Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 13
Alle imputazioni dell'avere scritto il libro _De tribus impostoribus_, e dell'essere seguace delle dottrine di Democrito, il Campanella potè rispondere, che aveva appunto scritto contro Democrito e che il libro attribuitogli era stato già stampato 30 anni prima che egli nascesse. Vede ognuno quanto sarebbe importante possedere gli atti di tale processo, mentre a tutt'oggi nulla è stato posto ancora in sodo circa il libro in quistione, e si dubita perfino che esso sia mai esistito[116]. Con la sua immensa erudizione il Campanella potea fare meglio di chicchessia la storia di questo libro: per lo meno egli dovè fornire tutte le particolarità dell'edizione, che ci lasciò appena accennata e ci riesce affatto ignota. Noi siamo convinti che dandosi agli eruditi l'accesso all'Archivio del S.^to Officio, la Chiesa medesima vi guadagnerebbe da tutti i lati, e vorremmo avere tanta autorità da meritarci credito: per lo meno non si vedrebbero più malamente confuse l'Inquisizione di Spagna e quella di Roma, che funzionarono con una misura ben diversa, e senza dubbio si modificherebbe radicalmente l'opinione tanto sparsa de' procedimenti iniqui usati dall'Inquisizione Romana. Nel caso presente, si vedrebbe anche come il Campanella abbia avuto tutto l'agio di difendersi e guadagnarsi l'assoluzione.
Più malagevole dovè riuscire il discolparsi del non aver rivelato il giudaizzante col quale avea disputato _de Fide_, e di essersi reso colpevole di eretica pravità come allora si diceva. La denunzia era di obbligo assoluto, e la mancanza di essa nelle circostanze indicate bastava a far nascere il sospetto di eresia. Forse il Campanella potè dapprima addurre essersi l'opponente dichiarato vinto nella disputa, e quindi a lui rimanere il merito di averlo convertito; ma ciò non lo disobbligava dal farne parola al S.^to Officio, e d'altronde il giudaizzante dovè mostrarsi pervicace: nè diciamo ciò a caso, ma dopo la matura considerazione di quanto il Campanella ne lasciò scritto, e dopo il fatto di un giudaizzante da noi rinvenuto nelle scritture di questo periodo, da potersi riferire appunto a' travagli del Campanella. Cominciamo dal notare che questi travagli avuti pel giudaizzante son citati dal Campanella non solo nella lettera al Papa, dove son posti in primo luogo (mentre nella lettera allo Scioppio pubblicata dallo Struvio mancano affatto), ma son citati anche nella Narrazione pubblicata dal Capialbi, dove figurano quasi come i soli travagli avuti dal S.^to Officio, prima de' travagli di Napoli. Le parole testuali della lettera sono, «primo ex dicto unius Judaizantis molestatus»; quelle della Narrazione (pag. 52) sono, «fu travagliato.... nel S. Officio perchè non rivelò un fugitivo hebraizante con cui esso Campanella disputò _de Fide_ in Padova, e quello fu poi carcerato a Verona». La parola «fuggitivo» nella terminologia del S.^to Officio significa uno che è scappato dal carcere od anche si è sottratto alla forza mandata a catturarlo, ciò che bastava a costituirlo in una certa convinzione della colpa appostagli; invece nella terminologia fratesca significa un frate che ha abbandonato l'ordine monastico, e nella terminologia de' disputanti significa uno che usa un ripiego per cessare dalla disputa sentendosi vinto; non ci pare dubbio che in uno di questi due ultimi sensi la parola «fuggitivo» abbia dovuto essere adoperata dal Campanella. Questo frate dunque, mostratosi ebraizzante nella disputa avuta col Campanella in Padova, fu poi carcerato in Verona, e pel detto di lui solo il Campanella venne travagliato. Ora ricercando le scritture di questo periodo noi abbiamo trovato il ricordo di un frate Antonio da Verona coll'abito di cappuccino, il quale per avere sostenuto che Cristo non avea redento il genere umano, come eretico pervicace finì per essere bruciato vivo in Campo di Fiori il 26 7bre 1599, dopo di essere stato varii anni nelle carceri del S.^to Officio. Veggano i discreti se non sia plausibile mettere questo fatto in rapporto con le cose del Campanella, e metterlo nel modo da noi tenuto[117].
Merita intanto di essere considerata l'importanza di questo processo pel povero Campanella, e ciò che andiamo a dire valga anche pel successivo ed ultimo processo di Napoli. L'essere stato già una volta condannato ad abiurare come veementemente sospetto di eresia lo costituiva nella terribile condizione di «relapso», e qualora fosse stata provata in tutta regola la sua colpa, il destino suo non poteva esser dubbio: per la nota massima della giurisprudenza del S.^to Officio «lapso non relapso parcitur», egli avrebbe dovuto essere degradato e consegnato alla Curia secolare, con la solita raccomandazione rutinaria di punirlo senza pericolo di morte e senza effusione di sangue e mutilazione di membra, della quale raccomandazione era bene inteso che la Curia secolare non tenesse conto, o ne tenesse conto adoperando un genere di supplizio tale da non recare nè effusione di sangue nè mutilazione di membra. Così il condannato era bruciato vivo, quando si mostrava impenitente, od era invece prima appiccato vicino al fuoco e poi bruciato, quando era penitente, giusta la massima che tale ultimo supplizio «et humanius est, et viam desperationis claudit, et ad poenitentiam provocat». Nè si pensi che trattandosi di un'eresia diversa dalla precedente, non fosse il caso vero del relapso: l'essere ricaduto nell'identica eresia costituiva uno de' casi, e propriamente de' casi estremi del relapso, ne' quali non doveva neanche accordarsi la difesa, e il colpevole era «sine ulla penitus audientia brachio saeculari tradendus, ultimo supplicio feriendus». Ma i casi del relapso erano varii, c'era perfino quello di aver fatto semplicemente qualche favore ad un eretico dopo di avere già una volta abiurato; e la conseguenza era sempre la stessa, consegna al braccio secolare per l'amministrazione dell'ultimo supplizio, previa la degradazione quando trattavasi di un ecclesiastico. Solo si voleva che il colpevole fosse «legitime convictus»; e parrebbe che il Campanella abbia avuto ricorso pure a quest'àncora di salvezza sostenendo l'insufficienza del teste unico, secondo la massima generalmente valevole in S.^to Officio «vox unius vox nullius», come si può fino ad un certo punto argomentare da quelle sue parole che implicano anche una discolpa, «ex dicto _unius_ Judaizantis molestatus»[118].
Dopo tutto ciò risulterà senza dubbio naturalissimo che il Campanella, nell'ultimo periodo della sua dimora in Padova, e verosimilmente durante la sua prigionia, non si sia tanto occupato di filosofia quanto di politica e di religione, procurandosi buoni pezzi di appoggio per la tempesta che minacciava sommergerlo. Così nacque l'opera della _Monarchia de' Cristiani_, e subito dopo anche l'altra _Del Regime della Chiesa_ indirizzata al Pontefice, sfoggio di dottrine ultra-teocratiche e di fervore religioso; e ci pare che debba tenersi conto delle circostanze nelle quali furono scritte queste opere, semprechè si voglia portare sopra di esse un equanime giudizio. Vedremo pure in sèguito il nostro filosofo, in determinati momenti molto critici della sua vita, assumere un atteggiamento che per lo meno deve dirsi di esagerazione, una volta anche verso i Principi, un'altra volta di nuovo verso il Papa; ed egualmente di questo ci pare che debba tenersi conto. Nè diremo già che in fondo egli non credesse alla teocrazia come sistema di governo, che non amasse l'estirpazione perfino violenta delle sètte religiose per vedere almeno tutta la parte civile dell'umanità stretta in un fascio solo, che non ritenesse la religione fortemente disciplinata indispensabile anche come strumento di civiltà; ma ci periteremmo assaissimo di affermare che nel fondo dell'animo suo egli volesse davvero la teocrazia rappresentata dal Papa e da' Cardinali, la religione rappresentata da tutto il complesso delle dottrine cattoliche etc.; tutti sanno che uomini non volgari, e di eccellente odorato, dalle medesime sue opere politico-religiose trassero già il convincimento che esse esprimessero ben altro di quello che facevano le mostre di esprimere. Ma non possiamo nè dobbiamo entrare in simili discussioni, e solo vogliamo giustificare il nostro proposito di crederci nello strettissimo dovere di far sempre rilevare in quali condizioni le sue diverse opere furono scritte; segnatamente poi per quella _Del Regime della Chiesa_ notiamo anche in anticipazione, che mentre chiaramente trovasi registrato nel _Syntagma_ essere stata scritta in Padova senza che apparisca alcun motivo per dubitarne, il filosofo medesimo, nella Difesa che presentò ad occasione del 5º processo di eresia avuto in Napoli, la annunziò siccome scritta in Stilo ne' tempi immediatamente anteriori a quelli di tale processo, naturalmente pe' nuovi bisogni di quest'altra sua gravissima causa[119]. Aggiungiamo inoltre che egli ebbe una cura speciale della conservazione di entrambe queste opere, _Monarchia_ e _Regime_, facendone l'invio a D. Lelio Orsini e a Mario del Tufo, sicchè non ebbe a perderle con le altre al momento in cui fu tradotto a Roma, e ciò naturalmente perchè doveano servirgli allo scopo suddetto. Nè vogliamo tacere che non ci apparisce realmente derivata da queste opere, ossia dalle dottrine consegnate in queste opere, la persecuzione continua sofferta dal Campanella in Padova, come lascerebbe sospettare una proposizione emessa dal Naudeo tanti anni dopo[120]: il Naudeo, amicissimo del filosofo, e durante la vita e dopo la morte di lui fu solito d'ingarbugliare il ricordo delle cause, per le quali egli era stato perseguitato; d'altra parte il Governo Veneto era solito di perseguitare esso medesimo e di non lasciare impuniti i fautori della supremazia Papale.
IV. Eccoci ora al trasferimento del Campanella da Padova a Roma. Abbiamo già accennato che questo dovè accadere verso la fine del 1594, poichè il processo iniziato in Padova, certamente assai grave ed aggravatosi sempre più per via, era già esaurito in Roma prima della fine del 1595; e ci parrebbe superfluo dire che egli dovè essere tradotto a Roma qual prigioniero, se non ci obbligasse a dichiararlo il fatto che i biografi hanno tutti ammesso un'andata spontanea da Padova a Roma. Il Berti è stato il solo ad avvedersi che l'andata del Campanella a Roma segna il tempo di un suo processo da tutti sconosciuto; se non che egli lo crede il 1º processo, avvenuto non più tardi del 1595 o 96, ed ammette sempre un'andata spontanea del filosofo a Roma, «o fosse irrequietezza sua, o timore di molestia per parte de' frati od anche de' magistrati per causa delle dottrine teocratiche, e più probabilmente per dare ragione di sè al S. Uffizio». Ma sebbene il filosofo non abbia mai parlato molto chiaramente delle sue maniere di andare a Roma, ed anche ad occasione del suo primo trasferimento da Napoli ci abbia fatto leggere nel _Syntagma_ «Romam perrexi», questa volta ci fa leggere il trasferimento da Padova con le parole «Romam perductus»: il D'Ancona, nel recarle in italiano, ha adoperata la frase «portandomi a Roma», ma noi vi abbiamo scorto un senso passivo e non attivo, ed abbiamo perciò adoperata la frase «tradotto a Roma». D'altronde bisogna tener presenti le circostanze di tale andata a Roma, la perdita che vi fece di diverse opere scritte in Padova (la _Filosofia di Empedocle_, la nuova _Fisiologia_, l'_Apologetico del Telesio_ contro il Chiocco e la _Rettorica_, le sole opere che, o in originale o in copia, esistevano presso di lui) e il rinvenimento nel S.^to Officio di tutte le altre opere che avea già precedentemente perdute in Bologna (ved. qui pag. 62): questo ci pare che indichi senz'altro essere stato il Campanella strappato bruscamente dal luogo della sua dimora in Padova, poi tradotto a Roma e consegnato nelle carceri del S.^to Officio, dove ebbe anche a trovarsi in presenza delle opere toltegli in Bologna, e a doverne rispondere.
Le principali imputazioni, dalle quali dovè difendersi, furono certamente sempre il non aver denunziato l'ebraizzante e l'essersi reso colpevole di eretica pravità. Ma a queste se ne aggiunsero ancora altre, alcune delle quali vennero senza dubbio messe innanzi nel tempo in cui il processo si svolgeva in Padova: esse furono, l'aver composto un empio Sonetto contro Cristo, l'aver manifestato eresie in Calabria, come risultava dalla deposizione di un suo conterraneo accusato egualmente di eresia nel tribunale del Vescovo di Squillace, l'essere stato trovato in possesso di un libro di Geomanzia senza il debito permesso, l'avere enunciate proposizioni censurabili nell'opera _De sensu rerum_ toltagli in Bologna. La 1ª e 2ª di tali imputazioni aggiunte trovansi registrate nella lettera al Papa ed a' Cardinali pubblicata dal Centofanti, ma vedremo anche nel 5º processo sostenuto in Napoli la deposizione di un suo intimo amico (fra Dionisio Ponzio), nella quale è detto che il Campanella medesimo gli aveva parlato di un Sonetto bruttissimo contro Cristo, e glie lo aveva anche recitato, per lo quale era stato innocentemente inquisito in Roma[121]. La 3ª imputazione, quella di essere stato trovato in possesso di un libro di Geomanzia, ciò che ci sembra aver dovuto accadere in Padova nel momento della cattura, trovasi registrata nella Informazione pubblicata dal Capialbi[122]. L'ultima, quella delle opinioni censurabili emesse nell'opera _De sensu rerum_, trovasi registrata con varie particolarità nell'opera medesima rifatta dall'autore in italiano più tardi e poi pubblicata in latino nel 1620, come anche nella Difesa dell'opera premessa alla 2ª edizione di Parigi 1637: in quest'ultimo documento è detto che la risposta agli argomenti degl'Inquisitori fu data nel 1598, e son citati gli Atti del 1598, ma abbiamo ragione di credere che vi sia incorso un errore di data, dovendosi leggere 1595, tanto più che a pochi versi di distanza si ha un altro errore di data manifestissimo, trovandosi detto che la 1ª edizione dell'opera fu fatta nel 1617, mentre si sa che fu fatta nel 1620. — Non conosciamo la serie degli argomenti addotti dal Campanella contro ciascuna imputazione, ma non ci manca per taluna di esse qualche indizio e per le altre qualche notizia positiva, che il Campanella medesimo ha avuto cura di fornire. Abbiamo già detto che per la faccenda dell'ebraizzante ci sarebbe qualche indizio dell'essersi il Campanella difeso adducendo che si trattava di un teste unico; ma doverono esservi ancora altri argomenti che non conosciamo. Quanto al Sonetto, egli giunse a dimostrare che apparteneva all'Aretino; quanto all'eresia che si pretendeva aver manifestata in Calabria, lo stesso denunziante si ritrattò, confessando avere inventato il fatto per salvarsi da' pericoli che correva; quanto al libro di Geomanzia, affermò che gli fu preso mentre intendeva portarlo all'Inquisitore per la licenza; quanto alle proposizioni censurabili emesse nell'opera _De sensu rerum_, ecco in quali termini il Campanella ce ne lasciò il ricordo nell'opera rifatta, e poi anche nella Difesa di essa allegata all'edizione di Parigi. Nell'opera (ms. napoletano) al lib. 2.º cap. 32 scrisse: «L'argomento che mi fece l'Inquisitione contra, et poi restò da me sodisfatto fu questo. Che sequirebbe, che pure i Vermi, et le bestie di questa beata mente fossero informati, et capaci di beatitudine humana; io risposi che non sequita, poichè veggiamo tanti pidocchi et vermi generarsi nella testa dell'huomo, et tanti altri vermi dentro il ventre, et in varii membri et visceri, ne per questo tali bestiole hanno la mente rationale dell'huomo, ma solo il senso breve, et corto dell'altre Belve, cossì dentro al mondo senza quell'anima beata ma non (_int_. con) sensi partiali, et questa risposta per contrario e certo essempio provata non hanno potuto impugnare gli contradittori». Nella Difesa poi del libro, allegata all'edizione fattane in Parigi nel 1637 (pag. 90) la cosa medesima è espressa ne' seguenti termini; ne diamo tradotto il brano relativo. «Esaminando i Padri i 4 libri nostri manoscritti _De sensu rerum_ non apposero nulla contro il senso naturale delle cose, nè che abbia ammesso l'anima del mondo assistente con Agostino, Basilio, il Niceno, il Ficino, e Platone, ma solamente questo: se c'è un'anima del mondo, essa di conseguenza è beatificabile o beata, e però lo sono anche le anime de' bruti e tutte le parti del mondo. Risposi, come si vede negli Atti dell'anno 1598 (ciò che narrai pure nel mio libro De Sensu rerum stampato nell'anno 1617) che se si ammetta un'anima del mondo assistente e reggente con intelligenza beata, che può essere una delle Dominazioni, non per questo le anime de' bruti e le cose naturali senzienti sarebbero del pari beatificabili, poichè non sono della sostanza e derivazioni di quell'anima partecipanti del comune senso naturale; come non vi sarebbero nè potenze nè appetito delle cose, se non per partecipazione innata delle primalità. Poichè così pure i vermi nati nel ventre e i pidocchi nati nel capo dell'uomo non sono razionali a causa dell'anima razionale dell'uomo, ma solo sensuali a causa del loro partecipare del comune senso, nascendo similmente dalle fecce dell'uomo e da' cadaveri; nè conoscono l'anima dell'uomo, come neanche noi conosciamo l'anima del mondo pel senso ma dopo lunghi sillogismi. La risposta medesima dànno S. Gregorio Niceno e S. Agostino sopra citati, che accordano al mondo una virtù razionale quasi anima, poichè ammettono in ciascun ente un'anima propria, emanante o da Dio, come nell'uomo, o dagli elementi, come ne' bruti, nelle piante ecc., o dalla luce sensuale comune a tutti secondochè si è detto nella serie 3ª e 4ª; ed avendo così risposto, pregai i Governatori del S.^to Officio che mi legassero o con ragioni o con precetto, se non dovessi tenere tale opinione; e non vollero, ma concessero la facoltà di tenerla, e i Sig.^ri Cardinali Ascolano, Santorio e Sarnano, dottissimi Inquisitori, dissero che io combatteva bene con questa opinione contro gli Atei e in difesa de' Padri».
Così il Campanella giunse a liberarsi da questo processo che poteva riuscirgli fatale, segnatamente per la 1.ª e 2.ª imputazione, per le quali non conosciamo veramente il suo sistema di difesa, mentre per esse non c'era altro esito possibile che o la liberazione o l'estremo supplizio. Vedremo che quando poi se ne andò in Calabria, parlando col suo amico fra Dionisio del Sonetto malamente attribuitogli, disse che il denunziante era stato condannato alla galera in vita: ma questo riesce poco credibile, poichè uno de' lati deboli del S.^to Officio era il non dar travagli a' testimoni o denunzianti, quando le colpe da essi poste innanzi si trovassero insussistenti, e ciò per non intiepidire nel pubblico l'accorrere al suo tribunale; bisognava che vi fosse indizio d'insigne mala fede per deciderlo a colpire i testimoni falsi, ed allora li colpiva con vigore secondo il suo costume. Ad un altro amico (fra Domenico Petrolo) egli disse che era stato rilasciato _ac si non fuisset captus_: questo ci riesce veramente credibile, ma nemmeno al punto da non ammettere che sia stato obbligato a rimanere in un convento determinato, e propriamente in quello di S.^ta Sabina come se n'ha qualche indizio; il foro ecclesiastico, egualmente che il laico, non soleva facilmente abbandonare del tutto chi avea dato motivo di far trattare qualche sua causa, ma lo voleva sotto la mano per qualche tempo. Da ultimo dobbiamo ricordare che parlandosi delle opere presegli in Bologna e trovate presso il S.^to Officio, nel _Syntagma_ si legge che non le richiese, essendo sul punto di rifarle migliori: e dobbiamo dire che questo non si comprende agevolmente, poichè quelle opere si trovavano come allegate ad un processo, e in simili condizioni il riaverle non era consentito.
Certo è che molto dovè costare al Campanella il liberarsi da questo processo, e vi fu bisogno di potenti raccomandazioni. Anche per esso, e principalmente per esso, dovè trovare un potente aiuto in D. Lelio Orsini, il quale, come abbiamo già detto, era in buonissimi termini con la Curia Romana e con lo stesso Papa. Un altro aiuto valevolissimo dovè trovare nel Commissario generale del S.^to Officio fra Alberto Tragagliolo, che secondo l'uso attendeva alla redazione degli Atti, e poi, sedendo _pro Tribunali_, emetteva la sentenza data dalla Sacra Congregazione Cardinalizia, alla quale era devoluta la trattazione della causa e la sua decisione: avremo tra poco a parlare di una lettera del Campanella al Tragagliolo, nella quale si vede che il filosofo rimase in corrispondenza col degno frate, e si trova menzionata «la misericordiosa giustizia» di lui, «il grand'obbligo» che il filosofo gli ha, «l'ufficio di pietosa madre» che avea fatto, l'essersi «promesso di conformarsi al senno di lui», il volere «da lui dipendere meritamente»; le quali espressioni verso il Tragagliolo, e l'interesse da costui spiegato di poi anche in Napoli verso il Campanella, mostrano che il Commissario del S.^to Officio dovè sentire una grande simpatia pel povero prigioniero, così giovane, così dotto e così disgraziato. Forse egli conobbe le opere della _Monarchia de' Cristiani_ e _Del Regime della Chiesa_, che certamente non furono presentate in giudizio e non è difficile intenderne le ragioni: così anche conobbe forse il _Compendio di Fisiologia_ e i _Discorsi politici_, in particolare quelli a' Principi d'Italia, che al pari di talune poesie vedremo essere stati composti nel carcere. Infine il Campanella potè avere l'aiuto anche di personaggi altissimi, dell'Arciduca Massimiliano e dell'Imperatore, i quali scrissero in favore di lui e di Gio. Battista Clario egualmente carcerato, pel cui mezzo egli fece pervenire all'Imperatore una copia de' suoi _Discorsi a' Principi d'Italia_: questo fatto venne da lui affermato nelle Difese che scrisse ad occasione del processo della congiura avuto in Napoli, nè v'è ragione di dubitarne[123]. Ed ecco dove mette capo una certa relazione del Campanella con gli Arciduchi e con l'Imperatore, onde vedremo che egli si rivolse anche a costoro durante il lungo martirio di Napoli. Nello stesso documento è detto avere inoltre inviato all'Arciduca Massimiliano il _Dialogo contro i Luterani_; ma tale invio potè verificarsi dopo l'uscita dal carcere, giacchè il _Dialogo_ non fu composto prima, e ben si vede che il Campanella ebbe cura di farsi conoscere dall'Arciduca anche posteriormente.