Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 10
Il Campanella, giovane ed infiammato scrittore di una nuova filosofia che accennava ad essere sperimentale, oltracciò venuto da Calabria con la mente già eccitata verso la magia e le arti divinatorie, non poteva non frequentare la casa de' Della Porta e non avervi lieta accoglienza. Verosimilmente le arti divinatorie e i pronostici furono il soggetto di molte conversazioni, trovandosi il Campanella sotto l'impressione dell'altissimo pronostico fattogli dall'Ebreo; ma a noi è pervenuto solamente il ricordo della conversazione (non disputa pubblica) avuta con Gio. Battista intorno al non potersi dar ragione della simpatia ed antipatia delle cose, come Gio. Battista aveva scritto nella Fisognomia, «mentre esaminavano insieme il libro già stampato», la quale conversazione, oltre a una disputa pubblica avuta altrove precedentemente, diede occasione al Campanella di scrivere l'opera _De sensu rerum_; in quest'opera c'è talvolta il ricordo di qualche altro discorso passato tra lui e Gio. Battista, come p. es. a proposito delle formazioni dendritiche dell'argento[80]. Ebbe inoltre il Campanella a profittare egli pure de' consigli e de' rimedii, che Gio. Battista dispensava ed amministrava personalmente a coloro i quali andavano a consultarlo; ne diremo or ora qualche cosa. Presso i Della Porta anche dovè conoscere Giulio Cortese, Colantonio Stigliola, Gio. Paolo Vernalione. Sicuramente conobbe il Cortese in questa sua prima venuta in Napoli, poichè lo vedremo da lui posto come interlocutore nel suo _Dialogo contro i Luterani_ che scrisse in Roma nel 1595; ma lo vedremo del pari citato insieme allo Stigliola e al Vernalione a proposito di un discorso passato tra loro intorno alla vicina fine del mondo, allorchè tornò per la prima volta in Napoli poco avanti la congiura; avremo quindi campo di parlare di tutti costoro a tempo e luogo più opportuni.
Dicemmo che il Campanella ebbe a profittare de' consigli e rimedii di Gio. Battista Della Porta. Egli medesimo infatti, nella sua opera _Medicinalium_, ci lasciò scritto che guarì subito da una infiammazione di occhio mediante un collirio meraviglioso che il Della Porta usava, e che gl'instillò con le sue mani in presenza di molte persone. Veramente potè forse questo accadere nella sua seconda venuta in Napoli; ma senza dubbio nella sua prima venuta gli accadde di soffrire una doppia sciatica, che lo tenne per più mesi a letto «essendo giovane di 23 anni», come ci lasciò scritto nella medesima opera; la quale notizia della sua età non deve indurre in un errore di data, riferendo la cosa all'anno 1591 anzichè all'anno 1590, perchè avremo altre volte occasione di vedere essere stato il Campanella solito di fare i suoi còmputi calcolando anche la cifra dell'anno da cui il còmputo cominciava. Egli intraprese la cura de' bagni e delle stufe di Pozzuoli e di Agnano, naturalmente nell'està del 1590, e se ne trovò bene; ma la malattia non l'abbandonò del tutto che due anni dopo, succedendole una terzana. E deve essere notata la cagione che assegnò alla comparsa della malattia, alla sua durata, al suo miglioramento: aveva fatta, egli scrisse, una lunga e forte cavalcata, beveva col ghiaccio e desinava lautamente presso un nobile uomo; cessate tutte queste comodità, dimagrato nelle successive peregrinazioni, si avviò a guarire. Da ciò si vede l'ottimo trattamento che godeva presso Mario del Tufo, e la ben diversa vita che ebbe a menare in sèguito[81]. — Ma egli pure, quantunque si riconoscesse «poco erudito ne' medicinali», curò dal letargo il P.^e M.º Mattia Aquario, e tale cura deve riferirsi egualmente al tempo della sua prima venuta in Napoli. Abbiamo infatti rinvenuto nell'Arch. di Stato, che questo Mattia Aquario, Domenicano, era pubblico lettore di Metafisica, successo a Colanello Pacca il 12 marzo 1588, e morì poi nel 1592, succedendogli il 20 giugno di detto anno D. Jacobo Marotta[82]. Da ciò già si rileva che il Campanella non mancava di frequentare il convento di S. Domenico, e ne avremo ancora altre prove in sèguito. Naturalmente ebbe così occasione di conoscere il P.^e Fra Serafino da Nocera (Serafino Rinaldi), il quale era allora, o fu poco dopo, Reggente lo studio de' frati di quel convento e divenne grande amico del Campanella, suo instancabile fautore negli anni delle sventure. Entrato in Religione nel 1586, già vi godeva moltissima stima, e al tempo de' tumulti de' frati di S. Domenico, benchè si fosse tenuto lontano ritirandosi fra' Certosini nel convento di S. Martino, fu ritenuto dal Nunzio qual promotore principale della ribellione; fu quindi per ordine di lui carcerato più tardi, e tenuto sotto processo per parecchi anni: ma giunto a liberarsi, divenne presto superiore di S. Domenico, in sèguito anche Provinciale, non che lettore di S. Tommaso nello studio pubblico, e infine chiuse la sua carriera coll'Episcopato. Vedremo a tempo e luogo i beneficii grandissimi e l'assistenza paterna che quest'uomo benemerito prodigò al Campanella[83].
Dobbiamo ora dir qualche cosa delle opere composte dal Campanella durante la sua permanenza in Napoli, e gioverà anzi cominciare ad occuparci del Catalogo delle sue opere: bisogna una volta sforzarsi di avere questo catalogo nelle migliori condizioni possibili, quantunque esso riesca malagevole a farsi perchè tra le sventure sofferte dall'autore diverse sue opere furono composte e ricomposte anche con diversi titoli successivamente; è indispensabile conoscere con esattezza tra quali circostanze ciascun'opera fu composta o ricomposta, mentre le fortunose circostanze della vita dell'autore doverono certamente influire di molto sopra le idee in esse sviluppate. Senza curarci delle cose minori, delle versificazioni dell'adolescenza, de' sunti delle lezioni compilati su' banchi della scuola etc. abbiamo finquì per ordine di data le opere seguenti. In primo luogo il trattato _De investigatione rerum_: esso fu composto certamente prima della Filosofia, come appunto si rileva dalla prefazione di quest'opera, fonte incomparabilmente preferibile a quello del _Syntagma_, che fu redatto quarant'anni dopo e in modo tale da dover offrire di necessità molte inesattezze; si può tutt'al più dire che in Napoli vi fu posta l'ultima mano. Con ogni probabilità il trattato fu scritto in Nicastro, dove il Campanella si emancipò totalmente dalle dottrine Aristoteliche, il 1586-87, prima dell'andata a Cosenza, dove egli rimase ben poco tempo per avere agio di scriverlo[84]. Esso costava di due libri, come risulta da varii documenti[85]; risulta poi dal _Syntagma_ che vi si contemplavano nove generi di cose sensibili, con le quali si poteva giungere a ragionare e vi si dimostrava la definizione esser fine non principio di scienza. Vedremo più in là come e dove andò perduto insieme ad altri trattati, e dove si dovrebbe ancora trovare. Segue la _Philosophia sensibus demonstrata_, composta in Altomonte in 7 mesi, dal 1º gennaio all'agosto 1589, stampata in Napoli durante il 1590, pubblicata il 1591, dedicata a Mario del Tufo, il quale sostenne forse le spese della stampa, come traspare dalla dedica. I molti errori tipografici incorsi «propter absentiam auctoris» e in parte corretti nell'ultima pagina dell'opera, si spiegano con la malattia sofferta e con l'andata a Pozzuoli ed Agnano. Segue l'opera _De sensitiva rerum facultate_, o _De sensu rerum_, composta dopo la disputa pubblica e la conversazione col Porta già dette. Essa era già composta quando si stampava la prefazione della Filosofia, come si legge appunto in termine di questa prefazione; può dirsi quindi scritta nell'inverno del 1590. E fu scritta in latino, come risulta da ciò che se ne dice nell'opera stessa rifatta più tardi in italiano e successivamente tradotta, dopochè andò perduta insieme col trattato «De investigatione» e con altre opere[86]. Verosimilmente ebbe dapprima per titolo «De sensitiva rerum facultate», e così la troveremo difatti ancora nominata in un documento del tempo in cui l'autore passò a Firenze; ma ben presto egli dovè nella sua mente sostituirgli il titolo «De sensu rerum» che adottò in sèguito, e così difatti si trova già annunziata nella prefazione della Filosofia. Vedremo come e dove l'autore l'abbia rifatta, e metteremo in vista parecchie cose appartenenti agli anni posteriori a quelli de' quali ci stiamo occupando: ma si sa che il Campanella aveva una memoria tale, da essere in grado di tornare a scrivere un'opera perduta, anche dopo varii anni, pressochè con le medesime parole con le quali l'aveva dapprima scritta; c'imbatteremo poi in qualche esempio notevole del suo sistema di serbare fedelmente le cose come già stavano quando ebbe a rivedere e compiere qualche sua opera, e generalmente anche quando ebbe a tradurla dall'italiano in latino per darla alle stampe. Non dubitiamo quindi di affermare che questa prima composizione dell'opera _De sensu rerum_ sia stata essenzialmente quella medesima che oggi possediamo ricomposta. E dobbiamo notare che l'influenza del Della Porta riesce evidente in essa anche così ricomposta come ci è pervenuta, vedendovisi abbondare lo strano e il maraviglioso ad esuberanza; ma pure, in ispecie nel 4º libro che rappresenta la Magia, dove naturalmente il nome del Della Porta figura più volte, il Campanella comincia col fargli l'appunto che ha trattato quella scienza «solo historicamente senza rendere causa», e soggiunge che «lo studio d'Imperato può esser base in parte di retrovarla»[87]. D'onde si vede che egli voleva la Magìa fondata sulle nozioni positive della storia naturale, e dava la più grande importanza al celebre Museo, che Ferrante Imperato teneva in sua casa, presso l'attuale palazzo delle Poste già de' Duchi di Gravina, e che egli avea dovuto visitare come del resto lo visitavano tutte le persone non ignoranti che venivano a Napoli. Succede all'opera _De sensu rerum_ il Carme Lucreziano _De Philosophia Pithagoreorum_, ispiratogli dalla lettura di Ocello Lucano e de' detti di Platone: intorno ad esso sappiamo che non era di poco rilievo, poichè costava di tre libri; così difatti trovasi registrato ne' documenti sopra citati, vale a dire negli elenchi delle opere del Campanella da lui medesimo formati ed annessi ad alcune sue lettere e ad un memoriale al Papa. Viene infine l'_Esordio di una Nuova Metafisica_ co' tre principii della necessità, fato ed armonia, che riteniamo avere avuto propriamente per titolo _De rerum universitate_; giacchè di un'opera appunto con questo titolo vedremo fatta menzione nel documento già citato del tempo in cui il Campanella passò a Firenze[88], e poi ancora in tutti gli altri elenchi delle sue opere che diè fuori durante la sua prigionia di Napoli, senza che nel _Syntagma_ apparisca mai. L'opera in Napoli fu solamente iniziata, e però ci è sembrato doverla porre in ultimo luogo; vedremo che nel tempo dell'andata a Firenze (1592) trovavasi tuttora incompiuta, ed era stimata l'opera maggiore che egli avesse tra mano; negli elenchi sopra mentovati dicesi composta di due libri, la qual cosa non implicherebbe che fosse stata condotta a termine. Ben si vede che il Campanella in Napoli spese gran parte del suo tempo nel comporre opere; e vogliamo tener conto anche della notizia dataci dal _Syntagma_, che compose «molti discorsi ed orazioni per amici che andavano a prendere la laurea», solo per dire che realmente dal «Liber juramentorum» rimastoci nell'Arch. di Stato si rileva essersi dalla fine del 1589 al principio del 1591 laureati parecchi amici suoi ed anche un suo parente. Si laurearono Fulvio Vua de Marulla, Paolo Campanella, Gio. Paolo Carnevale, tutti di Stilo, e Ferrante Ponzio di Nicastro, leggisti: per alcuni di costoro, fra gli altri, il Campanella verosimilmente prestò l'opera sua, e pur troppo vedremo tutti costoro figurare più o meno nel processo della congiura, insieme con taluni altri come Giulio Contestabile e Tiberio Carnevale, che dalle «Matricole» si rileva essersi trovati del pari in Napoli studenti[89].
Ci rimane a dire di un ultimo incidente avvenuto al Campanella in Napoli, del tutto ignorato finora e frattanto importantissimo, vale a dire un processo non lieve d'Inquisizione, che lo strappò a' suoi ospiti ed a' suoi amici, e lo fece andare suo malgrado a Roma.
Egli frequentava il convento di S. Domenico, dove trovavasi allora lo studio pubblico ed inoltre una biblioteca molto accreditata. Nello studio i frati non avevano alcuna ingerenza: essi davano in fitto o come allora dicevasi «in alloghiero», ricevendone 50 ducati l'anno, tre sale a pian terreno su' due lati del cortile che serve di atrio alla Chiesa, ancor'oggi visibili ma convertite in Oratorii, eccetto l'ultima nella quale aveva già insegnato S. Tommaso: e sappiamo dal Lasena (Dell'antico Ginnasio napoletano, Rom. 1641 pag. 3), che delle due poste di rimpetto alla porta della Chiesa, la prima era addetta alle letture del dritto canonico, e poi lo fu anche a quelle del greco, la seconda era addetta alle letture del dritto civile, l'ultima posta in fondo del cortile era addetta alle letture della filosofia e medicina, e però dicevasi la sala degli Artisti (artium et medicinae doctorum). A questo si limitava il «generale studio di Napoli», là trasportato dall'antico posto delle scuole detto originariamente «lo scogliuso» divenuto poi il monastero di Donna Romita presso la Chiesa di S. Andrea: dell'antico posto si mantenea veramente sempre vivo il ricordo con una processione nella vigilia del Santo, prescritta puntualmente ogni anno per un editto del Cappellano maggiore, che ordinava e comandava «alli magnifici lettori et studenti di l'una et l'altra professione secondo l'antiqua et laudabile consuetudine di congregarsi in li studii di sandomenico, et dallà partirne con devotione et silentio processionalmente, con intorcie et candele in mano, et recto tramite visitare la detta ecclesia de Santo Andrea et pregare Iddio per la salute et felice stato di sua Santità come di S. M.^tà Cattolica et extirpatione d'heretici». Alla quale consuetudine, nella stessa circostanza, più anticamente aggiungevasi l'altra dell'uccisione di un maiale per darne un pezzo a ciascuno delli magnifici lettori! Il Campanella, autore di un libro di filosofia, dovè con ogni probabilità tenersi in relazione con la maggior parte de' lettori segnatamente di filosofia, che appunto nell'anno 1590-91 erano: 1.º il medico Gio. Berardino Longo per la lettura della mattina, con d.^ti 300 l'anno oltre gli straordinarii; 2.º il medico Gio. Geronimo Provenzale, che fu poi Vescovo ed Archiatro di Clemente VIII (giacchè Napoli ed anche le Provincie napoletane fornivano allora molto spesso gli Archiatri Pontificii) per la lettura della sera con d.^ti 80 l'anno; 3.º il medico Francesco Ant.º Vivolo per le posteriora et topica con d.^ti 60, successo al Sarnese parimente medico e maestro di Giordano Bruno[90]; 4.º il P.^e fra Mattia Aquario per la metafisica con d.^ti 80, successo da poco tempo al medico Colanello Pacca. Abbiamo veduto che il Campanella curò questo P.^e Aquario, sicchè almeno con costui ebbe certamente stretta relazione; d'altronde doveva invogliarlo a mostrarsi nello studio la presenza in esso de' parecchi amici suoi di Stilo, che abbiamo avuto più sopra occasione di nominare. Ma indubitatamente, essendo occupato a comporre le sue diverse opere, egli ebbe a frequentare la Biblioteca di S. Domenico, e tutto mena a far ritenere essergli là precisamente toccata quell'avventura che andiamo a narrare. La Biblioteca trovavasi nel corridoio che guarda il gran chiostro, presso la cella abitata già da S. Tommaso d'Aquino, dove in questo momento risiede l'Accademia Pontaniana: vi si accedeva non solo dal lato del cortile in cui era posto lo studio, ma anche da un ingresso più diretto aperto verso la via di S. Sebastiano, presso il locale che ancor'oggi è adibito ad uso di Farmacia. Entrando da questa parte e percorrendo il lato settentrionale del gran chiostro, si passava sulle antiche carceri del S.^to Officio, carceri del tempo in cui attendevano al S.^to Officio i frati di S. Domenico con un Inquisitore speciale del loro Ordine: se ne veggono ancora a fior di terra le piccole finestre, ed esse servivano di argomento a' sostenitori di un tribunale speciale di S.^to Officio diverso da' tribunali Diocesani, quando la città di Napoli affermava di non averlo mai avuto. In quel gran chiostro, se deve credersi al Poggio Bracciolini seguìto dal Gravina e dal Paramo, nel 1447 il celebre Lorenzo Valla, condannato a morte dal S.^to Officio e poi risparmiato nella vita, dovè fare una pubblica abiura e soffrire niente meno che la frusta. Giungendo alla Biblioteca, nel piccolo vestibolo innanzi alla porta di essa vedevasi e vedesi ancor'oggi sul muro di destra una lapide, che reca tutto un Breve di Pio V, nel quale è decretata la scomunica maggiore a coloro i quali senza licenza del Papa o almeno del P.^e M.º Generale tolgano ed estraggano libri «dalla Libraria seu Biblioteca»[91]. È probabilissimo che appunto in quel posto, nell'attendere l'ora dell'apertura della Biblioteca, leggendosi quel Breve e rilevandosi la pena della scomunica, con quel suo modo burlesco che vedremo ancora da lui usato altre volte, il Campanella abbia detto, «com'è questa scomunica? si mangia?» Certo è che queste parole furono da lui profferite «parlando di extrahere libri dalla libraria di S. Domenico sotto pena di scomunica», e nei giorni seguenti «in S. Domenico fu preso carcerato e condotto nelle carceri di Mons.^r Nunzio». Nel processo di eresia che fu più tardi dibattuto in Napoli, pe' fatti del 1599, tutto ciò venne deposto da un fra Francesco Merlino, il quale avea conosciuto il Campanella fin dal primo anno che entrò nel sodalizio di S. Domenico in Placanica, era suo familiare, e nel tempo al quale siamo pervenuti trovavasi studente in S. Domenico. Egli, parlando nel 1600, disse che ciò accadde «nove anni prima», vale a dire nel 1591, quando il Campanella «era a Napoli in casa di Mario del Tufo»; la stessa data trovasi poi registrata dal Card.^l di S.^ta Severina in una sua lettera, nella quale rammenta le risultanze del processo che ne seguì, cioè la condanna avuta dal Campanella in Roma. Soggiunse fra Francesco che si disse la carcerazione essere avvenuta perchè il Campanella «avea spiriti sopra», ma poi si trovò che era stato carcerato per quelle parole profferite intorno alla scomunica nelle circostanze suddette; ed interrogato affermò di avere udito che il Campanella aveva avuto pratica con un certo Abramo, e che molti volevano che quanto sapeva lo sapeva non per suo studio ma per arte diabolica, io però, egli disse, «non credo questo, perchè ho conosciuto che ha bello ingegno ed ha studiato assai». Abbiamo voluto specificatamente riportare tutte queste circostanze, per mostrare che il fatto non venne deposto da qualcuno poco bene affetto verso il Campanella.
Vi fu dunque un processo, primo per tempo, motivato dall'avere emesso proposizioni ereticali in dispregio della scomunica e dal possedere spiriti familiari: la prima accusa, molto grave, fu sempre taciuta dal Campanella; invece la seconda, piuttosto ridevole ma non già a que' tempi, fu da lui ricordata in parecchie occasioni, e una volta anche con la circostanza che per essa venne «citatus in judicium»[92]. Questa circostanza della chiamata in giudizio è rimasta poco avvertita da' suoi biografi, i quali hanno ritenuto che l'accusa, limitata al possedere spiriti, fosse rimasta vaga, non propriamente articolata con un processo in piena regola. Del resto il Campanella medesimo ricinse di nubi questo suo processo e ne fece perdere le tracce: basta infatti ricordare le parole del _Syntagma_, «Nell'anno 1592 (e qui o la memoria non l'assiste bene, o più veramente egli ebbe premura di saltare sull'infausto 1591) me n'andai a Roma fuggendo gli emuli accusatori che dicevano, come sa di lettere costui mentre non le ha mai imparate?» Vedremo che pure in sèguito, perfino co' suoi amici intimi, quando veniva interrogato su' travagli patiti dal S.^to Officio, egli avea cura di confondere questo processo con un altro fattogli più tardi e finito con un'assolutoria, negando addirittura di avere avuta una condanna, mentre si sapeva che era stato condannato una volta all'abiura. — Un denso velo fu sempre disteso su questo processo. Alla carcerazione avvenuta entro il convento di S. Domenico deve riferirsi senza dubbio ciò che scrisse l'Agente di Toscana in Napoli Giulio Battaglino in quella lettera del 1599 trovata e pubblicata da Francesco Palermo, là dove lo disse «ricoverato da una furia di birri, eccitatili contra per conto che avea scritto in difesa del Tilesio»[93]; e vedremo più in là un'altra lettera dello stesso Battaglino da noi trovata, più vicina al tempo di cui qui trattiamo, dove lo disse chiaramente carcerato per causa di religione, menzionando la sola accusa «facilmente superata» dell'avere spiriti familiari, e mostrandosi male informato dello svolgimento vero del processo[94]. La qual cosa non deve far maraviglia. Secondo lo stile de' processi ecclesiastici in materia di fede, guardavasi il più rigoroso silenzio su tutto, ed anche a ciascun testimone era ingiunto il silenzio su quanto avea deposto, sebbene poi il testimone non sempre badasse a mantenerlo: d'altra parte la semplice carcerazione per causa di fede rendeva il carcerato _notatus infamia_, e però gli amici suoi aveano premura di attenuare o di nascondere il vero. Ma nel convento di S. Domenico, se dapprima si parlò dell'accusa di «avere spiriti sopra», ciò che mostra tale opinione molto diffusa, più tardi, verosimilmente per le rivelazioni di qualche testimone chiamato a deporre, si giunse a conoscere un po' meglio ogni cosa e si ebbe cura di tenerla celata. Forse fra Serafino da Nocera cominciò dal rendere questo primo servigio al Campanella; forse anche il Battaglino medesimo, in tale circostanza, volle esser pietoso verso il povero filosofo.