Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 12
Giungeva intanto il Campanella a Firenze, verosimilmente dopo le novelle commendatizie avute da D. Lelio Orsini. Egli vi si dovè trovare per lo meno verso la fine di 7bre 1592, rilevandosi da' documenti illustrativi di questo periodo che il 2 8bre di tale anno era stato già dall'Usimbardi introdotto presso il Gran Duca, il quale l'accolse molto bene, gli consigliò di lasciare i frati che perseguitavano i virtuosi e gli diede anche un po' di danaro: al tempo medesimo ordinò all'Usimbardi di scrivere a Baccio Valori, che facesse vedere la Biblioteca Palatina al Campanella e con tale occasione ne conoscerebbe il merito, come anche al Generale de' Domenicani, che si compiacesse dar licenza al Campanella di poter assumere il servizio al quale intendeva chiamarlo e di poter dare alle stampe i suoi lavori; in tal guisa egli mostrava il suo buon animo e veniva a procurarsi intorno a lui informazioni novelle. Durante l'udienza il Campanella dovè offrire al Gran Duca la dedica del suo libro che fu poi intitolato _De sensu rerum_, e che allora avea per titolo _De sensitiva rerum facultate_, dedica che vedremo poi come e perchè non ebbe effetto. La lettera a Baccio Valori fu presentata dal Campanella medesimo il 13 8bre, ed il 15 egli rispose all'Usimbardi aver visto il Campanella, «giovane di senno maturo, e di varia dottrina e recondita come si trae da' suoi dotti ragionamenti, non meno che dall'opera per lui stampata con titolo _de philosophia sensibus demonstrata_, dov'è seme dell'altra ch'egli dedica a S. A. _de sensitiva rerum facultate_»; ma notò, che «procurandosi oggi in Roma per alcuni proibire la Filosofia del Telesio con colore che la pregiudichi alla Teologia scolastica fondata in Aristotile da lui così riprovato, corre qualche risico conseguente ancor esso, e per ventura il più terribile per eccellenza de' suoi concetti, che veramente sono e alti e nuovi». Aggiunse che avea saputo da lui avere scritto del dogma di Pitagora e così pure di Empedocle in versi eroici, aver fatto un trattato _De insomniis_ e un altro _De sphera Aristarchi_, avere per le mani un'opera maggiore _De rerum universitate_, «un'intera filosofia da sè, al quale studio potrà rimettersi a primavera, che arà stampato quello a Venezia per dove parte domattina». Da ultimo fece conoscere che il Campanella avea veduta la Libreria a sua soddisfazione, ed anche discusso a lungo con due letterati sopra varie materie ben ardue, riuscendo a far «maravigliare, se non credere a modo suo» poichè stimava ben poco Aristotile. — Come si vede, nello splendido elogio non mancavano macchie di tinta molto oscura, d'onde emergeva che sarebbe stato meglio per lo meno non aver fretta a legarsi con questo giovane, il quale sprezzava troppo Aristotile, oltrechè poteva trovarsi compromesso con Roma essendo Telesiano: e resti chiarito che non solo da quegl'infelici frati di Calabria, ma anche da questo pezzo grosso di Toscana, dove pure si era menato tanto scalpore pel Platonismo, il Campanella venne avversato, e furbescamente avversato, per le sue dottrine antiaristoteliche. Essendo stato sempre sagacissimo, dai discorsi tenuti il Campanella dovè capire la posizione e decidersi ad andar via senza ritardo; tanto più che conosceva pure essersi scritto al P.^e Generale, e naturalmente aveva da attendersi poco di bene da quest'altra parte. Non lasceremo di dire che i due letterati, co' quali il Campanella ebbe a discorrere nella Biblioteca in presenza del Valori, furono con ogni probabilità Ferrante de' Rossi e il P.^e Medici, da lui ricordati tanti anni dopo nella lettera che pubblicò il Fabroni: il P.^e Medici specialmente dovè essere quel Teologo fiorentino col quale egli disputò intorno alle anime de' bruti ed alla vita futura di esse, avendo il fiorentino sostenuto che quelle anime nella fine del mondo sarebbero risuscitate ed avrebbero avuto premio o pena, secondochè il Campanella medesimo ci lasciò scritto nella nuova composizione che ebbe a fare della sua opera _De sensu rerum_[110].
Nella stessa data del 15 ottobre il Campanella scriveva una lettera al Gran Duca ed un'altra all'Usimbardi. Verso il Gran Duca si mostrò consapevole di non essere stato «accettato per servitore di subito», si augurò che lo sarebbe in sèguito, lo ringraziò dei favori ricevuti, espresse il suo stupore per la magnifica Libreria veduta, annunziò che se ne andava a Padova, come ne avea manifestato il disegno, e che là sarebbe rimasto pronto ad ogni menomo cenno di S. A. Verso l'Usimbardi si mostrò grato ed obbligato, si augurò che lo appoggerebbe ancora in sèguito presso il Gran Duca, ripetè il suo stupore per la Libreria di S. A., annunziò che sarebbe partito l'indomani o al più l'altro domani. Adunque il 16 o 17 8bre il Campanella mosse da Firenze per Padova, ma si fermò in Bologna, dove ricominciarono i suoi malanni. Aggiungiamo intanto che venne poi la risposta del P.^e Generale al Gran Duca, in data del 13 9bre ed in termini punto rassicuranti, ciò che non può far meraviglia oggi che abbiamo posti in luce i fatti avvenuti al Campanella in Napoli e in Roma. «Alquanto differente relazione tengo io del Padre Fra Tomaso Campanella, di quella è stata fatta a V. A. S. per quanto posso comprendere dalla sua amorevolissima scrittami. Con tutto ciò volendosi lei servire dell'opera sua, acciò non resti defraudato del suo buon desiderio, io farò prova del valore e sufficienza sua, e trovandolo atto per servire un tanto Principe qual è V. A. S., gli comandarò ubbidisca a' suoi cenni, che mi sarà sempre singolar favore si degni prevalersi della mia religione, come io indegno capo di essa desidero tanto servirla. Farò insieme rivedere quell'opere che egli ha preparato per dare alla stampa, come comanda il sacro Concilio di Trento e gli ordini della Religione, ed essendo trovate tali che meritino uscire in luce, molto volontieri gli comandarò che le faccia stampare e che serva V. A. S. in tutto e per tutto» _etc._ Tale fu la risposta del P.^e Generale, fra Ippolito M.ª Beccaria, di cui abbiamo già avuta occasione di dare qualche cenno altrove. Sollecito della distinzione che ridondava in beneficio dell'Ordine, premuroso di mostrarsi ossequente al Gran Duca, egli trovavasi in imbarazzo: non voleva dire che il Campanella fosse stato veementemente sospetto di eresia, ma non poteva non tenerne conto: con ogni probabilità si preoccupava anche di qualche altra possibile eresia nelle opere che il Campanella intendeva di stampare, e quindi vedeva indispensabile farle esaminare scrupolosamente. Possiamo con ciò spiegarci pure molto bene quanto accadeva in sèguito.
Come abbiamo detto, andando a Padova il Campanella si fermò in Bologna: non sappiamo quanto tempo vi sia rimasto, ma verosimilmente vi rimase ben poco, ed ecco ciò che nel _Syntagma_ si legge essergli avvenuto. «Mentre stava in Bologna mi furono portati via di soppiatto tutti i sopradetti libri e certe Poesie latine non dispregevoli, come pure il primo libro della Fisiologia composto di dispute contro tutte le sette, al quale doveano far sèguito altri 19 libri già meditati». E più oltre: «di poi tutti i libri perduti in Bologna li trovai (a Roma) nel S.^to Offizio, ove interrogato li difesi, nè pertanto li richiesi, essendo sul punto di rifarli migliori». Ecco una prima perdita completa delle opere sin allora scritte dal Campanella, all'infuori della _Philosophia sensibus demonstrata_ già data alle stampe, e rifacendone l'elenco abbiamo: 1º l'opera _De investigatione rerum_; 2º quella _De sensitiva rerum facultate_ o _De sensu rerum_; 3º il Carme _De Philosophia Pithagoreorum_; 4º il Carme _De Philosophia Empedoclis_; 5º il trattato _De insomniis_; 6º il trattato _De Sphera Aristarchi_; 7º i due primi libri _De rerum universitate_ o _De Metaphysica_; 8º il primo libro della _Physiologia_, come il Campanella si compiacque denominare la Filosofia naturale. Facciamo avvertire che quando il Campanella ricompose l'opera _De sensu rerum_, definì un furto la perdita di questa sua opera con le altre, e l'attribuì a «falsi frati»; notiamo inoltre che potrebbero un giorno tutte queste opere tornare alla luce del sole, poichè dovrebbero tuttora trovarsi nell'Archivio del S.^to Officio, e sarebbe ad ogni modo curioso il vedere se e quali modificazioni successive di sostanza sieno state dall'autore introdotte nell'opera che ebbe speciale premura di ricomporre, vogliamo dire nell'opera _De sensu rerum_. — Non è difficile frattanto interpetrare come abbiano dovuto veramente passare le cose in Bologna. Mettendo il fatto in riscontro con la lettera del P.^e Generale al Gran Duca, sembra ben chiaro questo, che il P.^e Generale si attendeva dal Campanella l'invio de' manoscritti per la revisione, la quale egli non poteva ignorare esser necessaria; il Campanella non se ne dovè curare, e il P.^e Generale, nell'impegno di compiacere il Gran Duca con la maggior sollecitudine, comandò che i manoscritti fossero presi ed inviati immediatamente al S.^to Officio. Vedremo pure che il Campanella trovò poi il P.^e Generale in Padova nel suo arrivo in quella città, mentre la lettera di lui al Gran Duca fu spedita da Milano: si potrebbe quindi affermare che il P.^e Generale medesimo sia andato a Padova per affrettare la presa de' manoscritti, e che il Campanella, conosciuta questa circostanza in Bologna, vi si sia trattenuto, ma il P.^e Generale ebbe facilmente modo di colpirlo anche in Bologna, ed egli, cessato il motivo di trattenervisi e naturalmente disgustato, se ne partì in fretta, sicchè nello stesso mese di 9bre dovè trovarsi in Padova. Ad ogni modo i frati di Bologna, che certamente non avevano alcun motivo di portargli odio, furono _falsi_ verso di lui sol perchè presero i manoscritti a sua insaputa, ma la loro condotta non fu spontanea, e lo dimostra l'invio che ne fecero al S.^to Officio. D'altro lato nulla autorizza veramente a credere che egli abbia in Bologna trattato di avere una cattedra, secondochè il Berti ha creduto di vedere.
Ecco ora il Campanella in Padova, verosimilmente nel 9bre 1592, e certamente nel convento di S. Agostino, come egli medesimo ricordò poi nella sua lettera al Galilei che è stata pubblicata dal Berti. Poniamo qui la notizia che si fece assegnare nello studio di Padova come spagnuolo, e non come calabrese: egli rammentò più tardi tale circostanza, allorchè si trovò carcerato in Napoli fra le mani degli spagnuoli, e l'addusse in prova della sua devozione alla Spagna[111]. Questa «assegnazione nello studio» conduce naturalmente a credere che si tratti della iscrizione nell'Albo della nazione spagnuola come si usava da coloro i quali accorrevano allo studio pubblico mantenuto con tanto lustro dal Governo Veneto; essi aveano cura di dare il loro nome alla _Nazione_ rispettiva. Se non che l'_assegnazione_ è veramente un termine fratesco sinonimo di destinazione, trovandosi anche non di rado denominato _Studio_ tra' frati quel convento o parte di convento in cui si raccoglievano i frati studenti; e i Domenicani, almeno a quei tempi, si dicevano «studenti formali» persino varii anni dopo di essere stati ordinati sacerdoti; ne incontreremo qualche esempio tra' frati calabresi che figureranno più tardi ne' processi della congiura ed eresia del Campanella. Tuttavia non ci ripugna menomamente ritenere che il Campanella si sia iscritto nell'Albo degli spagnuoli, conoscendosi che mediante una piccola moneta da pagarsi nell'atto dell'iscrizione si venivano ad acquistare alcuni vantaggi, diversi secondo gli statuti e i diritti consuetudinarii appartenenti alle diverse Nazioni, e che s'iscrivevano nell'Albo, con la menzione delle rispettive qualità e della moneta pagata, non solo gli studenti, ma anche i visitatori dello Studio, che si trattenevano qualche tempo in Padova non propriamente per seguire i corsi delle lezioni. Come si vede, la cosa è ben diversa dall'«iscrizione nelle matricole dello Studio di Padova»: e dobbiamo dire che in una delle nostre escursioni in quella città abbiamo avuto cura di ricercare nell'Archivio dello Studio se vi fosse rimasta traccia del Campanella; ma degli Atti delle Nazioni non abbiamo trovato che sei volumi della Nazione alemanna, due della Nazione polacca, uno solo della Nazione ultramarina e contenente appena la serie e gli scudi de' consiglieri, sindaci, esattori ed altri officiali della Nazione.
Pertanto fin da' primi giorni della dimora in Padova, il Campanella si trovò involto in un brutto processo, che non intendiamo come sia stato confuso con gli altri venuti in sèguito[112]. «Quasi tre giorni» dopo il suo arrivo, secondochè egli scrisse in una delle sue lettere, trovandosi il P.^e Generale nel convento di Padova, accadde di notte uno di que' fatti scandalosi, proprii di giovani scostumati ed immorali, come ve n'erano tanto spesso tra' frati di quel tempo: il P.^e Generale patì una violenza che non occorre specificare; il Campanella, di recente venuto, ne fu incolpato da certi suoi compagni, e si noti che egli dormiva con un altro in un letto comune, la qual cosa era allora ammessa per l'abbondanza degli ospiti nei conventi, come ne vedremo più oltre esempi diversi. Tanto per la data, quanto pel genere d'imputazione, il Campanella fu chiamato in giudizio insieme con altri frati. Questo risulta dalle sue stesse lettere, e risulta del pari essersi difeso adducendo, che l'altro compagno il quale dormiva con lui avrebbe dovuto rispondere egualmente della imputazione, e poi egli non avea la vista buona e non avrebbe potuto facilmente accedere presso il P.^e Generale. «Ma l'iniquità, egli dice, non cercava il delitto, bensì cercava di farmi delinquente»; e ciò indurrebbe a credere che dovè rimanere carcerato e maltrattato per qualche tempo. Giunse tuttavia a riacquistare la libertà, naturalmente per insufficienza d'indizii, o per avere «purgato gl'indizii» con qualche tormento; ma rimase la memoria di questo processo, e forse ad esso mette capo l'affermazione del Parrino e del Giannone, che il Campanella era stato già prima carcerato anche «per la sua vita poco esemplare e pe' suoi difformi costumi».
Venuto in libertà, probabilmente con la clausola di dover essere pronto a rispondere _novis supervenientibus inditiis_ giusta la procedura del tempo, egli ricominciò a scrivere ed anche ad insegnare e a disputare. Le notizie di ciò che egli scrisse in Padova trovansi al solito nel _Syntagma_, bensì in molto disordine, vedendosi stranamente intralciato il ricordo di ciò che scrisse in Padova e di ciò che scrisse in Roma allorchè ebbe a fermarsi per la 2.ª volta in questa città; ecco quanto se ne può cavare di più sicuro, e preghiamo di tenerlo presente poichè costituisce il sèguito del Catalogo delle opere del Campanella. «Niente sconfortato da queste perdite (le perdite fatte in Bologna) cominciai di poi in Padova ad instaurare la _Filosofia di Empedocle_, e scrissi una _nuova Fisiologia_ secondo i proprii principii indirizzandola a Lelio Orsini. Similmente, per ordine dello stesso Orsini, un _Apologetico dell'origine delle vene de' nervi e delle arterie e della pulsazione_, per commentario del Telesio sul tema, che l'Animal universo etc., contro Andrea Chioco medico Veronese che avea scritto contro Telesio, e mandai questo opuscolo ad Antonio Persio Telesiano, dimorante in Roma presso Lelio Orsini. Dettai anche una nuova _Rettorica_ ad alcuni nobili scolari Veneti. Di poi tradotto a Roma perdei tutti questi libri». Fermandoci a questo punto per ora, notiamo che il Campanella cominciò dal rifare non l'opera «De sensu rerum», ma il suo lavoro sulla _Filosofia d'Empedocle_ che avea già scritto altra volta in versi latini; inoltre scrisse una _Fisiologia_, che probabilmente fu un trattato destinato a servire per dettare lezioni; nè deve sfuggire la dedica fattane a D. Lelio, e la composizione dell'_Apologetico_ per ordine dello stesso D. Lelio, ciò che mostra una corrispondenza continua con lui, come non deve sfuggire la scrittura della _Rettorica_ per uso accertato di un privato insegnamento. Aggiungeremo poi qualche notizia intorno a quell'Andrea Chiocco medico Veronese, contro cui ebbe a scrivere l'Apologetico per Telesio. Il Chiocco, o Chioco, è ben noto a' cultori della letteratura medica, come medico, filosofo, poeta, naturalista, istorico: l'opera nella quale parlò de' polsi, e rimbeccò il Telesio, fu quella intitolata «Quaestionum philosophicarum et medicarum libri tres, Veron. 1593», ed essa è divenuta estremamente rara come la più gran parte delle opere sue. Qualche altra notizia più intima intorno a lui ci è accaduto di trovare nell'Archivio di Urbino oggi trasportato a Firenze, essendovi stata occasione di parlare del Chiocco quando il Duca di Urbino, nel 1600, commise al suo Agente di Roma di cercargli un medico: il Card.^l di Verona propose in primo luogo il Chiocco, e lo disse molto giovane (avrebbe nel 1593 avuto circa 29 anni), non molto agiato, ma molto dotto, con buon fondamento di lettere greche e di filosofia; era dunque una persona distinta, ed è superfluo dire che non fu prescelto[113]. — Continuando la notizia delle opere composte dal Campanella in Padova, per quanto possiamo decifrarla dal _Syntagma_, ecco un altro brano di questo libro che ne compie la serie. «Dippiù, richiestone scrissi in lingua volgare una _Consultazione, se convenga alla Repubblica Veneta permettere che gli Oratori degli altri Principi parlino nella propria lingua in Senato_, e la diedi ad Angelo Correo Patrizio Veneto. Avea pure scritto un _Commentario sulla Monarchia de' Cristiani_, tale da non avermene a dolere, dove mostrava con quali arti la potenza Cristiana crebbe e crescerà, con quali suole decrescere, con quali sia da recuperarsi, politicamente parlando, ed istituiva un parallelo tra il Regno e i Re degli Ebrei, e il Regno i Re e gl'Imperatori de' Cristiani. Parimente scrissi al Pontefice _Sul Reggimento della Chiesa_, con quali modi, non soggetti alla contraddizione dei Principi, il Pontefice massimo mediante le sole armi ecclesiastiche può di tutto il mondo fare un solo ovile sotto un solo Pastore, i quali ultimi libri diedi a Lelio Orsini e Mario Tufo, ma l'autografo lo rubarono in Calabria amici infedeli». Queste furono le numerose opere composte in Padova, cioè a dire durante tutto il 1593 e buona parte del 1594, in mezzo a molte angustie come vedremo tra poco. Indubitatamente il Campanella in tale periodo diè buona prova di quella grandissima operosità, che si può dire essere stata sempre la sua gloria maggiore, e si può dire anche essere stata la salvezza sua: non avrebbe potuto reggere a tanti colpi avversi, ma l'occupazione continua glie li fece sentire meno vivamente, e forse impedì che ne rimanesse schiacciato. Una sola osservazione intanto vogliamo fare sulle opere anzidette, ed essa è che le due ultime, quelle _Della Monarchia de' Cristiani_ e _Del Regime della Chiesa_, entrambe di ordine politico-religioso, trovandosi in coda all'elenco debbono rannodarsi all'ultimo periodo della permanenza del Campanella in Padova, al periodo de' nuovi e gravi travagli che vi soffrì; e bisogna tener conto di questa circostanza, per intendere non tanto lo spirito, quanto la misura delle dottrine che vi si fece a sostenere.
Con ogni probabilità il Campanella, non ostante il suo privato insegnamento, dovea menare in Padova una vita molto misera, e sospettiamo che i frequenti invii di opere a D. Lelio Orsini e a Mario del Tufo, tra gli altri significati, aveano anche quello di un certo modo di chiedere sussidii usato ed abusato in ogni tempo da' letterati poveri; oltracciò il processo già sofferto dovea farlo tenere sotto una sorveglianza speciale ed anche puntigliosa, come si argomenta dal vederlo continuamente oppresso da imputazioni diverse, talune insulse e talune serie, piene di grave pericolo sempre. Così ci spieghiamo in pari tempo una sua nuova e curiosa pratica presso il Gran Duca di Toscana, per sollecitare la concessione della cattedra, mentre l'opera _De sensu rerum_ con la dedica già fatta non avea potuto più stamparsi, e le informazioni ulteriori del P.^e Generale non avrebbero potuto riuscire altrimenti che pessime: era un tentativo disperato, che solo uno stringente bisogno poteva suggerire. Ad ogni modo il tentativo fu fatto con una lettera al Gran Duca in data del 13 agosto 1593, che è quella pubblicata dal Palermo. Il Campanella vi dice essergli stata proposta in Padova una lezione di Metafisica da alcuni gentiluomini, ma egli si riteneva impegnato con S. A., cui rammenta la parola data, e dichiara non poter mai immaginare che S. A. abbia mutato parere, «non essendo proprio di Signori». Si mostra per altro informato di ciò che accadde negli ultimi giorni della sua dimora in Firenze: «mi si scrive che alcuni, gonfi di quella vana sorte che suole apportar la ipocrisia, abbian proposto a V. A., per la mutazione che avverrà da le nuove mie dottrine, che non doveva ricevermi, e questo il medesimo dì che io mi partii da lei» (allusione evidente a Baccio Valori, che avea scritto appunto in tal senso e in tale data con molta ipocrisia). Del resto afferma che saprebbe anche meglio degli altri dettare le dottrine Aristoteliche (la qual cosa conferma quanto fosse stringente il suo bisogno), e supplica che faccia scrivere se egli debba avere quella lezione o aspettare ancora. — Non è dubbio che S. A. gli abbia scritto o fatto scrivere in suo nome evasivamente; tale risposta dovè essere portata al Campanella nel convento di S. Agostino dal Galilei lettore in Padova, come si può argomentare da' ricordi che poi ne fece il Campanella medesimo al Galilei ed anche a Ferdinando più tardi, quali si leggono nelle lettere pubblicate dal Berti e dal Fabroni. Aggiungiamo che per colmo di dolore il Campanella, 4 anni dopo, potè forse conoscere che ad insegnare in Pisa era chiamato quel dot.^r Marta, contro cui egli avea fatto le prime armi combattendo Aristotile[114]; bensì era chiamato ad insegnare jus Cesareo, non già filosofia[115].
Vennero intanto successivamente istituiti in Padova nuovi processi contro il Campanella, e per verità non sapremmo affermare che al tempo in cui mandò la lettera al Gran Duca non ne avesse già avuto ancora un altro dopo quello relativo all'insulto gravissimo patito dal P.^e Generale: poichè conosciamo molti capi di accusa a' quali fu chiamato a rispondere, e certamente ve ne furono anche altri, mentre egli sempre costumò non propalarli o non specificarli appieno; ma non conosciamo in che modo que' capi di accusa sieno stati aggruppati per aversi i «cinque processi», che nella lettera allo Scioppio pubblicata dallo Struvio chiaramente affermò avere avuti. A quanto pare, due nuovi processi egli dovè avere in Padova, venendo poi l'ultimo, assai più grave dell'altro, compiuto in Roma, con la giunta di ulteriori capi di accusa sorti in sèguito, e dell'esame delle opinioni sospette consegnate nel libro _De sensu rerum_; ciò nel corso del 1593 e 1594, poichè vedremo da un documento irrecusabile trovarsi nella fine del 1595 già esaurito in Roma l'ultimo processo sorto in Padova, ed esaurito anzi da qualche tempo. — Meditando sulla lettera allo Scioppio pubblicata dallo Struvio, la quale offre in modo più ordinato i capi di accusa, ed aggiungendovi ciò che si rileva dalla lettera al Papa, apparirebbe plausibile il dire che in uno di questi nuovi processi (3º per data) gli siano state fatte due imputazioni, aver composto il libro _De tribus impostoribus_, ed essere seguace delle dottrine di Democrito; nell'altro poi (4º per data) dovè rispondere ancora a due imputazioni, divenute non si sa quante per via, professare dottrine eretiche, e non aver denunziato un giudaizzante col quale avea disputato _de Fide_; nè occorre dire che l'ultimo suo processo (il 5º) fu quello sostenuto in Napoli, con le accuse di tentata ribellione ed eresia.