Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 15

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Uscito in libertà, il Campanella prese stanza nel convento di S.^ta Sabina, e tutto induce a far ritenere che sia stata quella una stanza obbligatoria. Ivi compose il Dialogo o _Discorso politico contra i Luterani, e Calvinisti, della vera Religione e del Lume Naturale Deformatori_, come reca la copia ms. esistente nella Bibl. naz. di Parigi (Ital. n. nuov. 106), copia che si ha tutta la ragione di credere quella medesima destinata dal filosofo al Card.^le Alessandrino: un'altra copia se ne ha in Roma nella Casanatense (XX, V, 28), ma molto scorretta, e di essa si servì il prof. Fiorentino per darci un sunto ed un profondo esame del Dialogo[139]. La data precisa della composizione del libro deve dirsi lo scorcio dell'anno 1595; ciò risulta dalla data della lettera autografa del Campanella a fra Alberto Tragagliolo, annessa alla copia esistente in Parigi. Questa lettera fu già pubblicata dal D'Ancona[140], ma con varie inesattezze introdottevi da colui che la trascrisse, e particolarmente nella data, che fu detta «21 1Obre 1599» mentre pure si conosceva molto bene che in tal tempo il povero Campanella si trovava non nella quiete del convento di S.^ta Sabina, ma nel colmo de' terrori del Castel nuovo di Napoli; noi la ripubblichiamo tra' nostri Documenti, avendola diligentemente ricopiata in Parigi[141]. Da essa si vede che il Tragagliolo, con sua lettera, avea consigliato il Campanella di dedicare il Discorso al Card.^le Alessandrino, protettore dell'Ordine Domenicano, cui aveva già presentato e raccomandato il filosofo; e costui supplica il Tragagliolo di volere lui medesimo presentare quel suo «primo Discorso», e farlo «raccomandato in quel bisogno che sa». Tale bisogno verosimilmente era la liberazione dall'obbligo di risedere in S.^ta Sabina e la facoltà di poter tornare in Calabria, ciò che appunto induce ad ammettere un'uscita dal carcere già da alcuni mesi, in caso contrario l'istanza sarebbe riuscita impossibile: pertanto, malgrado il fervore cattolico spiegato nel Discorso in ammenda del suo passato, il Campanella non vide soddisfatto il suo desiderio e dovè aspettare ancora non meno di due altri anni. Nel _Syntagma_ è detto che il Discorso o Dialogo fu dato pure ad Antonio Persio, e molto più tardi egualmente al Naudeo: inoltre nella Difesa scritta pel processo di Napoli, poi anche nella Lettera latina del 1607 al Papa pubblicata dal Centofanti, come pure nella copia medesima del Dialogo esistente nella Casanatense, è affermato che ne fu fatto invio del pari all'Arciduca Massimiliano; nella Difesa suddetta è affermato ancora che ne esisteva una copia presso Mario del Tufo[142]. Non lasceremo poi di parlare di questo Dialogo, senza dire che vi figurano da interlocutori Gio. Geronimo del Tufo Marchese di Lavello, Giulio Cortese e Jacopo di Gaeta. Geronimo comincia dal dire di avere assistito a una disputa singolare in S.ª Maria la nova, non di quelle solite tra i «nostri filosofi» e i peripatetici, ma a dirittura religiosa, sostenuta da M.º Tommaso da Capua con altri; espone quindi la nuova credenza, e Giacomo si fa a combatterla con la ragione, Giulio con la Bibbia; come ha notato il prof. Fiorentino, l'autore si nasconde sotto la persona di Giacomo, e si attiene sempre alla politica anzichè alla Teologia. Da parte nostra dobbiamo notare nel Campanella siffatta reminiscenza di Napoli e degli amici lasciati in questa città; essa mostra che la sua mente e le sue aspirazioni erano rivolte al dolce nido. Non abbiamo bisogno di dire chi fosse Gio. Geronimo Marchese di Lavello; quanto a Giulio Cortese, avremo ancora occasione di parlare di lui più in là, e quanto a Giacomo di Gaeta, gli scrittori di cose patrie ci dicono che egli era Cosentino, dimorante in Napoli, giurisperito, filosofo Telesiano ed oltracciò poeta; anche il Campanella lo fa intendere allorchè lo cita nel suo Sonetto al Telesio:

«Il buon Gaieta la gran donna adorna con diafane vesti risplendenti, onde a bellezza natural ritorna».

Aggiungiamo qui che oltre al _Dialogo_, il Campanella compose forse in S.^ta Sabina anche l'_Apologia pro Telesio_ e l'_Apologia pro philosophis magnae Graeciae ad S.^m Officium_: difficilmente si potrebbe assegnare un tempo migliore a queste due Apologie, che si trovano menzionate in più documenti di alcuni anni dopo, senza che il _Syntagma_ ci dia qualche lume intorno ad esse[143]. Ma si tratta di una semplice supposizione e non vi si può insister troppo. Certamente poi vi compose la _Poetica_, che abbiamo già avuta occasione di dire scritta nel 1596 per testimonianza lasciatane dal Campanella medesimo: con ogni probabilità, quando ebbe provato che era andato a vuoto il tentativo fatto col _Dialogo_ presso il Card.^le Alessandrino, il Campanella dovè sentire vivamente la necessità di guadagnarsi la protezione di altri Cardinali, e massime quella del potente Segretario di Stato di Clemente VIII, il Card.^l S. Giorgio, che si era già fatto notare per la protezione accordata all'infelice Torquato Tasso, e che si poteva sperare singolarmente benevolo dopo la presentazione di una _Poetica_[144]. Nè può non recare meraviglia tanta operosità nel carcere e tanto abbandono fuori carcere; laonde bene a ragione il Campanella medesimo ebbe poi un giorno a dire, che senza le protratte carcerazioni egli non avrebbe mai composto un sì gran numero di opere.

La più gran parte del lungo tempo trascorso dal Campanella in Roma, dopo il carcere, si può dire che sia stata essenzialmente impiegata nel cercare protezioni presso varii Cardinali ed alti personaggi. Questo dimostrano le notizie inserte nel _Syntagma_ e più ancora ne' varii documenti emersi coll'ultimo processo avuto più tardi pe' fatti di Calabria. Dal _Syntagma_ apparisce che diede al Card.^l S. Giorgio la sua _Poetica_, ma dalla Difesa scritta pel suo processo di Napoli, di poi egualmente da varie sue lettere del 1606 pubblicate dal Centofanti, apparisce aver dato allo stesso Card.^l S. Giorgio anche la sua _Monarchia de' Cristiani_[145]: sappiamo intanto che non vi guadagnò nulla; in un'attiva corrispondenza, che questo Cardinale ebbe a tenere col Nunzio intorno al Campanella pe' fatti di Calabria e pe' processi che ne seguirono, non troveremo il menomo indizio che il Cardinale siasi mai ricordato di aver conosciuto il filosofo. Ma giunse ad introdursi anche presso il Card.^l Del Monte e il Card.^l Farnese; e dalla Difesa scritta pel processo di Napoli apparisce, che presso quest'ultimo Cardinale egli protesse i frati napoletani di S. Domenico i quali aveano tumultuato, in opposizione a fra Marco da Marcianise agente de' Riformati, il quale si trovò poi Commissario della sua causa in Calabria[146]; dovè quindi certamente in tale occasione rivedersi in Roma con fra Dionisio Ponzio, il quale sappiamo esservi stato lui pure in questo tempo ed avere agito nello stesso senso. Infine giunse a guadagnarsi la grazia dell'Ambasciatore di Spagna in Roma, che era il Duca di Sessa D. Antonio de Cardona coll'enorme trattamento di 8 mila ducati l'anno posti a carico del Regno di Napoli: dalla Difesa più volte menzionata apparisce che costui gli avrebbe prodigati molti favori; conviene per altro avvertire che le asserzioni di questo genere poterono esser messe innanzi pe' bisogni della causa. — Ma un fatto degno di essere ricordato fu questo, che già cominciavano a mostrarsi in Roma, nei colloquii privati, le preoccupazioni per la vicina fine del mondo, la quale si credeva potersi verificare col termine del secolo; e il Campanella vi partecipava, nel senso che dovessero accadere mutazioni prima che il mondo finisse. In una Dichiarazione importantissima da lui scritta al momento del suo arresto in Calabria, e da noi trovata nell'Archivio di Spagna in Simancas, leggesi il seguente brano: «Che habbino d'esser mutatione nel mondo io mi ricordo haver parlato col Cardinal de Monte, mentre se preparava la guerra de ferrara, et che la chiesa dovesse gir avante, et con un filosofo Spagnolo zoppo che sta in Roma ne me recorda il nome, che fa professione d'arte devinatoria, et con il Theologo del Cardinal farnese» etc.[147]. Il Campanella dunque, già sotto l'impressione di un presagio di Monarchia, si occupava delle prossime mutazioni, per le quali, naturalmente, poteva tanto più accarezzare il concetto degli alti destini cui si credeva chiamato: e con questi pensieri in mente, si sforzava di ottenere la facoltà di poter partire per Napoli e restituirsi in Calabria.

La partenza del Campanella per Napoli non si può ritenere accaduta verso la fine del 1598, come è sembrato al Berti[148], sapendosi con certezza dalla Narrazione pubblicata dal Capialbi, che alla fine di luglio di tale anno egli era già arrivato in Calabria dopo di aver passato qualche tempo in Napoli. Sicuramente egli rimase nel convento di S.^ta Sabina durante l'anno 1596, come si rileva dalla deposizione di un testimone, che fa parte dell'ultimo processo pe' fatti di Calabria[149]; trovavasi poi tuttora in Roma quando si preparava la spedizione di Ferrara, vale a dire a' primi di 9bre 1597, come risulta dal brano della Dichiarazione pocanzi riportato. Tutti sanno che la spedizione di Ferrara, iniziata con la scomunica di D. Cesare D'Este cugino dell'ultimo Alfonso morto senza prole il 28 8bre 1597, sotto il pretesto che egli non fosse stato legittimato da Alfonso I suo padre, venne febbrilmente preparata a' primi di 9bre 1597: fu perfino richiamato dall'Ungheria Gio. Francesco Aldobrandini mandatovi dal Papa a combattere i turchi, ciò che contribuì a far giudicare tanto più severamente quella spoliazione, per la quale si ebbe l'assenso della Francia dopo l'assoluzione data a Errico IV. Il Carteggio dell'Aldobrandini Nunzio in Napoli fornisce esso pure alcune notizie intorno a' preparativi, tra le altre quella delle vive istanze Pontificie per avere il cav. Domenico Fontana, che era già «ingegniero della Regia Corte» in Napoli fin dal 1594, e che in tale condizione si occupava allora appunto de' disegni del Molo nuovo e della bella via di S. Lucia, e qualche anno dopo ebbe ad occuparsi dell'edificazione del nuovo Palazzo Reale[150]: egualmente il Carteggio del Residente Veneto in Napoli fornisce altre notizie, e fra esse quella della cerimonia compita nell'Arcivescovado, ove i Canonici in circolo assisterono alla lettura della scomunica inflitta a D. Cesare con una candela bruna in mano, che poi gettarono a terra quando la lettura fu finita[151]. Si consideri l'eccitamento degli animi in Roma. Come suole accadere, molti eruttarono poesie, e come suole del pari accadere ne' brutti argomenti, le poesie riuscirono orribili. Anche il Carteggio suddetto del Nunzio mostra allegato alle Lettere da Roma di quell'anno un cattivo Sonetto intorno a D. Cesare d'Este e alla resa di Ferrara: il Campanella volle egli pure far udire il suo canto, e diè fuora il Sonetto «a Cesare d'Este che ritenea Ferrara contro al Papa», Sonetto che abbiamo già avuto occasione di menzionare e che comincia col verso

«Tu, chi t'opponi alla promessa eterna»[152].

Fu senza dubbio uno de' Sonetti peggio riusciti, con una chiusa affatto banale; ma forse, vellicando le orecchie della Curia, produsse ciò che altri lavori di polso non aveano prodotto, e agevolò il compimento de' desiderii del poeta. La data da doverglisi assegnare è quella de' primi giorni di 9bre 1597, e poco dopo bisogna ritenere che il Campanella abbia potuto ottenere di partire da Roma; in caso contrario riuscirebbe impossibile intendere un altro brano della Dichiarazione sua, che avremo a riportare fra breve.

Il secondo soggiorno del Campanella in Napoli si estese certamente all'inverno e alla primavera dell'anno 1598, e fin oltre la metà di luglio di tale anno. La sua salute lasciava qualche cosa a desiderare, e tutto induce a far ritenere che egli sia tornato nella casa ospitale del Marchese di Lavello presso Mario del Tufo. Il _Syntagma_ ci dice solamente questo, «nell'anno 1598 terminai in Napoli un _Epilogo di Fisiologia_ ed un'_Etica_», la qual cosa basterebbe a mostrare che il filosofo non potè trovarsi in Napoli assolutamente di passaggio. Si ricordi che in Roma egli aveva cominciato un nuovo «Compendio di Fisiologia» sperando di risarcire la perdita di un grosso volume, e che l'aveva poi mandato a Mario del Tufo (ved. pag. 77): certamente fu questo compendio appena cominciato che egli terminò, aggiungendovi l'Etica; ma vedremo che più tardi vi aggiunse pure la Politica, l'Economica e la Città del Sole, e ne risultò l'opera scritta in italiano col titolo «Epilogo magno di quello che della Natura delle cose ha filosofato e disputato fra T. Campanella» quale conservasi nella Casanatense (XX, V, 28) e nella Magliabechiana (VIII, 6), divenuta poi in latino _Philosophiae realis epilogisticae partes quatuor_ etc. Noi seguiremo passo passo la composizione di quest'opera importante: ci basterà qui dire che essa fu cominciata in Roma assai probabilmente nella fine del 1594, continuata in Napoli sicuramente nel 1.º semestre del 1598 fino alla sua 2.ª parte, l'Etica; e che sia stata cominciata fuori Napoli si rileva dalle prime parole del Proemio, «Perchè teco menar la vita non posso Signore» etc., il quale Signore è naturale ammettere che sia stato Mario del Tufo[153]. Verosimilmente il Campanella ebbe in animo anche di rifare l'opera _De sensu rerum_, e per questo motivo commise al medico suo conterraneo Tiberio Carnevale di rilevare dal S.^to Officio quali fossero le proposizioni trovate censurabili nel Telesio; ma vedremo a suo tempo che da diversi indizii apparisce avervi in realtà posto mano più tardi, e però al Catalogo delle opere del filosofo per l'anno 1598 1.º semestre passato in Napoli si deve aggiungere solamente la continuazione dell'Epilogo magno di Filosofia in italiano. — Non sembra poi dubbio, che durante questo periodo di tempo il Campanella abbia atteso ancora all'insegnamento secondo il suo costume, e più che a Francesco del Tufo, questa volta egli dovè dare un corso di lezioni a persone importanti in materie di ordine molto elevato. Nella sua opera _Del senso delle cose_, al libro 1.º cap. 13 si legge: «nelli 4 libri che hò fatto d'Astronomia contra Aristotile, Telesio, Tolomeo, e Copernico, hò fatto vedere questo al discepolo cortese» (nell'ediz. latina «... diligenter hoc Cortesio discipulo indicavi»). Vedremo che i libri di Astronomia furono almeno in parte composti nel 1603, e che l'opera Del senso delle cose, così come la possediamo, fu rifatta in italiano nel 1605; volendo quindi determinare il tempo, ed anche la specie di lezioni date al Cortese, è naturalissimo ammettere un insegnamento nel periodo di cui ci stiamo occupando, con ogni probabilità in astronomia, essendo poi stata alla memoria del Cortese dedicata l'opera che trattava della materia insegnatagli. Nè ci ripugna il credere che questo Cortese sia stato veramente Giulio Cortese, del quale vedremo tra poco le opinioni astrologiche scambiate col Campanella: egli era già vecchissimo, ed in questo stesso anno morì, ma allora anche i vecchi non si vergognavano di farsi uditori per apprendere ciò che desideravano di apprendere. Un altro discepolo poi, riferibile egualmente a questo periodo, è emerso dalle Lettere del Campanella pubblicate dal Berti; vogliamo dire il Marchese Spinola, padre dello Spinola che trovavasi Cardinale verso il 1630[154]. Chi era questo Marchese? Due Cardinali Spinola si aveano verso il 1630: Agostino, figlio del celebre capitano Ambrogio e di Giovanna Basadonna, e Gio. Domenico, figlio di Gio. Maria e di Pelina Lercaro, per quanto si può cavare dal Deza, poiché nè il Ciacconio, nè il Guarnacci, nè il Palazzi, nè il Cardella offrono la genealogia di quest'ultimo Cardinale[155]. Ma Gio. Maria non era Marchese, nè facea vita in Napoli: non rimane quindi che Ambrogio del q.^m Filippo, Marchese di Venafro dopo la morte del padre avvenuta in marzo 1584, e poi, coll'ammissione di Venafro al R.º Demanio pel decreto del 28 marzo 1586, rimasto Marchese di Sesto e Signore di Roccapipirozzi. Egli aveva 29 anni nel tempo di cui trattiamo, e intorno a lui e al fratello Federico, come intorno alle quattro sorelle, Lelia, Placidia, Maria e Maddalena, non mancano notizie nell'Archivio di Stato: dal Capaccio, nel Forastiero, fu poi registrato tra le nobili famiglie genovesi «state abitanti in Napoli», e si conosce che non prima del 1602, per un invito del fratello, si destarono in lui gli spiriti marziali, onde assoldati 9,000 uomini a sue spese s'improvvisò generale e riuscì tanto maravigliosamente nelle Fiandre. Il Campanella, nella sua prima venuta in Napoli, era troppo poco noto per avere un discepolo di questo rango: apparisce più probabile che l'abbia avuto nel 1598, e forse per lo stesso corso di astronomia.

Come pel periodo precedente, così anche per questo, varie altre notizie ci sono fornite da' documenti emersi coll'ultimo processo pei fatti di Calabria, segnatamente dalla Dichiarazione scritta al momento dell'arresto, e dalla Difesa scritta durante il processo. Nella Dichiarazione si legge il seguente brano, che tratta sempre delle mutazioni aspettate per la vicina fine del mondo: «ragionando con diversi Astrologi, in particulare con Giulio Cortese napolitano, con Col'Antonio Stigliola gran mathematico, et con Gio. Paulo Vernaleone, che stavano in Napoli hor son tre anni, ho inteso da loro che ci doveva esser mutatione di Stato». E più oltre: «el Prencipe de Bisignano, vedendolo io che desiderava questo, quelli giorni avante haveamo parlato con Giulio Cortese, et però le disse sta allegro che li Astrologi aspettano mutatione, et la mutatione fa per li huomini mal contenti»[156]. Come si vede, il Campanella parla qui di cose avvenute «hor son tre anni», e poichè la sua Dichiarazione fu scritta nella prima metà del 7bre 1599, strettamente dovremmo riportarci al cadere del 1596: ma essendo questo impossibile, conviene riportarci alla fine del 1597, tenendo conto delle cifre rappresentanti gli anni e non del periodo di tempo effettivamente trascorso, ciò che si trova da lui usato pure qualche altra volta; e così abbiamo detto doversi ammettere che gli sia stato concesso di poter partire da Roma poco dopo il 9bre 1597, in caso contrario sarebbe riuscito impossibile intendere quanto egli ebbe ad affermare nella sua Dichiarazione. Adunque, non appena giunto in Napoli, il Campanella ripigliò il tema delle aspettate mutazioni, consultando persone ritenute molto competenti in siffatta materia. Abbiamo già avuta occasione di nominare Gio. Paolo Vernalione, a proposito di Gio. Vincenzo Della Porta suo stretto amico: di lui sappiamo solamente che era stato maestro di matematiche di molto grido[157], ed al tempo di cui trattiamo viveva abitualmente fuori Napoli, coltivando le arti divinatorie nelle quali aveva acquistato grandissima riputazione. Giulio Cortese, che pure abbiamo trovato interlocutore nel Dialogo contro gli eretici, era prete e Teologo napoletano, tra gli Accademici Svegliati detto l'Attonito: di lui si hanno stampate alcune «Rime» con «varii opuscoli» (1588 e 1591), una «Oratione alle potenze italiane per lo soccorso della Lega germana contra il turco» (1593), e un libro «De Deo et Mundo sive de Catholica philosophia» (1595), essendo rimasto inedito, secondo il Toppi, un Poema intitolato «il Guiscardo», ed anche un trattatello in cui si mostrava che i principii della filosofia del Telesio erano molto conformi a quanto dicono le Sacre Lettere; la sua morte credesi dal Minieri-Riccio avvenuta nel 1593, ma deve riportarsi a più tardi, come si rileva pure dalla notizia che il Campanella ne dà, e del resto il Chioccarello di poco posteriore, nella parte ms. della sua opera «De viris illustribus» che si conserva nella Bibl. nazionale, vantandolo anche come astrologo lo dice morto appunto nel 1598 e sepolto in S. Eligio. Quanto a Colantonio Stigliola (latinamente Stelliola) che pure abbiamo già incontrato più sopra, egli era di maggior levatura e merita una più larga menzione. Nacque nel 1546 da Federico e da Giustina... certamente della città di Nola, sia pure che abbia accidentalmente vista la luce in Siderno come vuole il Macrì[158]: si laureò medico in Salerno, ma rinunziò ben presto all'esercizio della medicina, e l'occasione fu il vedersi da un nobile posposto a un altro medico, il quale con le sue prescrizioni secondava la vanità del cliente. Coltivò assai la botanica, e le sue intime relazioni con Ferrante Imperato diedero motivo alla diceria che stretto dal bisogno, la quale circostanza era vera pur troppo, avesse venduto per 100 ducati all'Imperato l'opera della Storia naturale; ma sembra questa una delle non rare maldicenze a danno dell'Imperato, il quale, nella prefazione dell'opera che pubblicò il 1590, non mancò di citare lo Stigliola, qualificandolo «professore di scienze recondite» ed aggiungendo di aver comunicata con lui la maggior parte delle cose che allora dava in luce. Si dedicò infatti allo studio non solo della matematica, ma anche dell'astronomia e della chimica, ed amò, secondo i gusti del tempo, le cose astrologiche: esercitò l'architettura e fu ingegnere pubblico; ma, sempre povero, fu obbligato a dar lezioni per le case de' nobili come pure in casa sua (di matematica e di chimica, o _filosofia vulcanica_, come allora la chimica avea nome in Napoli), ed inoltre a tenere una Stamperia, alla quale attese in sèguito il suo figliuolo Felice. Abitava fuori porta Regale, quasi dirimpetto alla Chiesa di S. M. della Salute divenuta poi S. Domenico Soriano e là teneva pure la Stamperia, un poco più in su della Chiesa presente di S. Michele che allora era tutt'altra cosa, sull'area dell'attuale piazza Dante a quel tempo più angusta e addetta in gran parte a cavallerizza. Non ci costa che sia mai stato lettore pubblico, avendo avuto la lettura di matematica Francesco Chiaramonte fin dall'anno in cui quella lettura fu istituita, cioè dal 1607, e sappiamo che egli tenne l'ufficio d'ingegnere della città, non della Corte, poichè solo temporaneamente collaborò con suo padre Federico e suo fratello Modestino alla descrizione geografica del Regno e al perfezionamento di quella mappa che fu poi intagliata dal Cartari; egli si occupò invece dell'acqua stagnante, del porto e delle mura della città, sebbene inutilmente, come narra in una sua lettera al Principe Cesi, riportata dall'Odescalchi nelle Memorie storiche de' Lincei, essendo stato ascritto a quell'insigne Accademia. Di animo indipendente in filosofia, Pitagorico per elezione, al pari di tutti i Pitagorici si sforzava di seguire anche le abitudini del maestro: scrisse, com'è noto, un libro sulla «teriaca» (1577), un libro sul «Telescopio over Ispecillo celeste» (postumo, 1627), e i trattati dell'Enciclopedia Pitagorea, de' quali non ci è rimasto che l'indice (pubb.^to ibidem): basterebbe per altro la sola sua lettera al Galilei, in data del 1º giugno 1616, per farlo stimare ed amare[159]. Abbiamo già avuta occasione di dire che gli fu fatto un processo dal S.^to Officio, rimanendo carcerato in Roma nel 1595 e probabilmente in compagnia del Campanella; morì l'11 aprile 1623[160].