Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 21
Come dicevamo, nell'estate del 1598 il Bassà Cicala fece la sua escursione con la flotta venendo in Calabria al capo di Stilo. Il Carteggio del Bailo da Costantinopoli c'informa che l'8 agosto era partito con 47 galere munite di zappe e scale, aumentate poi a 50 e travagliate durante il viaggio dalla peste; la quale circostanza forse eccitò tanto maggiormente nel Bassà il desiderio di rivedere dopo tanti anni la vecchia madre. Il Carteggio del Residente in Napoli c'informa, che giunto nel golfo di Squillace con 48 galere e 7 galeotte, fece il 19 7bre sbarcare al capo di Stilo gli uomini di tre sole galere, e che il 20 a tre ore di mattino ripartì lasciando anche le tracce del suo passaggio nelle coste della Roccella, Gerace, Condeianni e Bianco; quindi, non senza pericolo pel forte vento, penetrò nella fossa di S. Giovanni, dove si trovavano 6 galere di Sicilia e 6 di Napoli, le quali, tirati alcuni colpi di cannone, cedendo al numero si ritirarono a Messina. Il Duca di Maqueda Vicerè di Sicilia aveva già ordinato in Messina che niuno uscisse dalla città, pena la forca, temendo intelligenze co' turchi; in Reggio poi la guarnigione spagnuola, poco prima rinforzata con 600 uomini, non fece che continui spari di artiglieria, pretendendo che così il Cicala non sarebbe sbarcato. Ed ecco come il Residente Veneto riferì al Ser.^mo Principe il sèguito dell'avvenimento: «dalla fossa di S. Giovanni Cigala il 23 espedì un christiano a Messina con lettere sue al V. Re e alla sua propria madre, dimandando di vederla, che si faccia riscatto di schiavi et bazaro, come V. Ser.^tà intenderà distintamente dalle copie che saranno in queste: havendosi poi il 24 esseguito il mandar à Messina il figlio del Cigala con una galea per ostaggio, et la madre à lui con la galea General di Napoli, ciò è fino a Rigio, et di là con filuche fino all'armata, dove si fermò poche ore et ritornò piena di lagrime et di donativi, etiandio di qualche denaro non solo dal figliolo ma da tutti i capi di galea, et di militia, che honororono nella persona di lei il Bassà secondo l'usanza turca. Dicevasi che il giorno sequente partiriano per levante 14 galee con infermi, et che il Bassà col rimanente passava in Barbaria» etc.; (continua annunziando che Reggio 13 volte arsa ed afflitta da' turchi speravasi questa volta rimarrebbe illesa; dà quindi le copie delle lettere sud.^te «tradotte dal turchesco»). Così fin d'allora le lettere scambiate in tale circostanza furono immediatamente note; e basta dire che le troviamo perfino negli Avvisi ossia ne' Giornali manoscritti del tempo; le troviamo pure stampate più tardi nel Glorioso trionfo di Paolo Gualtieri, ma sfuggite a tutti coloro i quali si sono occupati del Bassà Cicala a proposito del Campanella[229]. Ecco poi le ulteriori notizie circa il colloquio tra il Bassà e la madre riferite dallo stesso Residente: «Il Cigala donò alla madre 2 mila cechini (_sic_) et la richiese di ricordarsi d'esser nata turca, ed a dargli come madre la benedittione del Profeta, et ella costantemente negò di farlo dicendo ch'essendo lui maledetto da Dio non poteva giovargli la benedittion di alcun'altro, ben promettendogli di pregar la divina M.^tà fino all'ultimo sospiro della morte che à lui faccia quella gratia che hà fatto ad essa di conoscer la vera fede di Giesù christo, nella quale anch'essa con più ragione gli ricordava che lui era nato. Et viene affermato in lettere di persone di molto conto, ch'egli non lasciò nel spatio che furono insieme di accompagnar le lagrime della madre con qualche tenerezza». Il Cicala non tardò a partirsene senza fare altri danni in Calabria: ne fece bensì a Malta, sbarcando con 2 mila uomini in Gozo, e poi se ne andò alla Barberia, dove si trattenne costruendo un forte in Porto-farina; quindi si ritirò a Costantinopoli.
Un avvenimento di questa natura non potè non fare una grande impressione sul Campanella. Vedremo che tra' diversi presagi, sui quali egli allora rivolgeva la sua attenzione, vi era quello del medico ed astrologo M.º Antonio Arquato, che recava doversi l'Impero ottomano dividere in due parti, una delle quali si sarebbe convertita al Cristianesimo ed avrebbe combattuto l'altra: forse nella visita del Cicala alla madre egli intravvide che il presagio dovea verificarsi. All'opposto, come abbiamo detto, il Cicala agiva nel senso di condurre il fratello e la madre all'islamismo; nè le sue azioni erano meglio giudicate presso i musulmani. Sappiamo che il Muftì, divenutogli nemico, enumerava diverse sue colpe; la principale fra queste era, che la prima volta uscito fosse andato a prendere il fratello per condurlo a Costantinopoli, ed andato in sèguito a visitare la madre ed avutala sulla galera, non si fosse curato di «liberarla di cristianità», per la qual cosa aveva offeso Dio e doveva riportarne gastigo[230]. Ad ogni modo poi il Campanella non poteva non vedere in tutto ciò l'insigne debolezza del Governo, il quale non era in grado di opporsi alle imprese del Cicala, lasciava che devastasse il paese, e invece di combatterlo lo compiaceva nei suoi desiderii. — Pertanto verificavasi ancora un altro avvenimento degno del pari di essere ricordato. Il 30 7bre si conosceva in Napoli che al Re di Spagna era stata aperta una postema al petto, e se ne attendeva la prossima fine; l'8 8bre si annunziava che era morto. Al temuto Filippo II succedeva un Principe debole, e già, mentre ascendeva al trono, poco stimato: il fatto non era di lieve importanza; gl'insofferenti del giogo spagnuolo aveano motivo di rallegrarsi e di trarne i migliori augurii.
Ma è tempo di vedere la vita del Campanella in Stilo, ciò che egli vi diceva e faceva.
Il convento di S.^ta Maria di Gesù, dove egli avea stanza, era un piccolo convento, annesso ad una Chiesetta, e rappresentava appena un Vicariato[231]. Poteva contenere soltanto tre o quattro sacerdoti ed un laico assistente: allorchè vi giunse il Campanella, avea l'ufficio di Vicario fra Simone della Motta Placanica; i sudditi poi variavano spesso. Oltre il Pizzoni e il Lauriana avventizii, vi erano un fra Domenico di Riaci e un fra Domenico Petrolo di Stignano, il quale ultimo era veramente assegnato a Cosenza ma deputato a Stilo, e si rimaneva volentieri a casa sua in Stignano; sappiamo per altro che dopo la venuta del Campanella dimorò nel convento dal Natale al carnevale, per tutto l'inverno successivo e poi di nuovo più tardi, ma anche allora temporaneamente. In ottobre venne a starvi fra Pietro Presterà di Stilo, che vi dimorò sempre, e nel Capitolo tenuto in maggio dell'anno successivo fu creato Vicario del convento in luogo di fra Simone; poi vi venne anche un fra Gio. Battista di Placanica, che vi rimase solo per tre mesi, dal febbraio all'aprile. Il Campanella si strinse specialmente a fra Pietro di Stilo sua vecchia conoscenza, e a fra Domenico di Stignano proveniente dal luogo in cui dimorava la propria famiglia. Fra Domenico era stato novizio in Lombardia ed avea dimorato in Milano, mentre eravi pure un Padre Gonsales, che incontreremo nel corso di questa narrazione: estremamente impressionabile, ed anche manesco, avea bastonato alcuni frati ed era stato punito per tale mancanza, ma non avea fatto parlare di sè per altre cose. Quantunque già sacerdote e predicatore da due anni, era tuttora «studente formale» com'egli medesimo dichiarò, e seguì un corso di filosofia che il Campanella si fece a dettare in Stilo: segnatamente per tale circostanza venne a trovarsi in una certa intimità col Campanella, e quindi lo vedremo compagno di fra Tommaso ne' suoi travagli, testimone importante ma non sempre fedele, massimamente per la sua grande impressionabilità, rovina della causa di fra Tommaso per vigliaccheria, come ebbe a dirlo fra Pietro di Stilo. Quanto a fra Pietro, l'abbiamo già veduto condiscepolo ed amico del Campanella fin dagli anni più teneri, e dobbiamo aggiungere che fu con lui in familiarità sino a che vestì l'abito di religioso; di poi non ebbe più occasione di vederlo, eccettochè per circa due mesi in Cosenza nel 1588. Avea poco progredito negli studii, ma erasi mantenuto ne' buoni costumi e si distingueva tanto per l'ottimo cuore, quanto per una grande prudenza e un senso pratico squisito, che lo faceva di rado fallire nella giusta estimazione degli uomini e delle cose. Riconoscente al Pizzoni già suo lettore, ossequente al Polistina Provinciale, non aveva mai avuto simpatia per fra Dionisio, massime perchè lo sapea proclive a' risentimenti, ed abituato a' discorsi più osceni: era stato anch'egli assegnato a Nicastro mentre fra Dionisio vi tenea l'ufficio di Priore, ma non volle andarvi e non si diè pace finchè non s'ebbe procurata un'altra assegnazione. Fu pel Campanella un amico tenero, disinteressato, costante; può dirsi essere stata quest'amicizia la cagione sola delle atroci sciagure che patì, e non di meno la mantenne sempre ed efficacemente; in somma vedremo in lui una simpatica e cara figura tra molta bordaglia[232].
Le occupazioni del Campanella nel convento di Stilo furono le sue solite; dar letture, specialmente di filosofia, e scrivere libri; ma oltracciò egli adempiva assiduamente a' suoi doveri di buon religioso, come fu poi attestato da frati non sospetti e da altre persone di Stilo che ne furono interrogate[233]. Cominciando da quest'ultimo punto, dobbiamo dire assodato che recitava l'officio quotidianamente, talvolta insieme con fra Pietro di Stilo e con fra Domenico di Stignano; assisteva al coro, e solo si notava che «stava astratto», celebrava la Messa e «tutti l'ascoltavano volentieri» quantunque conoscessero che era stato inquisito dal S.^to Officio; avea ricevuto dal Provinciale la licenza di predicare (ciò che conferma non trovarsi per penitenza a Stilo), e dall'altare «stando sopra una seggia... predicava cattolicamente, che tutto Stilo l'andava a udire, e diceva bellissime cose predicando l'Evangelio de verbo ad verbum». In somma dimostrava buona vita e «passava per uomo onesto», siccome del rimanente nessuno pose mai in dubbio anche pe' tempi anteriori trascorsi in Calabria, ne' quali, eccetto l'incidente dell'Ebreo, non si citò alcuno scandalo da lui dato. Fra i tanti atroci accusatori venuti a galla in sèguito, si trovò appena un solo individuo, il quale pel tempo cui siamo pervenuti depose dietro una voce incerta che egli, insieme con altri, avesse «fatto il _crescite_» con una certa Giulia nella propria cella; fra Pietro di Stilo poi affermò essersi detto che avea per innamorata una sorella di fra Domenico di Stignano ed avea peccato con lei, e perciò costui eragli nemico ed avea cercato di farlo ammazzare; ma senza alcun dubbio fra Pietro pose innanzi questa frottola per tentare di far nascere un argomento giuridico d'inimicizia, capace d'invalidare le gravi deposizioni di fra Domenico a carico del Campanella. Bisogna a tutto ciò aggiungere che il Campanella, col suo predicare, aveva in mente pure di eccitare il popolo a costruire pel suo convento una degna Chiesa, e giunse a scavarne le fondamenta. Nelle Difese, che ebbe a scrivere ad occasione del suo processo, egli addusse questo fatto in prova della sua pietà, e vedremo che vi alludeva pure quando nel carcere mostravasi pazzo e sosteneva i tormenti, gridando che avea fatto disegnare un convento in Stilo, un convento di S.^to Stefano con tre monaci, la qual cosa possiamo bene intendere, dopochè il Capialbi ci ha fatto sapere che il convento di S. Maria di Gesù era stato fabbricato abusivamente nel territorio de' Certosini di S. Maria della Torre, e i Domenicani, rimasti soccombenti in una lite, furono abilitati da' Certosini a dimorarvi, ma riconoscendo il dominio loro e tenendo dipinte sulla porta del convento le immagini de' protettori de' Certosini S. Stefano e S. Brunone[234].
Quanto alle letture, occupazione da lui sempre amata, diede nella propria cella letture di filosofia, e ne profittarono, oltre a fra Domenico di Stignano pel tempo in cui dimorò nel convento, diversi individui di Stilo, tra gli altri Giulio Contestabile e Fulvio Vua assiduamente, e di tempo in tempo Gio. Gregorio Presinace, che trovasi più spesso detto Prestinace, suo stretto amico, dippiù alcuni giovani venuti da' paesi vicini, come i due fratelli Jacopo e Ferrante Moretti di Terranova. Tutti costoro si trovarono di poi involti nelle sventure del Campanella, e bisogna fin d'ora attendere a ricordarne i nomi.
Quanto alle opere, abbiamo per questo periodo un garbuglio molto difficile ad essere districato. La notizia delle opere scritte in Stilo nella fine del 1598 e parte del 1599, può rilevarsi da quattro fonti principali che per ordine di data sarebbero: le due Difese composte durante il processo (1600-601), la Lettera latina al Papa e Cardinali pubblicata dal Centofanti (1607), la Narrazione ed Informazione pubblicate dal Capialbi (1620), infine il _Syntagma_ (redatto nel 1631 e pubblicato nel 1642); inoltre può anche fornire un po' di luce qualche circostanza inserta in talune delle opere medesime giunte sino a noi[235]. Ma i fonti suddetti sono discordanti, e la qualche circostanza inserta nelle opere potrebbe rappresentare una interpolazione consecutiva; giacchè per lunghissimo tempo il Campanella ebbe bisogno di dimostrare che in Stilo era occupato a edificare, non a distruggere, in fatto di Stato e di Chiesa, e forse taluna delle opere fu da lui assegnata a questo periodo mentre non vi apparteneva. Diremo di un tratto che per quanto possiamo giudicarne, in Stilo, nel periodo sopra indicato, certamente egli compose una _Tragedia_ secondo i principii della sua poetica, intitolata _Maria Regina di Scozia_, ed ancora un libro _De Auxiliis contra Molinam pro Thomistis_, aggiuntovi un trattato _De Episcopo_; con ogni probabilità compose inoltre il libro _Della Monarchia di Spagna_, e dippiù i _Segnali della morte del mondo_, che poi furono rifatti più volte e dati sotto il titolo di _Articuli prophetales_. La _Tragedia_ nella 1.ª Difesa si dice conosciuta in Stilo ed anche dal Principe della Roccella, che vedremo dapprima amico e più tardi persecutore del nostro filosofo; nell'Informazione poi, e del pari nel _Syntagma_, si dice esplicitamente composta in Stilo. Il libro _De Auxiliis_, col trattato _De Episcopo_, non si trova registrato nelle Difese, e questo dà un poco a pensare, ma lo si trova nella Lettera al Papa e Cardinali, dove si dichiara che componevasi di 150 articoli; lo si trova inoltre nell'Informazione, dove si aggiunge che fu scritto ad istanza del Commissario del S.^to Officio di Roma, cioè del Tragagliolo, ed ancora nel _Syntagma_, dove è affermato, come negli altri fonti anzidetti, che fu composto in Stilo; solamente in entrambi questi due ultimi fonti non si dice nulla del trattato _De Episcopo_. Finquì non c'è alcuna obbiezione da fare: bisogna pertanto aggiungere che questi libri andarono poi perduti quando il Campanella fu catturato, ne mai più si è avuta finoggi notizia di essi. — Relativamente poi alla _Monarchia di Spagna_, di tanto maggiore importanza pel Nostro argomento, essa si trova registrata nelle Difese due volte, ma con un'aggiunta autografa, essendo stata taciuta quando le Difese furono scritte, e si trova registrata al sèguito del libro _De Regimine ecclesiae_, che è dato siccome scritto in Stilo, mentre sappiamo da altri fonti essere stato scritto in Padova, esserne stata mandata copia a Mario del Tufo, ed esserne stato poi perduto l'originale in Calabria; questo dà motivo di pensare che la _Monarchia_ abbia potuto essere scritta nel carcere medesimo, bensì durante il 2.º semestre del 1600 e 1.º del 1601, pe' gravissimi bisogni della causa. D'altra parte la si trova registrata anche nell'Informazione siccome scritta in Stilo, con la particolarità che fu scritta ad istanza del Reggente Marthos Gorostiola, Biscaino, protettore del filosofo; frattanto nel _Syntagma_ la si trova citata tra i libri composti nel carcere, ma dopo le tre ultime parti della Filosofia reale, la qual cosa non può assolutamente stare, giacchè vedremo in modo irrecusabile che alle dette tre parti della Filosofia fu posto mano dopo l'agosto 1601, mentre l'aggiunta della _Monarchia_ nelle Difese era stata già fatta nel giugno 1601. Ben si rileva che alle affermazioni del _Syntagma_ si può prestar fede assai meno che a quelle di qualunque altro fonte, ed anzi, per le troppe inesattezze che vi sono incorse, non si può prestar fede in modo alcuno. Ma il garbuglio riesce pur sempre difficilmente districabile, molto più perchè nelle Difese dicesi la _Monarchia_ scritta «ad instantiam praetoris», termine vago, che potrebbe indicare il Preside della provincia D. Alonso De Roxas ed anche il Capitano di Stilo, mentre dopo tale espressione il Campanella si dice «praetori hispano amicissimus, et gubernatoribus provintiae, qui eum ad praedicandum rogavit semper»; intanto nelle copie manoscritte della _Monarchia_, che tuttora esistono in buon numero, alle volte si trova citato semplicemente un «Sig. D. Alonso» a richiesta del quale il libro sarebbe stato scritto ed al quale l'autore l'avrebbe indirizzato dalla sua «celletta», dove si trovava uscito dall'infermità e da dieci anni di travagli, altre volte invece si trova ampiamente citato il «sig.^r Reggente Marthos Gorostiola» nelle medesime circostanze, citato il «conventino di Stilo», il «Monasterio di Santa Maria di Giesù», dal quale l'autore avrebbe mandato il libro al Marthos, con la data iniziale e finale della composizione «15 di Xbre» e «31 di Xbre 1598». Non volendo intralciare ancora di più la narrazione nostra con altrettali minute disquisizioni, ci limitiamo a dire che si può ritenere essere stata la _Monarchia di Spagna_ scritta veramente in Stilo oltrechè inviata confidenzialmente a D. Alonso de Roxas, e forse per covrire ciò che s'intendeva di fare («ad malum tegendum» come nelle Difese il Campanella mostra di prevedere che si sarebbe pensato circa le cose da lui scritte e dette in favore di Spagna); esser stata poi rifatta nel carcere durante il 2.º semestre del 1600 e 1.º del 1601, dopochè se n'era perduta la prima composizione in Calabria al momento della cattura, col confuso indirizzo al Sig.^r D. Alonso, dovendo l'autore guardarsi dal mettere innanzi D. Alonso De Roxas, cui si era attribuita non la connivenza, ma la tolleranza de' maneggi per la congiura; essere stato da ultimo, con una interpolaziene posteriore, sempre pe' bisogni della causa, volendo eliminare affatto la reminiscenza di D. Alonso De Roxas e chiarire anche meglio le circostanze convenienti, apposto il nome del Reggente Marthos Gorostiola con tutte le particolarità suddette, e ciò dopochè il Marthos era trapassato, mentre si conosce che morì alla fine di gennaio 1601. Ma ciò che più c'importa si è il notare come per la _Monarchia di Spagna_ non si possa stabilire altra data che quella o della fine del 1598, o del 2.º semestre del 1600, del tempo cioè nel quale o si meditava la congiura, o si dovea dimostrare ad ogni costo che non c'era stata congiura; e da ciò segue che precisamente nella forma in cui essa è giunta fino a noi, non si possa ritenere l'espressione certa degl'intimi convincimenti dell'autore, ma piuttosto l'espressione delle necessità supreme che stringevano l'autore da ogni lato. Sotto questo punto di luce, che ci sembra tanto più contemplabile dietro la nozione vera della data del libro, noi vorremmo che fosse considerata la _Monarchia di Spagna_ da coloro i quali attendono a ricercare le dottrine del Campanella, non potendosi ammettere in alcun modo che essa sia stata scritta dieci anni dopo la carcerazione, cioè nel 1609, come è stato finoggi erroneamente ritenuto[236]. Da ultimo, circa il libro de' _Segnali della morte del mondo_, anch'esso d'importanza grandissima per l'argomento nostro, lo si trova registrato nella 1.ª Difesa sotto il titolo di _Articuli prophetales_ (Doc. pag. 480), i quali _Articuli_ si vedono poi costituire la 2.ª Difesa; e questo mostra che essi abbiano dovuto essere redatti appunto dopo che era stata già scritta la 1.ª Difesa, e redatti di seconda mano dopo che se n'era perduta la prima composizione in Calabria per la solita circostanza della cattura. Anche nelle copie degli _Articuli prophetales_ giunte fino a noi, e rimaste manoscritte, il titolo dice «prout auctor prophetavit _ac scripsit_ in anno 1599»; ma vedremo a suo tempo che fu questa una 3.ª composizione fatta egualmente nel carcere, sibbene più tardi, il 1607, dopo che era stata per l'autore perduta la 2.ª composizione, rimasta allegata nel processo, di dove oggi appena esce alla luce; intanto non farà meraviglia che nel _Syntagma_ si trovino citati gli _Articuli prophetales_ insieme con altri libri scritti in un tempo più inoltrato del carcere, mentre veramente la 3.ª composizione fattane in tal tempo vedesi incomparabilmente più larga delle anteriori, sulle quali d'altronde l'autore non potea più fare alcuno assegnamento. Vi è poi anche un altro argomento atto a dimostrare che il Campanella compose davvero in Calabria un libro de' _Segnali della morte del mondo_, ed esso è che il povero padre del filosofo, come emerge dal processo, nella sua ignoranza manifestò ad una persona essere il figlio occupato in comporre «un libro che non lo fece nè Luca, nè Giovanni, nè nisiuno degli apostoli» etc., e questo libro naturalmente non poteva essere altro che il libro di cui stiamo trattando: del resto dobbiamo pure fare avvertire, che per quanto si voglia ritenere prodigiosa la potenza mentale del Campanella, apparisce pur sempre impossibile che nelle più feroci strette del carcere, tra il 1600 e il 1.º semestre del 1601, con la sorveglianza assidua nella quale era tenuto, co' duri tormenti a' quali si trovava sottoposto, egli abbia potuto scrivere, oltre la 1.ª Difesa, gli _Articuli prophetales_ e la _Monarchia di Spagna_, senza una precedente composizione di questi libri fatta in Calabria. Con ciò chiudiamo la lunga discussione, che non parrà eccessiva a chi consideri l'importanza capitale dell'argomento.
II. Continuando il racconto della vita del Campanella giungiamo al periodo dell'azione da lui spiegata in Calabria, che menò alle pratiche definite di poi congiura o tentata ribellione. L'idea della vicina fine del mondo, accertata dalle profezie, da' calcoli astronomici, da' fenomeni meteorologici, dal turbamento ed anche dallo scontento del paese, fu da lui efficacemente divulgata, con la giunta de' grandi fatti che doveano precederla. Dapprima nelle conversazioni, poi anche nella predicazione alla quale attendeva nella Chiesa del convento, egli annunziò che per la vicina fine del mondo dovevano esservi mutazioni e novità, e con ciò spinse all'estremo limite l'agitazione di aspettativa in ogni ceto della provincia; in sèguito, trattando con individui audaci e ben disposti, persuase loro segretamente che era venuto il tempo della santa repubblica universale da doversi godere prima della fine del mondo, che bisognava mettersi in armi e raccogliere compagni per proclamarla; essi con le armi, egli unitamente a' suoi frati con la lingua, avrebbero contribuito al movimento, e vi sarebbero nuove leggi, nuove costumanze, assai migliori delle precedenti, naturalmente da lui meditate. Qui non più la sua Narrazione soltanto, ma anche la Dichiarazione che scrisse nel momento in cui fu catturato, le Difese presentate nel processo che ne seguì, le diverse Lettere che scrisse più tardi in sua discolpa, l'Apologia che annesse all'ultima composizione degli Articoli profetali, dànno notizie in grande abbondanza; se non che queste debbono essere sempre rigorosamente vagliate, riscontrandole con le relative deposizioni de' suoi compagni di sventura, le quali, d'altra parte, debbono essere vagliate egualmente con molto rigore, poichè senza dubbio non tutte degne di fede.