Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 18
Proseguiamo ora a dire del Campanella, sempre con la scorta della Narrazione. «Alli 15 d'agosto poi esso Campanella andò a Stilo sua padria, dove il Vescovo di Milito era venuto a processar un Arciprete di Stignano, et Campanella andò con lui fino a Jeraci e dispiacque assai alli officiali scomunicati che havesse dato consulta di canoni e ragioni al Vicario di Nicastro et al Vescovo di Milito per aiuto delle giurdittioni. Di più tutte le città principali oltre le discordie tra gli Ecclesiastici, e Regii, erano divise in fattioni, e Stilo in particolare havea la fattione de' Carnelevari et Contestabili, et capo dell'una in campagna era Mauritio Rinaldis, et dell'altra M. Antonio Contestabile. Et in Catanzaro erano due fattioni: a l'una favoriva lo Xarava a l'altra D. Alfonso de Roxas governatore della provincia. Et tutti li conventi erano pieni di banditi particolarmente della diocesi di Milito, el Vescovo li dava de mangiare per zelo della giurdittione, quando erano assediati da sbirri. E Xarava ponea fama ch'il clero volesse ribellare».
Adunque alla metà di agosto 1598 il Campanella passò da Nicastro a Stilo, ma forse ciò accadde qualche giorno più tardi, poichè si hanno nel processo di eresia due deposizioni, che attestano essere andato a Stilo dopo un mese dal suo arrivo in Nicastro[185]. Il Pizzoni ve l'accompagnò, rimanendovi anche lui per curarsi, come attestò perfino il suo confidente Lauriana che lo servì; e vi rimase qualche mese, poichè sappiamo esser venuto nell'ottobre a far parte del convento fra Pietro Presterà di Stilo, e costui allora lo medicò con le sue mani. Frattanto nel settembre, per un'accidentale venuta del Vescovo di Mileto a Stignano, ebbe il Campanella occasione di ossequiare questo Vescovo che era Marc'Antonio del Tufo, e di andare con lui «in visita verso la marina». Tale fatto trovasi nel processo attestato dal Pizzoni, che depose ancora essere accaduto nel settembre. Il Campanella naturalmente vi andò in qualità di Teologo, e giova ricordarsene, poichè vedremo in sèguito il Governo Spagnuolo assai mal prevenuto specialmente contro il Teologo del Vescovo di Mileto, mostrando d'imputare a lui le risoluzioni violente che dal Vescovo spesso si prendevano. Non apparisce e non è plausibile che quella visita sia durata molto: ad ogni modo il Campanella nel suo ritorno si fermò alquanto in Stignano presso suo padre, come attestò parimente il Pizzoni, e poi si ridusse a Stilo nè ebbe mai più altra stanza: lo vedremo più tardi in varie escursioni, ma di breve durata, e pur sempre assegnato o meglio dimenticato in Stilo. È certo poi che le trattative di pace tra' Contestabili e Carnevali, registrate nella Narrazione subito dopo la visita fatta col Vescovo di Mileto, accaddero veramente non prima del maggio dell'anno successivo: questo risulta dal processo ed anche da altri cenni sparsi nella Narrazione medesima, sicchè non dobbiamo occuparcene per ora, e possiamo invece approfondire un poco le cose del Vescovo di Mileto, i conflitti giurisdizionali, le fazioni e inimicizie cittadine, le discordie de' componenti la R.ª Audienza, i banditi in armi nella provincia. Lo stesso Campanella più volte affermò che questo grave turbamento sociale, unito alla comparsa di fenomeni meteorologici straordinarii, lo menò a credere tanto più fermamente alla vicina fine del mondo e a predicarla, onde poi alcuni presero animo a concertarsi per una ribellione: trattasi dunque di una materia in relazioni strettissime col nostro argomento, ed è necessario occuparcene di proposito; l'Archivio di Stato in Napoli, parzialmente anche il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ce ne forniscono molti documenti, e di essi bisogna senz'altro profittare.
Il Vescovo di Mileto (latinamente Melito) si era già fatto distinguere da un pezzo pel suo modo energico di procedere nelle quistioni giurisdizionali, un po' più di tutti gli altri suoi colleghi, che pur essi non mancavano di farle sorgere ogni momento e trattarle con poca mansuetudine e nessuna misura. Egli non trovavasi in conflitto per interessi personali come il Vescovo di Nicastro, ma per principii profondamente sentiti, e quanto è dubbio che il Campanella abbia potuto richiamare sopra di sè l'attenzione degli ufficiali Regii pel conflitto del Vescovo di Nicastro, altrettanto è sicuro che abbia dovuto esser notato pe' conflitti del Vescovo di Mileto; perchè con costui egli si trovava in relazioni dirette, e da costui era stato scomunicato quell'Avvocato fiscale Xarava al quale egli attribuì tutte le sue sventure; solamente bisogna dire che abbia dovuto esser notato non così presto come apparirebbe dalla sua Narrazione, ma quando già si era fatto conoscere direttamente per altre cose. È pur troppo vero che il Vescovo di Mileto avesse procurato che i banditi, i quali si trovavano in asilo massime ne' conventi, fossero alimentati semprechè i birri li assediavano per catturarli: questo emerse poi anche dal processo del Campanella, e in realtà una tenerezza pe' malviventi rifugiati ed assediati si verificava del pari in altre Diocesi, con diversi modi singolari che non mancheremo di vedere: il Governo riteneva che pe' delitti gravi, «imperiosi, e di molto malo exemplo» come allora si diceva, non dovesse riconoscersi il diritto di asilo ne' conventi e nelle Chiese; ma i Vescovi rispondevano con le scomuniche a tutti coloro i quali eseguivano gli ordini del Governo, e con una maggiore protezione a' più tristi soggetti, onde si può immaginare quanti scandali ne dovessero nascere. I Cavalieri Gerosolimitani molto sparsi nel Regno, che col titolo di frati e col beneficio della giurisdizione ecclesiastica spesso si vedevano commettere prepotenze e delitti, scorrendo la campagna con comitive armate e chiudendosi in qualche castello di casale isolato senza che il Governo potesse raggiungerli, fornivano un altro grosso contingente di conflitti: al tempo del quale trattiamo, un cav.^re fra Maurizio Telesio di Cosenza trovavasi nella condizione anzidetta, e il Governo avea mandato contro di lui l'Auditore Vincenzo di Lega, che era giunto a catturarlo e si occupava in prendere la relativa informazione; e subito da «un preite a nome del Rev.^do Vescovo di Melito gli fu notificato in parola che lui et li detentori di detto fra Mauritio erano incorsi in censure, admonendoli a liberarlo»[186]. Ma il contingente maggiore era fornito da' così detti «diaconi selvaggi» o «clerici coniugati», una specialità fiorente nella Calabria, laici anche con mogli e figli, a' quali i Vescovi concedevano di poter indossare un ferraiolo nero, ed avendoli in tal guisa fatti clerici, pretendevano che fossero esenti dalle contribuzioni fiscali e dal peso degli alloggi, esenti anche dalla giurisdizione laica, o come allora si diceva «temporale»: i comuni o «Università» reclamavano, ed egualmente reclamavano i Baroni, nel vedersi sfuggire di mano i contribuenti e dover gravare di pesi insoffribili gli altri cittadini, come pure nel vedere invasi i dritti della giurisdizione baronale: il Governo mandava hortatorie, ma coloro che doveano consegnarle venivano scomunicati[187]. Nel tempo di cui trattiamo, un Marcantonio Capito, diacono selvaggio della Diocesi di Mileto, avea bastonato un frate basiliano: la R.ª Audienza intervenne, e il Capito si rifugiò in una Chiesa; il Vescovo, sempre per mantenere intatta la giurisdizione, non volle permettere che fosse estratto dalla Chiesa, nè volle curarsi che fosse chiuso nelle carceri vescovili pel dovuto gastigo. In tale occasione l'Avvocato fiscale D. Luise Xarava dovè entrare nella Chiesa, prendere il Capito e farne consegna nelle carceri del Castello del Pizzo; ma finì per essere scomunicato lui, il governatore del Pizzo D. Fabrizio Poerio e il Principe di Scilla signore del luogo. Le hortatorie non mancarono, ma il timore della scomunica, che allora menava a conseguenze anche sociali non indifferenti, rendeva perplessi coloro i quali doveano presentarle: il Vicerè ebbe quindi a risentirsi con la R.ª Audienza perchè erano state fatte presentare «per banno», vale a dire coll'affissione, e la R.ª Audienza ebbe a discolparsi negando il fatto, che pare essere stato solamente un progetto. Intanto il Vescovo, non rimasto pago alle scomuniche, nel febbraio 1598 mandò al castello del Pizzo suo fratello Placido Del Tufo, il quale sulla sua parola indusse il Castellano a far uscire il Capito dal carcere, e metterlo in una stanza, ma poi nella notte, coll'aiuto di due domestici del Vescovo e mediante una corda, lo fece fuggire e andare a ricoverarsi nel palazzo Vescovile; laonde il Vicerè ebbe ad ordinare l'arresto di Placido Del Tufo, il quale per lo meno dovè nascondersi e molto più tardi poi fu graziato. Così tese erano allora le relazioni tra il Governo e il Vescovo di Mileto. Più tardi non avendo il Vescovo dato alcun gastigo al Capito, ed avendolo anzi lasciato andar libero a Seminara, il Vicerè lo fece carcerare di nuovo, ma i preti, armati di accette ed aiutati anche da alcuni laici, lo liberarono a viva forza; questo accadde nel tempo in cui fervevano i concerti per la ribellione, sicchè appunto pel Capito avvenne quel «rumor di clerici di Seminara che ruppero li carceri gridando viva il Papa», come è registrato in altro luogo della Narrazione del Campanella (pag. 30), onde sembrò che il Vescovo di Mileto partecipasse a' concerti e che «il clero volesse ribellare»[188].
Non molto dissimile era la condotta degli altri Vescovi della Calabria: ne daremo alcuni cenni riferibili al periodo di cui trattiamo ed anche a qualche anno successivo, ciò che servirà pure a mostrare che essi continuarono sempre nella loro via, perfino quando, scoverta la congiura, gli ufficiali Regii spiegarono una influenza esorbitante. Il Nunzio medesimo scriveva a Roma che alcuni Vescovi componevano con danaro ogni delitto de' clerici, sia facendo pagare una somma alla Curia, sia facendo dare una pingue elemosina a qualche luogo pio, onde presso gli ufficiali Regii s'incontravano difficoltà ad ottenere la consegna de' clerici prigioni[189]. Ma specialmente i clerici selvaggi in tutta la Calabria davano troppi motivi di scandali, mentre erano ovunque aumentati al punto che il Vescovo di Mileto potè dire di averne nella sua Diocesi molto meno degli altri, nè poi venivano sempre scelti tra le persone per bene: così l'Arcivescovo di S.^ta Severina ne aveva creati in numero infinito, ed aveva anche introdotta un'altra classe col nome di «familiari», che non vivevano a sue spese e che tuttavia esigeva fossero esenti dalle tasse e dalla giurisdizione baronale e Regia, minacciando non solo la scomunica ma anche il carcere a chi gli presentasse le hortatorie; d'altra parte il Vescovo di Cariati li sceglieva perfino tra gl'inquisiti e i contumaci della Gran Corte della Vicaria, e s'intende che i reclami e i conflitti dovevano essere senza fine[190]. Non bastando i clerici selvaggi e i familiari, altri Vescovi inventarono anche i «commissarii delle feste», laici deputati a far osservare la santificazione delle feste, pe' quali non solo esigevano le solite franchigie dalle tasse, dagli alloggi e dal foro laico, ma anche il dritto di portare armi proibite, concedendone essi la licenza: il Vescovo di Squillace ne avea creati 37, e in maggior numero ancora ne avea creati l'Arcivescovo di Reggio, il quale volle egualmente estese le franchigie a molte donne che in S.^ta Agata indossavano abiti frateschi, come pure alle beghine o «bizoche» di Reggio, ed una volta, avendo i gabelloti trasmesso a queste beghine col consenso esplicito del Governo l'ordine di pagare le gabelle, fece venire da Roma ed affiggere alle porte delle Chiese ed a' luoghi pubblici della città un monitorio con le solite minacce, che citava que' gabelloti a comparire fra un dato termine in Roma, innanzi all'Auditorato della Camera Apostolica[191]. Non poche altre pretensioni ed ingerenze indebite essi spiegavano con modi sempre nuovi in singoli casi. Il Vescovo di Nicotera costringeva con la scomunica il Castellano del luogo a ricevere nelle carceri del Castello clerici ed altri ecclesiastici prigioni in suo nome; quello di catanzaro accoglieva in un monastero di pentite la moglie di un uomo che con l'aiuto di essa aveva ammazzata la sua 1ª moglie, ed esigeva dal Giudice, intervenuto per le debite informazioni, un decreto liberatorio in favore di quella donna senza neanche esaminarla[192]. Il Vescovo di Squillace, dopo di avere scomunicato il Capitano di Stilo, non solamente si faceva consegnare dal Giudice un grosso malfattore a nome Colella Bua, col solito pretesto che era clerico selvaggio, ma anche un inquisito di stupro ed omicidio in persona di una parente, col pretesto che esso era domestico di una monaca. Il Vescovo di Gerace spediva monitorio al Capitano e al Giudice della città, perchè sotto pena di scomunica, in forza della Bolla _In coena Domini_, consegnassero tra 18 ore un ladro di giumente e il rispettivo processo già formato, col pretesto che 12 anni prima era stato tonsurato (sebbene non avesse mai funzionato da clerico), oltrechè gli era stata trovata sulla persona un'orazione a S. Patrizio, la quale dovea vedersi se fosse superstiziosa e spettante al S.^to Officio, ed ebbe il ladro e lo mandò via impunito; dippiù spediva un altro monitorio perchè si rilasciasse un contumace, e si lacerasse l'informazione presa contro un inquisito del ratto di una donna, perchè la carcerazione e l'informazione erano state eseguite nel giovedì _in albis_, e nulla di simile dovea farsi durante tutta la settimana dopo Pasqua[193]. — Può bene immaginarsi la condotta del Clero inferiore dietro siffatti esempi. Lo stesso Nunzio scriveva a Roma: «molti si fanno clerici per esimersi dalla giuriditione temporale, et per una banda, circa negotii, fugir le gabelle delle robe et gli altri carichi che si portono seco, et per altra in essi, come sottoposti alla giurisditione ecclesiastica, far ciò che vogliono»[194]: tali erano veramente i motivi precipui del loro moltiplicarsi in modo esorbitante, quali clerici secolari e regolari, e sotto le forme più svariate ed anche più strane. Lasciando da parte gli esempi della loro condotta individuale, appena ricorderemo la protezione che comunemente accordavano a' malfattori, ricoverandoli nelle loro case ed aiutandoli anche con le pratiche del loro ministero, le violenze alle quali si spingevano in massa nelle loro bizze o in quelle de' loro superiori. Qualche fatto di tal genere riesce abbastanza curioso ed istruttivo. P. es. in Roggiano, gli assoldati del Governo impegnano una zuffa co' banditi, li stringono in una casa, sono sul punto di prenderli; ed ecco i preti parenti de' banditi che vengono in quella casa col SS.^mo Sacramento, poco dopo ne riescono avendo affidato a' banditi le mazze del pallio, e così conducono questi in una Chiesa sorridenti sotto gli occhi degli assoldati del Governo genuflessi ed umiliati. In Policastro alcuni clerici hanno una vertenza col domestico del Capitano, e il domestico vien chiuso in prigione; ma ecco i clerici, non contenti, con l'aiuto di altri laici rompono le carceri, prendono e feriscono quell'uomo, quindi lo traducono nella Chiesa dove lo schiaffeggiano e lo bastonano, mentre il Capitano non osa penetrarvi[195]. Cosa si proponevano segnatamente i Vescovi con una condotta simile? Esercitare la prepotenza, niente altro che la prepotenza, per lo meno secondo il gusto del tempo tutto impregnato di prepotenza: e però non sapremmo menomamente farne ad essi un addebito speciale, bensì non sapremmo non riconoscere in essi le virtù e i vizii comuni, e non riconoscere negli uomini del Governo, tra le prepotenze comuni anche a loro, un po' di maggior cura, e laboriosissima cura, di avviare le cose verso l'equità e la giustizia; sconoscer questo, o peggio scambiare le parti, ci sembra una stranezza o una mistificazione. Cosa faceva il Governo, cosa faceva Roma in questi conflitti? Roma aveva in cima de' suoi pensieri non altro che «la superiorità ecclesiastica»: nessun provvedimento troviamo da parte sua nemmeno circa l'istituzione de' clerici selvaggi o coniugati evidentemente ingiusta: le sue istruzioni al Nunzio circa i torti de' Vescovi erano «et scusarli et difenderli sempre»[196]. Il Governo strepitava, mandava hortatorie a' Vescovi ed ordini rigorosi a' suoi ufficiali; ma la paura delle scomuniche, fino a quando l'abuso di esse non ne scemò l'efficacia, tratteneva ognuno, e il Governo medesimo in ultima analisi diveniva arrendevole e finiva poi sempre per pentirsene, come si verificò p. es. nel fatto di Marcantonio Capito. In conclusione nè al Governo, nè allo Xarava che dipendeva dagli ordini del Governo, riusciva conveniente mantener le brighe; e il Campanella in tutte queste brighe potè scorgere i segni della vicina fine del mondo, ma dovè anche scorgere che il Governo non era poi così forte come ne correva la fama.