Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 19

Chapter 192,879 wordsPublic domain

Passiamo a vedere le controversie ed inimicizie tra' privati, le controversie tra' componenti la R.ª Audienza, i banditi e forgiudicati. In ogni tempo i municipii della Calabria e della più gran parte del Regno, massime i più notevoli, erano stati travagliati dalle fazioni per diverse cause; in generale pel «possesso del reggimento» come allora si diceva, ossia per la riuscita nelle elezioni municipali, talvolta per fatti assolutamente privati, non esclusi quelli relativi agli amorazzi, assai più sovente pel semplice gusto della prepotenza ed anche per la necessità del soverchiare a fine di non essere soverchiati; da ciò l'aggrupparsi, l'offendere, il menar le mani, il divenire assassini e perfino predoni, anche quando si era già prima dato prova di nobili istinti e di tutt'altro genere di vita. Egualmente in questo si notava una recrudescenza, al tempo in cui il Campanella tornava in Calabria e si riduceva a Stilo; la cosa è provata da molti documenti che ne rimangono nell'Archivio di Stato. Vedremo più in là le fazioni di Stilo: per ora vogliamo dire che nella capitale e nella più considerevole città della Calabria ultra, già capitale fino al 1592, in Catanzaro ed in Reggio, fervevano le lotte in modo atroce, e romoreggiavano pure in Cosenza, in Rogliano, in Cassano, principalmente in Rossano, senza contare le terre minori. Anche qui citeremo i fatti del 1598-99 e di qualche altro anno successivo, per mostrare che il calore di queste lotte non si estinse nemmeno con le peripezie sofferte per la congiura. In Catanzaro si contrastavano da un pezzo l'amministrazione municipale da un lato i Morano e d'altro lato i Piterà aiutati dagli Spina, e questa lotta ebbe poi le sue conseguenze nello sviluppo de' fatti della congiura, come non a torto notò il Residente Veneto, sebbene vagamente, in una delle relazioni inviate al suo Governo[197]. Gio. Geronimo Morano, che vedremo figurare nel modo più sinistro quando la congiura fu scoverta, avea goduto lungamente i beneficii dell'amministrazione municipale, traendone anche profitto col procedere nella qualità di Sindaco, per parte della città, all'acquisto di una casa appartenente a suo fratello Gio. Battista, destinata per residenza del tribunale della R.ª Audienza; il Vicerè non mancò di chiederne spiegazioni, e furono fatti anche processi contro alcuni de' Morano ed alcuni de' Piterà, per ridurli più facilmente alla pace sotto cauzione, ma pur troppo senza successo; del resto non potremmo in poche parole esporre le violenze dell'uno e dell'altro gruppo di contendenti. Appunto nel 1598, l'elezione municipale in Catanzaro era stata impossibile per le difficoltà e nullità poste in campo da una delle fazioni, e dovè compiersi successivamente «col braccio» ossia coll'intervento della R.ª Audienza, che incontrò pur essa talune difficoltà: per qualche tempo ancora le elezioni non poterono farsi altrimenti, e gli Spina finirono poi col venire a vie di fatto contro i Morano, e un Maurizio Spina assaltò i figli di Gio. Geronimo e ne ferì uno nel braccio[198]. In Reggio il caso era anche più violento, ma per un fatto di onore passato tra due primarie famiglie, i Del Fosso e i Serio, postisi in armi coll'aiuto rispettivo dei Melissari e de' Monsolino, pe' quali parteggiarono ancora variamente taluni de' Filocamo, de' Laboccetta, de' Sagrignano, de' Baroni; da ciò il sorgere e persistere di una quantità di banditi, l'intimazione di una grossa sfida, l'uccisione di alcuni caporali incaricati della carcerazione de' più riottosi, l'assassinio di fra Paolo Monsolino cavaliere di Malta sugli scalini della Chiesa del Rosario, il rifugio dei Melissari colpevoli in questa Chiesa, la loro estrazione violenta da essa per parte degli ufficiali Regii, e i soliti interminabili conflitti di giurisdizione coll'Arcivescovo, onde l'Archivio di Stato e poi anche il Carteggio del Nunzio forniscono del pari notizie moltissime. Sin dal 1596 Gaspare del Fosso, figlio di Tommaso Sindaco de' nobili in Reggio, essendosi vantato di aver goduta una Signora, a quanto sembra, de' Serii, diè motivo all'inimicizia capitale tra le due famiglie e loro parentele. Inutilmente fu nel 1597 mandato l'Auditore Riccardo per la pacificazione; bisognò mandarvi nel 1598 l'Avvocato fiscale Xarava, che catturò e pose sotto processo Gio. Paolo Melissari, Geronimo Filocamo e Matteo Monsolino; non di meno, essendo liberi Fabrizio del Fosso e Gio. Domenico e Geronimo Melissari fratelli di Gio. Paolo, si preparò nel 1599 la sfida, con una grande agitazione della città, sotto i capi Francesco Pesello e Domizio Barone, sventata poi con la carcerazione di costoro; alcuni omicidii seguirono tale carcerazione, e dovè essere inviato nel 1600 l'Auditore Barbuto per le debite inquisizioni, ma sempre senza risultamento, sino a che non fu ucciso Paolo Monsolino ed eseguita la cattura violenta de' Melissari uccisori. La lunga durata di questa lotta, la partecipazione in essa d'individui fatti venire dalla Sicilia, l'occupazione di più paesi vicini per parte delle bande delle due fazioni, gli allarmi continui per le offese che s'infliggevano, tennero veramente agitato il paese in una zona ben più larga di quella di Reggio[199]. Ricorderemo ancora, perchè da un certo lato connessa co' fatti della nostra narrazione, la breve ma atroce lotta verificatasi in Cosenza tra Maurizio Barracco e Ireneo Parisi, entrambi cavalieri di Malta «potenti e di molto parentato»; il Barracco era anche persona culta, come lo attestano le Commedie che di lui ci sono rimaste[200]. Appunto nel 1598, posero entrambi mano alla spada e non se ne sa il motivo, ma intervennero subito alcuni cittadini, memori delle gravi lotte tra' Parisi e i Cavalcanti che aveano già lungamente travagliata la città, e li divisero; intervenne anche il Governo, e potè avere nelle mani fra Maurizio Barracco ma non fra Ireneo Parisi, che giunse a mettersi in campagna, e con un suo fratello egualmente cavaliere, fra Pietro Antonio, diè principio alle solite imprese. Non sappiamo in qual modo, ma sappiamo con certezza che nel 1600 fra Maurizio Barracco era stato già ucciso, e fu fatta grazia agli uccisori probabilmente sicarii, pe' meriti acquistatisi da uno de' denunzianti della congiura[201]. Infine menzioneremo appena le lotte violentissime di Rogliano, che fervevano appunto nel 1598 tra' Ricciulli e Lelio De Piro da una parte, e Pietro Toscano, Giulio De Piro, Giovanni Stefano e Pietro Arabia, e Desiderio Gio. Cotta dall'altra; dippiù quelle di Cassano tra i Durabili, i Siena, i Paterini ed altri, nelle quali allora si contavano già morti e feriti; da ultimo quelle di Rossano tra i Toscano e gl'Interzato, divenute atroci per essere stato Giulio Toscano ferito a morte da Scipione Interzato, e rese in sèguito anche più gravi per l'uccisione di Fabrizio Toscano da parte di fra Scipione Strambone, Gio. Vincenzo e Gio. Battista Cito, uniti a fra Giuseppe, Scipione e Giulio Interzato[202]. Di tutte queste inimicizie si risentivano gravemente non solo le città, ma anche le campagne, essendone una conseguenza delle più tristi l'aumento de' banditi e non dell'infima classe: appunto nel 1598 il Vicerè riconosceva tale fatto, ed approvava che «saria de molto proposito procurare de pacificare le inimicitie predette con legarli de bona pleggeria»; ma questo precisamente non era così facile, e potea far verificare anche le solite quistioni allorchè si trattava, come spesso si trattava, di cavalieri di Malta. E però, ad occasione delle inimicizie di Rossano, nello stesso anno il Vicerè scriveva al Governatore di «non intromettersi nelle paci»[203].

Quanto alle lotte tra' componenti la R.ª Audienza, ecco ciò che possiamo dirne, con la scorta de' documenti da noi trovati. Era Governatore della provincia di Calabria ultra D. Alonso De Roxas de Anoya, che è stato detto pure De Roscias, De Roggias, De Rosas e De Rojas, senza dubbio pel desiderio di riprodurre alla meglio il suono ovvero la forma della _chôla_ con cui scrivevasi il suo cognome in castigliano; erano membri dell'Audienza, che egli presedeva, gli Auditori Annibale David e Vincenzo Di Lega, i quali principalmente figurano nelle cose del Campanella, ma anche Antonio Santamaria, Gio. Lorenzo Martire, un Consaga, un Miranda, i quali troviamo sparsamente nominati nelle scritture di quel tempo; teneva l'Ufficio di Avvocato fiscale D. Luise Xarava, ed aggiungiamo pure che funzionava da Segretario dell'Audienza Guarino de Bernaudo, sostituto con pubblico istrumento a Camillo Passalacqua che godeva la Segreteria di entrambe le provincie di Calabria. D. Alonso de Roxas, sempre citato dal Campanella sotto l'aspetto più favorevole, apparteneva alla prima nobiltà (vedremo che la Viceregina Contessa di Lemos gli era parente), apparteneva quindi al numero de' privilegiati che si facevano presto una posizione. Nel 1594 lo troviamo provveduto dell'ufficio di Capitano di Lanciano, con una condizione che basta essa sola a faro intendere come agisse il Governo spagnuolo, vale a dire «non obstante che non vaca, per ordine di sua Excellentia»; nel 1595 lo troviamo Capitano di Cotrone[204]. Ma nel 1598 dovè essere incaricato interinalmente dell'ufficio di Governatore, Preside o Vicerè della Calabria ultra, come allora anche si diceva magnificando ogni cosa, in sostituzione di D. Francesco de Regina Carafa Conte di Macchia; passato appunto in quell'anno dalla Calabria ultra a governare la Calabria citra. Buona pasta d'uomo, amico del quieto vivere e poco avveduto, non ismentì mai siffatte qualità in tutto il tempo in cui rimase al governo della provincia, amareggiato solamente dalle esorbitanze dell'avvocato fiscale Xarava, che egli non poteva comportare, come non aveano egualmente potuto comportarlo i suoi predecessori; del resto egli non dovea nemmeno occuparsi della persecuzione de' banditi, essendo questa affidata al Conte di Macchia che avea facoltà di attendervi in entrambe le provincie di Calabria. D. Luise Xarava del Castillo, citato sempre dal Campanella come un mostro, aveva qualità precisamente opposte a quelle del De Roxas; molti documenti abbiamo trovati intorno a lui nell'Archivio di Napoli, ma anche diverse sue lettere autografe abbiamo trovate nell'Archivio di Firenze, essendosi lui pure ingegnato di procurarsi le grazie del Gran Duca, coll'offrirgli e fargli lungamente aspettare una tavola di diaspro «una mesa de jaspe», trovata senza dubbio in Calabria ed ora forse esistente tra quelle che si ammirano nel Palazzo Pitti[205]. Granatese di origine lo disse il Campanella nelle sue poesie, ma con ogni probabilità per rilevarne «il moresco core»: ad ogni modo egli era Avvocato fiscale in Calabria ultra già da alcuni anni, e molti documenti ce lo mostrano soverchiatore e riottoso, non senza anche una certa dose di avidità, ma al tempo medesimo operoso ed energico, tanto che i Vicerè di quell'età non cessavano di dargli commissioni scabrose nella provincia, sebbene dovessero poi quasi sempre finire per dirigergli qualche rimprovero. Fin dal 1590, per essere andato sopra una galeotta di D. Pietro De Leyva, generale delle galere, senza la licenza del Governatore, egli si pose in discordia con costui, e il Vicerè Conte di Miranda dovè intervenire a biasimare l'uno e l'altro[206]. Nel 1594 lo stesso Conte di Miranda gli affidava «la visione delli conti delli sindici et altri administratori del peculio dela università di Catanzaro» da dieci anni in poi, e nel 1595 gli prorogò il termine assegnatogli per tale commissione[207]: naturalmente egli dovè così riuscire bene accetto ad una e odioso a un'altra delle due fazioni che si laceravano in Catanzaro. Il Vicerè Conte di Olivares, dal 1596 in poi, gli affidò egualmente diverse missioni ed ebbe più volte a mostrarsi dispiaciuto di lui pel suo carattere. I contrasti, i diverbî, i soprusi da parte sua riescono abbastanza notevoli, qualche volta rasentano perfino il comico, e gioverà averne notizia, trattandosi di un individuo di tanto interesse per le cose del Campanella. Nel marzo 1596 il Vicerè è costretto a scrivere all'Audienza che faccia osservare all'Avvocato e al Procuratore fiscale gli ordini che tengono: l'Avvocato maltrattava il Procuratore, al punto che mentre costui se la passava con un po' d'allegria in casa tra le persone di sua famiglia, essendo l'ultima notte di carnevale, gli mandò un suo schiavo negro a tirare molte sassate alla porta e alle finestre. Poco dopo, in aprile, il Vicerè fa sapere all'Audienza di avere scritto all'Avvocato, «da che il suo stile è di scomponersi con tutti li officiali del tribunale» che tenga ogni buona corrispondenza col Governatore e gli Auditori, avvertendo che essi debbono eseguire il simile: infatti con sua lettera quasi contemporanea scrive all'Avvocato, «semo stati informati che al spesso per l'ingiusti termini di procedere che da voi si usano turbate la quiete di questo tribunale discomponendovi tanto con il magnifico governatore di quessa provintia quanto con li magnifici auditori, non tenendo con essi la correspondentia che si ricerca et doveti, volendo voi solo componer ogni cosa con extraordinaria authorità, il che non possemo credere, che quando lo sapessimo di certo, non mancariamo di fare contra di voi le debite provisioni che si ricercano»[208]. Nella stessa data è costretto a scrivergli che non faccia «tirare a costo del R.º fisco una piazza de algozino ordinario, e cossi anco una piazza di 5 ducati il mese di soldato di campagna da doi soi criati di casa»; e più tardi, in maggio, dietro le istanze dell'Avvocato scrive al Governatore che gli restituisca lo schiavo che si trova in suo potere, donde apparirebbe che questo schiavo fosse il ministro delle prepotenze dell'Avvocato[209]. Verso lo stesso tempo vuol sapere dall'Avvocato perchè è partito dall'Audienza, malgrado l'ordine che nessuno parta senza licenza scritta, e più tardi vuol sapere perchè va poche volte al tribunale; in sèguito lo minaccia perchè non ha eseguito gli ordini di tenere bona corrispondenza col Governatore, e contemporaneamente inculca al Governatore che tenga bona corrispondenza coll'Avvocato, altrimenti provvederà, notandogli che una volta si è sdegnato con lui al punto di fargli minaccia di volerlo carcerare; se non che è costretto a dimandare all'Avvocato, come mai, dovendosi inviare un Commissario a Policastro ed essendo stato scelto dal tribunale questo Commissario, egli ne abbia poi inviato un altro[210]. Intanto, mentre gli si era ingiunto che non partisse dall'Audienza, accade un brutto fatto in Cassano, e lo stesso Vicerè ve lo manda «malgrado li precedenti ordini in contrario»; e negli anni seguenti lo manda a Reggio pe' gravi trambusti suscitati dalle lotte tra i Melissari e i Monsolino, ed egli carcera alcuni de' contendenti già menzionati altrove, ma si trova che ha fatto bandi, abbreviato i termini della forgiudica, promesso indulti, cose che nemmeno tutto il tribunale dell'Audienza avea facoltà di fare senza un ordine speciale, e quindi gli s'ingiunge di partire da Reggio e tornare all'Audienza; non di meno egli non se ne cura, e si trova dippiù che contro la volontà dell'Audienza ha fatto aprire le carceri, estrarre un carcerato e consegnarlo allo Stratico di Messina che lo reclamava, onde gli si ordina che lasci immediatamente Reggio e torni all'Audienza[211]. Abbiamo poi veduto come egli appunto venisse mandato ad estrarre dalla Chiesa il diacono selvaggio Marcantonio Capito, affrontando lo sdegno e la scomunica del terribile Vescovo di Mileto; aggiungeremo che nel 1599 lo si trova mandato per un altro affare scabroso a Tropea dove un dot.^r Francesco Blanco falso Commissario Regio con 34 soldati armati a modo di banditi faceva le parti di un vero Commissario, ed egli giunge ad arrestarne 21 col loro capo; di poi lo si trova colpito da rimproveri, per essersi intromesso in un processo condotto dal Capitano di S.^ta Agata, arbitrandosi perfino di citare il Capitano a comparire davanti a lui[212]. Questa maniera di agire dello Xarava si riscontra perfino negli anni posteriori, quando già il processo della congiura era terminato ed egli era divenuto Consigliere; e però deve dirsi che la prepotenza era nella natura sua, ma che l'energia di cui si mostrava dotato faceva tollerare dal Governo i suoi gravi difetti. Relativamente alla capacità, il Campanella, nell'Informazione pubblicata dal Capialbi, lo dichiara un ignorante in modo assoluto, «talmente che prese carcerato Gio. Francesco Branca medico di Castrovillari, perchè scrisse al Campanella c'havea fatto un libro _de adventu portentoso locustarum in Italiam_, pensandosi che _locustae_ volesse in latino dir fuste di Turchi». Forse, con la mente invasa dall'idea che ognuno tramasse per la congiura, vide anche in questo caso un gergo, ma l'equivoco sembra difficile, mentre non di rado venivano all'Audienza ordini del Vicerè per «l'extirpatione de' brucholi»; piuttosto l'aver solamente rilevata un'amicizia col Campanella lo decise per la carcerazione del Branca, ma del rimanente poteva bene appartenere a quella classe di spagnuoli che divoravano il Regno con l'aria di sapientoni, e davano origine a quel titolo di dileggio tuttora rimastovi de' «dottori della Salamanca». Certamente la qualità sua più brutta era la prepotenza e la bramosia di valere più degli altri: questa gli procurò l'avversione non solo di D. Alonso de Roxas ma anche di tutti gli Auditori. Infatti verso la fine del 1598 si verificò questo caso singolare, che l'Audienza non permise allo Xarava l'entrata nel tribunale ad esercitarvi il suo ufficio, adducendo che egli trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto, la qual cosa era veramente accaduta già da qualche tempo: e il Vicerè non approvò la condotta dell'Audienza, ed ordinò di non fare allo Xarava un simile ostacolo, il quale si può comprendere solo ammettendo che l'Audienza avesse voluto tener lontano quell'uomo divenuto odioso per la sua prepotenza[213]. Così la lotta tra' componenti la R.ª Audienza mantenevasi tra lo Xarava da una parte e tutta l'Audienza dall'altra, e ad essa si appoggiavano anche le inimicizie delle due fazioni di Catanzaro, dopochè lo Xarava avea riveduto i conti dell'amministrazione municipale; nè riesce difficile intendere quanto in pari tempo l'andamento di tutta la provincia dovesse risentirsi di un simile stato di cose.