Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 22
Diremo d'un tratto esservi ogni motivo di ritenere, che l'idea della vicina fine del mondo, nella maniera da lui concepita, sia stata l'espressione de' suoi intimi convincimenti, non già un trovato per raggiungere maliziosamente il suo scopo, in cui si comprendeva un alto interesse pubblico, e al tempo medesimo un interesse personale, il compimento degli alti destini a' quali si credeva nato; bensì egli stimò conveniente trarre da tale idea un sollecito partito, sembrandogli i tempi molto propizii, per iscuotere il giogo spagnuolo e fondare il sistema di governo politico-religioso, che aveva immaginato poter dare all'umanità un assetto felice. Innanzi l'estremo anelito del mondo doveva godersi il secolo d'oro, ma occorreva far qualche cosa per conseguirlo; doveva godersi la santa repubblica antevista da' profeti, da' filosofi, da' savii d'ogni genere, ma occorreva pure arditamente conquistarla e difenderla. Di certo nell'ultimo periodo della sua dimora in Roma, e ne' sette mesi che passò in Napoli, egli ebbe a rivedere i tanti libri di profezia e di astrologia, che troviamo da lui citati ne' suoi Articoli profetali, e che gli sarebbe stato impossibile avere in Stilo. Così, oltre i libri de' Profeti e dell'Apocalisse, avea rovistato i detti di S.^ta Brigida, S.^ta Caterina, Dionisio Cartusiano, S. Serafino da Fermo, S. Vincenzo Ferrer, Abate Gioacchino, fra Girolamo Savonarola, tutti in somma quei pensieri di menti esaltate e però inferme, venerati e sostenuti con uno strano abuso di così dette _figure_, che darebbero argomento interessante per una storia, la quale narrasse almeno i principali tra gli enormi danni da essi recati. Aggiuntevi le considerazioni fatte da Lattanzio Firmiano, S. Ireneo, S. Giustino, S. Berardino, Clemente Alessandrino, Tertulliano, Vittorino, S. Sulpizio, Martino, Origene, ed inoltre i detti delle Sibille, dei Filosofi, de' Poeti, compresi Dante e Petrarca, avea trovato una colluvie di ragioni in sostegno della sua tesi, ragioni che sarebbe inutile ripetere ed è poi facile rilevare anche da que' ristretti Articoli profetali dati in sua difesa e riportati ne' nostri Documenti. D'altronde nella sua casa medesima seppe che la cugina Emilia, prima che egli tornasse in Calabria, era stata tenuta per morta durante tre giorni, e poi ripigliata la vita avea discorso delle cose e de' fatti di un altro secolo, con grande stupore de' teologi, diretta nelle sue visioni da un Cappuccino di Stilo che egli trovò già defunto; e chi sa quali visioni e presagi avea dati fuori questa cugina convulsionaria e catalettica intorno allo stesso Campanella, che ebbe a dichiararsene stupefatto[237]! In conclusione egli vide sempre più chiaro l'avvicinarsi della morte del mondo, e con essa la conversione delle nazioni, il secolo d'oro e la repubblica cristiana universale che dovea godersi prima della fine del nostro pianeta; vide inoltre che i frati di S. Domenico doveano predicare e preparare questa repubblica e questo secolo d'oro, nè riesce difficile intendere che in ciò doveva essere a lui riserbata la parte principale. Ma insieme co' libri di profezia egli avea rovistato anche quelli di astronomia ed astrologia, segnatamente quelli del Cardano, del Cipriano, dello Scaligero, dell'Arquato[238], e rifatti anche varii calcoli, si era persuaso dell'avvicinamento del sole alla terra per 10 mila miglia, della restrizione della via del Zodiaco, dello spostamento degli apogei, delle figure e perfino de' poli, in somma di una quantità di volute _dissorbitanze_, e molta impressione gli avea fatta la comparsa di una nuova stella avvenuta nel 1572, la coincidenza delle ecclissi prevedute pel 1601, 1605, 1607, de' _grandi sinodi_ o della _congiunzione magna_ determinata pel 24 10bre 1603. Cumulando tutte queste cose con le profezie, egli era venuto sempre più nel concetto che non solo le mutazioni dovessero dirsi immancabili, ma anche assai vicine, instanti, e tali le ripetè in sèguito del pari nelle sue Poesie, dove sono esposti alcuni profetali ed egualmente la congiunzione magna con la data assegnatale: se non che egli poi non attese il 1603 per le mutazioni prevedute, ma si diede a volerle pel 1600 ed anche prima, la qual cosa merita di essere notata.
Diversi fenomeni straordinarii, avvenuti nel tempo di cui stiamo trattando e in una gran parte del 1599, gli sembrarono anche un preludio delle mutazioni aspettate; ma con ogni probabilità gli sembrarono al tempo stesso utili incidenti per mettersi in grado di compiere la mutazione da lui concepita, profittando della grave impressione avutane nel paese. Vi fu prima di tutto la terribile inondazione del Tevere, oltre quella del Po, avvenuta nella penultima settimana del 1598 e continuata tre giorni interi, dal martedì al venerdì: questo immenso disastro della capitale del mondo cattolico fu conosciuto in Calabria a' primi giorni del 1599 e vi fece grandissimo senso. Come è ricordato nella Narrazione, fra Dionisio, tornando da Ferrara, si trovò in Roma nel tempo del disastro, e giunto in Calabria raccontava qual testimone oculare lo spaventoso avvenimento. Il Campanella predisse allora che vi sarebbero terremoti, come ricordò nella Lettera scritta alcuni anni dopo al Card.^l Farnese, e realmente se ne verificarono gravissimi in Calabria e Sicilia più tardi, con altri fenomeni che spaventarono le moltitudini e che menzioneremo qui tutt'insieme per non intralciare di troppo il nostro racconto. Vi fu dapprima una enorme invasione di bruchi, e poi una pioggia torrenziale che precisamente in Stilo, durante la settimana di Pasqua, recò danni molto gravi, essendo anche parso a parecchi di vedere in aria una scala nera con un cipresso in cima; in sèguito, da' 7 a' 10 giugno, si verificarono i terremoti, disastrosi specialmente per Reggio e Messina, e poi, nel luglio, si vide «una cometa marziale e mercuriale, vicina a terra, che scorrea da levante a ponente», e il Campanella vaticinò «romori nella provincia e incursione armata contro i Reggitori di essa», vaticinio molto significativo, specialmente tenuto conto del tempo in cui fu fatto. Ma a tutti questi fenomeni sovrastava la condizione torbidissima della Calabria per le tante cause già esposte. Il Campanella non mancò di ricordarla, dichiarando essergli sembrata egualmente un preludio delle mutazioni: «le menti degli uomini colpite, le escursioni de' turchi e de' fuorusciti (de' quali i conventi erano pieni), i conflitti giurisdizionali, le scomuniche de' magistrati, indicavano ragionevolmente che era per seguire l'universale mutazione della terra». Le cose stavano veramente così, ed anche circa le escursioni de' turchi, documenti del tempo ci dicono che i corsari di Barberia, capitanati dal vecchio Amurat come in sèguito si vedrà, discesero il Venerdì Santo presso la Roccella e vi catturarono 40 persone[239]. C'era poi ancora un altro fatto molto più significativo che il Campanella espose nella sua Dichiarazione: «conobbi con ogn'un che parlavo che tutti erano disposti a mutatione, et per strada ogni villano sentiva lamentarsi: per questo io più andava credendo questo havere da essere». Indubitatamente tali circostanze favorevoli decisero il Campanella ad osare, nè si potrebbe dire che avesse osato con poca prudenza. Vedremo infatti che dapprima si limitò ad annunziare le mutazioni immancabili e vicine, senza che le autorità spagnuole se ne offendessero, la qual cosa merita pure di essere notata; quindi si pose a promuovere non senza destrezza i maneggi e i concerti per attuare il movimento, confidando, come è solito ne' cospiratori, che tutti vi avrebbero preso parte, e che con l'esempio il movimento si sarebbe propagato.
Innanzi di scendere a' particolari, gioverà chiarire anche meglio i concetti del Campanella in questo tempo, e l'influenza di essi in Calabria. Naturalmente noi non li possiamo desumere che da quanto egli ne scrisse, ma bisogna tener presente che egli ne scrisse in un tempo in cui dovea salvarsi ad ogni costo; e però le sue affermazioni vanno accolte fino ad un certo punto. Il lato veramente caratteristico delle sue affermazioni era rappresentato dal doversi avere un periodo di felicità prima della fine del mondo. Egli non era uno di quegli ordinarii Avventisti, de' quali non sono mai mancati gli esempi fino a' giorni nostri, Avventisti, che predicando essere il mondo vicino a perire, hanno insegnato doversi oramai pensare solamente all'anima: egli riteneva che secondo la profezia naturale e divina, prima della fine del mondo c'era da godere lungamente, e bisognava aspettarsi mutazioni che avrebbero menato al secolo d'oro, il quale poi era anche più lungo di quanto la parola stessa potea far supporre, nè sarebbe avvenuto in modo del tutto facile e piano. Doveano verificarsi irruzioni di barbari; doveano i Maomettani dividersi sotto due Re, uno de' quali avrebbe immediatamente abbracciata la fede cristiana e la repubblica, come poi le avrebbero abbracciate tutti gli altri, persuadendosi che la glorificazione di Dio era veramente questa repubblica e non già il loro paradiso; doveano inoltre venire alla fede anche gli Ebrei, i quali negano il Messia perchè non videro tanta gloria in Cristo. Doveano venire Gog e Magog ed esser vinti da' Santi; dovea venire l'Anticristo che si sarebbe sforzato di sovvertire la repubblica già iniziata, ma del rimanente costui non avrebbe dato da fare che per soli due anni e mezzo o tre anni e mezzo. E dovea il Re di Spagna soggiogare tutte le genti e congregare tutti i Regni, facendo l'ufficio di Ciro, e il Pontefice Romano vi avrebbe regnato costituendo l'_unum ovile et unus pastor_, la qual cosa sarebbe riuscita utile ad entrambi, ed anzi al Re più che al Pontefice. Intanto egli co' suoi calabresi, armati e ritiratisi sulle montagne per difendersi da' nemici del Re e del Papa, avrebbe dato un piccol saggio della gran repubblica universale, nè propriamente per acquistarsi uno Stato, ma per fare al Papa ed al Re un Seminario di uomini illustri nelle lettere e nelle armi da poter servire nelle missioni di pace e di guerra. Tali sono le precise parole che leggonsi nelle sue Difese[240]: ma nessuno vorrà prendere sul serio che egli ritenesse davvero dovervi essere il secolo d'oro propriamente col Pontefice Romano e con un Ciro della tempra del Re Filippo III; questo garbuglio di Papa, di Re, e di Seminario di uomini illustri in loro servigio rasenta la canzonatura. Tutti, non esclusi coloro i quali si sono rifiutati ad ammettere in lui disegni e pratiche di congiura, hanno capito che egli avrebbe voluto istituire ciò che descrisse in sèguito nella sua Città del Sole; e vedremo che molti cenni intorno alla futura repubblica, emersi nel processo per bocca de' suoi compagni di sventura, vi corrispondono esattamente. Senza dubbio egli intendeva il secolo d'oro con un governo sacerdotale, come l'intendeva anche Platone, vale a dire con un capo politico e religioso ad un tempo; ma i principii che dovevano campeggiare nel secolo d'oro, e nella sua repubblica destinata a farlo gustare, erano ben diversi da quelli del Concilio di Trento e delle Prammatiche spagnuole. Creda dunque chi vuole alla sua fede nella Monarchia universale da doversi acquistare da Spagna, e nella Monarchia cristiana da doversi reggere da Roma; noi ci permetteremo sempre di dubitarne moltissimo, almeno pel periodo che stiamo svolgendo e che fu appunto quello in cui egli scrisse la Monarchia di Spagna. Certa solamente giudichiamo la sua fede nella «profezia naturale e divina» quale egli l'espose ne' documenti sopra indicati, e però non crediamo che in lui la maschera del profeta abbia coverto il volto del cospiratore. Ci mena a ritenerlo la sua devozione costante alla sapienza per istinto divino e all'astrologia, come pure la qualità medesima della sua impresa; giacchè, per quanto i più sublimi atti di patriottismo risultino spesso una sublime follia, riescirebbe incredibile la follia di voler liberare il suo paese, con mezzi tanto limitati, da una potenza così sterminata come era a que' tempi la spagnuola, senza la fede in eventi straordinarii più o meno vicini, e in una grande missione alla quale per osservazioni proprie e d'altrui si credeva chiamato. Nè riesce dubbio che egli solo, animato da queste convinzioni, potè con acconci discorsi ispirare a determinate persone il proponimento audace di liberarsi dalla signoria spagnuola e costituirsi in repubblica. La notizia pura e semplice della vicina fine del mondo, come già altre volte era avvenuto dovunque, avrebbe tutt'al più ispirata a' calabresi la donazione de' beni alla Chiesa per salvarsi l'anima; invece in parecchi di loro, stati già in relazione col Campanella e dediti a raccogliere compagni armati, si trovò non solo la notizia di vicine mutazioni ma anche la notizia della «prossima apertura de' sette sigilli», il proponimento della «fondazione di una repubblica» con norme analoghe a quelle più tardi esposte nella Città del Sole, e sempre sotto gli auspicii del Campanella, nuovo profeta, nuovo legislatore, nuovo Messia, dottissimo in tutte le scienze, capacissimo nella divinazione del futuro, inoltre possessore di spiriti quantunque egli lo negasse costantemente.
Vediamo ora i particolari della sua azione. Nelle conversazioni private, uno de' primi cui manifestò dovervi essere una repubblica fu certamente fra Gio. Battista di Pizzoni. Costui fin dal 7bre 1598, come affermò il Campanella nella sua confessione _in tormentis_, si preparava a difendere certe «conclusioni» nel Capitolo da doversi tenere nel maggio 1599, e tra esse v'era una _de statu optimae reipublicae_; il Campanella, richiesto di consigli, parlò di questa repubblica, e disse che si dovea avere prima della fine del mondo perchè così era profetato[241]. Un altro con cui parlò di mutazioni e di futura repubblica fu fra Dionisio, dopochè costui venne da Roma e narrò i particolari dell'inondazione del Tevere, i quali doverono realmente destare una sensazione profonda; ne parlò quindi certamente ad altri, e poco dopo, lasciato ogni riserbo, ne fece il tema di una delle solite prediche nella Chiesa del convento. Il giorno della Purificazione di Maria, cioè il 2 febbraio (1599), il Campanella per la prima volta predicò che dovevano esservi presto mutazioni, naturalmente «nel Regno de Napoli, che fu sempre de revolutione, et hebbe principio mezo et fine in brieve sotto diverse fameglie... tanto più che parlando alli popoli li vedea lamentarsi delli Ministri del Re de molte cose»; era stato sollecitato da molti amici a dire il parer suo sulle novità che si aspettavano, ed egli si prestò volentieri[242]. Una seconda volta bene accertata predicò sullo stesso tema, nella Settimana Santa, o meglio subito dopo la Settimana Santa che da altri documenti sappiamo essersi in detto anno celebrata dal 4 agli 11 aprile, questa volta sicuramente a proposito delle pioggie torrenziali che contristarono la città[243]. Giusta la deposizione processuale di un frate suo compagno, «predicando dall'altare sopra la seggia» egli avrebbe _più volte_ parlato delle profezie e delle mutazioni, «benvero che nella predica non diceva che quelle profezie parlassero di sè, ma lo diceva poi»[244]: frattanto bisogna riconoscere che non vi sono elementi per affermare che queste prediche fatte più volte siano state fatte veramente spesso; e però il Campanella nella sua Dichiarazione potè dire che giurava di non aver mai pensato che le parole _della sua predica_ avrebbero mossa tanta gente. Invece vi sono parecchi elementi per dire, che diffusa questa voce delle mutazioni secondo le profezie accertate dal Campanella, molti si dirigevano a lui per conoscere la cosa più addentro, e in questi colloquii privati egli parlava con maggior libertà e si estendeva a ragionare più largamente del secolo d'oro, esprimendo a tempo e luogo qualche suo pensiero intorno al modo di prepararvisi e di contribuirvi. Tutto mena a far credere che le prediche siano state poche e poco esplicite, avendole principalmente destinate a far intendere che il mondo era sul punto di «andare sottosopra». Ad una di esse, verosimilmente alla 2ª suddetta, fu presente l'Auditore Annibale David, venuto a Stilo per trattare la pace tra le famiglie de' Contestabili e de' Carnevali, e bisognerebbe non conoscere cosa fosse un Auditore, per ammettere che costui avrebbe potuto lasciar correre la predica laddove questa gli fosse parsa criminosa. Solamente, giusta una deposizione che può ritenersi attendibile, durante la predica egli avrebbe una volta esclamato, «oh s'io potessi dire a modo mio»! con che senza dubbio riusciva ad eccitare tanto maggiormente la curiosità di coloro i quali più s'interessavano per le cose nuove[245]. Non fu dunque un predicatore entusiasta a modo p. es. di fra Girolamo Savonarola; fu invece un cauto e circospetto agitatore, il quale, senza creare propriamente un fermento, perocchè questo già esisteva dovunque ed era più vivo in Calabria, col suo prestigio non solo lo favorì, ma col minore strepito possibile lo diresse ad uno scopo patriottico anzi umanitario. Tutti gli dimandavano spiegazioni, massimamente i cittadini più animosi e avversi alla signoria spagnuola, i fuorusciti tanto più avversi al Governo per le loro speciali condizioni, i Signori e gli ufficiali stessi del Governo. Il Capitano Francesco Plutino gli comunicò certe profezie di un Abate Idruntino divulgate in Napoli, le quali accennavano a mutazioni da dover accadere in Sicilia, in Toscana, in Calabria, e gli dimandò l'avviso suo sopra di esse: il Campanella, secondo ciò che scrisse nella sua Dichiarazione, gli avrebbe semplicemente risposto che potevano esser vere, perchè altri astrologi e savii predicevano lo stesso; pertanto un testimone non sospetto depose che il Capitano diceva con ammirazione, «voi vedrete quello che è il Campanella»[246]. Infine lo stesso Governatore della Provincia D. Alonso De Roxas si diresse a lui «per lettera di curiosità» dimandandogli notizia delle mutazioni che tutti si aspettavano; e il Campanella lo compiacque, forse anche in tale occasione gli mandò il suo libro della Monarchia di Spagna già scritto pel Marthos e posto da banda senza avervi più pensato. Ad ogni modo il Campanella e il Governatore rimasero in termini amichevoli[247]: nè veramente il Governatore sospettò mai del filosofo; bensì vedremo che non mancò di occuparsi della cattura dei frati, quando si giunse a fargliene comprendere i disegni.
Tutto ciò mostra che il nome del Campanella risuonava in una sfera larghissima; e la cosa merita di essere notata, poichè da lui medesimo nelle sue Difese, e poi da molti altri fino a' giorni nostri, è stato detto impossibile che un povero frate, da poco tempo venuto in Calabria, avesse concepito un così audace progetto, ed avuto tanto credito. Ma le sue stesse affermazioni in altri documenti, al pari degli atti processuali, mostrano che il suo credito era divenuto straordinario. Egli medesimo affermò, che «tutta la gente» accorreva a lui per dimandargli della «fine del mondo e della renovation del secolo» dopo che egli le avea predicate, che inoltre «quando caminava per le ville e pe' castelli, si vedeva innanzi stupefatto torme di uomini che chiedevano rimedii per le proprie infermità e per quelle delle pecore e de' buoi», ed egli li indicava, e «tutti ritornavano lodando Dio»[248]. Nell'insieme del processo che ne seguì, da qualunque lato, da' frati e da' laici, da' fautori e da' persecutori, da' più alti e da' più umili, egli trovasi riconosciuto ed acclamato sempre «dottissimo in tutte le scienze, grandemente dotto, grand'omo», e il suo credito si rivela altissimo ed incontrastato. A lui venivano «le migliara di persone»; e l'accorto e prudente fra Pietro di Stilo, suo angelo tutelare, lo riprendeva pel tanto conversare con laici: tutti chiamavano «beato» il povero padre suo, e i nobili e Signori, particolarmente il Marchese d'Arena e il Principe della Roccella, che dimoravano più d'appresso a Stilo, lo vedevano volentieri e talvolta lo chiamavano nei loro castelli[249]. Non ci è noto di che discorressero; ma senza dubbio l'argomento principale de' discorsi doveva essere la vicina fine del mondo, con tutti i cataclismi e l'immancabile secolo d'oro che dovevano precederla: e merita pure di essere ricordato un fatto da molti deposto nel processo, che cioè egli aveva una forza di persuasiva straordinaria, «perchè quando parlava tirava ognuno a lui». Ma vi era anche qualche motivo riposto, atto a spiegare il prestigio di cui godeva, poichè l'ingegno, gli studii, i libri composti non sarebbero stati sufficienti in Provincie nelle quali, bisogna riconoscerlo, neanche oggi queste cose rappresentano i fondamenti del credito. Vi era l'opinione che egli «avesse spiriti, comandasse spiriti, disponesse di spiriti»: lo si diceva pubblicamente in Calabria, e i più timorati pensavano che la sua scienza era o del demonio o d'Iddio, ma la massa de' frati, de' laici e di ogni ceto, riteneva con sicurezza che fosse del demonio. Si era giunto perfino a scovrire dove avesse il suo spirito familiare; l'avea nell'unghia. Così dicevasi a Stilo, e forse se ne può trovar la ragione in un'abitudine del Campanella di guardarsi le unghie, come più in là vedremo notato segnatamente da' terrazzani di S. Caterina, nel convento Domenicano di S. Nicola ove una volta si recò[250]. Certo è che a cominciare da' frati suoi più intimi amici, come fra Dionisio Ponzio, ed anche fra Domenico Petrolo, ebbero, ognuno a sua volta, la curiosità di chiedere direttamente al Campanella se fosse vero che avea spiriti; tra le persone poi che trattarono con lui per la congiura, taluno gli dimandò in generale de' diavoli e dell'arte magica, qualche altro gli chiese uno spirito familiare per vincere al giuoco, altri chiesero segreti per avere donne; ancora, a tempo delle carcerazioni, taluno voleva che il Campanella «havesse fatto tanto con gli diavoli che l'havessero cavato de prigione»[251]. Fra Tommaso mostravasi quasi sempre infastidito di siffatte dimande, e ne prendeva talvolta occasione per manifestare che egli non credeva all'esistenza nè de' diavoli nè dell'inferno, ed anzi al Petrolo una volta disse che in Roma, dove era conosciuto, si riteneva che egli non credesse a queste cose; ma specialmente i laici non ne rimanevano persuasi, e qualcuno anche si scandalezzava che negasse i diavoli. Aggiungiamo che fra Dionisio medesimo gli domandava confidenzialmente se in Roma fosse stato mai condannato all'abiura, ed egli lo negava, ed adduceva quale unico motivo de' suoi travagli l'essere stato erroneamente creduto autore di un bruttissimo Sonetto contro Gesù Cristo: così non si divulgò mai il fatto dell'abiura, e il suo credito rimase anche da questa parte inalterato.
Siamo in maggio 1599. Avvennero allora due fatti interessanti per la nostra narrazione; il Capitolo de' Domenicani in Catanzaro, la trattativa di pacificazione delle famiglie de' Contestabili e de' Carnevali di Stilo.