Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 23
Il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro fu preseduto da fra Giuseppe Dattilo di Cosenza, essendo Definitore fra Gio. Battista di Polistina, due nomi che dimostrano assolutamente in auge la fazione avversa a quella di fra Dionisio Ponzio, e però avversa agli amici di costui, tra gli altri al Pizzoni che avea disertato il campo del Polistina, ed anche al Campanella antico amico di fra Dionisio. Comunque i Capitoli fossero di breve durata (questo di Catanzaro non durò più di quattro giorni), i più culti tra' frati costumavano darvi un saggio della loro abilità sostenendo «conclusioni», ossia facendo una disputa sopra alcune proposizioni che annunziavano in precedenza. Il Pizzoni, andatovi a sostenere le conclusioni che abbiamo già menzionate più sopra, si vide per la sua mala vita condannato al carcere, dietro proposta del Polistina che volle trarne vendetta. Per non esser preso se ne fuggì immediatamente, senza cappello e senza cappa, con grande scandalo della città, andando a rifugiarsi in un convento di Zoccolanti; ma fu subito richiamato, mercè l'opera del Vescovo di Catanzaro, perchè sostenesse le conclusioni state già pubblicate, e le sostenne con plauso alla presenza anche del Governatore De Roxas e degli Auditori invitati ad intervenire alla disputa; di poi, saldati i suoi conti, se ne andò al piccolo convento di Pizzoni, dove era stato assegnato e dove più in là lo troveremo. Quanto al Campanella, egli avrebbe certamente disputato in quel Capitolo, ma non vi fu neanche chiamato; ed è certo che se ne lagnò in sèguito con fra Paolo della Grotteria, dicendo che «li litterati non erano premiati nè exaltati secondo il dovere, et anzi sbassati et tenuti sotto contra ogne giustitia, et che a tale effecto non era esso stato chiamato al Capitolo di Catanzaro, perchè essendo litterato cercavano di tenerlo sepolto». Le cose stavano realmente così, nè c'è da farne le meraviglie: si è visto sempre tra' frati esaltata anche più del dovere la dottrina di qualcuno elevatosi un poco sul livello comune, poichè questo accredita l'Ordine, ma si è vista ben di rado onorata la dottrina nelle candidature agli ufficii; e del Campanella può dirsi con certezza che tra' frati non aveva e non ebbe mai sèguito, quantunque ne avesse tanto tra' laici. Più tardi, nelle Difese, egli scrisse che non aveva mai ambìto i gradi de' quali era degno nella Religione: ma il fatto è che nessuno pensò mai di dargli gradi, che non fu nemmeno chiamato al Capitolo e che ne rimase scontento. Quanto a fra Dionisio, egli non ebbe la conferma nel Priorato, rimase puro e semplice lettore ed assegnato al convento di Taverna; ma sdegnato ed inquieto andò vagando a lungo per la provincia, innanzi di recarsi al luogo assegnatogli. Scorse due settimane dalla celebrazione del Capitolo, si recò a Stilo presso il Campanella, con nessun gusto di fra Pietro di Stilo, che trovandosi in buoni termini col Polistina era stato creato Vicario di quel convento. Fra Pietro riprendeva il Campanella per questa sua amicizia con fra Dionisio, parendogli che quei di Stilo, soliti a visitarlo e a fargli ossequio, se ne allontanavano stomacati dall'udire fra Dionisio che parlava senza ritegno delle più laide oscenità, delle quali si vantava per giunta. Circa dieci giorni si trattenne fra Dionisio presso il Campanella: non sappiamo di quali argomenti si occupassero i due frati ne' loro colloquii, ma forse le tirate oscene di fra Dionisio servivano a mascherare gli argomenti veri. Certo è soltanto che negli ultimi giorni della sua dimora in Stilo, verso la fine di maggio, essendo venuti, ad occasione della pace tra' Contestabili e i Carnevali, da un lato Marcantonio Contestabile accompagnato da un Gio. Tommaso Caccìa di Squillace e d'altro lato Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, tutti e tre fuorusciti, fra Dionisio si strinse in amicizia specialmente con Maurizio e col Caccìa che non aveva mai conosciuti. E dopo certi colloquii intimi, de' quali dovremo occuparci più in là, fra Dionisio partì in cerca di amici, e con essi se ne andò fino a Messina, senza che sia stato mai chiarito lo scopo di tale viaggio. Ci basterà qui, intorno a' detti colloquii, ricordare pel momento ciò che il Campanella ne disse nella sua Narrazione. «Erano stati in convento di Stilo Mauritio Rinaldi, e M. Antonio Contestabile per trattar la pace tra Carnelevari et Contestabili; et Fra Dionisio sendo di passaggio intervenne a questi trattati e strinse amicitia con Mauritio e trattò di uscir in campagna e dimandavano il Campanella essi e molti altri di quella cometa di Calabria et terremoti, et segnali della rinnovatione, e li dimandavano se venia rovina alla provincia come parea da ponente secondo il corso della cometa (come proprio venne Carlo Spinello che la travagliò) che cosa havevano da fare; e lui diceva mettersi sù le montagne con le armi come fecero li Venetiani nelle lacune quando venne Attila, et li Spagnoli in Asturia, quando intraro li Mori in Ispagna, e questo dicea per modo di ragionamento e mischiava li segni del giudizio universale col particolare della provincia, secondo s'usa, et ognuno pensava a cose nove, e sparlavano in diverse guise». La cometa fu vista veramente più tardi, in luglio, e d'altra parte il Campanella e fra Dionisio aveano già discorso con Maurizio, in casa di un sacerdote a nome Gio. Jacovo Sabinis, prima che Maurizio venisse nel convento, come risulta da' particolari della trattativa di pace; ad ogni modo le preoccupazioni vi erano, e ne fu discusso in guisa, che da queste discussioni prese origine e data quella serie di concerti e maneggi che diedero motivi all'accusa di congiura. Più volte in sèguito il Campanella affermò pure in sua discolpa, che fra Dionisio voleva uscire in campagna per ammazzare coloro i quali avevano ammazzato suo zio; ma questo fatto era già vecchio di alcuni anni, ed abbiamo veduto che vi erano stati per esso lunghi processi in Calabria e in Napoli menati innanzi da fra Dionisio; certamente costui, venuta la «rinnovazione del secolo», avrebbe vendicata la morte di suo zio, ma appunto questa rinnovazione bisognava innanzi tutto procurare fondando la repubblica.
La trattativa di pacificazione delle due nobili e ricche famiglie di Stilo, quella de' Contestabili e quella de' Carnevali, fu commessa al Campanella dal medesimo Auditore David che non aveva potuto riuscirvi: questo risulta dalla Dichiarazione che fu poi scritta da fra Tommaso, e mostra la considerazione di cui godeva non solo presso i cittadini di Stilo ma anche presso gli Agenti del Governo. Documenti da noi rinvenuti, nell'Archivio di Stato e nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ci mettono in grado di far conoscere gl'individui delle due famiglie e taluni particolari che riflettono la loro inimicizia. La famiglia Contestabile componevasi allora di Paolo padre, Porfida madre, Giulio, Geronimo, Fabio e Marcantonio figli; Geronimo di Francesco avea sposato Laudomia sorella di costoro. La famiglia de' Carnevali era più sparpagliata: in una casa dimorava Prospero Carnevale col fratello Gio. Francesco vecchio sacerdote, e col figlio Fabrizio Arciprete; in un'altra casa dimorava Gio. Paolo altro figlio di Prospero con la sua famigliuola; in una terza casa gli altri figli di Prospero, Fabio e Tiberio (il medico, trasferitosi poi in Napoli come abbiamo già visto). Causa dell'inimicizia il solito gusto della prepotenza, col dominio segnatamente nell'amministrazione della città. De' Contestabili il più giovane, Marcantonio, era manesco e violento oltremodo: le scritture dell'Archivio di Stato lo mostrano omicida già prima del 1595, il Carteggio del Nunzio lo mostra fuoruscito per tentato omicidio in persona di Gio. Paolo Carnevale, il processo di eresia del Campanella ce lo mostra feritore dell'altro fuoruscito che soleva accompagnarlo, il Caccìa, mediante colpo di archibugio; del resto tutti i Contestabili si comportavano con alterigia e violenza, come lo mostra un documento che non ammette replica, proveniente dal governatore o capitano di Stilo. I Carnevali non avevano qualcuno de' loro da opporre a Marcantonio Contestabile, ed interessarono per questo un amico, Maurizio De Rinaldis di Guardavalle a que' tempi casale di Stilo, parimente giovane, nobile e fuoruscito per omicidio; costui naturalmente veniva favorito in tutti i modi da' Carnevali e loro parenti, e così D. Gio. Francesco e D. Fabrizio Carnevale si trovavano da Geronimo Contestabile e Geronimo di Francesco accusati presso il Nunzio di negoziazione illecita e ricetto di banditi, e il Nunzio li aveva citati a comparire, e per tale motivo figurano nel suo Carteggio. Con questi due gagliardi a fronte, Marcantonio e Maurizio, sostenevasi l'inimicizia, e non occorre dire quanto il paese ne fosse turbato: nel corso del processo del Campanella, essendo accaduto di doverne parlare, Giulio Contestabile depose che l'inimicizia esisteva tra Paolo suo padre e Prospero Carnevale, e tra lui Giulio e Gio. Paolo Carnevale; ma ognuno intende che egli volle attenuare le cose e porre nell'ombra il fuoruscito Marcantonio[252]. Secondo ciò che il Campanella scrisse nella sua Dichiarazione, egli menò innanzi gli accordi fino a doversi «ratificare la pleggeria della pace», e però ebbe ad intrattenersi più volte con entrambe le parti e loro aderenti, e poi anche co' fuorusciti che ne rappresentavano il braccio forte: ma è lecito dubitare che avesse raggiunto tale risultamento, e che per raggiungerlo vi fosse bisogno della presenza de' fuorusciti. Ad ogni modo Marcantonio Contestabile, insieme al Caccìa, dimorò otto giorni nel convento di S. M.ª di Gesù, dove stava sicuro pel dritto di asilo; i suoi parenti, e massime Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, vi accedevano tanto più spesso, e molti discorsi furono in tale circostanza scambiati col Campanella intorno alle future mutazioni. Maurizio, secondochè poi disse il Campanella, chiedeva di poter dimorare anche lui nel convento, ma il Campanella non volle, forse perchè temè qualche possibile scena violenta tra lui e Marcantonio, e difatti essi rimasero sempre separati; si trattenne quindi nella casa di D. Gio. Jacovo Sabinis sacerdote, cognato di Gio. Paolo Carnevale, dove il Campanella lo vide andandovi di sera insieme con fra Dionisio e Gio. Gregorio Prestinace grande amico suo e compare di Maurizio; ma poi Maurizio venne anch'egli di sera nel convento, in sèguito vi venne pure di giorno, e naturalmente una gran parte de' colloquii cadde sulle mutazioni e sul miglior modo di profittarne. I discorsi scambiati su questo tema debbono essere minutamente riferiti e vagliati; ci occorre intanto dire che la pace non si effettuò, la qual cosa non può far meraviglia a chi consideri come si effettuavano allora le paci. Per regola se ne occupava un Auditore a ciò delegato dalla R.ª Audienza, e le parti, dietro concessioni reciproche, finivano per sottoscrivere un atto, dando la parola _sub nomine Regio_ al pacificatore e la fede vicendevolmente e personalmente tra loro, con promessa ed obbligo sotto determinata «pena pecuniaria et etiam corporale», di non dover più, dopo la data parola e fede, mostrarsi nemici. Naturalmente a tutto ciò non prendevano parte i fuorusciti, i quali si trovavano fuori la legge, ed avevano la missione pura e semplice di fare un aggravio e difendere da un aggravio, o per lo meno far paura mostrando la forza e potenza della parte che li sosteneva in campagna. Laonde, nel caso attuale, si capisce poco che Marcantonio e Maurizio fossero venuti per «ratificare la pleggeria della pace»; si capisce un po' meglio che Maurizio fosse venuto «per farsi vedere a Marc'Antonio Contestabile, acciò li Contestabili sapessero che i Carnelevari ancora hanno gente armata et non hanno paura», secondochè espose egualmente il Campanella nella Dichiarazione medesima. Con siffatta disposizione degli animi, con la presenza di persone armate di tutto punto, come le descrissero di poi nel processo diversi testimoni oculari, la pace non poteva effettuarsi; ma potè effettuarsi una tregua, e certamente vi contribuirono non poco i discorsi ed anche i progetti intorno alle mutazioni. Consecutivamente, nel processo, Giulio Contestabile disse aver lui rotta la trattativa, poichè avendone scritto a suo fratello Geronimo il quale dimorava in Napoli, costui rispose che il Campanella era stato inquisito di eresia e che perciò non voleva si trattasse con simile persona, onde poi essendo stata da lui divulgata la cosa, il Campanella gli divenne inimico capitale: ma si ravvisa qui facilmente il solito ripiego della inimicizia capitale, che si costumava mettere innanzi per invalidare le deposizioni contrarie; Giulio, nel tempo di cui trattiamo, era e rimase uno de' più fervidi seguaci del Campanella.
Si direbbe che il Campanella, in mezzo a quella balda gioventù, a contatto di que' focosi e audaci fuorusciti, la cui esuberanza di vita poteva esser diretta a uno scopo tanto migliore, non abbia veduto più alcuno ostacolo all'attuazione de' suoi disegni: di certo in pochi giorni egli si spinse incomparabilmente più di quanto avea fatto sin allora, ma pur sempre con cautela e circospezione. Sin allora, tra' discorsi generali intorno alle mutazioni e alla santa repubblica che dovea godersi prima della fine del mondo, egli aveva appena lasciato intravvedere in privato, alle persone intime, che le profezie additavano segnatamente lui stesso, che parevagli averlo Iddio «eletto proprio a insegnare la verità et levare molti abusi grandi che regnavano nella Chiesa», come disse a fra Domenico Petrolo e separatamente anche al Pizzoni: ma a fra Pietro di Stilo sappiamo che, presente l'altro amico Gio. Gregorio Prestinace col quale confabulava in segreto spessissimo, egli due volte avea fatto conoscere come godendo l'influsso di sette pianeti ascendenti favorevoli si aspettava di essere Monarca del mondo; la quale proposizione, tenendo conto del linguaggio fratesco, potrebbe anche semplicemente significare che si aspettava di essere capo di uno Stato. Inoltre si era lasciato sfuggire di bocca certi principii meno ortodossi, che aveano scandalizzato qualcuno, ma non già tutta quella massa di principii eretici, veri e supposti, che emerse in sèguito e che si deve riferire ad un periodo posteriore. Difatti, fra Francesco Merlino, al quale non vi è ragione di negar fede, trovandosi priore in Placanica ed avendo scambiate varie visite col Campanella, poteva affermare solamente di avere udito dire da lui che nel mondo si vive a caso, aggiungendo che molte cose furono dette dopo la carcerazione senza sapersi come uscissero in campo. Fra Gio. Battista di Placanica, al quale si può del pari aggiustar fede, avendo dimorato nel convento di Stilo dal febbraio all'aprile dello stesso anno, poteva affermare qualche cosa di più, ma non altro che questo: che il Campanella parlava degli atti venerei in modo da far credere che non costituissero veramente peccato, dicendo essere ogni membro destinato a certe funzioni, e certi organi fatti appunto per gli atti venerei; che paragonava la legge de' Turchi con quella de' Cristiani e la lodava in certe cerimonie; che giudicava inutili tanti Ordini religiosi, ritenendoli baie fatte per tener quieti i popoli; che non credeva poter le Messe giovare alle anime de' defunti quando il celebrante fosse in istato di peccato mortale; che discorrendo una volta dell'inferno con alcuni suoi discepoli avea detto «che inferno, che inferno!» Aggiungeva poi che avendo il Campanella domandato a Mons.^r di Squillace ed al Provinciale la licenza di predicare in Monasterace, la licenza non gli fu concessa, ed in tale occasione si era spinto a dire qualche cosa in dileggio della scomunica. Forse anche dietro tale circostanza accadde, che avendogli il povero padre suo raccomandato di accettare una predicazione offertagli dalla città di Stilo col compenso di 200 ducati (verosimilmente la predicazione Quaresimale) per venire in aiuto alle sorelle che erano «pezzenti», egli disse che «non voleva fare l'officio di Cantanbanco»; per le quali parole rivelate da taluno di Stignano, insieme col fatto dell'avere fra Tommaso divinato l'avvenire de' suoi fratelli, e dell'essersi occupato a scrivere quel tale libro che non l'avea scritto nè Luca nè Giovanni, il povero Geronimo fu poi menato innanzi al S.^to Officio in Napoli. Del resto non bisogna nemmeno credere che il Campanella avesse sempre manifestato con serietà proposizioni incriminabili, mentre, comunque i suoi biografi ce l'abbiano descritto grave e cogitabondo perchè filosofo, è certo invece che soleva di continuo burlare e motteggiare specialmente i frati, e la tendenza sua a motteggiare, come al contraddire, era spesso il movente di altrettali proposizioni. Talora il suo motteggio riuscì davvero scandaloso; infatti più volte nell'incontrare alcuni frati di S. Francesco della Scarpa (altro convento di Stilo) mentre andavano nella loro Chiesa, alludendo a Gesù crocifisso egli si pose a dire, «dove andate? andate ad adorare un appiccato!» «Cose fratesche, cose ociose» le definiva fra Pietro di Stilo, aggiungendo sul Campanella, «quando burlava con li frati... dico che era malo», e a fra Pietro si può credere pienamente[253].
Ma ne' colloquii con Maurizio, con Marcantonio e Gio. Tommaso Caccìa, co' parenti o aderenti di costoro e con gli amici suoi che in questo tempo frequentavano pure la sua cella, egli si pose ad eccitare vivamente ciascuno che volesse profittare delle mutazioni, che volesse concorrere e trovare molti compagni i quali concorressero a fondare la repubblica, indicando il modo, disegnando il tempo e le alleanze, prevenendo e combattendo le obbiezioni, manifestando alcune riforme civili ed anche religiose che bisognava introdurre, atteggiandosi francamente a riformatore e legislatore; e fra Dionisio si pose a secondarlo, bensì con certi modi tutti suoi, e i più infiammati si posero a numerare le forze e gli amici; di poi ciascuno più o meno, non escluso il Campanella medesimo, si occupò veramente di procurare amici e di prepararsi al gran giorno. Come fu rivelato ne' processi consecutivi da Gio. Tommaso Caccìa, e del pari da fra Pietro di Stilo e dal Petrolo (ciò che mostra la credibilità delle rivelazioni del Caccìa), frequentavano la cella di fra Tommaso e parlavano segretamente con lui, oltre Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco cognati, Gio. Gregorio Prestinace «amico e familiare di notte e di giorno», Fulvio Vua, Tiberio Marullo; inoltre Scipione Marullo figlio di Tiberio, D. Gio. Jacovo Sabinis, Giulio Presterà, Francesco Vono, Fabrizio Campanella e Paolo Campanella, i quali ultimi sappiamo che dimoravano in Stignano. Erano le dette persone di Stilo, per la massima parte, delle migliori famiglie della città e ne' migliori anni della loro gioventù, come ci risulta da' documenti che per alcuni ci è riuscito di trovare; a ragione quindi il Campanella nelle sue Difese potè dire, che non si propose di servirsi soltanto di fuorusciti, i quali del resto considerava meno come nemici del Re che come uomini armati, menandoli nella retta via, ma «si propose di servirsi ancora di uomini dabbene non fuorusciti come dal processo è comprovato»[254]. A costoro si deve aggiungere un fra Scipione Politi conventuale di S. Francesco, che poco prima o poco dopo questo tempo rimanea sovente a pranzo col Campanella e qualche volta rimase con lui anche di sera, come fu attestato da fra Pietro di Stilo. Ma se tutti costoro ebbero colloquii intimi col Campanella, per la più gran parte di essi, riuscita a sfuggire alle ricerche del Governo, ce ne sono rimasti ignoti i particolari, mentre il Campanella soleva sempre parlare a non più di uno o due amici per volta: ed è facile intendere che segnatamente i particolari de' colloquii in persona di Gio. Gregorio Prestinace, amico sviscerato del Campanella e compare di Maurizio, sarebbero riusciti importantissimi, come pure, ad un grado minore ma sempre cospicuo, quelli in persona di Marcantonio Contestabile; possediamo intanto quelli nelle persone di Giulio Contestabile e Geronimo di Francesco, del Caccìa, di Maurizio, ed essi valgono a farci capire gli altri che ci mancano. Eccoci dunque a darne conto e senza parsimonia, anche a costo di doverci ripetere quando avremo a narrare lo svolgimento de' processi; giacchè possiamo desumere le notizie di tali colloquii, come di tutto l'andamento della congiura, solo da ciò che ne' processi si raccolse, e quindi siamo costretti a riferire le deposizioni ed anche a discutere la credibilità di esse ogni volta; così le ripetizioni riescono inevitabili e non può accadere altrimenti, semprechè non si voglia un racconto della congiura meramente fantastico o per lo meno non documentato.