Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 16
Vi erano dunque come in Roma così in Napoli credenze di vicina fine del mondo, aspettative di mutazioni, e non vi partecipavano già i soli spiriti volgari ma le persone più dotte: il Campanella vi partecipava anche troppo, ed egli medesimo ammise di aver consolato, con l'annunzio di prossime mutazioni di Stato, il Principe di Bisignano che era mal contento e mostravasi desideroso di novità. Come mai il Principe di Bisignano si trovava in tali condizioni? C'interessa molto il conoscerlo, perocchè vedremo nominato anche lui, con D. Lelio Orsini e con varii altri Signori, tra coloro i quali avrebbero aiutato il movimento insurrezionale che il Campanella si fece a promuovere in Calabria; di tutti costoro converrà rintracciare le condizioni per le quali poterono essere nominati in una faccenda così grave, e poichè riesce difficile trovarne notizia negli scrittori in materia nobiliare, addetti a cantare solamente le glorie, bisogna rivolgersi agli Archivii di Stato, a' Carteggi ufficiali, a' Carteggi de' particolari, agli Avvisi del tempo, dovendo pure aver le date precise de' fatti che c'interessano. Nicola Bernardino Sanseverino, 5º ed ultimo Principe di Bisignano della 1ª linea Sanseverino, successo a suo padre Pietrantonio fin dal 1562, era de' più potenti Signori del paese, possessore di un ingente territorio o «Stato» come allora si diceva. Sposò a 20 anni Isabella Feltria della Rovere sorella del Duca di Urbino che ne aveva appena 11: il matrimonio non fu felice, già prima di andarsene in Calabria gli sposi erano in disgusto tra loro, molti ne incolpavano la sposa, e per giunta a 20 anni essa cominciò a soffrire un'ulcerazione al naso e all'intero palato che l'afflisse per tutta la vita, onde appena ne nacque un figliuolo cui fu padrino il Gran Duca di Toscana; così nell'Arch. di Urbino e nell'Arch. Mediceo abbiamo rinvenute molte notizie intorno al Principe ed anche sue lettere in buon numero[161]. Divenuto prodigo e sregolato, egli si ricinse ben presto di una nuova Corte riformando la sua casa e i suoi ufficiali, due volte se ne andò in Toscana e in Lombardia anche di nascosto, si diede ad una vita licenziosa, fece debiti e donazioni senza curarsi di chiedere l'assenso Regio che era di obbligo pe' feudatarii, onde venne a richiamare sopra di sè dapprima gli avvertimenti, di poi i rigori de' diversi Vicerè che si successero nel Regno; l'Archivio di Napoli ce ne offre già documenti nel 1574[162]. Più volte si riunì con la Principessa, ma sempre finì per allontanarsene ben presto, ed una di queste volte, non senza voti clamorosi, pagati anche abbastanza cari ed accompagnati da preghiere pubbliche, la Principessa divenne gravida. Assicurata la successione il 21 aprile 1581, egli tornò e separarsi, ed ella ebbe voglia di tornarsene a Pesaro; ma fu fermata per via, in Bari, mercè un ordine Vicereale con comminatoria di D.^i 100 mila, non potendosi permettere che fosse educato fuori Regno un futuro Principe di tanta forza; ed in Bari ebbe le cure di Giacomo Bonaventura di Lacedonia, medico riputatissimo, che là esercitava l'arte e che durante questa narrazione incontreremo ancora in Napoli presso il letto di morte del Conte di Lemos, donde passò in Roma archiatro di Clemente VIII[163]. Ma riuscite inutili le cure, la Principessa attese in Napoli a provare le acque della Zolfatara di Pozzuoli, ansiosa di rimedii e segreti che le forniva anche il Gran Duca di Toscana, il quale ne aveva molti e ne ritraeva molto credito presso i Nobili napoletani, uccellata da' Gesuiti che seppero profittare delle discordie coniugali e giunsero a carpirne la ricchissima eredità, desolata infine per la morte dell'unico figliuolo appena quattordicenne cui si era dato il titolo di Duca di S. Marco, invogliata di finire i suoi giorni nel convento di S. Sebastiano, ma rimasta sempre tra le unghie de' Gesuiti[164]. Fin da' primi anni delle discordie, D. Lelio Orsini, nipote di questi Signori essendo figlio di Felicia Sanseverino sorella del Principe, interpose i suoi buoni ufficii tra loro, bensì inutilmente, come risulta da una sua lunga lettera autografa del 1580 al Duca di Urbino. Ma nel 1590 il Principe, d'ordine del Vicerè, fu carcerato «per emendazione di vita», e gli fu assegnato anche un Curatore ed amministratore de' beni feudali: durante la prigionia avvenne la morte dell'unico suo figliuolo legittimo il Duca di S. Marco, che soccombè al vaiuolo il 27 9bre 1595, e si videro allora i parenti istituire una grossa lite di successione a' beni feudali, quantunque il Principe e la Principessa fossero ancora vivi. Essendo fin dal 1583 defunto il Duca di Gravina Ferdinando, D. Lelio, che non aveva nemmeno eredi ma che andava d'accordo con D.ª Giulia Orsini sorella primogenita, pretendente all'eredità appunto perchè primogenita, sostenne doversi a lui l'ufficio di Curatore del Principe, posto che al Principe dovea rimanere assegnato un Curatore per la sua prodigalità. D'altra parte il Conte della Saponara Ferrante Sanseverino, agnato collaterale in 9º grado, presentavasi quale erede legittimo de' Sanseverino, contrastando che a' beni feudali potessero succedere le femine. D. Lelio ottenne dal tribunale di dover surrogare Fabrizio di Sangro Duca di Vietri, il quale era stato assegnato Curatore del Principe ed amministratore dello Stato di Bisignano; e l'aveva già ottenuto nel principio del 1598, come si rileva da un'altra sua lettera al Duca di Urbino[165]. Questi fatti e queste date hanno un'importanza notevolissima per bene intendere le voci che furono sparse al tempo della congiura di Calabria. Ma occorre ancora conoscere i particolari della prigionia del Principe di Bisignano, che con molto rigore e senza processo fu protratta per non meno di 8 anni. Nell'Archivio Mediceo si hanno due documenti scritti da un Gio. Vincenzo Ruffolo, il quale citando tutte le colpe ascritte al Principe, cerca di scusarlo affermando che sino al 1585 egli avea donati soli D.^i 25mila, compresi 10mila a donne con le quali aveva avuti bastardi, e che dopo di essergli stato assegnato un Curatore i debiti erano divenuti gravissimi: ma nell'Archivio di Venezia si ha una breve notizia del Residente Scaramelli, che afferma essere i debiti del Principe ascesi a D.^i 700mila fino al tempo del Curatore, e da quel tempo in poi, durante la prigionia, essere divenuti 1 milione e 600 mila[166]. Ad ogni modo, nel luglio 1590, tornando lui dalla Riccia con una sua ganza e sèguito, nel passare per Gaeta venne ivi fermato e rinchiuso in fortezza d'ordine del Vicerè Conte di Miranda: D. Lelio continuò anche allora ad interessarsi di lui, e sappiamo che verso la fine del 1591 pregò caldamente in favor suo la Principessa che si riteneva causa della prigionia, e verosimilmente si cooperò a far venire quelle lettere commendatizie che si conosce essere state scritte dagli Ambasciatori cattolici, da più Cardinali e poi anche dal Papa: ma essendo stati emanati ordini rigorosi che niuno potesse trattare col Principe, dovè desistere; e forse per tale ragione se ne andò a Roma, dove rimase dal 1592 fino al 10bre 1594, quando per la morte del Duca di S. Marco dovè tornare in Napoli e ingolfarsi nella lite di successione[167]. Di poi, in febbraio 1596, essendo state accolte le istanze del Principe dal nuovo Vicerè Conte Olivares, e avuto anche il consenso della Principessa, il Principe venne tradotto in Napoli, dove fu rinchiuso nel Castel nuovo, con ordine che potessero vederlo i soli parenti e il Duca di Termoli, il quale era ostile all'unione de' coniugi discordi: quivi egli rimase fino all'agosto 1598, uscendone dopo di aver fatto un simulacro di pacificazione ed anche una transazione con la Principessa, coll'obbligo di tenere la sua casa a Chiaia in luogo di carcere, e dietro una cauzione di D.^i 20mila forniti appunto da D. Lelio Orsini; tutto ciò del resto non lo trattenne dallo scapparsene da Napoli verso la fine dello stesso mese, dopo di aver fatto un testamento in favore del Re. Nel lungo periodo della sua prigionia egli scrisse più volte al Gran Duca di Toscana, che da altri fonti sappiamo averlo allora favorito con larghi sussidii: questa corrispondenza, da noi rinvenuta, riesce molto utile per determinare le date[168]. Così nel 1º semestre del 1598 egli trovavasi esasperato da circa 8 anni di prigionia, con disgrazie e vessazioni d'ogni maniera, entro il forte di Castel nuovo: quivi ebbe a visitarlo il Campanella, verosimilmente in compagnia di D. Lelio Orsini; ed è naturalissimo che il Principe siesi allora mostrato desideroso di mutazioni e che il Campanella l'abbia consolato annunziandole vicine, forse anche con una effusione di parole e di voti roventi da una parte e dall'altra. Vedremo poi che quando egli stesso, il Campanella, fu rinchiuso nel Castel nuovo, si consolò a sua volta e consolò i suoi compagni di sventura, con una poesia nella quale si ricordava la dimora del Principe nelle medesime carceri. Nè deve sfuggire che il Campanella, fin da' principii del 1598, era già in grado di conoscere la non lontana andata di D. Lelio Orsini in Calabria quale amministratore e governatore dello Stato di Bisignano, avendo così deciso il tribunale in favore di lui; se non che poi, tergiversando sempre ed anche processando il Presidente De Franchis coll'imputazione di aver manifestati i voti della Curia, ciò che recava la pena di morte, il Governo Vicereale menò in lungo l'ammissione di D. Lelio nell'ufficio, e l'accordò soltanto dietro un ordine di Spagna provocato dal medesimo D. Lelio, che dovè recarsi espressamente per questo a Madrid[169].
Ma finalmente il Campanella si decise a partire per la Calabria. Nella Difesa, che ebbe a scrivere ad occasione dell'ultimo suo processo, egli espose i motivi che lo spinsero a tale determinazione: era ammalato (egli disse) di occhi e di ernia, da più di dieci anni carcerato o infermo per sciatica, per tisi, per paralisi, come era provato da' medici, cioè Latino Tancredi, Michele Politi e Tiberio Carnevale, a consiglio de' quali, per ristabilirsi in salute, era andato a dimorare in provincia d'onde mancava da dodici anni[170]. È certa qui una inesattezza di computo o piuttosto un'esagerazione pe' bisogni della causa, poichè l'assenza dalla provincia era durata un po' meno di nove anni e non già dodici; parimente i dieci anni di travagli, più volte così computati dal Campanella anche in altre occasioni, son dati in cifra rotonda un po' maggiore della vera. Ma le sue infermità, nel periodo di cui stiamo trattando, in grandissima parte dovevano esser vere, facendolo argomentare così le notizie che ce ne sono pervenute da altri fonti, come la speciale condizione di taluno de' medici da lui citati, che rendeva impossibile ogni finzione. Abbiamo infatti veduto che egli era stato realmente ammalato di occhi e sofferente di sciatica fin dalla sua prima venuta in Napoli, e quanto alla paralisi e alla tisi, non è impossibile che in Padova e in Roma abbia sofferto qualche cosa di simile durante le diverse prigionie: quanto all'ernia, sappiamo dalla sua opera _Medicinalium_ che egli stesso se la curò secondo il consiglio di Arnaldo, ma essendo quinquagenario[171]. Forse egli ne parlò nelle Difese, insieme alla tisi, per cercare di eludere il solito tormento della corda, poichè era ammesso non doversi gl'infermi di tali malattie porre alla corda, comunque del resto si solessero allora sostituirle altre maniere di tortura, in ispecie le stanghette, secondochè risulta dalle opere di tutti i trattatisti di quella età. Ma in ultima analisi le sue affermazioni non erano del tutto senza fondamento, e, come dicevamo, anche la speciale condizione di taluno de' medici da lui citati contribuisce a rendere credibile che motivi di salute lo avessero spinto a recarsi in Calabria. Alludiamo qui propriamente a Latino Tancredi, poichè Tiberio Carnevale e Michele Politi potevano essere ritenuti d'accordo col filosofo. Abbiamo già visto Tiberio Carnevale di Stilo, concittadino e speciale amico del Campanella; egli era d'altronde assai giovane a quel tempo, di appena 24 anni, e però di poca autorità, quantunque il Campanella ne facesse gran conto come si rileva dalla sua opera _Medicinalium_[172]. Più autorevole era Michele Politi, e difatti lo si vide nell'anno seguente chiamato alla lettura di teorica della medicina, lasciata appunto da Latino Tancredi promosso alla filosofia per morte di Gio. Berardino Longo; ma era egli pure conterraneo del Campanella, forse di Riaci, sicuramente della Diocesi di Squillace[173]. Quanto al Tancredi, lo abbiamo già visto da lungo tempo gran campione di dispute filosofiche (ved. pag. 25), ed era poi andato anche innanzi nello studio pubblico, giacchè dalla semplice lettura estraordinaria di medicina delle Domeniche (1584) era passato da un pezzo alla lettura di medicina ordinaria in surrogazione di Quinzio Buongiovanni promosso (1589); godeva inoltre grande stima e popolarità, tanto che nello studio giunse alla lettura di filosofia vacata per morte di Gio. Berardino Longo (1599) e più tardi alla dignità di Conte Palatino (1604), in società poi, divenuto molto ricco, giunse ad essere Barone della Podaria, terra presso Camerota; ma trovavasi contemporaneamente medico del Nunzio Aldobrandini, come è attestato dal Nunzio medesimo, e in tale qualità poteva essere interrogato anche confidenzialmente sulle cose esposte, sicchè il Campanella dovea guardarsi dal citarlo a caso[174]. Tutto ciò per altro non escluderebbe che il Campanella si fosse deciso tanto più volentieri ad andarsene in Calabria, in quanto attendeva con fiducia vicine mutazioni; ma escluderebbe l'asserzione del Parrino e del Giannone, che egli fosse stato da Roma per condanna assegnato a Stilo. Bisogna considerare che quando egli scrisse le Difese, era tuttora vivo e giudice suo anche in detta causa fra Alberto Tragagliolo; non avrebbe quindi potuto in alcun modo esprimere un fatto men che vero innanzi ad un uomo minutamente informato di tutte le sue cose.
Adunque il Campanella liberamente partiva da Napoli, dopo di avervi questa seconda volta dimorato poco più di 7 mesi, sapendosi con certezza, come vedremo più sotto, essere la sua partenza avvenuta nella 2ª metà del luglio 1598. Gioverà frattanto non seguirlo ancora nel suo viaggio, ma considerare un poco i fatti che mano mano si svolsero in Napoli e che naturalmente ebbero un'eco non lieve nelle Provincie; poichè avvenne un dissidio clamoroso tra i Nobili e il Vicerè, onde poterono riuscirne sempre più eccitate le speranze degl'insofferenti del giogo spagnuolo, mentre parecchie altre gravi ragioni le tenevano eccitate di molto.
Dal libro del Parrino emergono abbastanza bene le vivacissime discordie surte in Napoli tra' Nobili e il Vicerè, ad occasione del nuovo Banco privilegiato che s'intendeva istituire dal Saluzzo di Genova col favore Vicereale: ma non emergono le violenze e le scellerate maniere di agire che tenne il Vicerè Conte Olivares, nè le agitazioni e li scoppi di odii privati che si verificarono tra' Nobili durante quel trambusto; ce ne dànno pertanto notizia i Carteggi massime del Residente di Venezia e in piccola parte anche dell'Agente di Toscana, e da essi desumeremo ciò che ha maggiore attinenza con la nostra narrazione. Fin dal luglio 1598, come risulta dal Carteggio Veneto, cominciarono le preoccupazioni pel disegno del Banco Saluzzo. «Trattavasi, dice l'Agente di Toscana in una sua lettera dell'8 7bre, di erigere in questo Regno un depositario, il quale solo havesse tutti i depositi de' dinari vincolati, et il negotio era mal sentito quà dall'universale, et giudicato molto dannoso alla libertà et commercio pubblico»; onorevole maniera di giudicare il fatto, non resa bene dal Parrino, che l'espose come una quistione di comodità e di gelosia cittadina verso un forestiero qual'era il Saluzzo; per un fatto simile a' tempi nostri sarebbero corsi fiumi di eloquenza e d'inchiostro, ma allora si discusse un poco ne' Seggi e si decise di mandare con gran segreto a Madrid Gio. Battista Brancaccio fratello del Vescovo di Taranto, perché presentasse un reclamo a nome della città. Ed appunto questo segreto mosse a sdegno il Vicerè, e alla fine di agosto con brutti modi cominciò dal far carcerare Matteo Acquaviva d'Aragona Principe di Caserta, che fu preso mentre andava in carrozza, rinchiuso in Castello dell'Ovo e tenuto in una stanza nuda e senza letto; egualmente fece prendere D. Alfonso di Gennaro e rinchiuderlo in Vicaria nella stanza de' condannati a morte; poco dopo anche, a' primi di settembre, colse D. Ottavio Sanfelice e lo fece rinchiudere del pari in Vicaria, e sempre perchè costoro si erano mostrati più operosi nel far decidere l'invio del Brancaccio a Madrid. Molti Nobili allora si nascosero e fuggirono, e tra essi il Conte della Rocca, il Marchese di Mottagioiosa, il Marchese Bonati: ma il Marchese di Mottagioiosa, ricoverato in un monastero, essendosi dopo qualche mese provato ad andare talvolta a casa di notte, pedinato dalle spie fu preso egualmente e rinchiuso in Castelnuovo. Intanto, fin dalla stessa 1.ª settimana di settembre, quattro Seggi di Nobili si erano immediatamente riuniti, e scelti 12 Deputati li aveano fatti presentare al Vicerè per annunziargli che volevano mandare qualcuno a Madrid per querelarsi degli aggravii fatti alla Nobiltà, ma il Vicerè volle prender tempo, disse che lasciassero memoriale, e subito dopo guadagnò il Seggio di Portanova e tentò guadagnare l'Eletto del Popolo. Nello stesso mese di settembre i Nobili mandarono a Madrid D. Ottavio Tuttavilla de' Conti di Sarno, cui si unì Dezio Rocco quale inviato speciale del Principe di Caserta; ed ecco il Vicerè nuovamente occupato a cercare ogni mezzo per fare sfregio a' suoi oppositori. Trovavasi da tre anni rinchiuso in Castel S. Elmo un tale di cognome Ricca, agiato popolare, perchè sorpreso in casa di una sorella del Tuttavilla, vedova e molto bella; il Vicerè lo fece subito liberare. Ma peggio anche, la sera del 26 8bre, fece da più di 60 birri circondare la casa di Fabrizio di Sangro Duca di Vietri alla piazza di S. Domenico, e imprigionarlo con la più grande sorpresa di tutti, dopo di avere concertato con un nemico di lui Gio. Antonio Carbone già Marchese di Padula, mediante un tal Cesare Russo-Romano, una più che turpe imputazione «de attentato crimine pessimo passive»! È questo uno de' fatti che hanno un certo interesse per la nostra narrazione, dappoichè naturalmente il Duca ne divenne invelenito, e si disse che avrebbe aiutata l'insurrezione di Calabria: dobbiamo quindi riferirne qualche cosa, facendo conoscere un po' addentro la persona del Duca e determinando le date precise de' travagli che soffrì; per fortuna non ci mancano i documenti, avendo anche trovata nell'Archivio di Urbino tutta una sua corrispondenza autografa dal 1594 al 1621, senza contare altre sue lettere esistenti nell'Archivio Mediceo le quali sono posteriori al periodo di cui stiamo trattando[175]. Abbiamo avuta già occasione di menzionare Fabrizio di Sangro Duca di Vietri, come suocero del Marchese di Lavello e poi come Curatore del Principe di Bisignano: qui dobbiamo dire che egli era già vecchio in questo tempo, di 64 anni, con uno stato di servizio de' più onorevoli e costituito in un'alta dignità per l'ufficio che teneva. Secondogenito di Ferrante di Sangro, avea servito come luogotenente di suo padre nella guerra di Siena, poi come capo di una compagnia di 300 fanti italiani sulle galere del Principe Doria, poi come luogotenente di suo zio Geronimo, colonnello con mille fanti, trovatosi anche all'espugnazione di S. Quintino, poi come Agente speciale presso l'Ambasciatore Cattolico più volte in Roma: in sèguito, eletto Papa Paolo IV Carafa suo parente, fu da costui indotto a prender l'abito di clerico, inviato qual Nunzio a Venezia, designato anche Cardinale; ma scoppiata la guerra tra il Papa e il Re di Spagna, posto il Regno di Napoli in pericolo di cadere sotto le Sante Chiavi, egli partì da Roma e si schierò tra gli oppositori del Papa. Tale era la condotta del Nobile napoletano, che aveva una mente ed un braccio da poter mettere in servizio del suo paese: nessuna meraviglia che questa condotta oggi più che mai sia poco conosciuta ed abbia pochi imitatori. Non avea pertanto deposto ancora l'abito di chierico, e morto Paolo IV fu mandato a sorvegliare il Conclave; servì anche il nuovo Papa Pio IV quale inviato al Re di Spagna; ma dopo che vide perseguitati da lui i Carafeschi, depose l'abito di clerico e se ne tornò a casa. Ebbe quindi l'ufficio di Doganiere di Puglia già tenuto da suo padre (1574); poi fu creato Duca della terra di Vietri, che si aveva acquistata nel 1587, ed anche promosso all'ufficio di Scrivano di razione (1596), ufficio che tenne con abilità ed integrità[176]. La colpa appostagli non fu creduta da alcuno, ma intanto egli rimase in prigione non meno di 16 mesi, nè fu liberato se non dopo la venuta del successore del Conte Olivares ed anche 7 mesi dopo, l'8 febbraio 1600, avendo il suo medesimo difensore, Ottavio Stinca, destramente prolungata la trattazione della causa, fino a che non vide del tutto scomparse le influenze che l'avevano generata; e la decisione della gran Corte della Vicaria non poteva riuscire più onorevole pel Duca[177].