Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 2
Il D'Ancona si occupò della congiura, ma attenendosi puntualmente alla Narrazione pubblicata dal Capialbi e già dettata dal Campanella, comunque di tale provenienza non si fosse mostrato persuaso: ed è facile intendere a quali conclusioni si fosse avviato, con la scorta della esposizione fatta da un uomo carcerato da oltre un ventennio, e destinata ad informare i Giudici che doveano ancora sentenziarlo. Volle seguire strettamente la massima, che «quando gli autori parlano di sé stessi, sempre alle loro attestazioni prima che alle altrui devesi ricorrere»; la quale massima per verità non avrebbe escluso un ricorso serio alle attestazioni altrui, trattandosi di un autore imputato di fatti gravissimi, in pericolo di pessima morte, e quindi in necessità di difendersi anche nascondendo e ingarbugliando il vero. Trasportato da baldanza giovanile e da affetto impetuoso, il D'Ancona emulò il Baldacchini negli sdegni contro il Giannone, pescò appena, per deriderla, qualche strana, o maligna, o insulsa testimonianza inserta negli Atti giudiziarii, abbracciò tutti in un fascio i ricordi de' processi sofferti dal Campanella in tempi e luoghi diversi, e conchiuse sommariamente essere «inventata la congiura...; mattissima accusa che per mezzo de' Turchi volesse piantar la repubblica...; impossibile ch'egli volesse farsi Re...; impossibile ch'egli volesse proclamar nuova legge e nuova religione...; ribalderia credere ch'egli macchinasse col Turco...; sciocchezza presumer un'alleanza fratesca» etc. etc.[7]. Non credè di dover porre a riscontro della Narrazione del Campanella una narrazione condotta con elementi cavati dagli Atti giudiziarii; percorse questi Atti, pubblicò anche due di essi come abbiamo già riferito più sopra, e per gli altri si limitò a ripetere l'annunzio che li avrebbe pubblicati il Centofanti; ma degli Atti medesimi da lui pubblicati, come di quelli percorsi, non mostrò di avere acquistata una conoscenza chiara. Infatti, dando l'Elenco de' 24 ecclesiastici incriminati, a capo de' quali il Campanella, mostrò di credere che fosse quella la lista di tutti i congiurati rimasti in iscena, e non vide che ci erano rimasti ancora più che cento laici, senza contare che taluni altri erano stati già puniti con l'estremo supplizio, secondochè il Carteggio dell'Agente di Toscana facea pure conoscere. Dando il doppio Breve, mercé cui Clemente VIII nominava i Giudici della congiura per gli ecclesiastici, con facoltà di amministrare le torture etc., continuò a parlare di Spagna e di spagnuoli che processarono e torturarono il Campanella, mentre ogni cosa fu veramente fatta ad istanza del Governo Vicereale, ma da Delegati Apostolici, dietro ordini formali emanati da Roma: vedesi per altro questo errore professato da tutti coloro i quali hanno più o meno trattato del Campanella, come se non vi fosse stata a que' tempi l'immunità ecclesiastica, e da ciò può bene argomentarsi quanto le nozioni sulle cose del Campanella si trovino fuori via. Citando poi la Requisitoria del fiscale, il d'Ancona l'attribuì allo Xarava, mentre una lettera annessa al Breve, pubblicata da lui egualmente, mostrava essere stato nominato fiscale D. Giovanni Sances. Parlando delle atrocissime torture sofferte dal Campanella, ripetè con gli altri che le avea sofferte senza neppure mandar fuori un lamento (fiore rettorico assai male a proposito), mentre nell'Elenco da lui pubblicato, a fianco del nome del Campanella leggevasi «confexus». Volendo riportare le conclusioni del tribunale intorno al clerico Giulio Contestabile, divenuto accusatore del Campanella per salvarsi, scambiò le parole finali del Riassunto degl'indizii con quelle della Difesa, ed affermò essersi concluso, «ex omnibus constat notoria innocenza ipsius cl. Julii Contestabilis», mentre invece avrebbe dovuto leggere, «exulatus per quinquennium». E chiudiamo oramai queste annotazioni, le quali in verità ci procurano grandissima pena.
Venendo al Berti, dobbiamo dire che egli egualmente non ha creduto punto alla congiura, essendosi anche meno del d'Ancona occupato de' documenti raccolti, eccettuati quelli raccolti da lui medesimo. Già trattando di Giordano Bruno, nel 1868, egli avea manifestata l'opinione, «che il processo del Campanella, meglio che da' documenti insino ad ora pubblicati, si ricava da ciò che ne dice in più luoghi delle sue opere»; di poi, avendo avuta tra mani la Denunzia de' cinque di Catanzaro, e trovati gli Articoli profetali e l'Apologia che vi è annessa, su questi documenti appunto si è poggiato, per sostenere essersi il Campanella soltanto dato «ad annunziare in privati colloquii e dal pergamo, così a' laici come a' chierici che scossi dalla sua facondia gli si stringevano intorno» vaticinii astrologico-mistici di prossimi mutamenti; e però ha stabilito che «in questi vaticinii, e più ancora nelle aggiunte che a quelli altri frati facevano ripetendoli, è da cercarsi in gran parte la spiegazione del fatto cui si diè nome di congiura». Ha ammesso che arbitrariamente Maurizio de Rinaldis bandito, per mutare la sua fortuna, avesse iniziato pratiche presso i turchi, e che fra Dionisio Ponzio, esaltato per le profezie del Campanella, avesse del pari arbitrariamente iniziato pratiche presso alcuni cittadini di Catanzaro; ha ammesso che il Campanella non avesse sconsigliato i più animosi dal porsi con le armi in mano sulle montagne al fine di premunirsi contro i futuri rivolgimenti, ma in somma ha conchiuso: «le deposizioni processuali nulla palesano che accenni a congiura; lo stesso Rinaldis ed il frate Dionisio non avevano forse complici, ma operarono entrambi di loro arbitrio; nissun fatto si recò nel processo che provasse che Campanella fosse capo di congiurati e che una congiura propriamente detta fosse stata ordita in Calabria; quindi i giudici non poterono profferire, per quanto ostili, una sentenza di condanna contro esso; laonde, trascorsi pochi anni, venne il processo sospeso, e gli ufficiali regi, non sapendo come trarlo legalmente a morte, stettero contenti di ritenerlo nella terribile sepoltura del carcere»[8]. In verità le deposizioni processuali si possono impugnare e ripudiare, o per lo meno valutare in un senso assai meno grave; ma sarebbe impossibile provare co' documenti raccolti che i Giudici le avessero valutate in tal guisa, e che sia stato quello indicato dal Berti l'andamento del processo, del quale per altro egli non ha fatto conoscer nulla, essendosi limitato a darne un semplice annunzio in una quindicina di versi. Il primo Breve Papale, pubblicato dal D'Ancona, mostra che avrebbero dovuto profferire la sentenza di condanna due sole persone, il Nunzio Aldobrandini, che non era già il Card.^le Aldobrandini ma il Vescovo di Troia, e il magistrato clerico D. Pietro de Vera, entrambi Delegati del Papa; nè dipese punto dal Nunzio, come si rileva molto bene dal suo Carteggio pubblicato dal Palermo, il non aver profferito la detta sentenza, e l'essere quindi il Campanella rimasto nelle carceri dello Stato, dove trovavasi rinchiuso appunto col consenso del Nunzio. L'Elenco degl'incriminati ecclesiastici, pubblicato egualmente dal D'Ancona, mostra che il Campanella era ritenuto da' Giudici «confexus», e il Carteggio anzidetto lo suggella, spiegando pure in termini non equivoci come «reputandosi l'uno confesso che è il «Campanella, et l'altro convinto che è il Pontio, potrà facilmente «essere la fine delle loro cause il degradarli e darli alla Curia «secolare», vale a dire mandarli al patibolo. Lungi dunque dal non aver trovato nelle deposizioni processuali fatti che provassero il Campanella essere stato capo di congiura propriamente detta in Calabria, i Giudici Apostolici vi aveano trovato questi fatti pienamente, come ve l'aveano trovato anche dal canto loro i Giudici Regii per gl'infelici laici, onde parecchi di costoro erano stati riconosciuti colpevoli di «tentata ribellione» ispirata dal Campanella, e quindi trascinati, attanagliati, impiccati, squartati. Ed accenniamo appena che furono riconosciuti numerosi complici ma non tra' frati; che nelle deposizioni processuali c'è il fatto di un importante colloquio del Campanella con taluno de' firmatarii di quella Denunzía, su cui il Berti si è fondato per provare l'opposto; che volendo stare alle sole assertive consegnate in qualche documento senza il riscontro degli altri, massime poi alle sole assertive del Campanella, si corre certo rischio di essere trasportati assai lungi dal vero. Ma basti aver mostrato che lo studio minuto de' documenti delle diverse categorie non è stato fatto.
Poco ci tratterremo su coloro i quali non si sono occupati di proposito della congiura del Campanella. Citeremo in primo luogo il prof.^re Bertrando Spaventa, che ne' suoi Saggi di Critica filosofica riprodusse una carica a fondo sul lavoro del D'Ancona, già da lui pubblicata poco dopo la comparsa di tale lavoro[9]. Ma la natura medesima della critica dello Spaventa lo condusse a discettare in modo speculativo sul lavoro del D'Ancona, anzichè a studiare i documenti, mediante i quali avrebbe confermato non essere stato reso bene il carattere del Campanella, e avrebbe avuto modo di renderlo egli stesso con maggiore esattezza. Del resto lo scopo suo principale fu manifestamente quello di aprirsi la via alla esposizione e alla critica delle dottrine filosofiche del Campanella, sul quale tema egli si mostrò, come ognuno lo conosce, profondamente versato.
Citeremo in secondo luogo il prof.^re Francesco Fiorentino, che nel suo magnifico libro sul Telesio, discorrendo de' casi del Campanella, si spinse un poco piú addentro nelle cose della congiura, ma dando molta importanza al Bassà Cicala, che ritenne essere stato un calabrese cosentino, nominato Pietro Cicala, già compagno di Marco Berardi divenuto poi popolare col nome di Re dei monti, essendo entrambi sfuggiti al carcere e al rogo inquisitoriale. Il Campanella avrebbe volto l'occhio a lui, conoscendolo odiatore degli spagnuoli per amore della Calabria[10]. Pertanto la storia veramente ci mostra il detto Bassà essere stato un messinese, oriundo genovese, a nome Scipione Cicala, preso da' turchi nella sua adolescenza, e non amico ma devastatore di Reggio e di molti altri paesi della Calabria nel 1594, sotto gli occhi del medesimo Carlo Spinelli che fu poi il persecutore del Campanella. Del resto il Fiorentino riconobbe appieno nel Campanella il merito del «sublime ardimento, che non può annidare in animi volgari, e che perciò o fu discreduto o parve follia»; ma non entrava nel disegno del suo libro il discutere i particolari di tale ardimento.
Citeremo inoltre l'insigne patriota e prof.^re Luigi Settembrini, che in fatto di cospirazioni nel Napoletano non si potè mai dire davvero poco informato. In un Elogio di Michele Baldacchini egli ebbe occasione di parlare della congiura del Campanella, e diede un'importanza incomparabilmente maggiore al Cicala, ritenendolo del pari calabrese ma qualificandolo diversamente. Secondo lui, tutti coloro i quali scrissero la vita del Campanella non tennero molto conto di quell'uomo straordinario che fu il Bassà Cicala: costui «fece nascere e fu occasione» alla congiura, cui «presero parte alcuni Vescovi, alcuni baroni, molti ecclesiastici e molti banditi, e per dilargarsi fra tanti avea dovuto essere meditata da lungo tempo, e se aveva un capo non fu il Campanella, il quale era tornato da poco a Stilo e non poteva muovere tutta quella macchina, nè dal processo che si fece apparisce esserne stato egli l'autore, ma vi entrò tardi e vi operò a suo modo». In somma, con quella sua vivissima fantasia che lo rendeva tanto caro a chiunque ebbe la fortuna di avvicinarlo, egli voleva che fosse attribuita la più gran parte in questa congiura a «Dionisio Cicala», secondo lui già povero contadino calabrese di Castelli, paesello non molto lontano da Stilo, fatto schiavo mentre tagliava erbe in campagna, e divenuto poi conquistatore di Tunisi cacciandone gli spagnuoli, parente del Sultano, Vicerè in Tunisi, Tripoli ed Algieri, famoso capitano a Lepanto, col nome di Ulucci-Alì[11]. Ma certamente egli confondeva con Scipione Cicala, divenuto Bassà Cicala o Sinan-Bassà che fu veramente in rapporto co' congiurati mossi dal Campanella, un altro capitano di mare antecessore del Cicala, che fu propriamente Ucciali-Alì, detto anche Ucchiali-Alì da' suoi conterranei, Uluge e Chilige-Alì da' turchi, Uluzzi-Alì da' veneziani, fatto schiavo da Dragut nel modo suddetto, e divenuto celeberrimo nell'impero ottomano, come l'attestano le Relazioni di molti Baili Veneti pubblicate dall'Albèri, oltre alle Memorie del Sagredo[12]; riesce poi superfluo dire che gli Atti processuali, citati dal Settembrini, mostrano le cose in modo ben diverso. — Non taceremo nemmeno che il racconto del Settembrini, insieme con la Denunzia dal Berti creduta inedita, ispirò al dotto magistrato Francesco Sav.º Arabia le sue Scene sul Campanella, e in una prefazione, con quella competenza che lo distingue, egli fece una giustissima critica della Narrazione del Campanella tanto apprezzata dal Capialbi e dal D'Ancona come fondamento di storia, senza entrare per altro nella disamina degli Atti processuali, che gli avrebbero fatto ripudiare anche Ulucci-Alì e la Denunzia[13].
E qui ci fermiamo, aggiungendo solamente essere stato dimandato in questi ultimi mesi, non ricordiamo più da chi ma non in Napoli, se il Campanella non dovesse dirsi «una specie di Lazzaretti abortito sul nascere». Per conto nostro non esitiamo a rispondere, che siffatta rassomiglianza non è solo irriverente, ma addirittura sciagurata. Il carrettiere di Arcidosso, che iniziò la sua missione profetica con le truffe, e la continuò in buono accordo coi clericali di Francia e gli arrabbiati della Curia Romana contro la patria divenuta libera ed una, non ha proprio nulla di comune col filosofo di Stilo, che tutto sacrificò pel grandioso concetto di liberare la sua patria dal doppio giogo di Spagna e di Roma; l'impresa del carrettiere di Arcidosso è stata veramente una macchia per la Toscana, mentre l'impresa del filosofo di Stilo fu una gloria per la Calabria. Ma in somma riesce evidente che si è pur sempre lontani, molto lontani, dall'avere studiato i documenti atti a chiarire le cose del Campanella.
II.
Da alcuni anni, ricercando in Italia ed anche nell'estero notizie e documenti intorno a' vecchi medici e naturalisti napoletani, ci siamo imbattuti in gravi scritture finoggi ignorate intorno al Campanella; e quantunque sapessimo che non ce ne sarebbe venuto plauso da un grosso numero di persone, che nulla ama, nulla venera e nulla sa, incapace di comprendere altro che l'arte proficua alimento unico degli spiriti volgari, ci siamo sobbarcati a dure fatiche per trarne le copie. Basta citare il Processo di eresia, che giustamente il Berti dice essere «rimasto del tutto ignoto», e che, passato in tre diverse collezioni private con altre scritture di S. Officio riferibili più o meno direttamente al Campanella, è stato da noi raccolto e trascritto, risultandoci una copia di due grossi tomi in folio, complessivamente di 1412 pagine. Un'altra raccolta, assai meno voluminosa ma non meno importante, è stata quella del Carteggio ufficiale del Viceré di Napoli con la Corte di Madrid sulla faccenda del Campanella, rinvenuto nel vecchio Archivio di Spagna in Simancas, dove ci eravamo recati per le nostre primitive ricerche. Decisi a partecipare al pubblico le cose che possedevamo, ci siamo successivamente tenuti in obbligo di occuparci di proposito anche del Campanella in quanti Archivii e Biblioteche ci è stato possibile visitare, per arricchire sempre più la nostra raccolta, rivedendo in pari tempo ciò che era già noto, per acquistarne nozioni complete ed estenderle maggiormente all'occorrenza. Così in Madrid, in Dublino (dove sapevamo trovarsi non meno di 66 volumi di carte di S. Officio tolte nel 1848 all'Archivio dell'Inquisizione Romana), in Londra, in Parigi, in Montpellier, e poi nelle Biblioteche e negli Archivii di Stato di Torino, di Venezia, di Modena, di Firenze ed Urbino, di Roma, di Napoli, abbiamo cercato ciò che poteva esservi di manoscritti, di lettere, di documenti e notizie di ogni specie tanto sul Campanella, quanto sulle molte e diverse persone che da' documenti raccolti risultava aver figurato intorno a lui, come amici, nemici, fautori, persecutori, giudici etc.; e dobbiamo dire che le nostre fatiche sono riuscite tutt'altro che vane. Anche nel Grande Archivio di Napoli, di dove erano venute fuori, l'una dopo l'altra, due lettere di Soprintendenti che attestavano non trovarvisi nulla intorno al Campanella, abbiamo trovato varie cose intorno a lui, oltrechè moltissime intorno a coloro i quali furono più o meno in relazione con le cose sue[14]. Nè abbiamo poi mancato di procurarci l'ingresso nell'Archivio della Compagnia dei Bianchi di giustizia, per cavarne i particolari delle esecuzioni e delle discolpe de' calabresi che si conosceva essere stati giustiziati in Napoli; nè abbiamo mancato di rovistare i Libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo, per cavarne notizie su varii nomi, che in ispecie i nuovi documenti ci aveano fatto conoscere.
In tal guisa siamo pervenuti a raccogliere una quantità di documenti abbastanza notevole, alcuni pochi de' tempi anteriori alla congiura ed a' relativi processi, altri ben numerosi de' tempi della congiura e de' processi, altri pochi de' tempi posteriori: e sotto questa triplice categoria li pubblichiamo in un volume aggiunto alla nostra narrazione, ma riportandovi le sole scritture riferibili strettamente a' fatti e persone della congiura ed eresia, mentre le molte altre scritture riferibili a' tanti fatti e persone che vi hanno un'attinenza meno stretta o semplicemente relativa, son riportati a piè di pagina là dove nella narrazione accade di doverne discorrere. Né abbiamo esitato ad includervi anche parecchi documenti editi, non tacendo mai siffatta loro qualità, semprechè ci sieno apparsi di molto interesse per la piena intelligenza dell'argomento, ovvero ci sia occorso di farvi correzioni ed aggiunte nel rivederne gli originali, la qual cosa possiamo dire esserci occorsa piuttosto sovente.
Ma in ispecie per la categoria, de' documenti de' tempi della congiura e de' processi, gioverà qui fare una rassegna che ne dia qualche notizia determinata, contemplandone i diversi capi o gruppi.
I. _Carteggio Vicereale con la Corte di Madrid._ — Son 40 documenti rinvenuti ne' fasci di carte che in Simancas si trovano sotto la rubrica «Secretaria de Estado, Negociacion de Napoles»; fanno parte del «Legazo 1096, Leg. 1097, Leg. 1099» (anni 1598-99, 1600-01, 1603), e qualcuno trovasi nel Leg. 1095 (an. 1596-97) per una di quelle lievi anomalie inevitabili negli Archivii; principalmente per siffatto motivo estendemmo le ricerche fino al Leg. 1106 (an. 1610-11), ma senza frutto. Vi figurano oltre venti lettere originali del Vicerè, quasi sempre dirette a S.M.^tà Cattolica, ed una in minuta della medesima M.^tà diretta al Vicerè, otto copie di lettere di Carlo Spinelli, il crudele repressore della congiura, ed una di D. Luise Xarava, il feroce Avvocato Fiscale, dirette al Vicerè, inoltre diverse relazioni appartenenti ad un Commissario, ad un Capitano, ad un Agente in Roma, una copia della prima Informazione presa da fra Marco il Visitatore e fra Cornelio di Nizza ed un'altra del Breve Papale che istituì il Tribunale per gli ecclesiastici ribelli (questi ultimi due documenti analoghi a quelli che già si conosce trovarsi in Firenze; del resto il primo di essi più importante, perchè mostra in appendice essere stata comunicata a Giudici laici la copia di un'Informazione di S.^to Officio). Ma vi brillano massimamente l'importante Denunzia testuale di Lauro e Biblia, e l'importantissima Dichiarazione scritta dal Campanella, da lui rilasciata all'Avvocato Fiscale poco dopo la sua cattura. Tutti questi documenti non rappresentano il Carteggio intero, poichè vi sono indizi di diverse lacune, e d'altronde vedremo tra' documenti rinvenuti nell'Archivio di Napoli qualche altra lettera di S.M.^tà la cui minuta non si trova in Simancas: ma costituiscono ciò che n'è rimasto in que' fasci di scritture, e riferendosi quasi per intero all'ultimo quadrimestre del 1599, illuminano abbastanza lo svolgimento delle cose di Calabria, la qualità e quantità de' congiurati, le vedute del Governo e de' suoi ufficiali, le vedute di Roma, la parte attribuita al Turco, i severissimi provvedimenti adottati. Sono scritti quasi sempre in lingua spagnuola e così saranno riportati, potendosi lo spagnuolo intendere senza difficoltà dalla gente latina. Bisogna solo avvertire che la lingua vi è abbastanza impura, l'ortografia consentanea al tempo, la punteggiatura poi deficientissima e molto irregolare, non trovandosi nell'originale che pochissime virgole e sovente gittate a caso: questa punteggiatura soltanto ci è parso necessario di migliorare, per rendere sempre più agevole l'intelligenza del testo; nel rimanente si è cercato di serbare la più scrupolosa fedeltà. Queste stesse avvertenze vanno fatte pe' pochi documenti in italiano ed in latino che vi si trovano compresi: essi sono stati copiati da ufficiali spagnuoli del tempo, e naturalmente questa circostanza vi si fa sentire non poco[15].