodare la grande dottrina; si occupava pure di un matrimonio tra un suo fratello e una sorella (cugina) di fra Tommaso «pur sua parente», matrimonio che poi non ebbe effetto pe' dolorosi incidenti sopravvenuti; oltracciò era «un poco parente di Maurizio». Tali circostanze, emerse nel processo di eresia, spiegano il suo impegno diretto in questo momento assai delicato delle trattative: del resto possiamo dire che egli dubitò sempre della serietà dell'impresa, e sovente si permise di scherzare intorno ad essa: difatti, mentre ognuno se ne imprometteva onori e grandezze, egli soleva dire tra i frati che avrebbero preso una moglie per uno, e da parte sua moriva della voglia di prenderla, delle quali proposizioni dovè poi render conto al S.^to Officio. Vedremo che il Campanella nella sua confessione in tortura, rivelando coloro i quali doveano con lui predicare per la repubblica, nominò il Pizzoni, il Petrolo, il Lauriana, fra Dionisio, e soggiunse che fra Pietro di Stilo avea saputo la cosa all'ultima ora, e nemmeno interamente, poichè non ispirava fiducia, essendo un pazzo! Evidentemente il Campanella volle nascondere qualche cosa, ma la definizione che diè del suo amico, messa in raffronto con gli scherzi di lui intorno a' beneficii della grande impresa, conferma che fra Pietro ci credeva poco, e vi si trovò impigliato per compiacenza più che per convincimento. Secondo le sue deposizioni, allorchè s'incontrarono in Arena, il Campanella gli avrebbe parlato delle profezie, delle mutazioni prossime e dell'esser bene per chi si trovasse armato, e presolo per la mano gli avrebbe detto, «fra Pietro, è stato scritto contro di me da quelli di Stilo al Nuntio et al Papa, ch'io ho amicitia di banniti, per questo io me spagnio, (_int._ mi spavento) un poco». Ma forse accadde appunto il contrario, e dovè fra Pietro spaventarsi un poco ed avvertire ancora una volta il Campanella, che qualcuno di Stilo avrebbe potuto rivelare la sua amicizia co' banditi: circa poi le profezie e tutto il resto, fra Pietro dovea aver conosciuto da lungo tempo ogni cosa, e forse anche per esse egli ebbe tanto meno la forza di contraddire al Campanella, mentre tutti vi credevano e a tutti una mutazione pareva inevitabile. Così non poche furono le ragioni che l'indussero ad uscire dalla sua riserva e farsi latore di lettere, le quali, se fossero cadute nelle mani degli ufficiali Regii, l'avrebbero compromesso nel peggior modo. Al momento cui siamo giunti, egli si recava a Davoli, alla residenza abituale di Maurizio; non sappiamo cosa vi andasse a fare, ma si può ben ritenere che andasse a consegnare a Maurizio qualche lettera del Campanella.
III. Oramai il lavoro ferveva da tutti i lati, e non giunse ad interromperlo nemmeno un avvenimento verificatosi in que' giorni appunto, avvenimento che contribuì in modo gravissimo alla rovina de' frati e di tutta l'impresa. Per commissione del P.^e Generale una Visita si dovea fare ne' conventi delle Calabrie, essendo stato mandato qual Visitatore il P.^e Marco da Marcianise, di cui abbiamo già avuta occasione di dire qualche cosa nel parlare de' tumulti di S. Domenico di Napoli. Fu questo il motivo per lo quale fra Dionisio ebbe fretta di portarsi a Nicastro e quindi a Taverna, volendo mettersi in regola e poi continuare la sua propaganda. Egli si sentiva minacciato di una sostituzione nel lettorato di Taverna e forse anche di qualche maggiore gastigo, per la protratta noncuranza dell'assegnazione avuta dal Capitolo. Ciò risulta da una sua lettera in data del 21 luglio da Nicastro, diretta a fra Vincenzo Rodino di S. Giorgio, nella quale, mentre gli annunzia la liberazione del Pisano per opera sua e del Campanella, credendola in realtà avvenuta, dice ancora, «molte altre cose passano che non le può sopportar penna»; partecipa inoltre l'arrivo del Visitatore nella Provincia, e mostra di credere che tale visita sia una conseguenza de' suoi memoriali al Papa contro l'ex-Provinciale fra Giuseppe Dattilo, denominato nel gergo fratesco il Cepolla; infine soggiunge che si sarebbe portato l'indomani a Taverna lettore, «per non dar sodisfatione ad alcuni che han cercato andarci». Evidentemente a quella data fra Dionisio non conosceva ancora chi fosse il Visitatore, in caso opposto non avrebbe mai potuto crederlo favorevole alla fazione sua. Ad ogni modo andò al suo posto in Taverna; se non che quivi, coll'indole sua irrequieta ed impetuosa, finì per aggravare moltissimo la sua condizione. Facea parte di quel convento un giovane frate, piccolo, rossetto (così ci viene descritto da più fonti), nativo di Nizza del Monferrato, a nome fra Cornelio: il Campanella nelle sue Difese lo disse lombardo, e nell'Informazione ci fece sapere che non era nemmeno regolarmente professo, sibbene un intruso; questa circostanza non potrebbe far maraviglia, visto il procedere scompigliato di que' tempi, ed è superfluo poi ricordare che la presenza de' napoletani e de' lombardi era allora un fatto ordinario ne' conventi Domenicani delle due regioni. Fra Dionisio, trovato questo frate alla mensa in un posto che invece spettava a lui, lo fece levare di là bruscamente; in questo si accorda ciò che disse il Campanella nell'Informazione e ciò che fu scritto negli Articoli difensivi dati da fra Dionisio nel consecutivo processo di eresia; ma quivi si aggiunse ancora, che innanzi a più e diversi frati lo avea confuso dicendogli che non intendeva la materia _de censuris_ e la scomunica. Fra Cornelio vendicativo più dello stesso fra Dionisio, ed inoltre ambizioso e maligno all'eccesso, fu preso quale compagno dal Visitatore, dietro consiglio de' Polistina, del Dattilo e di tutta la fazione avversa a fra Dionisio: vedremo subito con quale spirito egli entrasse in ufficio, e sarà noto una volta di più come gravissimi fatti possano nascere dalle più lievi cause. Una rissa accaduta poco tempo dopo, nella quale fra Dionisio venne a ferire un frate, diè l'occasione alle prime avvisaglie. Questo è accennato anche dal Campanella nell'Informazione; ma nel processo di eresia è narrato in tutti i suoi particolari ed in un modo abbastanza comico dal Barone di Cropani, il quale fu uno de' carcerati come complice nella congiura, e disse di aver trattato con fra Dionisio solamente per siffatto motivo. «Havendo fra Dionisio una cagnola quale mangiò la piatanza ad un frate, quello frate venne in rissa con fra Dionisio, di maniera che fra Dionisio bastoniò quel frate, et per questo mi pregò andare dal Provintiale di Calabria che io lo facesse venire da lui, che con una correggia in canna se li voleva buttare alli piedi e dimandare l'assolutione de la scomunica incorsa». Veramente fra Dionisio non era soltanto incorso nella scomunica, sibbene, come ci fece sapere il Campanella nella Dichiarazione e poi nell'Informazione, sempre con qualche variante atta ad aiutare la sua causa, era stato dal Visitatore condannato al confine in Celico, casale di Cosenza, sotto pena della galera con la privazione del lettorato e dell'abito per tre anni: ma anche prima di conoscere tale condanna, egli si pose in giro, con la ragione o col pretesto di trovare amici che lo facessero assolvere, e al tempo stesso col proposito sempre più acuto di trovare amici per la ribellione. Vedremo più in là i particolari di quest'altro periodo della sua propaganda; per ora c'importa non lasciare troppo indietro il Campanella.
Dopo quattro o cinque giorni o poco più di permanenza in Pizzoni, il Campanella si ridusse a Stilo, e poi passò anche qualche giorno in seno alla famiglia in Stignano. Intanto, come risulta da ciò che scrisse nella sua Dichiarazione, Maurizio venne a Stilo, e non avendolo trovato, perchè egli era già andato a Stignano, gli lasciò una lettera con la quale lo pregava di venire a trovarlo a Davoli per cose d'importanza: dopo qualche esitazione egli vi andò, accompagnato dal Petrolo e da Fabrizio Campanella, e trovato presso il Pittella Maurizio, costui gli fece conoscere ciò che avea trattato col Turco e gli mostrò anche una scrittura turchesca, la quale il Campanella non seppe leggere. Fermandoci dapprima su questa scrittura turchesca, dobbiamo dire che essa era senza dubbio un salvacondotto, come risultò dalla confessione medesima di Maurizio. Dobbiamo aggiungere che parecchi tra' più vicini a Maurizio la qualificarono egualmente: così il suo servitore Tommaso Tirotta dichiarò, che quando Maurizio mostrò al Campanella in presenza d'altri «lo scritto che ebbe da' turchi», lo disse un salvacondotto, e che un Pietro Jacovo Garzia diceva, «ora potremo andare sicuri che abbiamo il salvocondotto». Ma questo si ebbe dopo che si era «trattato et concluso con Morat Rays» della ribellione, come risultò dalle parole di Maurizio, e meglio ancora dalle parole del Campanella nella Dichiarazione, dove egli appunto espose ciò che Maurizio «havea capitulato con li turchi», riferendolo per dichiarare che se n'era mostrato dispiaciuto ed allarmato. Maurizio gli avrebbe detto che «esso havea trattato con Amurat sopra le galere che venisse l'armata del turco, che esso volea pigliare Catanzaro et la Provintia»: il Campanella non l'avrebbe approvato affatto, per la semplice ragione che i turchi erano nemici da non potervisi fidare e sempre giuravano il falso; Maurizio rispose «ch'havea capitulato con li turchi che non havessero assai a tener dominio in Calabria, ma solum assistere nel mare per fare paura a chi lo contrastasse, et che li turchi voleano solo il trafico in questo Regno et non altro», e gli mostrò la carta turchesca, ma il Campanella continuando a lamentarsi di lui avrebbe deciso di lasciare la sua amicizia. Questo espose il Campanella; dal canto suo Maurizio espose, che avendo comunicato ciò che avea trattato e concluso, «tutti (meno il Pittella che rimase indifferente) mostrorno haverne gran contento, et ne giubilorno, laudando et dicendo ch'havea fatto assai di quello che loro desideravano», bensì confermò aver fatto ogni cosa «da per se solo et non per conseglio ne per ordine et consenso di detto fra Thomase»[284]. Passando oltre per ora alla dispiacenza o al giubilo del Campanella, cominciamo dal rilevare che vi furono patti abbastanza chiari: l'armata del Turco avrebbe dovuto venire in Calabria (senza dubbio in un tempo determinato e in un numero di galere determinato) per far paura nel mare a chi contrastasse da questa via, facendo anche sbarchi ed occupando temporaneamente terre di Calabria; Maurizio, lui personalmente, avrebbe dovuto pigliare Catanzaro ed estendere la sua azione a tutta la Provincia, obbligandosi ad accordare a' turchi per l'avvenire vantaggi commerciali. Con ogni probabilità vi furono anche altri patti, e per lo meno i patti precedenti, p. es. quello dell'occupazione delle terre di Calabria da parte dei turchi, doverono essere meglio determinati. Dal processo consecutivo non emerse nulla intorno a ciò, ma bisogna ricordarsi che noi possediamo solamente i brani del processo concernenti le accuse contro gli ecclesiastici, e il Campanella, e tanto più il Pittella, dietro la leale confessione di Maurizio risultarono scagionati dall'accusa della convenzione col Turco. Questo non vuol dire che veramente il Campanella non ne avesse dirette le fila con molta astuzia, per mezzo di Maurizio dalla via di Amurat, e forse anche per mezzo di fra Dionisio dalla via di Messina, ma quest'ultima via rimase coperta, e l'altra riuscì tutta a carico di Maurizio, ond'è che non conosciamo il fatto in tutta la sua estensione. Nondimeno quel poco che ne conosciamo riesce di molta importanza. Era capitolato che i turchi «non havessero assai a tener dominio in Calabria», ma doveano dunque tenervi dominio, benchè temporaneo e di breve durata: così non fu una invenzione degli ufficiali Regii che si volea far occupare la Calabria da' turchi, e le rivelazioni di taluni complici (Claudio Crispo, Cesare Mileri), che dissero essersi convenuto di dare molte fortezze e terre in mano de' turchi, non furono propriamente effetto d'insinuazioni e di tormenti. E come potremmo credere che il Campanella fosse stato davvero interamente estraneo alle trattative e dispiaciuto per esse? Tutti i fatti precedenti e così pure i sussecutivi ci autorizzano a credere l'opposto. Concediamo pure che forse egli non avrebbe voluto l'occupazione turca, comunque limitata e temporanea, e che tale patto convenuto da Maurizio gli abbia recato sorpresa e dispiacere; ma è facile comprendere che non si poteva fare in modo diverso, e se veramente così avvenne per parte del Campanella, Maurizio, il quale rimane sempre il capo responsabile dell'azione con le armi, dovè a sua volta provare sorpresa e dispiacere, vedendo che volea farsi una guerra con idee alquanto fantastiche e punto consentanee alla realtà delle cose. Ad ogni modo non per questo il Campanella si pose in disparte, e se si decise a lasciare l'amicizia di Maurizio, tale sua decisione non ebbe effetto, come si rileva da ciò che avvenne ulteriormente in Davoli.