Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 20

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Ci rimane a dire de' banditi e forgiudicati. Questa piaga già antica, non curata mai efficacemente in tutto il Regno e massime nella Calabria, presentava anch'essa una notevole recrudescenza, principalmente per gli scoppi de' conflitti derivanti dalle inimicizie private. Si era visto di molto peggio in passato, e si ricordava p. es. la desolazione della città di Terranova, che non si rialzò più mai dopo i conflitti de' banditi ingenerati dalle inimicizie de' Marini co' Geronimi. Consalvo Marino, forgiudicato, si era unito a Nino Martino de' Casali di Reggio (nome da doversi tener presente per intendere un certo punto della Dichiarazione del Campanella), e coll'adesione anche del nobile giovane Ferrante Ruffo aveva assoldato fino a 300 banditi a piede e a cavallo, aveva combattuto molto bene le milizie capitanate dal Conte di Nicastro, era una prima volta penetrato nella città con uno stratagemma, poi una seconda volta per sorpresa, mentre i cittadini riuniti in Chiesa festeggiavano il SS. Sacramento, e vi avea fatto uccidere barbaramente i suoi nemici; minacciò di volervi tornare ancora una terza volta, e il Governatore non seppe far di meglio che ordinare a tutti i cittadini di uscir fuori dalla città e da' casali in un giorno che fu la Domenica delle palme, e si sarebbe avuto questo spettacolo miserando, se nella notte precedente uno de' medesimi seguaci di Consalvo non l'avesse per carità di patria ucciso[214]. Le inimicizie recavano sempre questa grave conseguenza, l'aumento de' banditi, ed essendo divenute così numerose nel tempo di cui trattiamo, i banditi erano numerosi egualmente, non a grosse compagnie ma disseminati dovunque; del resto e i conflitti giurisdizionali e le lotte tra' componenti la R.ª Audienza, col rilassamento degli ordini pubblici che n'era la conseguenza inevitabile, facevano moltiplicare i delitti e con essi i fuorusciti, che poi divenivano banditi e fuorgiudicati; certo è che pure il Residente Veneto, con sua lettera del 9 giugno 1598, ebbe a partecipare al suo Governo questo aumento di fuorusciti, e da tale testimonianza le affermazioni del Campanella risultano indubitabilmente comprovate[215]. La severità delle leggi, spinta troppo facilmente a certi estremi dagli ordini Vicereali, contribuiva essa pure all'aumento de' banditi. Purchè il delitto fosse tale da recare la pena di morte, e la categoria di questi delitti era allora larghissima, dietro una dispensa Vicereale dalla procedura ordinaria i delinquenti venivano con un bando citati a comparire sotto pena di forgiudica, essendo alle volte abbreviati i termini della comparsa a un punto, che questa diveniva perfino materialmente impossibile; rimasta quindi la citazione senza effetto, i delinquenti risultavano colpiti dalla forgiudica, cioè costituiti fuori ogni adito al giudizio, donde il nome di banditi e forgiudicati. Vedremo più opportunamente qualche altra particolarità di siffatta procedura, con tutte le sue terribili conseguenze, allorchè tratteremo del processo per la congiura del Campanella: qui dobbiamo dire che già da un pezzo erano state date al Governatore Conte di Macchia le solite facoltà straordinarie per la estirpazione de' fuorusciti, che basta leggere per capire come le popolazioni dovessero sentirsi malmenate più da' Commissionati contro i banditi che dai banditi medesimi, e quindi dovessero divenire favorevoli più che ostili a' banditi; ma si stimò necessario anche, a' primi del 1599, concedere straordinariamente alla R.ª Audienza per mesi sei, e prorogare di poi ogni tre mesi «il rigoroso rimedio de abbreviare il termine dela forgiudicatione» contro coloro i quali commettessero omicidii proditorii mediante archibugiate[216]. Intanto specialmente pel ricovero nelle case de' clerici, nelle Chiese e ne' conventi, i banditi e in gran parte anche i forgiudicati potevano eludere le persecuzioni con bastante successo: i clerici, che si rendeano colpevoli di queste «negoziazioni illecite», trattando o ricoverando i banditi in casa loro, abbiamo visto che cadevano sotto la giurisdizione del Nunzio, e costui era troppo lontano e disponeva di pochi mezzi per poter colpire dovunque e colpir giusto; i preti e i frati, che li ricoveravano nelle Chiese e ne' conventi, guadagnavano la benemerenza de' Vescovi, e spesso pure qualche cosa di più. Potremmo riferire molti aneddoti intorno al prezzo che non di rado costava a' banditi un tale ricovero, e segnatamente intorno alla demoralizzazione dei frati, che ne' conventi in ispecie rurali spingevano, aiutavano, ed anche personalmente intervenivano alle escursioni predatorie de' banditi ricoverati: ci ripugna il fare questa cronaca, la quale suol chiamarsi scandalosa, unicamente dacchè, o per malizia o per eccessivo zelo del bene, è piaciuto attribuire alla massa degli ecclesiastici d'ogni sorta e d'ogni grado una maniera di sentire e di vivere essenzialmente diversa da quella de' laici, una singolare ed impossibile immunità da' vizi del proprio tempo. Abbiamo visto che il Vescovo di Mileto procurava che ne' conventi si fornisse il vitto a' banditi ricoverati e assediati, e il Governo naturalmente se ne doleva: del pari si doleva che p. es. in Rossano contumaci e delinquenti «indifferentemente si serveno di tutte le ecclesie di detta città, et non solo ci habitano loro, ma ci conducono le moglie et altre donne, et armati di arme prohibite passeggiano per avanti le porte di dette ecclesie»; si doleva che p. es. in Reggio, essendosi alcuni banditi per causa di omicidio «andati a salvare dentro una ecclesia di detta città, et havendoli posto le guardie attorno, il Rev.^do in Christo padre Arcivescovo non le ha voluto permettere se non per quaranta passi attorno detta ecclesia»[217]. Il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, testimone non sospetto delle imprese de' frati in connivenza co' banditi, ci mostra che fin dal 1595 il Governo avea dirette calde istanze a Roma perchè si facessero disabitare i conventi in campagna, dando di essi una lunga lista molto istruttiva[218]. Ma se ne scrisse e riscrisse inutilmente in quell'anno ed anche nel 1596, nè si venne ad una conclusione prima del 7bre 1599, al tempo in cui la congiura fu scoverta: allora soltanto si mandò da Roma un ordine a' Prelati di non permettere che i malviventi e i fuorusciti dimorassero nelle Chiese e ne' conventi, al quale ordine successe di poi un Breve in regola, che prescriveva potersi concedere a' ministri laici, non ostante la Bolla di Gregorio XIV, il fare l'estrazione de' banditi dalle Chiese ed altri luoghi pii, e ciò pel tempo di sei mesi, da prorogarsi quando ve ne fosse il bisogno. Ed ecco qualche Prelato muovere il dubbio, se i banditi che stavano già ricoverati da un pezzo dovessero pure concedersi a' ministri laici, e poi, scorsi i sei mesi e non venuta la proroga, si videro i frati «accettare ne' conventi più che mai i banditi e i delinquenti con grave scandolo»; onde il Nunzio, ricordando continuamente gli scandali, chiedeva con istanza la proroga, e si noti, non per la nequizia intrinseca della cosa, ma perchè si stava «in pericolo di qualche stravaganza de' ministri Regii che li caccino violentemente». Ma si vide venire la proroga soltanto dopo un altro anno, e una nuova proroga farsi aspettare ancora otto mesi, e sempre non tutti i Prelati impegnati ad occuparsene con serietà, e in ispecie il Vescovo di Mileto dichiarato «fiacco a risolversi» da D.ª Girolama Colonna zia del Duca di Monteleone, che si lagnava dei banditi cresciuti a dismisura nello Stato suo[219].

Per tutti i fatti sinora esposti, nell'arrivare in Calabria, il Campanella dovea naturalmente giudicare il Governo assai meno forte di quanto pareva da lontano: ma bisogna aggiungervi ancora un avvenimento, che egli non credè di dover menzionare nella sua Narrazione, e che è ricordato da varii documenti di quel tempo. Vogliamo dire la comparsa del Bassà Cicala con la flotta turca nel golfo di Squillace il 18 7bre del 1598, la sua discesa appunto al capo di Stilo per fare acqua, con la devastazione di molte vigne, fienili e case lungo un buon tratto della costa, e naturalmente anche con la presa di persone di que' luoghi; il suo allontanamento con poca molestia avuta dalle milizie del Principe di Squillace, ciò che strombazzavasi sempre quale disfatta de' turchi; il suo arrivo al seno, o, come allora dicevasi, «fossa» di S. Giovanni, solito suo luogo di fermata presso il Capo Spartivento, col ritirarsi delle poche galere di Napoli e di Sicilia che là si trovavano; il desiderio da lui mostrato di vedere la madre dimorante in Messina, e l'adempimento di questo suo desiderio che il Vicerè di Sicilia si affrettò a soddisfare. Già prima, nel maggio 1595, alcune galeotte di Biserta aveano fatta imboscata sotto Stilo, vi aveano preso il capitano di una terra di quelle marine, il capitano anche del battaglione (milizia provinciale) ed altri individui, guadagnando 8 mila scudi di riscatto: ora il Cicala vi scendeva egualmente e non v'era chi gli facesse opposizione; poi, mentre avea danneggiati luoghi soggetti a Spagna, otteneva ciò che voleva da' Proconsoli spagnuoli e ravvicinavasi alla madre conosciuta qual fervente cristiana[220]. Chi era questo Cicala? Se ne sono dette di molte intorno a lui, ed è tempo di parlarne con la scorta de' documenti, che per verità non mancano così negli Archivii come nelle Biblioteche; egli fu poi nominato, e largamente nominato, nella congiura di Calabria, laonde merita tutta la nostra attenzione.

Tra i moltissimi genovesi stabiliti nell'Italia meridionale vi erano parecchi di cognome Cicala, ed alcuni di loro esercitavano l'industria del corsaro. Al tempo del quale trattiamo l'esercitava ancora un Edoardo Cicala, in ottime relazioni col Vicerè di Napoli, come risulta da più documenti che si leggono nell'Archivio di Stato: nè sarà inutile conoscere che aveano legni in corso anche taluni nobili, come la Sig.^ra Girolama Colonna citata più sopra, e il Marchese del Cirò di casa Spinelli, divenuto più tardi Principe di Tarsia; straordinariamente poi anche le Corti de' Vicerè, segnatamente le Viceregine con altri nobili ed impiegati di palazzo, armavano qualche legno contribuendo «per carata», allorchè v'era speranza di ricco bottino. Il Carteggio del Residente Veneto ne dà parecchie notizie, poichè la Serenissima, in pace co' turchi, non vedeva punto bene questi corsari di tutti gli altri Stati Cristiani, che turbavano profondamente il commercio, davano motivo ad abusi e recriminazioni senza fine, aizzavano i turchi alle rappresaglie se mai ve ne fosse stato bisogno; d'altronde in ultima analisi ne pagavano poi la pena le infelici popolazioni, abbandonate senza tutela, non essendovi forze sufficienti a guardarle da' corsari turchi, che erano moltissimi ed audacissimi[221]. Forse dietro i richiami del Governo Veneto, il Re di tempo in tempo mandava ordini di proibizione dei legni corsari, e ce ne rimane tuttora qualcuno, press'a poco di questi tempi, nell'Archivio di Stato: ma gli ordini non venivano eseguiti, riuscendo tanto comodo il poter dare una prova di zelo contro i nemici del nome Cristiano e fare un'eccellente speculazione industriale[222]. Come risulta dalle Relazioni degli Ambasciatori Veneti, il padre del Bassà Cicala era appunto un genovese stabilitosi in Messina, che «andava come corsaro depredando ogni luogo con una galeotta, con la quale fu fatto prigione finalmente da' turchi col figliuolo, che per esser giovinetto fu accettato in serraglio e con violenza fatto turco»; e questo accadde nella terribile ripresa dell'isola di Gerbi presso Tunisi, il 1560[223]. Nessuna delle Relazioni Venete ne fornisce il nome; ma documenti da noi rinvenuti nell'Archivio di Stato, riferibili a un altro figliuolo suo del quale parleremo or ora, ci fanno conoscere che dovea chiamarsi Visconte Cicala. Tra le tante sue depredazioni vi era stata quella (se la memoria non ci tradisce) di Castelnuovo alle bocche di Cattaro, sull'estremo confine della Turchia, dove fece schiava la figlia di un Bey, avvenente fanciulla, che educò al Cristianesimo dandole il nome di Lucrezia, e tolse di poi in moglie avendone molti figli; un primo a nome Filippo, un secondo a nome Scipione che divenne poi il Bassà Cicala o Sinan Bassà, un terzo a nome Carlo, inoltre varie figliuole, tuttora, al tempo di cui trattiamo, dimoranti in Messina. Pe' meriti del padre, Filippo ebbe da Spagna una pensione di D.^i 1100, pagabili, al solito, dalle casse di Napoli benchè fosse siciliano, e per tale motivo trovasi più volte nelle scritture dell'Archivio di Stato con la designazione di «Filippo Cicala del mag.^co Visconte o «del q.^m Visconte in Messina»[224]; possiamo aggiungere che appunto nel 1598 egli morì, lasciando un figliuolo chiamato Visconte come l'avo. Carlo ottenne egualmente da Spagna una pensione di duc.^ti 500, come pure il titolo di Conte Palatino dall'Imperatore, e il Bassà suo fratello si era impegnato di fargli avere dal Sultano il Ducato di Nixia o dell'Arcipelago, già goduto da Giovanni Miques ebreo portoghese favorito (la signoria di Nixia e di 12 isole, Nasso, Andro, Paro, Antiparo etc. etc. col pagamento di un tributo), onde l'avea fatto venire a Costantinopoli sin dal 1594[225]; ma vediamo la carriera appunto di Scipione, che seppe giungere fra i turchi a' primi gradi dell'Impero.

Aveva Scipione Cicala 16 anni, allorchè fu preso da' turchi insieme col padre: costui per danaro potè riscattarsi, ma Scipione, di bella indole, piacque al Padischah e fu trattenuto nel serraglio[226]. Non appena uscito dal serraglio andò alla guerra in Persia, e vi compì fortunatissime imprese, per valore ed ardire della persona, con inganni e stratagemmi, più che per giudizio e prudenza: dopo la morte di Osman divise con Fehrad, che ne divenne geloso, il comando dell'esercito contro i persiani. Sposò dapprima una, e poi, morta questa, ancora un'altra figlia di Rusten Bassà, la cui moglie era figlia del Sultano Suliman, molto influente col Serraglio, e ne ebbe due figliuole ed un figliuolo a nome Corcut. Fu Capudan nel 1581, lungamente governatore di Babilonia, poi di Diarbech (1590), poi Beglierbey dell'Arcipelago e Capitano del mare (1594), nel quale ufficio non godeva molta riputazione, non essendovisi mai esercitato. Si trovava realmente in questo tempo in Costantinopoli un capitano calabrese, che avea preso il nome di Giafer ed era «il più intendente» nelle cose del mare, come ne fa fede il Bailo Zane nella sua relazione; tuttavia il Cicala era sempre ritenuto pieno di ardire e di risorse; d'altronde gli fu posto a fianco quasi come guida e luogotenente, facendolo venire di Barberia, Arnaut Memi corsaro famoso e già vecchio, il cui nome vedremo figurare anche nella narrazione delle cose del Campanella. Ed appunto nel d.^to anno 1594, il Cicala, venuto nella fossa di S. Giovanni con 95 galere, saccheggiò Reggio co' suoi casali, e poi Vibona, Catona, Condeianni, S. Nicola, Ardore, la Motta Bovalina, Cirò, Soverato, Montepavone, quattordici terre in tutto, distruggendo non solo le immagini de' Santi, le campane, le Chiese, le ossa di Mons.^r Gaspare Ricciulli stimato Santo, le torri di guardia, le superbe stalle che il Governo teneva in Bovalina per le razze, ma ancora gli aranceti, gli oliveti, le vigne, le moltissime piantagioni di gelsi che servivano all'industria della seta tanto diffusa in quella regione. Era stato mandato contro di lui Carlo Spinelli, che dovrà pure figurare moltissimo nella nostra narrazione, e costui, senza forze sufficienti, non seppe far altro che ordinare la ritirata anche de' terrazzani ne' luoghi alpestri, lasciando al Cicala tutto l'agio di devastare il paese a suo talento[227]. Ma le necessità della guerra lo fecero richiamare all'esercito, e nel 1596 fu l'eroe di quella battaglia di Agria che lo innalzò all'apice della sua gloria. Come è noto, l'Arciduca Massimiliano con Schvarzenberg e Tauffenbach, col Principe di Transilvania e Palfy, a capo di un grosso esercito composto di alemanni, ungheresi ed italiani, sbaragliò i turchi in modo da penetrare fin nel loro campo, e il Cicala, comandante della retroguardia, dovè avvertire il sultano Mehemet III che si salvasse, come difatti si salvò fuggendo co' suoi Spahi fino a Solnoc e Buda: ma poco dopo, calcolando che i cristiani dovessero trovarsi occupati a svaligiare le tende, il Cicala li sorprese e ne fece un macello, impadronendosi anche di tutta l'artiglieria e del bagaglio; morirono così 40 capi principali e tra essi i due Duchi di Holstein, morirono quasi tutti gl'italiani co' Conti Pietro di Collalto e Giulio Cesare Strasoldo, si salvò a stento l'Arciduca Massimiliano a Cassovia e il Principe di Transilvania a Tokai. All'annunzio inaspettato di sì gran vittoria, come scrisse il Bailo a Venezia, «il Sig.ºr in premio della virtù e valor del Cigala in quella fattione si cacciò dal tulpante un pennacchio e glie lo diede, creandolo gran Visir; la Sultana ne fu turbatissima» (la Sultana madre protettrice del Visir Hibraim). Poco dopo fu reintegrato Hibraim, «Cigala fu lasciato in Adrianopoli, il Sig.ºr era malinconico»; ma il Cigala fece dire da parte sua al Sig.ºr, che «se voleva esser Re et Imperatore, non doveva ascoltar la madre», e la Sultana in gran collera lo fece relegare ad Erzerum, e lo minacciò anche di farlo strangolare. Passò così tutto l'anno 1597, ma in aprile del 1598 «il Cigala fu dichiarato Capitano del mare, la Sultana madre del Sig.ºr minacciata di relegazione in Amasia o ritiro nel serraglio»[228]. Quest'ufficio era molto desiderato dal Cicala, tanto che lo si vide più tardi rifiutare il Visirato per rimanere nel Capitanato del mare, sia perchè vi godeva maggior riposo, avendo già 54 anni di età passati in molti travagli, sia perchè gli fruttava un 40 mila zecchini l'anno, ed egli avea bisogno di conciliarsi co' donativi il favore del Serraglio. I Baili Veneti non lo vedevano bene, poichè non era punto affezionato a Venezia, «dicendo, benchè nato in Messina, di discender da Genova, patria naturalmente poco amica a questa Ser.^ma Republica»; eppure il solo suo amico fidato era il Capi-Agà, veneziano rinnegato, poichè veneziani, genovesi, corsi, napoletani ed anche calabresi in buon numero occupavano allora grossi ufficii nell'impero ottomano. I Baili lo dichiararono sempre sprezzatore di chicchessia, arrogante perfino col Sultano, bugiardo, ingannatore, avaro; tuttavia non mancarono mai di riconoscere in lui certe grandi qualità, e non lasciarono mai nulla intentato per renderselo propizio, come per ispiarne ogni passo. Già nella condotta de' Veneti in Costantinopoli, quale risulta dal Carteggio de' Baili, non si saprebbe cosa ammirare di più, se la pieghevolezza e la pazienza, o l'astuzia e l'impiego opportuno di tutti i mezzi atti all'acquisto di buone intelligenze e buone informazioni; oltre i zecchini, erano sempre distribuiti con giudizio rasi, velluti, cristalli, orologi, e verso il Cicala Capitano del mare si usava una larghezza anche maggiore. La Repubblica gli regalava 2 mila zecchini ogni anno, perchè, dicevasi, tenea sgombro il mare da' pirati, e quando giungeva a Corfù e Zante, gli faceva dare non solo il presente in moneta ma anche ciò che poteva piacergli in vettovaglie fresche; un presente gli era del pari dato dalle navi veneziane, dovunque egli ne incontrasse nelle sue escursioni, e la Repubblica non ci trovava a ridire. In Costantinopoli poi, alla sua partenza come al suo arrivo, visite, complimenti e regali. Si compiaceva di pitture, e il Bailo gli manda miniature; altra volta gli manda lastre di vetro, carte di cosmografia, libri di storia, «per raddolcirne l'animo»; altra volta egli stesso chiede un orologio da tavola, «di quelli che battono forte»; la moglie, guastatosi un orologio, lo manda a casa del Bailo per farlo accomodare, e il Bailo le compiace e ne fa sempre relazione a Venezia. Ma «non legge prontamente franco (_int_. italiano), e si «fa leggere le lettere da persone che l'intendono», e il Bailo per le sue vie coperte giunge ad avere da queste persone copia delle lettere a misura che arrivano dall'Italia e le trasmette a Venezia; in tal guisa si hanno le copie delle lettere di Carlo suo fratello e diverse piccanti informazioni circa l'affare del Ducato di Nixia, che al Papa, alla Spagna, a' Vicerè di Napoli e di Sicilia parve una bella occasione per avere in mezzo a' turchi un uomo devoto a' cristiani, mentre al Bassà Cicala era parsa una bella occasione per attirare il fratello e la vecchia madre alla religione musulmana. Egualmente, dentro l'arsenale di Costantinopoli e a bordo delle galere che uscivano nelle escursioni annuali, sempre che poteva, il Bailo teneva qualche uomo di sua fiducia, il quale in determinate circostanze ed al ritorno dalle escursioni era interrogato in forma legale con giuramento, e la copia dell'interrogatorio veniva trasmessa in cifra, al pari di tutta l'enorme corrispondenza, a Venezia.