Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 14
Questo intanto ci conduce a parlare delle opere composte dal Campanella in Roma, de' suoi compagni di carcere, delle poesie che quivi dettò. Nel _Syntagma_, a proposito de' libri perduti in Padova, si legge: «In Roma dunque dettai di nuovo un piccolo _Compendio di Fisiologia_, nè di esso mi avea dato mai più alcun pensiero, ma l'anno 1611 Tobia Adami l'ebbe da non so chi in Padova e lo pubblicò sotto il titolo di _Prodromo di tutta la filosofia del Campanella_. Inoltre cominciai un _Compendio di Fisiologia_, sperando di risarcire la perdita di un grosso volume; ed in esso proponeva le opinioni di tutti gli antichi e le comparava con le nostre, il quale libro mandai poi a Mario Tufo. Al medesimo Mario scrissi un trattato _Della prestanza dell'arte cavalleresca_». Poi, venendosi a parlare non più per incidente delle opere scritte in Roma, si legge ancora: «In Roma avea parimente scritto in versi toscani _Sul modo di sapere_ e _su cose fisiologiche_, e perdei l'uno e l'altro libro in Napoli; scrissi anche in Roma una _Poetica secondo i proprii principii_, la quale diedi a Cinzio Albobrandini Card.^l S. Giorgio, e trovasi nelle mani di molti, benchè uno spagnuolo l'abbia tradotta nella lingua sua e vi abbia apposto il suo nome: la qual cosa, allorchè ebbi a vederla in Napoli nel Regio Castello, l'anno 1618, mi mosse ad un riso veramente grandissimo; ma dovunque i nostri esemplari testificano contro il plagiario, e lo stesso ladro, allo scopo di covrire un po' meglio il furto, in fine si scusa perchè, quantunque sia spagnuolo, sovente cita poeti italiani come l'Ariosto, il Tasso, il Guarini. Scrissi pure in Roma un _Dialogo_ in lingua volgare, _del modo di convincere gli eretici del nostro tempo e tutti i settarii insorgenti contro la Chiesa Romana_, buono per qualunque mediocre ingegno, e alla sola prima disputa; lo diedi prima a Michele Bonello Card.^le Alessandrino e ad Antonio Persio, ed anche a te non così per tempo io lo concessi, o amicissimo Naudeo, comunque non perchè abbi a darlo in luce, mentre da lunga pezza oramai avea trasfuso questo dialogo nella _Lettera anti-Luterana_ a' filosofi e principi oltramontani per instaurare la religione. Inoltre egualmente trovandomi in Roma, diedi agli amici Orazioni, parecchi _Discorsi politici_, molte _Poesie toscane e latine_ anche da diffondersi col nome loro. Qui pure cominciai a comporre _Versi toscani con metro latino_, come si veggono nelle nostre Cantiche, e l'_Arte metrica della lingua volgare in tutto simile alla latina_, con regole sicure onde poter conoscere ed osservare la quantità di ciascuna sillaba, e diedi questa a Gio. Battista Clario medico dell'Arciduca Carlo in Roma e a due giovani Ascolani»[124]. Tale è la serie delle opere composte in Roma nella fine del 1594, nel 1595, 1596 e quasi tutto il 1597, nuovo gruppo che viene ad aggiungersi a quelli delle opere precedenti e ad ingrossare di molto il Catalogo: ma gioverebbe conoscere quali di esse siano state scritte nel carcere e quali fuori, come pure con quale ordine di successione; e il _Syntagma_ non ci dà lumi sufficienti per conoscerlo, che anzi ci apparisce sempre più un'esposizione non solo disordinata ma anche assai oscura in qualche punto di molta importanza. Trovando registrato in primo luogo il piccolo _Compendio di Fisiologia_, che venne pubblicato poi dall'Adami in Frankfort nel 1617 col titolo di _Prodromus Philosophiae instaurandae_, si sarebbe autorizzati a classificarlo prima di ogni altra opera di questo gruppo; tuttavia, guardando bene al _Syntagma_, si rileva che esso trovasi registrato in primo luogo per incidente. D'altro lato abbiamo nella Bibl. Magliabechiana (XII, 5) un Codice intitolato _Compendium Ph.iae (sic) Campanellae ad Paulum Attilium, Romae 1595_, e, come il prof.^r Fiorentino ha fatto notare, esso corrisponde esattamente al _Prodromus_[125]; possediamo quindi una data certa, la quale autorizza ad ammettere che la detta opera abbia dovuto essere composta nel carcere, ma non necessariamente in primo luogo. E bisogna aggiungere che non manca un fortissimo indizio, da noi trovato in un'opera appartenente ad un compagno di carcere del Campanella di cui si discorrerà tra poco, per lo quale si è autorizzati a dire che questo libro fu «il secondo» tra' libri da lui composti nel carcere; nè abbiamo bisogno di far notare, che avendo esso la data certa del 1595, e non essendo stato il primo tra' libri composti in Roma, si può tanto meglio affermare che il trasferimento del Campanella alle carceri di questa città sia avvenuto nella fine del 1594. Ciò posto, deve dirsi che in tale periodo egli abbia «cominciato» a scrivere l'altro _Compendio di Fisiologia_, diverso da quello ora contemplato, in risarcimento di un grosso volume perduto che comparava le opinioni degli antichi alle proprie, la quale circostanza autorizzerebbe a dire che egli avesse avuta l'intenzione di risarcire la perdita del libro di _Fisiologia_ sottrattogli a Bologna, composto di «dispute contro tutte le sètte» o veramente del libro _De Rerum universitate_ (confr. pag. 53 in nota). Di certo ne venne fuori l'inizio di ciò che fu poi detto l'«Epilogo» o «Epilogo magno di Filosofia», essendo state le dispute contro le sètte riserbate per un'appendice che fu composta più tardi col titolo di Quistioni; e vedremo che l'opera fu cominciata e poi proseguita in italiano, la quale novità, imitata in sèguito per lungo tempo, merita di essere additata. Ma il lavoro fu presto interrotto per comporre il _Compendium Phisiologiae_ in latino, verosimilmente anche questa volta per dettarne lezioni, e forse a quel Paolo Attilio, che potè essere uno de' due giovani Ascolani sopra menzionati. Seguì poi, con ogni probabilità egualmente nel carcere, la composizione così del trattato della _Prestanza dell'arte cavalleresca_, come de' _Versi toscani sul modo di sapere o su cose fisiologiche_, primi tentativi delle poesie filosofiche alle quali il Campanella attese di poi, alcuni anni più tardi: ma dobbiamo assolutamente rimandare all'ultimo luogo la composizione della _Poetica_, al periodo in cui il Campanella già stava fuori carcere, e si agitava presso il Card.^l S. Giorgio per poter tornare in Calabria, cioè nel 1596, come egli stesso dice in un'altra opera analoga[126]; dobbiamo inoltre rimandare egualmente al periodo in cui già stava fuori carcere, ma a' primi tempi di questo periodo, la composizione del _Dialogo del modo di convincere gli eretici_, pel quale vedremo esservi una data e una dimora certa, lo scorcio del 1595 nel convento di S.^ta Sabina. Invece gl'importanti _Discorsi politici_, che il _Syntagma_ non specifica e che sappiamo essere stati inviati all'Arciduca Massimiliano e all'Imperatore, come anche molte _Poesie italiane e latine_, i _Versi toscani con metro latino_, e l'_Arte metrica_ corrispondente che fu donata al Clario, si debbono assegnare al periodo trascorso nel carcere, visto che ne fu fatto dono al Clario il quale fu compagno di carcere del Campanella, come diremo tra poco. Tutto considerato, bisogna riconoscere che il Campanella in Roma, lavorando assai più nel carcere che fuori, abbia atteso massimamente a procurarsi distrazioni, dapprima con la filosofia e di poi con la poesia; che abbia posto da parte gli sfoggi di teocrazia e di fervore religioso, mentre non gli era stato possibile utilizzare la _Monarchia de' Cristiani_ e _il Regime della Chiesa_, ripigliando di poi il fervore pel cattolicismo nel suo _Dialogo_, quando gli fu necessario conciliarsi la benevolenza della Curia, per essere liberato dall'obbligo di risedere nel convento di S.^ta Sabina e di non allontanarsi da Roma; che invece abbia posto mano alla politica e ad una specie notevole di politica ne' suoi _Discorsi_, quando gli fu necessario conciliarsi la benevolenza de' potenti del Nord ed averne lettere commendatizie. — Ci corre intanto l'obbligo di fermarci ancora un poco su questi Discorsi politici composti in Roma. Essi sarebbero i seguenti, e il titolo li qualifica abbastanza: _Discorsi a' Principi d'Italia che per bene loro e del cristianesimo non debbono contradire alla Monarchia di Spagna ma favorirla, e come dal sospetto di quella si ponno guardare nel Papato e per quella contra infedeli, con modi veri e mirabili_; ad essi venne forse aggiunto pure l'altro assai più brutto, che conservasi ms. nella Biblioteca naz. di Parigi e che 7 anni dopo, se non siamo male informati, venne tradotto in latino e dato alle stampe dal Mylius, _Discorso circa il modo col quale i Paesi Bassi, volgarmente di Fiandra, si possino ridurre sotto l'obbedienza del Re Cattolico_[127]. Possiamo dire con certezza che i «Discorsi a' Principi d'Italia» non doverono essere scritti in quella forma che ce n'è rimasta: il Campanella ebbe in sèguito a ritoccarli ed anche ad accrescerli notevolmente, come si rileva dalla maniera che tenne nel farne menzione in varie circostanze, ed oltracciò dalle opere che vi si veggono citate e che furono certamente composte più tardi; così ne avremo ancora a parlare nel corso di questa narrazione, e ci riserbiamo di dirne qualche cosa di più a miglior tempo. Ma avendo qui riferite le parole del _Syntagma_ che ad essi alludono, vogliamo richiamare l'attenzione sul fatto singolare, che mentre nel _Syntagma_ si trova registrato sempre il titolo di ogni più umile lavoro, non si trovano invece i titoli de' detti Discorsi e specialmente di quelli a' Principi, che per moltissimi anni, insieme co' Discorsi sulla Monarchia di Spagna dei quali avremo a parlare più in là, furono tra le più stimate opere del Campanella, tanto che se ne trovano ancora molto sparse le copie manoscritte. Siamo nondimeno in grado di spiegarci il fatto, considerando che al _Syntagma_ fu posto mano dal Campanella e dal Naudeo il 1631 in Roma, quando il filosofo godeva la protezione di Papa Urbano VIII, nemicissimo degli spagnuoli ed affettato protettore del Campanella principalmente per fare una dimostrazione di dispetto agli spagnuoli, da' quali il Campanella era stato tenuto tanti anni in carcere e da' quali era in ultima analisi fuggito. La comparsa nel _Syntagma_ di quel titolo de' _Discorsi a' Principi_, che abbiamo sopra riportato, sarebbe stata una dissonanza enorme coi tempi, co' luoghi, con le circostanze, ciò che non avveniva pe' Discorsi sulla Monarchia di Spagna, dal quale semplice titolo non traspariva se se ne fosse detto bene o male. Dobbiamo poi anche notare, che nell'Informazione pubblicata dal Capialbi lo stesso Campanella fa intendere di avere scritti i Discorsi a' Principi in Padova, «mosso dall'opposizion che li facean li Venetiani»: ma forse, così dicendo, ebbe allora in animo di mascherare il ricordo delle peripezie di Roma; e poichè nel _Syntagma_ non si trovano menzionati Discorsi politici composti in Padova, ma se ne trova invece fatta menzione al tempo della dimora in Roma, mentre d'altra parte qui veramente si offrì una buona occasione per comporli, noi ci siamo attenuti alla notizia comunque vaga del _Syntagma_, accettando quella dell'Informazione nel senso di stabilire, che i Discorsi a' Principi furono scritti prima di quelli sulla Monarchia di Spagna e in un periodo che del resto sarebbe circoscitto tra il 1593 e il 1595[128].
Ci faremo ora a vedere i compagni di carcere del Campanella, e le Poesie da lui composte nel carcere per quanto sarà possibile rinvenirne le tracce. Sicuramente fu con lui carcerato Gio. Battista Clario, che nel _Syntagma_ è detto medico dell'Arciduca Carlo; verosimilmente lo furono anche i due giovani Ascolani, de' quali si ha notizia contemporaneamente al Clario, e forse uno di loro ha potuto essere il Paolo Attilio cui venne indirizzato il Compendio di Fisiologia. Non diremo essere stato compagno di carcere anche Giordano Bruno, comunque sia noto che nel tempo medesimo egli penava nel carcere dell'Inquisizione: tutto induce a credere che la sorte del Bruno fosse stata già definita, ed essendo destinato all'estremo supplizio, e dovendo esser tenuto in un carcere più sicuro giusta le regole del S.^to Officio, egli si trovava forse nelle carceri di Tor di Nona, come ci è accaduto di rilevare per taluno colpito da gravissime imputazioni, la cui storia si legge nella Raccolta di scritture di S.^to Officio esistente nel Trinity-College di Dublino. Ma con ogni probabilità, negli ultimi mesi della sua dimora nel carcere, il Campanella vide entrarvi anche un dotto napoletano, Colantonio Stigliola, che senza dubbio avea già conosciuto presso Gio. Battista Della Porta: ci è infatti venuto tra mano un processo di S.^to Officio sinora ignoto contro lo Stigliola, dal quale apparisce che costui trovavasi già carcerato in Roma nel luglio 1595 e rimase carcerato fin dopo l'aprile 1596. Avremo più in là occasione di parlare dello Stigliola e di questo suo processo; per ora basti averlo menzionato quale probabile compagno di carcere del Campanella, importandoci molto di dire invece qualche cosa del Clario compagno di carcere certo. Le nostre ricerche intorno a costui ci menano a ritenere che egli sia stato appunto quel Gio. Battista Clario, di cui si hanno alcuni Dialoghi editi nel 1608, dove trovasi qualificato Protomedico della Stiria, mentre nel _Syntagma_ è detto medico dell'Arciduca Carlo. Egli parrebbe Forlivese di origine, giacchè si ha pure un Francesco Clario appunto di Forlì, che nel 1585 diè alle stampe un Panegirico sull'umanità dell'Arciduca Carlo, dal quale era tenuto a studiare in Padova[129]: ad ogni modo gioverà fermarci un poco su' Dialoghi di Gio. Battista Clario[130]. Fin dalla Dedica di questi Dialoghi trovasi ricordato che essi vennero composti in Roma essendo l'autore molto giovane, ed è notevole che i tre primi hanno per interlocutori un Panfilo ed un Armenio entrambi carcerati. Panfilo vi si rileva giovane di forti studii, colmo di tutti i beni tanto da esserne invidiato, ed allora carcerato da tre anni per un solo e falso calunniatore, dolente di trovarsi in quelle «strane prigioni», accorato della mala opinione che da molti si sarebbe avuta di lui; Armenio vi si rileva già «altre volte trovatosi in simili conflitti», consolatore di Panfilo invitandolo a tener presente tra le altre cose, la bontà di quelli che dovranno giudicarlo; senza essere visionarii, ci pare di poter dire fin d'ora che si tratti qui delle prigioni di S.^to Officio, le quali appunto compromettevano assai la riputazione, del Clario scoraggiato, del Campanella avvezzo a quel trattamento e fiducioso in fra Alberto Tragagliolo. Ancora Panfilo, molto erudito, disputa in filosofia mostrandosi più sovente peripatetico, ed Armenio, tanto più erudito, abbondantissimo in citazioni, parla anche di astrologia e menziona S. Bernardo, S. Gio. Crisostomo, Lattanzio, e «il secondo libro de' principii delle cose da lui composto in quella prigione in lingua latina»[131]; non ci par dubbio che si alluda qui abbastanza chiaramente al secondo _Compendio di Fisiologia_, a quello composto in lingua latina dopo che n'era stato già cominciato un altro (scritto invece in italiano), al Compendio che tanti anni dopo fu pubblicato dall'Adami col titolo di _Prodromus_; ed ecco perchè abbiamo detto più sopra aversi fortissimo indizio che prima sia stato cominciato il Compendio in italiano che divenne poi «l'Epilogo di Filosofia», e sempre nel carcere di Roma. Oltre a tutto ciò, nel Dialogo 7º del Clario, un altro interlocutore dice di avere avuto il giorno innanzi una disputa con un Telesiano, e fa sapere che il Telesio vuole estirpare la filosofia di Aristotile e difendere quella di Parmenide e Melisso, che la sua dottrina particolarmente nel Regno di Napoli è stata accettata, accresciuta, ampliata, «frà gl'altri da Tommaso Campanella, huomo in vero nato a tutte le scienze, il quale e con la voce e con gli scritti ha procurato di darle riputatione grandissima»[132]. Dobbiamo poi aggiungere ancora un'altra circostanza tratta da altro fonte, che crediamo doversi riferire al Clario. Vedremo che durante l'ultimo processo patito dal Campanella, uno de' più cari amici suoi è carcerato egualmente (fra Pietro Presterà di Stilo) ebbe a dire di aver saputo dallo stesso Campanella che un astronomo «delle parti di Germania», carcerato con lui nella S.^ta Inquisizione, gli aveva presagito la Monarchia del mondo, perocchè aveva sette pianeti ascendenti favorevoli[133]: senza entrare ne' particolari della notizia, che saranno chiariti a miglior tempo, diciamo qui che l'astrologo in parola dovè essere appunto il Clario, sapendosi che era medico, e quindi, secondo il gusto del tempo, facile cultore di astrologia, oltrechè medico di Corte nella Stiria. Così il germe inoculato al Campanella in Cosenza ed Altomonte veniva scaldato nel carcere di Roma, e lo si vide poi sbocciare in Calabria, terminando nel più disastroso fra' processi: certamente il Campanella e il Clario, verosimilmente anche lo Stigliola, si eccitavano al pensiero dell'avvicinarsi di tempi nuovi, e questo si vede ogni giorno nelle persone carcerate; i tempi nuovi pertanto aveano pel filosofo un'altissima significazione. — Ma avendo il Campanella in questo tempo scritte anche molte Poesie, cerchiamo di rintracciare se tra quelle che finora conosciamo ve ne sia qualcuna da potersi riferire al periodo in esame. Noi crediamo doverci sempre d'ora in poi diligentemente occupare di tale ricerca ad ogni distinto periodo della vita del filosofo; poichè senza dubbio le poesie, composte quasi sempre a sfogo dell'animo in un circolo ristretto di persone intime, possono far conoscere le condizioni vere del Campanella anche ne' diversi tempi, assai meglio di ogni altra maniera di documenti, nei quali egli non fu sempre in grado di esprimere la pretta verità, ma sovente dovè piegarsi alle necessità del suo miserrimo stato. Pur troppo anche le poesie, prima di essere pubblicate, furono vagliate diligentemente, e parecchie fra esse mostrano tracce di mutilazioni evidentemente fatte per togliere di mezzo ciò che poteva compromettere l'autore, senza contare che alcune, di data posteriore, appariscono scritte espressamente per metterlo sott'altra luce: ma vi è rimasto sempre qualche cosa che lo mostra qual'era, e poi abbiamo oggi la fortuna di poter pubblicare non meno di 67 altre poesie inedite, eliminate nella «Scelta» che se ne fece non solamente perchè erano di scarso valore letterario, ma anche perchè contenevano cose le quali importava lasciar sepolte, ond'è che siamo in grado di trarne molto lume per la nostra narrazione. Naturalmente noi spigoleremo fin d'ora anche nelle dette poesie, intorno alle quali basti qui dichiarare che si trovarono in un manoscritto emerso nel processo di Napoli il 1602, manoscritto appartenente ad un altro caro amico del Campanella ed egualmente carcerato (fra Pietro Ponzio, germano di fra Dionisio), che ne fece raccolta fino al 2 agosto 1601, divulgandole anche sotto mano per Napoli a gloria dell'amico suo. Non abbiamo ad occuparci di poesie latine, poichè di esse non è pervenuta alcuna fino a noi, e quanto a poesie italiane con metro latino, le sole tre che ci rimangono non possono dirsi di questo periodo, siccome è chiaro anche dalle note che l'autore medesimo vi appose; ma in quelle con metro comune crediamo che ve ne sia taluna appartenente al periodo in esame. Così il Sonetto intitolato «Al carcere» ci sembra chiaro doversi riferire al carcere di Roma, non già a quello di Napoli come da tutti è stato creduto[134]: si badi infatti alla 2ª strofa di esso e alla chiusa:
«Come và al centro ogni cosa pisante . . . . . . . . . . . . . . Così di gran scienza ogn'un amante che audace passa dalla morta gora al mar del vero di cui s'innamora nel nostro hospitio al fin ferma le piante. . . . . . . . . . . . . . . che qui non val saper, favor ne pieta io ti sò dir; del resto tutto tremo, ch'è rocca sacra à tirannia secreta».
Una _gran scienza_, con la quale si passa _dalla morta gora al mar del vero_, sarebbe rimpicciolita di troppo riferendola alla politica, e se la tirannia spagnuola aveva una caratteristica, questa può dirsi il non essere _segreta_, ma chiara e brutalmente professata: trattasi dunque piuttosto del carcere di S.^to Officio, e la nota apposta al Sonetto aiuta anche ad intenderlo; poichè dicendo essa semplicemente «è chiaro», eccita a considerare di quale specie di carcere si tratti, mentre non era stato creduto conveniente qualificarlo. Aggiungiamo che con quel Sonetto l'autore si rivolge a qualcuno, commentandogli il carcere in cui si trova; e chi sa che non glie l'ispirò lo Stigliola, quando vi giunse egli pure! Ma ecco un altro Sonetto che fa parte degl'inediti, e che mostra indubbiamente come le Poesie, quando parlano del carcere, non riflettano soltanto il carcere di Napoli: esso riguarda «un che morse nel S.^to offitio in Roma»[135]:
«Anima, ch'hor lasciasti il carcer tetro di questo mondo, d'Italia, e di Roma, del Santo Offitio, e della mortal soma, vattene al ciel, che noi ti verrem dietro».
Qui il dubbio non è più possibile; questo povero carcerato moriva in Roma e non in Napoli, moriva nel S.^to Officio in presenza del poeta e d'altri compagni di carcere. Deve dunque il Sonetto riferirsi al periodo del carcere di Roma, sebbene sia stato raccolto in Napoli; quivi esso fu raccolto per comunicazioni di reminiscenza, al pari dell'altro sopra menzionato. Richiamiamo poi anche l'attenzione sulla chiusa del Sonetto. In essa si parla
«Dell'aspettata nova redentione»
con tutto quello che segue; e ben si vede che già nel carcere di Roma fervevano le speranze, le quali poi menarono al carcere di Calabria e di Napoli; nè il Sonetto ci sembra di un valore letterario troppo deficiente, in paragone di molti altri i quali furono pubblicati, sicchè l'essere rimasto fra gl'inediti deve naturalmente attribuirsi a motivi di convenienza politica e giudiziaria. Vi sarebbe inoltre, sempre fra gl'inediti, un Sonetto indirizzato «All'Accademia d'Avviati di Roma»[136]: non riescendo punto verosimile che tra il 1600 e il 1601, nelle carceri di Napoli, l'autore abbia avuto motivo di pensare ad un'Accademia romana, conviene riportare tale Sonetto al periodo della dimora in Roma, bensì della dimora fuori carcere. Lo stesso diciamo, ma con minore asseveranza, circa quell'altro indirizzato «Alli defensori della Philosophia greca»[137], che al pari del precedente è improntato ad alti e nobili sensi. Non è dubbio poi che alla dimora in Roma, e all'ultimo tratto di tale dimora, debba riferirsi il Sonetto «A Cesare D'Este» etc.[138]: esso ci offre anche una data certa, atta a far conoscere sino a che tempo il Campanella continuò a dimorare in Roma: poichè quivi fu scritto, mentre gli spiriti erano eccitati dalla spedizione pel possesso di Ferrara che Papa Clemente intraprese contro Cesare D'Este. Ne riparleremo a suo luogo.