Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 24
I colloquii con Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco furono esposti dal Campanella medesimo nella sua Dichiarazione, e naturalmente riescono del tutto a carico di costoro, verso i quali il Campanella era allora animato da fortissimo risentimento, avendone avuto un orribile voltafaccia: ma apparirà evidente che per fare e dire come questi due fecero e dissero, aveano dovuto essere stati già eccitati dal Campanella, il quale del resto, anche in altri casi analoghi, parrebbe che procedendo con molta circospezione avesse talvolta eccitato gl'interlocutori a pronunziarsi, senza che egli medesimo si fosse pronunziato troppo. Giulio dunque si mostrava molto infiammato contro Spagna, ed un giorno nella stanza del Campanella, presente il Petrolo, calpestò ed ingiuriò l'immagine del Re Filippo dicendo «guarda a chi stamo soggetti, al Re delli uccelli»; e si lagnava degli ufficiali Regii e degli spagnuoli, che gli aveano posto il padre in prigione, favorendo, secondo lui, i Carnevali; e diceva che più volte era stato disposto ad andare in Turchia e che co' turchi si aiuterebbe, e altre volte vantavasi di avere, nell'anno precedente, concertato con alcuni soldati spagnuoli di ribellarsi perchè il Re non li pagava. Geronimo di Francesco poi mostravasi non meno infiammato: si lagnava di aver dovuto spender molto delle sue sostanze pe' lunghi travagli patiti, e diceva di avere speranza solo nelle mutazioni che si aspettavano, avvertendo il Campanella che non si esternasse con Giulio suo cognato perchè era amico infedele, ma che al tempo del negozio avrebbe fatto molto, perchè era astuto e sagace. L'uno e l'altro poi, quando il Campanella diceva che sarebbero avvenute mutazioni, affermavano che vi avrebbero avuto gran parte, e indicavano Marcantonio come colui che aveva a sua disposizione molti banditi, ed amici e parenti, la qual cosa il Campanella giudicava esser bene, poichè succedendo una guerra si potea stare con chi vincesse. Ed una volta che il Campanella diceva loro che la terra di Stilo non avea bisogno di presidio, come era stato notato dal Principe di Squillace, perchè tutti i passi sono stretti, essi affermavano che vi starebbero per liberarsi dal Governo spagnuolo, e numeravano i molti amici di Marcantonio, il figlio di Nino Martino con molti altri della piana (piana di Terranova), i Grassi con cinquanta compagni, i molti parenti di Mesiano patria della madre de' Contestabili[255]. A queste rivelazioni potremmo aggiungere anche un'altra tratta da deposizioni di altri individui, che cioè il Di Francesco voleva dal Campanella uno spirito familiare per vincere al giuoco; ma ci preme tener dietro alla faccenda della congiura. I due cognati dunque avrebbero con Marcantonio, e con tutti que' fuorusciti e parenti, liberato Stilo da Spagna, e poi? I colloquii con altre persone, rivelati da chi non aveva un interesse diretto a nascondere qualche cosa, rispondono a tale dimanda. — Veniamo a Gio. Tommaso Caccìa. Con questo giovane bandito di Squillace, di soli 25 anni ed abbastanza incolto quantunque clerico, dipendente in tutto da Marcantonio Contestabile, i colloquii non furono molto larghi, eppure forniscono qualche utile notizia[256]: il peggio è che essi risultano dalle deposizioni del Caccìa medesimo, e queste, per abuso, furono fatte anche nel tribunale laico fra tormenti atroci, e nel tribunale ecclesiastico fra gravi paure e seduzioni. Egli seppe da Marcantonio che il Campanella era un grande uomo, e presso di lui vide e conobbe Dionisio: trovatosi una volta solo col Campanella, ebbe curiosità di dimandargli qualche cosa intorno alla magia, ma il Campanella lo chiamò sciocco, perchè credeva a' diavoli e all'inferno. Frattanto, nel parlare con Marcantonio, il Campanella diceva di voler fare nuove leggi, migliori di quelle de' Cristiani, e che quando predicherebbe si sarebbe conosciuta la verità, e volea perfino far mutare il modo di vestire solito, «et volea che si portasse una giobba longa o sia veste» (qualche cosa di ciò che fu poi scritto nella Città del Sole). E diceva che presto doveano esservi mutazioni, sollevazioni e rivoluzioni, perchè così conosceva per scienza, astrologia e profezia, e perciò beato chi si trovasse armato, ed ognuno dovea star pronto e cercare di avere amici, che gli sarebbe stato utile assai. E una volta Giulio Contestabile, dopo di avere parlato segretamente col Campanella, dimandò al fratello Marcantonio: ebbene Marcantonio che ne dici? sarà vero ciò che dice fra Tommaso? E Marcantonio: troppo sarà vero e presto lo vedrai. Così egli poi, il Caccìa, si diede a cercare qualche amico, e condusse al convento un altro fuoruscito, Gio. Francesco d'Alessandria, e fece varii altri giri presso il Pizzoni, presso Dionisio etc. come vedremo a suo tempo.
Passiamo a' colloquii avuti con Maurizio de Rinaldis, colloquii d'interesse capitale, poichè, dopo il Campanella, egli fu il soggetto più importante in questa faccenda, onde a ragione, nelle lettere al suo Governo, il Residente di Venezia in Napoli lo indicò qual «capo secolare della congiura». Appunto per tale circostanza è necessario dare qualche notizia di più intorno alla persona sua: per disgrazia i documenti ci fanno difetto in modo straordinario; non di meno abbiamo tanto da poter mettere la sua nobile figura nel posto che le compete. Giovane a 27 anni, sposo a Giulia Vitale da cui avea avuta una figliuoletta a nome Costanza, apparteneva ad una delle più nobili famiglie di Stilo, che dimorava in Guardavalle, a que' tempi, come abbiamo già detto, casale di Stilo. Tutti gli storici particolari di Calabria, ripetendosi, parlano de' quattro fratelli de Rinaldis di Stilo, Patrizio, Nicola, Francesco e Ludovico, cospicui nelle armi, che furono dichiarati familiari da Carlo V pei meriti loro, ed ottennero di portare nel loro stemma l'aquila nera imperiale: noi ci siamo ritenuti in dovere di farne ricerca nell'Archivio di Stato, ed abbiamo rinvenuto che Nicola e Francesco furono una persona sola, e che vi fu invece un altro de Rinaldis premiato a nome Antonello, verosimilmente fratello di costoro, tutti figli di Tommaso de Rinaldis; i lettori potranno avere ogni cosa sott'occhio, consultando i nostri documenti[257]. Il Parrino disse Maurizio «persona di non mediocri ricchezze», e vedremo il Campanella, benchè inesattamente, attribuire la persecuzione e morte di Maurizio al desiderio ingeneratosi nel fiscale della causa di avere un feudo che Maurizio possedeva. Secondo le notizie del Residente di Venezia che ne fece sempre in vita e in morte i più grandi elogi, egli era stato uomo d'arme, e tale troviamo veramente il costume di casa sua e de' pochi nobili di provincia non degenerati; avrebbe allora con ogni probabilità servito nel Battaglione a piedi della milizia provinciale. Del resto siamo per vederne l'assennatezza, la preveggenza, l'attività, la forza d'animo anche straordinaria, con la quale seppe esser superiore ad ogni risentimento e sfidare torture inaudite, non disgiunta per altro da un attaccamento tenace alla religione dei padri suoi, attaccamento[258] dichiarato al Campanella fin da principio, per lo quale s'indusse poi a fare le più larghe rivelazioni a piè del patibolo «senza alcuna condizione di salvarsi la vita». Il Campanella dapprima sentì per lui la più viva simpatia, «per haverlo visto cossì pronto et audace» come si legge nella sua Dichiarazione; di poi lo proclamò «generoso», lo qualificò un «eroe», avendo udito che nelle atrocissime torture non avea rivelato nulla, come si legge nelle sue Poesie clandestine che oggi abbiamo la fortuna di poter pubblicare; da ultimo l'infamò con la più grande disinvoltura, avendo saputo che sotto il patibolo avea fatto rivelazioni, come si legge nelle stesse Poesie, nella Difesa, e in tutte le altre scritture analoghe date fuori in sèguito. Vedremo queste cose ampiamente a tempo e luogo, ma essendo finora conosciuta la sola parte ignominiosa attribuita a Maurizio dal Campanella, dobbiamo notare che essa non fu punto vera, premendoci di chiarire le qualità di Maurizio e al tempo stesso la credibilità delle sue rivelazioni; poichè i colloquii da lui avuti col Campanella, e tutti i fatti consecutivi, si desumono essenzialmente dalle sue rivelazioni, le quali sono degne di fede per loro medesime, più che per vederle appoggiate da quelle degli altri inquisiti che gli erano stati sempre a fianco. Aggiungiamo che Maurizio era fuoruscito dal novembre 1598, come fu deposto dal suo cognato e compagno Gio. Battista Vitale, nobile anche lui ma di un livello morale abbastanza inferiore[259]: costui disse pure che si erano allontanati da Guardavalle «per certe pugnalate», e che queste pugnalate avessero prodotto omicidio lo attestò poi dovunque il Campanella, specificando nella sua Narrazione essere stati uccisi da Maurizio un suo cugino e una donna. Gio. Battista Vitale eragli compagno, e solevano insieme alloggiare in Davoli presso il sacerdote D. Marcantonio Pittella; ma questa volta, nella venuta a Stilo, Maurizio fu accompagnato solamente da un suo servitore a nome Tommaso Tirotta, il quale lo attestò nella sua deposizione, poichè egli pure, egualmente che il Pittella, fu poi inquisito per la congiura[260]. — Come dicevamo, i colloquii del Campanella con Maurizio si desumono essenzialmente dalle rivelazioni di Maurizio, le quali furono di doppio ordine, le une relative alla congiura fatte nel tribunale laico, le altre relative all'eresia fatte a Delegati del S.^to Officio; e poichè possediamo le une e le altre, le prime veramente in brani, ma bastevoli pel caso attuale, le seconde per intero, invitiamo i lettori a percorrerle, facendo anche il confronto con ciò che il Campanella espose nella sua Dichiarazione[261]. In tale confronto si noterà certamente la concordanza da più lati tra il Campanella e Maurizio, malgrado il molto tempo e i terribili avvenimenti interceduti; e questo ci sembra anche un argomento non lieve per giudicare la veridicità di Maurizio egualmente nelle cose le quali il Campanella, pei bisogni della sua difesa, o tacque o espose per modo da mostrarne autore Maurizio.
In sostanza, sia pure che Maurizio abbia rivolto al Campanella le solite dimande sulle mutazioni e su ciò che vi era da fare, il Campanella, in presenza di fra Dionisio e del Prestinace, lodò che egli stesse in arme e l'eccitò ad avere molti compagni, poichè in tal guisa sarebbe divenuto grande, adducendo gli esempi del Caldora, del Piccinino, del Fortebracci; stigmatizzò con argomenti tratti dalla Bibbia la nuova numerazione fatta dal Governo (la numerazione de' fuochi fatta nel 1596, rifatta nel 1598, contro la quale Maurizio non era in grado di conoscere gli argomenti Biblici); infine gli disse di voler fondare la repubblica, dandogli animo a concorrervi con amici, ed egli si offrì. Solamente obbiettò che senza danari non si potea far nulla, ma il Campanella gli rispose che li avrebbe presi Marcantonio Contestabile dal Castello di Arena; e gli fece anche intendere che ne avea parlato ad uomini principali, tra gli altri a D. Lelio Orsini, il quale dovea venire a governare lo Stato di Bisignano e avrebbe aiutato l'impresa (supposizione del Campanella, se non artificio). Dichiarò inoltre Maurizio che non sarebbe intervenuto nè avrebbe condotto gente, se non avesse vista già cominciata la guerra (la guerra da cui avrebbero dovuto scaturire le mutazioni di Stato); e il Campanella gli disse che avrebbe cominciato dal far ribellare Catanzaro, e si convenne che fra Dionisio, presente al colloquio, sarebbe andato a trovar gente in Catanzaro per fare la ribellione, onde egli vi acconsentì. Poi un giorno, essendosi visti alcuni legni turchi, fra Dionisio e il Campanella dissero voler andare a trattare di quel negozio, facendo intendere a Maurizio che bisognava cercare l'aiuto e il favore de' turchi, e fra Dionisio, in compagnia del Petrolo ovvero senza tale compagnia, mostrò di scendere alla marina per andarvi, sotto pretesto che dovea riscattare un suo fratello preso da loro; ond'egli più tardi, all'occasione della comparsa di Amurat Rays in quelle marine, si decise ad andare lui stesso a trattare, senza esservi stato propriamente mandato dal Campanella. D'altra parte il Prestinace gli disse che nella repubblica si sarebbe vissuto in comune, e il Campanella gli confermò questo, e gli disse pure che la generazione dovea farsi dagli uomini buoni, cioè valorosi e gagliardi (ciò che fu scritto poi nella Città del Sole); e il medesimo Campanella disse che voleva aprire i sette sigilli, che al tempo della guerra avrebbe fatto miracoli, che intendeva dar libri in volgare e far bruciare i latini, forse alludendo a' libri della fede, perchè i latini imbrogliavano la gente, ed anche, parlando de' turchi, ne disse bene, e parlando di Gesù lo disse un grande uomo dabbene in guisa da far sospettare che non credesse alla divinità di lui. Maurizio dichiarò che la religione doveva esser messa da parte, e che non avrebbe mai consentito che se ne fosse trattato; ma il Campanella gli spiegò che intendeva solamente riformare gli abusi della religione. Intanto fra Dionisio interloquiva anch'egli, ma sempre in un senso irreligioso. Un giorno, e forse questa volta d'accordo col Campanella, notò che il Papa e i Cardinali non rispettavano i precetti ecclesiastici relativi al digiuno e all'astinenza dal mangiar carne; un altro giorno parlò di un fatto osceno commesso da un frate coll'ostia consacrata, e dell'annegamento di un sacerdote avvenuto in Roma insieme con le ostie che era andato a ritirare da una Chiesa durante l'inondazione del Tevere, volendo inferirne che l'Eucaristia non avesse il valore attribuitole, non essendosi verificato alcun miracolo in tali circostanze; un altro giorno, avendo visto nella Chiesa del convento Maurizio inginocchiato, gli disse all'orecchio che voleva gli uomini appunto così, che sapessero fingere. — Dobbiamo aggiungere che quando Maurizio trovava Giulio Contestabile presso il Campanella, come accadeva quasi sempre, Giulio non dava a diveder nulla, e Maurizio seppe dal Campanella la partecipazione di lui nella congiura sol quando erano stati già da un pezzo carcerati: inoltre che durante i colloquii fra Pietro di Stilo andava e veniva, ma non vi prendeva alcuna parte.
Commentando un poco questi fatti, che rappresentano la base di tutto ciò che accadde in sèguito, possiamo farci un concetto abbastanza chiaro della congiura e de' suoi capi. Il Campanella si rivela certamente il motore unico della macchina: nessuno sarebbe stato in grado di esserlo al pari di lui; così tutti in massa, congiurati, denunzianti, persecutori, giudici, inquisiti, non lo posero mai in dubbio. Consigliere intimo del Campanella era forse Gio. Gregorio Prestinace, rimasto assolutamente nell'ombra, perchè riuscito a nascondersi nel tempo delle persecuzioni: conoscitore degli uomini e delle cose della provincia, egli dovè fornire al Campanella le notizie delle quali aveva bisogno, e difatti le rivelazioni processuali ce lo mostrano presente in tutti i colloquii, consapevole anche de' particolari della repubblica da doversi fondare; l'aver messo l'occhio su Maurizio, forse anche l'averlo fatto venire a Stilo col pretesto che bisognava controbilanciare l'influenza di Marcantonio Contestabile, dovè essere opera sua. Maurizio poi era il capo di coloro che avrebbero dovuto agire per l'insurrezione, ma prescelto dal Campanella, esecutore de' progetti del Campanella, mentre Marcantonio, pur sempre secondo i progetti del Campanella, avrebbe agito del pari ma in un'altra direzione: egli già uomo d'armi, assennato ed accorto, diede maggior consistenza a' progetti indicatigli, ne avviò anche i preparativi con molta efficacia come vedremo in sèguito, ma in somma accolse i progetti, non li creò; se si spinse a pratiche co' turchi non concertate precedentemente, ne avea pure avuto qualche cenno dal Campanella, e ad ogni modo queste sole sue pratiche non basterebbero a costituirlo capo di una congiura nella quale il Campanella si sarebbe trovato involto senza saperlo. Quanto a' frati, fra Dionisio conosceva già i progetti del Campanella, essendone verosimilmente il consigliere come vedremo del pari in persona del Pizzoni, ma non faceva che secondarli ed anche in modo tutto suo, rimescolando profondamente le coscienze di coloro i quali egli voleva spingere ne' concerti per la ribellione: non si potrebbe credere che egli ritenesse argomenti serii contro la fede cristiana quelli che svolse a Maurizio, senza far torto alla sua cultura che sappiamo essere stata non così scarsa, ma si deve piuttosto dire che ritenesse indispensabile scuotere in qualunque maniera la fede per destare gli animi e renderli audaci; così vedremo poi sempre le dette scempiaggini propalate da lui e da alcuni altri frati suoi adepti, ripetute con storpiature ed aggiunte da altri adepti insulsi ed esaltati, infine malamente attribuite al Campanella, il quale aveva senza dubbio convinzioni poco cattoliche, ma non partecipava alle dette scempiaggini, e voleva una religione anche come strumento di regno. Quanto al Petrolo, egli pure conosceva i progetti del Campanella e vi aveva aderito, come nel processo confessò, ma vi partecipava debolmente, secondo la sua umile posizione: infine quanto a fra Pietro di Stilo, egli li conosceva del pari e forse più addentro degli altri; ma vi partecipava meno di tutti, per la ragione che poco ci credeva, ed anzi quasi ne rideva, come vedremo a suo tempo. Nè lasceremo questi apprezzamenti senza fare avvertire che ciascuno di costoro mostrò in sèguito precisamente la condotta notata da Maurizio quando ebbe occasione d'incontrarsi con essi; la qual cosa aggiunge un peso sempre più grande alla credibilità delle rivelazioni di Maurizio. — Adunque non solo l'idea di un movimento insurrezionale per fondare la repubblica, ma anche il modo di procedervi, erano suggeriti dal Campanella, il quale in alcune circostanze apparve meno, perchè seppe essere un cospiratore abbastanza circospetto. Infatti talvolta condusse il suo discorso in modo che la proposta d'insorgere venisse dal suo interlocutore, e talvolta anche fece parlare ma non parlò; nella faccenda dell'accordo col Turco invogliò soltanto ed anzi fece invogliare Maurizio ad attendervi, senza esporre francamente il suo concetto; ebbe perfino cura che qualche affiliato o qualche gruppo di affiliati non conoscesse l'altro. Bisognava cominciare dal far l'insurrezione in Catanzaro, poi, alla peggio, si sarebbero ritirati su' monti segnatamente a Stilo, verso cui i passi stretti rendeano difficile l'accedere delle milizie[262]; il modo di fornirsi di danaro era preveduto, ma bisognava far coincidere il movimento con la venuta de' turchi, i quali avrebbero tenuto a bada gli spagnuoli. Questa faccenda dell'accordo del Turco fu poi sempre vivamente ripudiata dal Campanella, che disse l'accordo avvenuto con sua meraviglia e disapprovazione: ma s'intende che la cosa a que' tempi era tanto scandalosa da dover obbligare assolutamente a ripudiarla, ed egli, che avea saputo mantenersi in disparte da questo lato, potea lavarsene le mani con una certa apparenza di verità; tuttavia dobbiamo ricordare che professava dovere i turchi dividersi in due fazioni, l'una delle quali avrebbe combattuta l'altra, che pochi mesi prima avea saputo il Cicala andato in cerca di sua madre fervente cristiana e separatosi da essa non senza lagrime, che infine nel libro della Monarchia di Spagna aveva appunto insegnato come si potesse profittare di qualche capitano turco stato già cristiano, indicando il Cicala, l'Ochiali, lo Scanderbergo[263].
Presi i concerti suddetti, ognuno si pose all'opera. Maurizio profittò dell'occasione per trattare l'accordo co' turchi, e si recò sulle galere che erano veramente quelle di Amurat, chiedendo di riscattare quattro persone di Guardavalle come ci dice un frammento della Difesa di due imputati, mentre il Carteggio del Residente Veneto ci dice che Amurat appunto a' primi di giugno trovavasi sulle coste di Calabria, e il giorno 7 fece anche uno sbarco alla Catona presso Reggio[264]; quindi si occupò senza dubbio di trovare amici, e disporli alla «fattione contro il Re». Marcantonio si pose anch'egli a cercare amici, e vedremo che tornò poi presso il Campanella col Caccìa ed un altro fuoruscito affiliato. Fra Dionisio andò a trovare qualche altro frate, e con lui e con un giovane che convertì per via si spinse fino a Messina; quindi tornò presso il Campanella, accompagnato anche dal Petrolo e da un terzo frate, che gli avea procurato l'acquisto di un'altro giovanotto. In questo mentre avvennero i terribili terremoti, già previsti e poi più volte ricordati dal Campanella, onde specialmente in Reggio ed anche in Messina si ebbe grave danno, essendo durati non meno di tre giorni e fino alla sera del 10 giugno[265]. Il Campanella fu poco dopo chiamato dal Marchese d'Arena e dovè andare presso di lui.
Verso il 20 giugno il Campanella ebbe questa chiamata dal Marchese d'Arena, da non doversi confondere con un'altra chiamata posteriore, della quale soltanto si ha il ricordo nella sua Dichiarazione. Sappiamo che era allora Marchese d'Arena D. Scipione Concublet de Bavaria (corrottamente «De Bavero»), successo a D. Gio. Francesco suo padre e a D. Carlo suo fratello primogenito, morti l'uno in gennaio l'altro in settembre dello stesso anno 1582[266]: egli viveva allora con la sua famiglia nel Castello d'Arena, ma nella 2.ª metà di giugno, trovandosi in giro per que' paesi, era venuto a Monasterace, non lungi da Stilo, e quivi era ospite di D.ª Dianora Toraldo Signora della terra, come la chiamò uno degli inquisiti che depose tale fatto nel processo. Dagli scrittori in materia di nobiltà, e meglio anche da' Cedolarii, conosciamo che Signore di Monasterace in quel tempo era Giuseppe Galeota, figlio di Mario e di Eleonora Toraldo: costei, figliuola di D. Gasparre Toraldo 5.º Signore di Badolato e sposa a Mario Galeota, era rimasta vedova fin dal 1590; non a torto quindi veniva considerata Signora di quella terra[267]. Di là il Marchese fece chiamare il Campanella volendo parlare con lui; e il Campanella si recò in Monasterace, e vi si trattenne sei giorni. Quali argomenti trattasse il Campanella col Marchese non ci è noto, ma non è arrischiato l'ammettere che le vicine mutazioni da tutti aspettate fossero l'oggetto precipuo dei colloquii, bene inteso rimanendo nascosti i progetti del Campanella; poichè, quantunque il Marchese fosse poi stato nominato qual complice, sappiamo invece che egli doveva essere una delle vittime del movimento; ma interruppe i colloquii fra Dionisio, venuto con la sua comitiva a Monasterace in cerca del Campanella, che con quel sèguito fece ritorno a Stilo.