Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 1
Produced by Carlo Traverso and Barbara Magni (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
[Illustrazione: Tommaso Campanella — Dall'originale che possiede in Roma il Sig. Principe di Teano]
FRA TOMMASO CAMPANELLA
LA SUA CONGIURA, I SUOI PROCESSI E LA SUA PAZZIA
NARRAZIONE
CON MOLTI DOCUMENTI INEDITI POLITICI E GIUDIZIARII, CON L'INTERO PROCESSO DI ERESIA E 67 POESIE DI FRA TOMMASO FINOGGI IGNORATE,
PER
LUIGI AMABILE
già prof. ord. di Anatomia patologica nella R. Università di Napoli, già Deputato al Parlamento Nazionale.
«La così detta congiura, che il Baldacchini e i più dei biografi Campanelliani qualificano eterno ed insolubile problema degli eruditi». — Berti, T. CAMPANELLA. 1878
VOL. I.
NARRAZIONE, PARTE I.
NAPOLI CAV. ANTONIO MORANO, EDITORE _371, Via Roma, 372_ 1882
L'Editore avverte che avendo adempiute tutte le formalità prescritte dalla legge sulla proprietà letteraria, intende valersi della protezione che le leggi stesse accordano.
PREFAZIONE
I.
La congiura di fra Tommaso Campanella, il fatto più cospicuo della vita del filosofo calabrese ed uno de' più audaci disegni di riscossa nel Napoletano, continua pur troppo ad essere finoggi un problema. Affermata da tutti quando essa avvenne, negata poi mano mano in seguito, e più spesso per pietà verso il povero filosofo rimasto a marcire in prigione senza condanna, fu ammessa in modo vago od anche negata affatto da' biografi principali venuti posteriormente, come il Cyprianus e l'Echard, che ebbero sott'occhio le semplici enunciazioni dell'accusa e le vive denegazioni del filosofo a propria difesa. Riaffermata poi con varii particolari ed ingiuriosi commenti dal Giannone, che ebbe il vantaggio indiscutibile di poter leggere una copia manoscritta del processo, a' tempi nostri essa si è vista, variamente, negata di nuovo o al contrario ammessa con la medesima asseveranza. Si è vista negata di nuovo massime da coloro i quali se ne sono occupati di proposito, raccogliendo documenti ma dando troppa importanza a quelli della difesa, e negata perfino sdegnosamente, quasi che fosse stata un'azione ignominiosa l'aver tentato di condurre la patria a libertà; al contrario si è vista ammessa come fatto notorio, fuori controversia, massime da coloro i quali se ne sono occupati di passaggio, dietro le assertive del Giannone, quasi sempre senza alcuna ricerca di nuovi documenti, e non di rado con l'aggiunta di particolari addirittura fantastici.
In siffatta condizione si trova tuttora questo gravissimo argomento, che domina sull'intera storia del Campanella; il quale, costretto a scolparsi a ogni modo e per ogni via fino alla morte, l'ingarbugliò al maggior segno, giungendo non solo a dissimulare le proprie opinioni, ma anche a sostenerne vivacemente alcune che non può affermarsi essere state davvero le sue; ond'è che riesce del pari difficilissimo indagarne seriamente il pensiero e le convinzioni intime, se non si conosca e quando e dove e come egli scrisse ciò che scrisse. I maggiori biografi del Campanella meritamente stimati, il Baldacchini, il D'Ancona, il Berti, hanno spiegato le imputazioni di novità disegnate nel campo politico e religioso, alle quali il Campanella soggiacque, co' vaticinii astrologici e mistici d'imminenti mutazioni che egli predicò nella fine del secolo 16º (Baldacchini e Berti), inoltre con l'odio e la calunnia de' frati che non tolleravano la nuova filosofia antiaristotelica della quale egli si era fatto campione (D'Ancòna). Questo per altro aveva addotto in sua discolpa il Campanella medesimo oppresso da sì gravi imputazioni, e si conosceva perfettamente da grandissimo tempo[1]. Sarebbe stato necessario fare un'analisi minuta ed un riscontro accurato de' documenti della difesa e de' documenti dell'accusa, i quali ultimi già da un pezzo si sono rinvenuti in discreto numero, illustrandoli anche con quelli derivanti da persone indifferenti: ma, bisogna pur dirlo, non si è rinvenuto chi si sobbarcasse a questo lungo e penoso lavoro, mediante il quale solamente è possibile avere, se non la verità piena ed intera, difficilissima ad aversi ne' processi politici in ispecie, almeno ciò che è più vicino alla verità o non affatto contrario alla verità. Ed è pur singolare questa svogliatezza per lo studio minuto de' documenti circa la congiura del Campanella. Si può affermare senza timore di smentite che il Giannone medesimo, avendo sott'occhio una copia del processo, la percorse a sbalzi e del tutto superficialmente, senza andare fino in fondo. Lo attestano le parecchie notizie inesatte che da lui furono date, come quella de' «25 frati del convento di Pizzoni» che invece furono 25 voluti capi clerici e laici ivi congregati, e quella della complicità di 300 frati di diversi ordini, 200 predicatori, 1800 fuorusciti, parecchi Vescovi e Baroni, esagerazioni de' sobillatori per eccitar la gente, ripetute da' denunzianti, ridotte alle proporzioni vere nel corso del processo; così pure la notizia di un congiurato «affogato in mare», mentre invece fu soffocato da' suoi compagni, e la notizia di Maurizio de Rinaldis preso come «spensierato» e confesso «prima e dopo la tortura», mentre invece fu preso ben lungi dalla sua provincia e non confessò nulla malgrado torture inaudite; perfino le notizie della costituzione del doppio tribunale per la congiura e per l'eresia, della condanna riportata dal Campanella etc. etc., si risentono gravemente della poca attenzione messa nello studio degli Atti processuali. In che maniera poi sieno stati a' giorni nostri studiati gli Atti pervenuti fino a noi, si vedrà più sotto.
Facciamo dapprima una rassegna di tutti i documenti che si posseggono, capaci di chiarire l'arruffata quistione della congiura. Ci atterremo ad una classificazione che ci sembra naturalissima, in tre categorie; documenti dell'accusa, documenti della difesa, notizie e relazioni degl'indifferenti.
I documenti della difesa possono dirsi quelli che hanno singolarmente richiamata l'attenzione, massime perche hanno campeggiato a lungo quasi soli, oltrechè emanavano direttamente dal Campanella e quindi apparivano degnissimi di fede. Tali sono in primo luogo le notizie sparse copiosamente nelle opere, negli opuscoli, nelle lettere del filosofo ed anche di qualche suo amico ben noto, p. es. Gabriele Naudeo: il Cyprianus e l'Echard posero uno studio particolare nel raccoglierle, senza trascurare anche le altre di diversa provenienza e di diverso genere; sono state quindi facilmente ripetute da tutti i posteriori, che hanno trovato il lavoro già fatto[2]. Una menzione particolare merita tra questi documenti la _Lettera proemiale_ dell'opera intitolata _Atheismus triumphatus_, scritta dal Campanella nella fossa di Castel S. Elmo il 1606-1607, rinvenuta dallo Struvio col ms. dell'opera in Jena, ed ivi pubblicata il 1705: essa dà notizie tanto del processo della congiura ed eresia, quanto degli altri sofferti già prima. Ma a' tempi nostri si sono avuti diversi altri documenti di tale categoria sempre più importanti. Gaspare Orelli di Zurigo, il 1634, pubblicando in Lugano le _Poesie filosofiche_ del Campanella con le annotazioni annesse, rimaste tanto lungamente conosciute solo pel semplice ricordo del loro titolo e per la traduzione di alcune di esse tentata dall'Herder, fornì una quantità di notizie interessantissime. Una completa esposizione poi di tutta la faccenda della congiura e sue conseguenze, dettata senza dubbio dal Campanella, venne pubblicata il 1845 in Napoli da Vito Capialbi di Monteleone: essa è intitolata _Narratione della historia sopra cui fu appoggiata la favola della ribellione,_ ed è seguita da un'_Informatione sopra la lettura delli processi fatti l'anno 1599 in Calabria_ etc., mancanti entrambe di alcune carte in fine. Il Capialbi affermò di averle tratte da un autografo, ciò che è verosimile, ed inoltre affermò essere lo scritto medesimo dato dal povero filosofo, il 1626, all'avvocato Parisi e a Gio. Battista Contestabile nel momento di dover informare il Consiglio chiamato a decidere sulla sua sorte, ciò che è verosimile egualmente: ma la lettura di esso mostra fuori dubbio che fu composto il 1620, forse quando si ebbe una prima volta bisogno d'informare il Vicerè di quel tempo Card.^l Borgia, e mostra pure che l'Informazione deve porsi innanzi alla Narrazione[3]. Quasi contemporaneamente, e mano mano successivamente, si sono avute le moltissime lettere del Campanella, pubblicate in ispecie dal Baldacchini, dal Centofanti, dal Berti, da noi medesimi[4] ma al Berti si deve dippiù un estratto degli _Articuli prophetales_, che trovò manoscritti nella Casanatense, e che sono propriamente una ricomposizione posteriore ed ampliata di quelli già scritti dal filosofo a propria difesa durante il processo; inoltre un estratto dell'_Apologia ad amicum,_ che si trova in appendice agli Articoli anzidetti. Meritano poi di essere menzionate ancora una _Difesa pel Campanella_ scritta dall'avvocato de Leonardis, e due analoghe _Difese per Giulio Contestabile e Marcantonio Pittella,_ clerici involti nel processo della congiura, che si vedrà tra poco dove e da chi trovate; inoltre una _Difesa per Gio. Paolo e Muzio di Cordova_, gentiluomini di Catanzaro ritenuti egualmente complici, che si conosce appena per alcuni frammenti riportati dal Capialbi nelle sue note apposte alla Narrazione del Campanella. Come si vede, questa categoria è ben fornita, ma, naturalmente, va accolta con le più grandi riserve: non si giungerebbe mai alla scoperta del vero qualora si udisse soltanto la voce dell'imputato, ed è strano che un fatto così ovvio non sia stato mai tenuto presente da' moderni biografi del Campanella.
Passando alla categoria de' documenti dell'accusa, non farà maraviglia se essi siano abbastanza scarsi, mentre i processi non erano pubblici, e d'altronde si sa che il processo originale della congiura o «tentata ribellione» fin dal 1620 era stato già bruciato o disperso. Per lungo tempo non si è avuta che l'esposizione del Giannone, degna di riguardo perchè risultante dalla lettura di una copia del processo, ma sempre da doversi discutere col confronto di altri documenti. A' giorni nostri poi si è avuta una serie importantissima di scritture autentiche, per la maggior parte estratte già ufficialmente dal processo e degne della più grande attenzione. Un napoletano bibliotecario della Palatina di Firenze, Francesco Palermo, le trovò nell'Archivio di Stato di quella città insieme con altre scritture di non minore interesse, e il 1846 ne fece una pubblicazione sommaria nell'Archivio Storico italiano: il Centofanti lo prevenne coll'annunziare di avere scoperto tali scritture, che del resto neanche in sèguito mostrò di avere mai studiate[5]. Il trovarsi annotate nel d.^to Archivio sotto il titolo di «Processo contro il P.^e Tommaso Campanella e più altri inquisiti» ha fatto dire al Palermo, e ripetere da coloro i quali hanno avuto a parlarne, che trattavasi di una copia abbreviata del processo, ma questo non è del tutto esatto. Trattasi veramente, per la più gran parte, de' così detti _Riassunti degl'indizii_, che il Mastrodatti compilava in più copie su ciascuno imputato, estraendo gl'indizii dalle deposizioni processuali con la maggior fedeltà, per trasmetterli a ciascun Giudice allorchè era venuto il momento di spedire le cause: ad essi va unita la _Requisitoria del fiscale_ contro il Campanella, oltrechè la Difesa pel Campanella e le Difese pel Contestabile e pel Pittella superiormente già indicate; va unito ancora un _Elenco degli ecclesiastici incriminati,_ con la relativa sentenza o condizione di sentenziabilità aggiunta posteriormente in margine (ciò che trovasi fatto pure quasi sempre in coda di ciascun Riassunto degl'indizii), più un doppio _Breve Papale_ circa la costituzione del tribunale Apostolico della congiura, ed anche un _Sommario dell'Informazione di Calabria_, presa da due frati Domenicani. Evidentemente l'Elenco e il primo Breve rappresentano le copie di due scritture poste a capo del processo per gli ecclesiastici fatto in Napoli, e l'Informazione di Calabria rappresenta la copia di un allegato di questo processo; ma i Riassunti degl'indizii e la Requisitoria, al pari delle Difese, rappresentano Atti giudiziarii concomitanti, che solo convenzionalmente possono chiamarsi Atti processuali, non facendo parte delle scritture del processo; ond'è che gioverebbe preferire il nome di Atti giudiziarii, il quale ha un significato più largo e viene a comprendere tutte queste scritture. Nè è dubbio per noi che esse, con altre ancora delle quali si parlerà più sotto, abbiano appartenuto a Mons.^r Jacopo Aldobrandini fiorentino Vescovo di Troia, Nunzio in Napoli e Giudice in entrambi i processi della congiura e dell'eresia; portate da costui in Firenze vennero poi, circa il 1670, nelle mani del Senatore Carlo di Tommaso Strozzi, d'onde più tardi, insieme con tutte le altre carte Strozziane, nell'Archivio Mediceo. Il Palermo, sia per amore di brevità, sia per fretta nel vedere tenute d'occhio le sue ricerche, sia pel proposito di dare più tardi una storia delle cose del Campanella come si può bene argomentare da più circostanze, non pubblicò i documenti interi, ma invece una «Esposizione delle cose principali contenute nel processo informativo», aggiungendovi pochissime parole d'introduzione, con le quali fece rilevare esser posto fuori dubbio che il Campanella avesse concepita una rinnovazione politica e l'avesse apparecchiata; egli preferì che i lettori se ne persuadessero da loro medesimi, la qual cosa non si vede punto avvenuta, non essendo stati i documenti ricercati e discussi con la debita premura. Il D'Ancona pubblicò più tardi il doppio _Breve Papale_ circa la costituzione del tribunale per la congiura, ed anche l'_Elenco degli ecclesiastici incriminati_. In questi ultimi tempi poi il Berti ci ha dato dippiù una _Denunzia di alcuni cittadini di Catanzaro_ avuta dallo stesso d'Ancona e creduta inedita, ma essa era stata già pubblicata nel Rendiconto dell'Accademia Pontaniana del 1864 pag. 62, a cura del Baldacchini, il quale l'aveva ricevuta in dono dall'insigne magistrato Pirro Giovanni De Luca; costui la rinvenne in copia legalå tra le carte familiari di una Signora discendente da uno de' denunzianti (Gio. Battista Sanseverino); oggi trovasi depositata nell'Archivio di Stato in Napoli, a cura dell'Accademia suddetta. Questa Denunzia fu già oppugnata dal Campanella nella sua Narrazione, ed è superfluo dire che tanto essa, quanto la maggior parte de' documenti contemplati nella presente categoria, esigono del pari una critica condotta con molto accorgimento: l'atroce severità con la quale si difendevano i dritti dello Stato, le torture crudelissime, le speranze d'immunità come quelle di premii, le cure della propria salvezza, hanno potuto e dovuto far asserire più volte cose ben lontane dal vero.
Infine, circa la categoria delle notizie e relazioni degl'indifferenti, bisogna riconoscere che questa indifferenza è ammissibile fino ad un certo punto, giacché a fronte di un fatto così straordinario nessuno si mostrò interamente spassionato; ma in somma non si tratta di documenti venuti fuora da persone interessate a negar tutto o ad accoglier tutto; e del resto la circostanza del non trovarsi una indifferenza completa importa solo che la critica debba anche qui intervenire accuratamente. Possiamo annoverare nella presente categoria in primo luogo le notizie de' cronisti e scrittori contemporanei, le quali per verità si riducono a semplici affermazioni generiche sprovvedute di un certo corredo di particolari, eco evidente del gran rigore spiegato dallo Stato e dalla Chiesa contro il Campanella e i suoi compagni di sventura: il valore di queste affermazioni sta sopratutto nella concordanza che vi si nota, e che riesce certamente assai significante, poiché se la faccenda si fosse prestata a dubbî, qualcheduno si sarebbe spinto a manifestarlo. Ma gravissimo è l'interesse delle relazioni venute in luce a' giorni nostri per opera principalmente dello stesso Francesco Palermo, il più benemerito della storia del Campanella. Da una parte dobbiamo a lui il _Carteggio del Nunzio Aldobrandini_ con la Corte di Roma, vale a dire del suddetto Jacopo Aldobrandini Vescovo di Troia, e non già Cinthio Aldobrandini come il Palermo ritenne: oltre l'ufficio di Nunzio, il Vescovo di Troia tenne pure quelli di Giudice, e non solo nel processo della congiura ma anche in quello dell'eresia, ciò che basta a fare intendere l'importanza capitale delle sue lettere e delle risposte avute da Roma. D'altra parte dobbiamo egualmente al Palermo il _Carteggio dell'Agente di Toscana_ in Napoli, che fu Giulio Battaglino, un napoletano da lungo tempo a' servigi del Gran Duca e in piena intimità con la Corte Vicereale. Deve poi aggiungersi ancora agli anzidetti il _Carteggio del Residente Veneto,_ che fu Gio. Carlo Scaramelli e dopo di lui Gio. Maria Vincenti. Questo Carteggio fa parte del vol. 2º della Storia arcana ed aneddotica d'Italia pubblicata da Fabio Mutinelli il 1856, e con sorpresa non si vede messo a profitto da alcuno di coloro che si sono occupati del Campanella, mentre pure si conosce quanto gli Agenti Veneti fossero acuti e diligenti osservatori: nel caso nostro poi l'Agente Veneto si mostra il più spassionato fra tutti, non sempre esatto per le cose avvenute in Calabria, nemmeno esattissimo per le cose avvenute in Napoli, ma sempre abbondante ne' particolari; senza dubbio la sua contribuzione di notizie non è di poco valore, quantunque abbia bisogno, come tutte le altre, di un accurato riscontro.
Dietro questa rassegna si converrà che i documenti non sono punto mancati, in ispecie circa la persona del Campanella e degli ecclesiastici incriminati di congiura, mentre diversamente è accaduto pe' laici; la quistione poi dell'eresia connessa con quella della congiura è rimasta veramente al buio. Di certo per poche o nessun'altra congiura si possiede un numero di documenti tanto grande, bensì, come dicevamo, è mancato lo studio minuto de'documenti; e ci rincresce molto, ma siamo costretti a provarlo, dovendo anche necessariamente dimostrare come e perché la congiura del Campanella sia rimasta tuttora un problema. Faremo quindi un breve commento alle cose dette su questo tema a' giorni nostri da' maggiori biografi del Campanella, e daremo anche un breve cenno delle cose dette da qualcuno de' più rispettabili scrittori; che senza essersene occupato di proposito ha avuta occasione di parlarne.
Il Baldacchini va qui posto fuori causa. Egli scrisse nel 1840, ed allora nè la Narrazione del Campanella, nè gli Atti giudiziarii e i Carteggi del Nunzio e dell'Agente di Toscana erano per anco noti; quando poi venne alla 2ª edizione del suo libro, nel 1847, avrebbe dovuto rifare ogni cosa e glie ne sarebbe anche mancato il tempo. Eppure, malgrado avesse accolta l'opinione che la colpa del Campanella fosse stata l'aver palesato inconsideratamente i vaticinii astrologici e i sogni cavati da S. Brigida e dall'Apocalisse, ebbe premura di aggiungere: «nè dico interamente falsa l'accusa di meditata ribellione, perciocché troppo pubblicamente il governo punì quelli che ne potè provare colpevoli...; nè tampoco dico che il Campanella per inconsiderato desiderio di novità non vi accedesse, bene dico ed affermo ch'ei non ne fu primo autore, com'egli ebbe a replicare più volte in Francia a' suoi amici, quando poteva confessare il tutto senza pericolo». Aggiunse inoltre: «di questa congiura, qual ch'ella fosse stata, io qui non iscrivo la storia particolare; accidente della vita di un uomo di scienza, ella mi ha solo porto l'opportunità di sceverare alcune sue idee da'fatti che gli si appongono»[6]. Del Resto si scagliò contro il Giannone, e sostenne che i processi fatti in que' barbari tempi non meritavano la menoma fede. Certamente parecchie obbiezioni si possono e si debbono fare alle cose da lui dette e pocanzi riportate. La congiura non fu un accidente secondario nella vita del filosofo, mentre egli ne rimase addirittura schiacciato fino alla morte; né si potrà mai definire qual parte egli vi abbia presa, finchè non se ne sveleranno i particolari, nè sarà mai facile trovare chi abbia potuto avere tanta autorità da farlo accedere a una congiura, mentre per lo meno si conosce che l'indole sua non comportava di essere secondo a veruno; nè poi egli avrebbe potuto manifestarsi a un tratto in Francia vecchio fautore di repubblica e di nuova religione, dopo di averlo negato per tanti e tanti anni, nè avrebbe veramente potuto farlo senza pericolo, mentre si conosce che vi era oppresso dalla miseria, e costretto a mendicare soccorsi dallo Stato e dalla Chiesa. Ma è inutile insistere, quando il Baldacchini non ha voluto o non ha potuto trattare l'argomento, che senza dubbio avrebbe saputo trattare meglio di ogni altro: basta aver rilevato che egli ammise genericamente esservi stata una congiura, la qual cosa dagli altri biografi è stata nettamente negata.