Part 5
Giorgio. — Io, per me, sono _comunista_, perchè mi pare che quando s'ha da essere amici, torni poco conto di esserlo a mezzo. Il _collettivismo_ lascia ancora i germi della rivalità e dell'odio. Ma v'è di più. Se ognuno potesse vivere con quello che produce egli stesso, il _collettivismo_ sarebbe sempre inferiore al _comunismo_, perchè tenderebbe a tener gli uomini isolati e quindi diminuirebbe le loro forze ed il loro affetto, ma, tanto quanto, potrebbe andare. Però siccome, per esempio, il calzolaio non può mangiare scarpe, nè il fabbro può nutrirsi di ferro, e l'agricoltore non può far da sè tutto quello che gli occorre e non può nemmeno coltivare la terra senza gli operai che scavano il ferro e quelli che fabbricano gli strumenti, e via discorrendo, così sarebbe necessario organizzare lo scambio fra i diversi produttori, tenendo conto a ciascuno di quello che ha fatto. Allora avverrebbe necessariamente che il calzolaio, per esempio, cercherebbe di dare gran valore alle sue scarpe, cioè pretenderebbe per un paio di scarpe avere quanta più roba vorrebbe, ed il contadino, da parte sua, potrebbe dargliene il meno possibile. Chi diavolo potrebbe raccapezzarcisi!? Il _collettivismo_, mi pare, darebbe luogo ad una quantità di questioni, e si presterebbe sempre a molti imbrogli, che a lungo andare potrebbero farci tornare al punto di prima: perchè dovete sapere che l'uomo non ismetterà d'imbrogliare, fino a quando egli non avrà più interesse a farlo.
Il _comunismo_ invece non dà luogo a nessuna difficoltà: tutti lavorano e tutti usufruiscono del lavoro di tutti. Bisogna soltanto vedere quali sono le cose che bisognano perchè tutti sieno soddisfatti, e fare in modo che tutte queste cose sieno abbondantemente prodotte.
Beppe. — Sicchè in _comunismo_ non ci sarebbe bisogno di moneta?
Giorgio. — Nè di moneta, nè di altro che sostituisca la moneta. Niente altro che un registro delle cose richieste e delle cose prodotte, per cercare di tenere sempre la produzione all'altezza dei bisogni.
La sola difficoltà seria sarebbe se vi fossero di molti che non volessero lavorare, ma io v'ho già detto le ragioni per cui il lavoro, che oggi è una pena tanto grave, diventerà un piacere e nello stesso tempo un obbligo morale, che solamente un pazzo potrebbe rifiutarsi di adempiere. E vi ho detto pure che, a peggio andare, se per effetto della cattiva educazione che abbiamo avuta, e per qualche privazione a cui si dovrebbe sottostare prima che la nuova società fosse organizzata per bene e la produzione accresciuta in proporzione dei nuovi bisogni, se, dico, vi fossero di quelli che non vogliono lavorare e ve ne fossero tanti da creare imbarazzi, tutto si ridurrebbe a scacciarli dalla comunanza, dando loro materia e strumenti per lavorare a conto loro. Così, se volessero mangiare, si metterebbero a lavorare. Ma voi vedrete che questi casi non si daranno.
Del resto, quello che noi vogliamo fare per forza è la messa in comune del suolo, della materia prima, degli strumenti da lavoro, delle case e di tutte le ricchezze che esistono ora. In quanto poi al modo di organizzarsi e di distribuire la produzione, il popolo farà quello che vorrà, tanto più che altro è dire, altro è fare, e che solamente all'atto pratico si può vedere qual è il sistema migliore. Anzi si può prevedere quasi con certezza che in alcuni posti si stabilirà il comunismo, in altri il collettivismo, in altri qualche altra cosa: e poi, quando si sarà visto chi si trova meglio, a poco a poco, tutti quanti accetteranno lo stesso sistema.
L'essenziale, ricordatelo bene, è che nessuno incominci a voler comandare sugli altri, e ad impadronirsi della terra e degli strumenti da lavoro. A questo bisogna stare attenti, per impedirlo, se avvenisse, magari a colpi di fucile: il resto camminerà da sè.
Beppe. — E anche questa l'ho capita. Dimmi adesso che cosa è l'_Anarchia_.
Giorgio. — _Anarchia_ significa senza governo. Non vi ho detto io che il governo non serve ad altro che a difendere i signori, e che, quando si tratta degl'interessi nostri, il meglio è di badarci da noi senza che alcuno ci comandi? Invece di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, che poi vanno a fare e disfare leggi, alle quali ci tocca ubbidire, noi tratteremmo da noi stessi le cose nostre, decideremmo il da farsi; e, quando per mettere in esecuzione le nostre deliberazioni, ci fosse bisogno d'incaricare qualcuno, noi lo incaricheremmo di fare così e così e non altrimenti. Se si trattasse di cose che non si possono stabilire prima, allora incaricheremmo quelli che ne sono capaci, di vedere, studiare, proporre; in ogni modo niente sarebbe fatto senza la nostra volontà. Così i nostri delegati, invece di essere degli individui a cui abbiamo dato il diritto di comandarci su tutte le cose, su cui piace loro far delle leggi, sarebbero persone scelte apposta e fra le più capaci in ogni singola faccenda; che non avrebbero nessuna autorità e solamente il dovere di eseguire quello che gl'interessati vorrebbero: insomma si incaricherebbe uno di organizzare le scuole, per esempio, o di tracciare una strada, o di provvedere allo scambio dei prodotti, come s'incarica un calzolaio di fare un pajo di scarpe.
Questo è l'_anarchia_. Del resto, se volessi spiegarvi tutto, dovrei parlare su questo solo argomento tanto quanto ho parlato su tutto il resto. Un'altra volta ne parleremo a lungo.
Beppe. — Sta bene, ma dammi intanto qualche altra spiegazione. Che vuoi? oramai mi hai messo la voglia addosso!
Mi devi spiegare come mai potrei intendermi io, che sono un povero ignorante, di tutte quelle cose che chiamano la politica, e fare da me quello che fanno i ministri ed i deputati.
Giorgio. — O che cosa fanno di buono i ministri ed i deputati, perchè voi abbiate a lamentarvi di non saperlo fare?! Fanno le leggi ed organizzano la forza per tenere sottoposto il popolo e garentire lo sfruttamento esercitato dai proprietarii: ecco tutto. Di questa scienza noi non abbiamo bisogno.
È vero che i ministri ed i deputati si occupano pure di tante cose, che sono buone e necessarie; ma mischiarsi di una cosa, per volgerla a profitto di una data classe di persone o per incepparne lo sviluppo con regolamenti inutili e vessatorii, non vuol dire farla. Per esempio, quei signori si ingeriscono nelle cose ferroviarie; ma per costruire ed esercitare una ferrovia non v'è niente affatto bisogno di loro, come non v'è bisogno degli azionisti: bastano gl'ingegneri, i meccanici e gli operai ed impiegati di tutte le categorie, e questi ci resteranno sempre, anche quando ministri, deputati ed altri parassiti saranno completamente spariti.
Così per la posta, per il telegrafo, per la navigazione, per l'istruzione pubblica, per gli ospedali: tutte cose che sono fatte da lavoratori di ogni sorta, come impiegati postali e telegrafici, marinai, maestri, medici, e nelle quali il governo c'entra soltanto per inceppare, guastare e sfruttare.
La politica, come s'intende e si fa dalla gente di governo, è per noi un'arte difficile, perchè si occupa di tutte cose che, per noi lavoratori, non sanno nè di sale nè di pepe, e perchè non ha nulla che vedere cogl'interessi reali delle popolazioni, ch'essa si occupa soltanto d'ingannare e dominare. Se invece si trattasse di soddisfare, nel miglior modo possibile, ai bisogni del popolo, allora la cosa sarebbe ben più difficile per un deputato che per noi.
Infatti, che cosa volete che sappiano i deputati, che stanno a Roma, dei bisogni di tutte le città e borgate d'Italia? Come volete mai che della gente, che in generale ha perduto il suo tempo col latino e col greco, e lo perde ora con peggiori inutilità, si possa intendere degli interessi dei varii mestieri? Le cose andrebbero altrimenti se ognuno si occupasse delle cose che sa, e dei bisogni che sente e che vede.
Fatta la rivoluzione, bisogna incominciare dal basso e andare all'alto. Il popolo si trova diviso in comuni ed in ciascun comune vi sono i diversi mestieri, che subito, per l'effetto dell'entusiasmo e sotto l'impulso della propaganda, si costituiranno in associazioni. Ora, degl'interessi del vostro comune e del vostro mestiere chi se ne intende meglio di voi?
Quando poi si tratterà di mettere d'accordo più comuni, più mestieri, i delegati respettivi porteranno in apposite assemblee i voti dei loro mandanti e cercheranno di armonizzare i varii bisogni ed i varii desiderii. Le deliberazioni saranno sempre soggette al controllo ed all'approvazione dei mandanti, in modo che non c'è pericolo che gl'interessi del popolo sieno posti in oblio.
E così, di mano in mano, si procederà fino all'accordo di tutto il genere umano.
Beppe. — Ma se in un paese o in un'associazione v'è chi l'intende in un modo e chi in un altro, allora come si fa? Vincono quelli che sono di più, non è vero?
Giorgio. — Per diritto no, perchè in faccia alla verità ed alla giustizia il numero non conta niente, e spesso uno solo può avere ragione contro cento e contro centomila. In pratica si fa come si può: si fa di tutto per conseguire l'unanimità, e quando questo fosse impossibile, si voterebbe e si farebbe come vuole la maggioranza, oppure si rimetterebbe la decisione a terze persone che farebbero da arbitri, salvo sempre però l'inviolabilità dei principii di uguaglianza e di giustizia su cui si regge la società.
Notate però che le questioni sulle quali non si potrà mettersi d'accordo senza ricorrere al voto o all'arbitrato, saranno poche e di poca importanza, perchè non vi saranno più le divisioni di interessi che vi sono oggi, perchè ognuno potrà scegliersi il paese e l'associazione, vale a dire i compagni con cui meglio se la dice, e soprattutto perchè si tratterà sempre di decidere sopra cose chiare, che ognuno può comprendere, e che appartengono piuttosto al campo positivo della scienza che a quello mobile delle opinioni. E più si andrà innanzi e più il voto diventerà cosa inutile ed antiquata, anzi ridicola affatto, poichè quando si sarà trovato, mediante l'esperienza, qual è in un dato problema la soluzione che meglio soddisfa ai bisogni di tutti, allora bisognerà dimostrare e persuadere, non già schiacciare con una maggioranza numerica l'opinione avversaria. Per esempio, non vi farebbe ridere oggi il chiamare i contadini a votare sull'epoca in cui si deve seminare il grano, quando questa è una cosa già accertata dall'esperienza? E se non lo fosse ancora, ricorrereste al voto o all'esperienza?
Così avverrà di tutte le cose che riguardano la utilità pubblica e privata.
Beppe. — Ma se nullameno vi fossero di quelli, che per un capriccio qualunque volessero opporsi ad una deliberazione presa nell'interesse di tutti?
Giorgio. — Allora naturalmente bisognerebbe ricorrere alla forza, poichè, se non è giusto che le maggioranze opprimano le minoranze, non è nemmeno giusto il contrario; e come le minoranze hanno il diritto d'insurrezione, le maggioranze hanno quello di difesa, o, se la parola non v'offende, di repressione.
Non dimenticate però che sempre e dappertutto gli uomini hanno il diritto imprescrittibile alle materie prime ed agl'istrumenti di lavoro, sicchè possono sempre separarsi dagli altri e restare liberi e indipendenti. È vero che questa non è una soluzione soddisfacente, perchè così i dissidenti resterebbero privati di molti vantaggi sociali che l'individuo isolato o il gruppo non basta a produrre, e che domandano il concorso di tutta una grande collettività... ma che volete? gli stessi dissidenti non saprebbero pretendere che la volontà di molti fosse sacrificata a quella di pochi.
Persuadetevi, al di fuori della solidarietà, al di fuori dell'amore, al di fuori della mutua assistenza, e, quando occorre, del mutuo compatirsi e sopportarsi, non v'è che la tirannia o la guerra civile; ma siate sicuro però che, siccome tirannia e guerra civile sono cose che fanno male a tutti, gli uomini, non appena saranno arbitri dei loro destini, si avvieranno verso la solidarietà, in cui soltanto possono realizzarsi i nostri ideali, e per essi la pace, il benessere e la libertà universale.
Notate pure che il progresso, mentre tende a solidarizzare sempre più gli uomini tra di loro, tende anche a renderli sempre più indipendenti e capaci di bastare a loro stessi. Per esempio: oggi per viaggiare rapidamente sopra terra bisogna ricorrere alle ferrovie, le quali richiedono, per essere costruite ed esercitate, il concorso di gran numero di persone; sicchè ciascuno è obbligato, anche in anarchia, ad adattarsi al tracciato, all'orario ed alle altre regole che la maggioranza crede migliore. Se però domani s'inventa una locomotiva che un uomo solo può condurre, senza pericolo nè per lui nè per gli altri, sopra una strada qualunque, ecco che non c'è più bisogno di tener conto, in questa questione, del parere altrui, e ciascuno può viaggiare per dove gli pare ed all'ora che gli pare.
E così per mille altre cose che si potrebbero fare fin da ora, o che in avvenire si troverà il mezzo di fare; sicchè si può dire che la tendenza del progresso è verso un genere di relazione tra gli uomini che si può definire colla formula: _solidarietà morale ed indipendenza materiale_.
Beppe. — Va bene. Dunque tu sei _socialista_ e tra i socialisti sei _comunista_ e _anarchico_. Perchè mo' ti chiamano anche _internazionalista_?
Giorgio. — I socialisti sono stati chiamati _internazionalisti_ perchè la prima grande manifestazione del socialismo moderno è stata l'_Associazione internazionale dei Lavoratori_, che per abbreviazione si chiamava _L'Internazionale_. Quest'associazione, surta nel 1864, collo scopo di unire gli operai di tutte le nazioni nella lotta per l'emancipazione economica, aveva al principio un programma molto indeterminato. Poscia nel determinarsi si divise in varie frazioni, e la sua parte più avanzata giunse fino a formulare e propugnare i principii del socialismo anarchico, che io ho cercato di spiegarvi.
Ora quest'associazione è morta, in parte perchè perseguitata e proscritta, in parte per le divisioni intestine e per le varie opinioni che se ne contrastavano il campo. Da essa però sono nati e il grande movimento operajo che ora agita il mondo, e i varii partiti socialisti dei diversi paesi, e il _partito internazionale socialista-anarchico-rivoluzionario_ che ora si va organando per dare il colpo mortale al mondo borghese.
Questo partito ha per iscopo di propagare con tutti i mezzi possibili i principii del socialismo anarchico; di combattere ogni speranza nelle concessioni volontarie dei padroni o del governo e nelle riforme graduali e pacifiche; di risvegliare nel popolo la coscienza dei suoi diritti e lo spirito di rivolta, e spingerlo ed ajutarlo a fare la rivoluzione sociale, vale a dire a distruggere il potere politico, cioè il governo, e a mettere in comune tutte le ricchezze esistenti.
Fa parte di questo partito chi ne accetta il programma e vuol combattere, insieme agli altri, per la sua attuazione. Il partito non avendo capi ed autorità di nessuna specie ed essendo tutto fondato sull'accordo spontaneo e volontario tra combattenti per la stessa causa, ciascuno conserva piena libertà di unirsi più intimamente con chi meglio crede, di praticare quei mezzi che crede preferibili, e di propagare le sue idee particolari, purchè non si metta per nulla in contraddizione col programma e colla tattica generale del partito; nel qual caso non potrebbe più essere considerato quale membro del partito stesso.
Beppe. — Perciò tutti quelli che accettano i principii socialisti- anarchici-rivoluzionarii sono membri di questo partito?
Giorgio. — No, perchè uno può essere perfettamente d'accordo col nostro programma, ma può, per una ragione o per l'altra, preferire di lottare da solo o d'accordo con pochi, senza contrarre vincoli di solidarietà e di cooperazione effettiva con la massa di quelli che accettano il programma. Questo può anche essere un metodo buono per certi individui e per certi fini immediati che uno può proporsi; ma non può accettarsi come metodo generale, perchè l'isolamento è causa di debolezza e crea antipatie e rivalità là dove si ha bisogno di affratellamento e di concordia. In ogni modo noi consideriamo sempre come amici e compagni tutti quelli che in qualunque modo combattono per le idee per le quali combattiamo noi.
Vi possono essere poi quelli che sono convinti della verità dell'idea, e nullameno se ne stanno a casa loro, senza occuparsi di propagare quello che credono giusto. A costoro non si può dire che non sieno socialisti e anarchici d'idea, poichè pensano come noi; ma è certo che debbono avere una convinzione molto debole o un animo molto fiacco; perchè quando uno vede i mali terribili che affliggono sè stesso ed i suoi simili e crede di conoscere il rimedio per metter fine a questi mali, come può fare, se ha un po' di cuore, a starsene tranquillo?
Colui che non conosce la verità non è colpevole: ma lo è grandemente chi la conosce e fa come se l'ignorasse.
Beppe. — Hai ragione, ed io appena avrò un po' riflettuto su quello che mi hai detto e mi sarò persuaso per bene, voglio entrare anche io nel partito e mettermi a propagare queste sante verità — e se poi i signori chiameranno anche me birbante e malfattore, dirò loro che vengano a lavorare e a soffrire come faccio io, e poi avranno diritto di parlare.
Biblioteca della Questione Sociale
P. GORI Gli Anarchici e l'Art. 248 Cent 5. A. HAMON Gli uomini e le teorie dell'Anarchia » 5. E. RECLUS A mio fratello contadino » 5. Canti Anarchici Rivoluzionari » 5. E. MALATESTA Fra Contadini » 10. RITRATTO DI MICHELE ANGIOLILLO » 10.
Di prossima pubblicazione:
JOHN MOST, LA PESTE RELIGIOSA. G. ETIEVANT, DICHIARAZIONI. P. KROPOTKIN, LE PAROLE DI UN RIBELLE.
Dirigere richieste, accompagnate da relativo importo, alla QUESTIONE SOCIALE, Paterson, New Jersey, U. S. of America.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.