Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 17

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L'azione del Vicerè aveva intanto provocata una scissura in seno alla Nobiltà. Durante lo stesso ottobre 1598 egli era riuscito ad indurre gli Eletti della città a far mandare una lettera a Madrid, nella quale, mentre si condolevano della morte del Re, chiedevano che il Vicerè fosse confermato in ufficio per un altro triennio; e giunsero fino ad apporvi una firma falsa di D. Lelio Orsini, che era Eletto del Seggio di Nido ma che era poco prima già partito per Madrid allo scopo di difendere la sua nomina di Curatore ed Amministratore di Bisignano avversata dal Vicerè. Il Marchese di Padula, Pompeo Seripando, ed Ottavio di Capua, mandavano essi pure lettere a S. M.^ta in favore dell'Olivares, ed a questi dissensi di ordine amministrativo vennero ben presto a mescersi gli odî privati. Tra gli avvenimenti di quest'ultimo genere vi furono tre archibugiate tirate il 28 dicembre a Scipione Orsini Conte di Pacentro, che ne rimase ucciso, ed un'archibugiata tirata al Conte di Montemiletto amico del Pacentro, rimanendone ucciso il cavallo[178]; fu presto ritenuto da tutti che quelle archibugiate fossero partite dal Marchese di S.^to Lucido e sua comitiva, ed ecco un altro fatto che c'interessa per la nostra narrazione, poichè egualmente di questo Marchese di S.^to Lucido, il quale era già latitante e si teneva in campagna da fuoruscito con comitiva armata, si disse più tardi che avrebbe aiutata l'insurrezione di Calabria. — Non ci è riuscito veramente facile specificare con esattezza chi sia stato il Marchese di S.^to Lucido di cui qui si tratta, mentre i libri delle famiglie nobili che noi conosciamo non fanno parola di azioni delittuose, e d'altronde il semplice titolo non determina l'individuo nella serie di coloro che ne sono stati fregiati. Ma qualche indizio, rilevato dal Carteggio Veneto e Toscano, e sufficientemente appoggiato anche da un ms. che si conserva nella Bibl. nazionale di Napoli, ci ha fatto persuasi che si tratti qui di Francesco Carafa, da parte del padre, Ottavio, 2.º Marchese di Anzi, e da parte della moglie, Giovannella Carafa, Marchese di S.^to Lucido. Il primo suo delitto sarebbe stato nientemeno l'aver «fatto svenare alla presenza sua la Marchesa d'Anzi sua propria madre» per causa di onore, l'altro sarebbe stato l'aver fatto ammazzare il Conte di Pacentro, «perchè havesse ingiuriato la casa del Marchese et col congiungersi con la madre et col vantarsene», la qual cosa teneva «commossa et quasi divisa la città»[179]. Infatti, non appena seguito il triste avvenimento, il primogenito del Conte di Pacentro, D. Ottavio Orsini, e insieme con lui il Marchese di Brienza, uscirono in campagna con cavalli, ma non giunsero ad incontrarsi col S.^to Lucido, e il giovane Conte di Pacentro, nel luglio 1600, finì per far correre cartelli di sfida. Il S.^to Lucido, che negò sempre la sua colpabilità, fu citato a comparire, e non essendo comparso venne dichiarato forgiudicato; spese molto, si avviò alla rovina della sua fortuna, e giunse a scansare allora gli effetti della forgiudica e a liberarsi più tardi da ogni travaglio. Ma tenne lungamente la campagna, si rifugiò anche per qualche tempo a Roma menandovi splendida vita, nè venne in mano della giustizia che nell'agosto del 1600: uscì poi dal Castel nuovo con D.^ti 30 mila di cauzione e fu abilitato a risedere in Vico, ma quivi, nell'ottobre dello stesso anno, fece udire che gli erano state tirate fucilate nella camera da letto attribuendole al Pacentro; ricominciarono quindi i dissidii ed egli tornò in prigione, dove fu stipulata la pace _sub verbo Regio_ col Pacentro nel settembre 1601, e sebbene dopo la pace gli fosse stato accordato di tenere la casa _loco carceris_ con la stessa cauzione di d.^ti 30 mila, egli non uscì veramente di prigione co' detti obblighi che il 30 marzo 1602. D'altra parte il Conte di Pacentro, perchè avea fatto correre i cartelli di sfida, e più ancora perchè si voleva obbligarlo a far la pace, fu perseguitato e dovè ricoverarsi in una Chiesa, ma pure venne preso e chiuso in Castel nuovo nella data medesima di agosto 1600; poco dopo fu liberato con cauzione ed abilitato a stare in Pacentro, dove se ne andò nel settembre in compagnia di Carlo Capeco intrigato egualmente nell'affare del duello. Seguiti poi i reclami del S.^to Lucido per le fucilate che diceva tirate nella sua camera, fu il Conte ricercato dalla giustizia in Pacentro e non vi fu trovato; ed eccolo di nuovo perseguitato e catturato, di poi liberato 8 giorni dopo fatta la pace, l'11 settembre 1601.

Per conchiudere intorno a' dissidii tra' Nobili e il Vicerè, aggiungiamo che la calma cominciò a vedersi sol quando si seppe essere stato deciso il richiamo del Conte Olivares e l'invio del Conte di Lemos. Egli medesimo, l'Olivares, in febbraio 1599 annunziò tale decisione, e non è esatto quanto dice il Parrino, che il Lemos fosse giunto all'improvviso: contemporaneamente il Consiglio Collaterale risolve che il Principe di Caserta e gli altri prigioni fossero abilitati a tenere la casa _loco carceris_, con la cauzione di d.^ti mille ciascuno[180]. Possiamo ora raggiungere il Campanella, che imbarcatosi in una feluca è già in vista delle spiagge calabresi.

CAP. II.

RITORNO DEL CAMPANELLA IN CALABRIA E SUA CONGIURA. (1598-1599).

I. Non è dubbio che il Campanella sia arrivato in Calabria verso la fine di luglio 1598, e che la sua prima tappa sia stata il convento dell'Annunziata di Nicastro. In ciò si accordano diverse deposizioni che si ebbero più tardi nel processo consecutivo di eresia, e le notizie che si leggono nella Narrazione pubblicata dal Capialbi. Questa Narrazione, indubitatamente scritta dal Campanella medesimo, ci potrà d'ora innanzi servire di testo, almeno fino a che non giungeremo ad un periodo pel quale vi siano documenti d'importanza anche maggiore: ma profittando delle notizie in essa consegnate, non mancheremo mai di farne rigoroso riscontro con quelle provenienti da altri fonti, e massime con quelle appunto che il processo consecutivo fornì in numero ragguardevole. Ecco ciò che vi si legge intorno al presente momento della vita di fra Tommaso. «Nell'anno 1598 F. Thomaso Campanella tornò in Calabria, donde era stato assente X anni parte in Padova, parte in Roma, parte in Napoli, e nel fin di luglio sbarcò in Nicastro dove era priore nel suo convento F. Dionisio Pontio e la città si trovava interdetta per causa di giuridittione dal Vescovo, per esser fuggito in Roma. Et esso F. Thomaso a' preghi de' cittadini, e per lettera di M. Antonio del Tufo Vescovo di Milito suo antico protettore s'adoprò a metter pace tra il Vescovo e la città. Il che non succedendo per la malvagità di alcuni scomunicati, esso pigliò le parti del vicario del Vescovo, e fece eligger F. Dionisio Pontio per ambasciator al Vescovo et al S. Papa Clemente 8.º, che si trovavano a Ferrara. Il che dispiacque assai a D. Luigi Xarava avvocato fiscale scomunicato tre anni avanti dal Vescovo di Milito; e perseverante, e mantenitor delle brighe, desioso, che tutti fossero interdetti, e scomunicati come lui per sua discolpa appresso il Re, et pur ci era scomunicato il Principe dello Sciglio el governator del Pizzo, et altri baroni, et officiali».

Ci siamo già spiegati precedentemente sulla vera durata dell'assenza dalla Calabria, che altrove il Campanella affermò di dodici anni e qui afferma di dieci, ma che in realtà deve dirsi un po' meno di nove anni. Abbiamo pure detto che diverse deposizioni consegnate nel processo di eresia pe' fatti di Calabria attestano egualmente l'arrivo essere accaduto alla fine di luglio dell'anno 1598, e la prima fermata essere stata quella di Nicastro; ma dobbiamo aggiungere che in esse domina generalmente la credenza, che il Campanella fosse venuto in Calabria non appena liberato da' travagli patiti in Roma, e trovasi anche affermato che nel convento di Nicastro, essendo priore fra Dionisio, aveva stanza del pari il germano di lui fra Pietro Ponzio, ed inoltre fra Gio. Battista di Pizzoni in qualità di lettore. Così il Campanella ebbe a trovarsi immediatamente in compagnia di questi suoi intimi amici, i quali più o meno si avevano acquistato riputazione nella provincia; ed ecco la condizione loro secondo le notizie sparse nel processo, che siamo obbligati a citare quasi sempre per documentare quanto affermiamo.

Fra Dionisio, che pel suo spirito si era distinto anche in Napoli al tempo in cui là dimorava in qualità di studente, tanto più si era poi distinto in Calabria, avendo progredito negli studii, e principalmente essendo riuscito un oratore valentissimo; lasciava solo qualche cosa a desiderare circa costumi. Di natura impetuosa, irrequieta, ciarliera e vendicativa, già era stato una volta condannato per aver tagliata la faccia ad un frate, e in genere di lascivia se ne raccontava qualche brutto caso, avendo anche l'abitudine di parlarne troppo e nel senso il più laido. Ma come oratore, ad un facile eloquio accoppiava una quantità di risorse, e possedeva l'arte di commuovere potentemente l'uditorio; sapeva lagrimare a tempo, ed una volta, predicando a monache, seppe anche cadere in deliquio; nè mancava di pungere i suoi avversarii perfino dal pergamo più o meno velatamente. Una posizione sempre più distinta si aveva acquistato tra' frati, ma in pari tempo si aveva acquistato odii roventi, pe' processi da lui energicamente provocati e sostenuti contro frati di fazione avversa, a' quali era imputato l'assassinio di suo zio il P.^e Pietro Ponzio, che abbiamo già visto Provinciale pel 1587-88 e parte dell'89. Questo incidente, non senza interesse per la nostra narrazione, merita di essere conosciuto; e per fortuna, oltre i pochi cenni consegnati nel processo più volte citato, ne abbiamo parecchie notizie nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini. Già mentre teneva l'ufficio di Provinciale, per la severità con la quale avea cercato di correggere i costumi orribili di un gran numero de' suoi frati, il P.^e Pietro Ponzio era stato minacciato nella vita, e un fra Paolo Jannizzi della Grotteria sacerdote, che vedremo anche tra gl'imputati della congiura e dell'eresia del Campanella, era stato in agguato per ammazzarlo, sicchè ebbe a riportarne condanna di tre anni di galera che scontò, e mentre egli stava ancora alla catena il P.^e Pietro fu ammazzato. Poniamo qui che fra Paolo trovavasi carcerato in Napoli durante la prima dimora del Campanella in questa città (1591), ed egli stesso narrò che vide una volta passare per la via il Campanella, e lo chiamò per pregarlo che volesse portare una sua lettera al P.^e Rev.^mo: tutto ciò pertanto non gli chiuse la via agli ufficii in sèguito, e stiamo per vedere che al tempo della congiura funzionava da priore nel convento di S. Giorgio. Ma, come dicevamo, il P.^e Pietro Ponzio fu ammazzato, bensì per un'altra ragione ancora più notevole, perchè la fazione avversa ne temeva il ritorno all'ufficio di Provinciale; e fra Dionisio perseguitò senza posa gli assassini di suo zio, facendo rimontare la colpa dell'assassinio fino al P.^e Gio. Battista da Polistina, già Provinciale nel 1591-92 e parte del 93. Era ritenuto uccisore un fra Pietro di Catanzaro, che riuscì a fuggirsene a Costantinopoli tra' turchi: un fra Filippo Mandile da Taverna fece scovrire ogni cosa insieme con un fra Giacinto da Catanzaro, e fra Filippo venne per opera del Polistina condannato a 10 anni di esilio dalla provincia, ridotti poi per grazie successive a soli 2 anni; ma il Polistina medesimo finì per essere catturato coll'opera diretta di fra Dionisio, e rimase prigione 14 mesi in Roma, 15 in Calabria, 9 in Napoli. Egli si schermì efficacemente con le sue aderenze, dimandando di essere giudicato ora in Roma, ora in Calabria, ora in Napoli presso la Corte del Nunzio, dalla quale finalmente in gennaio 1598 venne liberato «ex hactenus deductis», dietro una relazione dell'Auditore sul processo ingarbugliato col passaggio per troppe mani e troppi luoghi, la quale conchiudeva «deficerent potius probationes quam jus»[181]. Fra Dionisio, che facendo comparire negli Atti il fratello Ferrante aveva in realtà agito personalmente per tale processo, e vi avea non solo assistito in Calabria ma anche in Napoli ed in Roma, si era elevato di molto insieme con la fazione avversa al Polistina; ma la liberazione di costui, appunto nel 1598, cominciava a segnare un principio di decadenza, e il Polistina relegato in un convento «loco carceris», coll'aiuto del P.^e Giuseppe Dattilo da Cosenza ex-Provinciale lui pure, già preparava le sue vendette, mentre fra Dionisio, sdegnato per questa liberazione, mostravasi irrequieto anche più del solito.

Quanto a fra Pietro Ponzio germano di fra Dionisio, senza smentire il sangue caldo de' Ponzii, era d'indole più ritirata ed assai meno inframmettente: avea progredito fino ad un certo punto negli studii specialmente teologici, mostrando anche un grande trasporto per le buone lettere, ed avea saputo mantenersi ne' buoni costumi, ciò che non era comune a que' tempi. Così non si era fatto distinguer troppo, e poteva dirsi che avesse piuttosto goduta la prospera fortuna di fra Dionisio, come di poi ne patì l'avversa: intanto pel suo amore alle lettere venne a stringersi sempre più col Campanella, ammirandone con ardore il grande ingegno, e vedremo che gli si mostrò sempre tenero amico.

Finalmente quanto a fra Gio. Battista di Pizzoni, egli si era distinto molto più de' Ponzii negli studii, avendo coltivato non solamente la Teologia ma anche la filosofia, oltrechè era assai addentro nello studio della musica; ma in pari tempo si era distinto fuor di misura ne' cattivi costumi. Sebbene il suo modo di ragionare e di esprimersi non fosse punto brillante, e ne fa fede ciò che di lui si legge nel processo, aveva tuttavia una eccellente riputazione come lettore, non così come galantuomo. Noi lo lasciammo nel convento di Altomonte, al tempo in cui vi dimorava il Campanella: poco dopo d'ordine del P.^e Pietro Ponzio Provinciale ne fu scacciato perchè vizioso, e dovè cercare un ricovero nel convento di Rosarno per misericordia. Naturalmente si aggregò alla fazione di fra Gio. Battista di Polistina, ed elevato costui all'ufficio di Provinciale fu mandato Vicario a Cutro; ma finì coll'esserne scacciato a furia di popolo per le sue dissolutezze ed anche per diverse appropriazioni indebite, quindi condannato «ad poenam gravioris culpae». Fu mandato di poi lettore di logica a Briatico, ove ebbe tra' suoi scolari fra Pietro Presterà di Stilo, che un giorno dovè difenderlo dagli altri scolari i quali gli si ribellarono, e così pure fra Silvestro Melitano di Lauriana, che gli rimase attaccato sempre e gli fu buon compagno nelle cattive azioni; ma egualmente da Briatico dovè fuggire, essendo stata per colpa di lui uccisa una donna da' proprii fratelli, i quali divennero forbanditi e lo atterrirono con minacce assiduamente. Non avea mancato nemmeno di continuare nelle appropriazioni indebite, fra le quali ve ne fu una di certi scritti di prediche e considerazioni sull'Apocalisse appartenenti a fra Dionisio, che tolse dalle valigie di costui venuto di passaggio a Briatico, e mandò poi a vendere per mezzo di fra Silvestro di Lauriana; e fra Dionisio ne menò grande scalpore e lo vituperò per tutta la provincia, ma essendo stato appunto in quel tempo carcerato fra Gio. Battista di Polistina, egli seppe destreggiarsi abilmente passando alla fazione di fra Dionisio ed acquetandolo. Con siffatta evoluzione fu mandato lettore nello studio generale di Cosenza (1597), di dove, l'anno seguente, venne chiamato come Teologo del Vescovo di Nicotera, con cui visitò tutto lo Stato del Duca di Nocera defunto, per soddisfare a' gravami patiti da' vassalli, essendosene il Duca fatto scrupolo nel suo testamento. Adempiuta questa commissione, era stato assegnato al convento di Nicastro, dove era giunto appena da due mesi e trovavasi afflitto da certi malanni per commerci impuri, che ne attestavano la cattiva condotta. Il suo fra Silvestro di Lauriana, rimasto ignorante ed affatto bestiale, l'aveva seguito in Nicastro e l'assisteva con ogni cura; ma aveva anche relazioni colpevoli con un nipote del Pizzoni, fra Fabio, laico o «terzino» come allora si chiamavano questi frati non sacerdoti, e fra Gio. Battista lo tollerava senza risentirsene; invece dovè risentirsene fra Dionisio per lo scandalo che n'era sorto, onde poco tempo dopo fra Gio. Battista finì per abbandonare il convento di Nicastro. Il Campanella, verosimilmente ignaro di tutte queste lordure e del rimanente avvezzo a considerare i frati quali erano in realtà, vide in fra Gio. Battista un amico di vecchia data, divenuto anche abbastanza culto; e non gli negò la sua stima, ed ebbe pur troppo a pentirsene, essendogli riuscito un amico infedele. Si noti intanto la mancanza di morale e di carattere in questo fra Gio. Battista, che dovrà figurare di molto nella nostra narrazione, e però ci ha costretti ad una non breve esposizione della sua vita.

Ma non meno degno di essere rilevato è il grave turbamento in cui il Campanella trovò la città di Nicastro e tutta la Calabria, onde non potè non averne una profonda impressione. Si era da qualche tempo in un periodo acutissimo di lotte giurisdizionali, e quella di Nicastro fu una delle più gravi: l'argomento merita di essere ben ponderato, giacchè mentre da una parte il Campanella nella sua Narrazione dichiara mantenitore delle brighe qualche ufficiale Regio che ebbe a perseguitarlo, d'altra parte agli ufficiali Regii quel concorde sviluppo di esorbitanze Episcopali parve il principio di una vera e propria ribellione; e in ciò non solo il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ma anche l'Archivio di Napoli e perfino il Carteggio del Residente Veneto, ci offrono molte notizie e documenti. Limitandoci per ora alla sola quistione di Nicastro, ecco quanto possiamo dirne. Era Vescovo di Nicastro Pietro Francesco Montorio nobile Romano, altero, risentito, tutto imbevuto de' principii della supremazia ecclesiastica. Creato Vescovo nel febbraio 1594, cominciò dall'affacciare pretensioni pe' frutti del Vescovato già vacante e fece per questo mali officii presso la Curia Romana contro il Nunzio; poi negò al Duca di Ferolito, Conte di Nicastro, un dritto che costui possedeva di «_fidare_ nelle erbe della Chiesa di Nicastro ed anche venderle agreste», e affacciò la strana pretensione che per tale controversia venisse citato a comparire innanzi al tribunale del Nunzio; poi avendo il Duca ottenuto un decreto favorevole del Sacro Regio Consiglio, tribunale competente, ed essendo stato mandato dalla R.ª Audienza un Commissario per l'esecuzione del decreto, egli maltrattò il Commissario e lo scomunicò con tutti gli ufficiali della città, a capo de' quali era un Gio. Battista Carpenzano, facendo pubblicare dal suo Vicario un interdetto. E scrisse a Roma e fece da Roma scrivere al Nunzio che pativa travagli indebiti, ed appunto nell'aprile 1598 si permise di pubblicare una cedola venuta da Roma senza l'exequatur: allora il Governo, che si guardava bene dal tollerare un fatto simile, lo dichiarò licenziato dalla sua diocesi, e perchè contumace pose sotto sequestro le rendite del Vescovato; ma egli fece dal Vicario scomunicare l'Auditor Gonzaga andato ad eseguire i detti ordini, e con lui il Vice Conte Gio. Antonio Falconi. Di rimbalzo gli ufficiali della città carcerarono parecchi gentiluomini aderenti del Vescovo, e volendo un giorno que' della Corte del Duca trarre agli arresti un cuoco del Vescovo che portava armi senza permesso, videro intervenire il Vescovo medesimo, il quale li caricò di contumelie, al punto che taluni trassero qualche colpo di archibugio in aria per farlo tacere, ed egli allora si allontanò dalla Diocesi[182]. Ma al tempo medesimo i reggitori della città si occuparono di provvedere perchè l'interdetto fosse revocato, e tenuto pubblico parlamento, si concluse di nominare fra Dionisio Ponzio ed Innico de Franza procuratori della città, perchè potessero comparire a nome di essa in Reggio ed anche in Roma bisognando, a fine di ottenere da' superiori ecclesiastici la rivocazione dell'interdetto. Il pubblico istrumento di procura in data 28 agosto 1598, firmato dal dot.^r Ottavio Serra sindaco, e da parecchi eletti di Nicastro, venne poi da fra Dionisio originalmente presentato al tribunale dell'eresia quale attestato di onore, e così abbiamo potuto averne piena conoscenza[183]. — Che il Campanella in tale occasione abbia prese le parti del Vicario del Vescovo, riesce pienamente credibile, poichè in ultima analisi egli era ecclesiastico; ma che abbia potuto influire sulla elezione di fra Dionisio egli nuovo in Nicastro, e che l'invio di fra Dionisio e del Franza abbia potuto dispiacere all'Avvocato fiscale, si comprende poco. Avremo ad occuparci largamente anche dell'Avvocato fiscale, e lo vedremo in realtà scomunicato dal Vescovo di Mileto, ma vedremo pure in quel tempo, per varii fatti, qualche Auditore egualmente scomunicato, qualche altro avvertito di essere incorso nella scomunica, ed uno di loro è stato già menzionato più sopra; tutto ciò rincresceva senza dubbio al Vicerè, non al Re che stava troppo lontano ed occupato in altre cure, ma in fin de' conti attestava negli ufficiali colpiti una fedele esecuzione degli ordini ricevuti ed un lodevole adempimento del proprio dovere. Così l'Avvocato fiscale non poteva dispiacersi che le cose si avviassero alla quiete, nè poteva ritenere per lui necessaria una discolpa: d'altronde il Governo aveva trovata una singolare maniera di rimediare agl'imbarazzi che nell'amministrazione derivavano dalle scomuniche degli ufficiali; mandava una «hortatoria» al Vescovo, e con ciò riteneva di aver provveduto per l'assoluzione, dandosi anche l'aria di considerare sospeso l'effetto delle scomuniche. Mettiamo qui che fra Dionisio e il Franza, si recarono a Reggio e quindi a Ferrara, dove si trovava Papa Clemente occupato a consolidarsi nel nuovo acquisto, nè tornarono a Nicastro che al principio dell'anno successivo. Durante questo tempo l'affare del Vescovo di Nicastro si trattava nelle più alte sfere. Il Papa medesimo, nel settembre 1598, ne scrisse direttamente al Re, il quale rispose con una breve lettera molto dignitosa; il Residente Veneto per le sue vie coperte potè aver copia di entrambe le lettere e trasmetterle a Venezia, e così leggonsi nel suo Carteggio. Il Duca di Sessa Ambasciatore spagnuolo in Roma ne trattò col Card.^l S. Giorgio, e nel Carteggio del Nunzio vi è la lista delle domande del Vescovo, tra le quali figura quella che tutti coloro i quali l'avevano insultato fossero gastigati, e tutti, ma principalmente il Carpenzano e il Falconi, non potessero più esercitare ufficii in Nicastro e nelle altre terre della Diocesi. Nell'ottobre furono concordati 10 capitoli, che conosciamo egualmente per cura del Residente Veneto, tra' quali primeggia la rivocazione del decreto del Sacro Regio Consiglio favorevole al Duca di Ferolito; ma il Vicerè fece difficoltà a rivocare il pronunziato solenne di un tribunale supremo di appello, onde le cose si protrassero fino al marzo dell'anno seguente. Ed allora l'interdetto fu tolto, ma non per opera di fra Dionisio, ciò che trovasi attestato pure dalla Narrazione[184]. Vedremo poi che il Vicerè non attese nemmeno che l'interdetto fosse tolto, per rivocare, da parte sua, il divieto del ritorno del Vescovo nel Regno, ma costui non si mosse da Roma, sicchè, sopravvenuta la congiura di Calabria, diè motivo a far credere che egli pure vi partecipasse. E ciò basti pel momento circa i conflitti co' Vescovi; avremo tra poco occasione di parlare del conflitto col Vescovo di Mileto, per lo quale si trovò scomunicato l'Avvocato fiscale Xarava, ed anche il Principe di Scilla (corrottamente Sciglio) e il Governatore del Pizzo.