Part 4
E poi già si vede. Di repubbliche ce ne sono state e ce ne stanno tante, e mai hanno apportato un miglioramento nelle condizioni del popolo.
Beppe. — Guarda, guarda che sento! Ed io che credevo che repubblica significasse che si deve essere tutti eguali!
Giorgio. — I repubblicani dicono così, e si poggiano su questo ragionamento. In repubblica, essi dicono, i deputati, che fanno leggi, sono eletti da tutto il popolo; perciò, quando il popolo non è contento, manda deputati migliori e tutto s'accomoda: anzi, siccome i poveri sono la gran maggioranza, in fondo sono essi che comandano. Ma il vero fatto è tutt'altro. I poveri, i quali appunto perchè poveri sono anche ignoranti e superstiziosi, votano come vogliono i preti e i padroni, e voteranno sempre così, fino a che non avranno indipendenza economica, e coscienza chiara dei loro interessi.
Voi ed io, se avremo avuto la straordinaria fortuna di guadagnare qualche cosa di più e di poterci istruire un poco, potremo avere la capacità di comprendere il nostro interesse, e la forza di affrontare la vendetta dei padroni; ma la grande massa, fino a che continuerà la condizione presente, no: — ed in faccia all'urna non è come in rivoluzione, che un uomo coraggioso e intelligente vale cento uomini timidi, e trascina dietro di sè tanti che non avrebbero mai avuto da loro stessi l'energia di rivoltarsi. In faccia all'urna quel che conta è il numero, e, fino a quando vi saranno preti, padroni e governi, il numero sarà sempre pei preti, che dispensano l'inferno ed il paradiso, pei padroni che danno e tolgono il pane a chi vogliono, e pel governo che ha i gendarmi per intimidire e gl'impieghi per corrompere.
E non lo sapete? Anche oggi, in sostanza, la maggior parte degli elettori sono poveri; eppure, come fanno quando debbono votare? nominano forse dei poveri, che conoscono e vogliono difendere i loro interessi?
Beppe. — Che! questo si sa: domandano al padrone per chi debbono votare e fanno come il padrone vuole. D'altronde, se non fanno così, il padrone li manda via!
Giorgio. — Dunque lo vedete. Che cosa volete quindi sperare dal voto universale? Il popolo manderà al parlamento i signori, ed i signori sapranno fare in modo da tenere il popolo sempre ignorante e schiavo come adesso; e quando vedessero che colla repubblica non ci riescono, tengono tutto in mano per poterla fare andare presto presto a capitombolo.
Perciò non v'è che un mezzo solo: espropriare i signori e dare tutto al popolo. Quando il popolo vedrà che tutto è roba sua, e che spetta a lui oramai il sapersi accomodare per star bene, allora la roba se la saprà godere, e se la saprà anche guardare.
Beppe. — Lo credo io! Ma però i contadini non intendono la repubblica come tu dici che sia. Anzi adesso capisco che quello che noi chiamiamo repubblica è la stessa cosa che voi chiamate socialismo. Ma non si potrebbe tirare innanzi col nome di repubblica? Che c'importa dei nomi! l'essenziale è che si facciano le cose come vanno fatte.
Giorgio. — Quel che voi dite è giusto, però vi è un pericolo grande. Se il popolo continua a credere che la repubblica è un bene per lui, quando arriverà il giorno che non ne potrà più e farà la rivoluzione, i repubblicani lo contenteranno subito, proclamando la repubblica, e dicendo che oramai si può tornare a casa e pensare a nominare i deputati, perchè tutto presto presto sarà accomodato.
Il popolo, credulo come sempre, lascerà i fucili e si sfogherà in suoni, canti e baldorie. Intanto i signori si faranno tutti repubblicani, diventeranno tutto cuore per il popolo, dispenseranno un po' di quattrini, un po' di vino e di molte feste, pagheranno un poco meglio i lavoranti, e si faranno mandare al potere. Poi, a poco a poco, lasceranno calmare la tempesta, e prepareranno le forze per tenere a freno il popolo, il quale un giorno si accorgerà che ha sparso il suo sangue per gli altri, e che sta peggio di prima.
Invece, siccome avviene molto di rado che il popolo si ribelli e riesca vincitore, bisogna che esso profitti della prima occasione, e applichi subito subito il socialismo, non dando ascolto a promesse, pigliando direttamente possesso della roba, occupando le case, la terra e le officine. E chi parlerà di repubblica dovrà essere trattato come nemico: se no, succede un'altra volta come nel 59 e nel 60.
Le parole pare che contino poco, ma è sempre colle parole che hanno burlato ed ingannato il popolo!
Beppe. — Hai ragione; siamo stati tante volte sacrificati, ed ora bisogna aprire bene gli occhi.
Ma però, un governo ci vuole sempre. Se non c'è qualcuno che comanda, come si fa a andare innanzi?
Giorgio. — E a che serve l'esser comandati? Perchè non potremmo fare da noi gl'interessi nostri?
Chi comanda fa sempre il comodo suo, e sempre, sia per ignoranza, sia per malvagità, tradisce il popolo. Il potere fa montare i fumi al cervello anche ai migliori; e poi bisogna, ed è forse la ragione principale per non voler comando, bisogna, dico, che gli uomini cessino di essere pecore e si abituino a pensare ed a sentire fieramente della loro dignità e della loro forza. Il comando degli uni educa gli altri all'obbedienza; e, se anche si potesse avere un governo buono, esso sarebbe più corruttore, più debilitante che un governo cattivo; e, durante il dominio suo o dei suoi immediati successori, sarebbe più facile che mai un colpo di stato, che distrugga i miglioramenti acquisiti, ristabilendo privilegi e tirannie. Per educare il popolo alla libertà ed alla gestione dei suoi interessi, bisogna lasciarlo fare da sè; fargli sentire la responsabilità dei suoi atti nel bene o nel male che glie ne deriva. Farà male molte e spesse volte, ma, dalle conseguenze che ne risentirà, capirà che ha fatto male, e tenterà nuove vie; senza contare che il male, che può fare un popolo abbandonato a sè stesso, non è la millesima parte di quello che fa il più benigno dei governi. Perchè un bambino impari a camminare, bisogna lasciarlo camminare, e non spaventarsi di qualche urto e di qualche caduta.
Beppe. — Si, ma perchè il bambino possa esser messo a camminare, bisogna che una certa forza nelle gambe ce l'abbia di già, se no deve stare ancora in braccio alla mamma.
Giorgio. — È vero; ma i governi non somigliano niente affatto alle mamme, e non sono essi che migliorano e fortificano il popolo; anzi i progressi sociali si compiono, quasi sempre, contro o malgrado il governo. Questo, tutto al più, traduce in legge quello che è diventato bisogno e volontà della massa, e lo guasta sempre per spirito di dominio e di monopolio. Ci sono dei popoli più o meno avanzati; però, in qualunque stadio della civiltà, anche in quello della selvaggeria, il popolo farebbe i suoi interessi sempre meglio di quello che glieli faccia il governo, che esce dal suo seno.
Voi supponete, a quel che sembra, che il governo sia composto dei più intelligenti e dei più capaci, e ciò non è punto vero, perchè in generale i governi sono composti, direttamente o per delegazione, da coloro che hanno più quattrini. Ma anche che fosse, forse che la gente intelligente diventa tale perchè va al governo? Quelli che hanno maggiori capacità, se lasciati in mezzo al popolo, le eserciteranno a vantaggio del popolo e sotto il suo controllo; se messi invece al governo, non sentendo più i bisogni del popolo, trascinati ad occuparsi più degl'interessi creati dalla politica, cioè dal desiderio di reggersi al potere, che dei bisogni reali della società; corrotti dalla mancanza di emulazione e di controllo; distratti spesso dal ramo di attività in cui avevano una competenza reale per dettar leggi sopra cose di cui prima non avevano nemmeno inteso parlare, finiranno, anche i più intelligenti ed i migliori, col credersi di natura superiore, col costituirsi in casta e coll'occuparsi del popolo solo quanto basta per sfruttarlo e tenerlo a freno.
Sarebbe dunque meglio e più sicuro che noi provvedessimo da noi stessi ai nostri interessi; cominciando dalle cose del nostro comune e del nostro mestiere, che noi conosciamo di più, e poi mettendoci di mano in mano d'accordo con tutti gli altri mestieri e paesi, non solo d'Italia ma di tutto il mondo, perchè gli uomini sono tutti fratelli, ed hanno interesse a volersi bene ed ajutarsi tutti. Non ti pare?
Beppe. — Eppure mi persuade. Ma, e i malviventi, i ladri, i prepotenti? come si farà?
Giorgio. — Prima di tutto quando non vi sarà più miseria e ignoranza tutti questi malviventi non vi saranno più. Ma poi, ancorchè ve ne fosse qualcuno, vi è bisogno per questo di tenere un governo ed una polizia? Non saremmo buoni da noi a mettere a dovere chi non rispetta gli altri? Soltanto, non li strazieremmo, come si fa adesso dei rei e degli innocenti; ma li metteremo in posizione di non poter nuocere, e faremo di tutto per riportarli sulla diritta via.
Beppe. — Dunque, quando ci sarà il socialismo, tutti saranno felici e contenti, e non vi saranno più miseria, odii, gelosie, prostituzione, guerre, ingiustizie?
Giorgio. — Io non so fino a che punto di felicità potrà giungere l'umanità; ma son convinto che si starà tutti il meglio possibile, e che si cercherà sempre di migliorare e di progredire: e i miglioramenti non saranno più come oggi a vantaggio di pochi e a danno di molti, ma saranno a benefizio di tutti.
Beppe. — Magari! ma quando sarà questo? Io son vecchio, e ora che so che il mondo non andrà sempre così, mi dispiacerebbe di morire senza avere visto almeno un giorno di giustizia.
Giorgio. — Quando sarà? che ne so io. Dipende da noi: più ci daremo da fare per aprire gli occhi alla gente, e più presto si farà.
Un bel passo già si è fatto. Mentre anni or sono pochissimi predicavano il socialismo ed erano trattati da ignoranti, da matti, o da arruffoni, oggi l'idea è conosciuta da molti; ed i poveri, che prima soffrivano in pace, o si rivoltavano spinti dalla fame ma senza coscienza delle cause e dei rimedii dei loro mali, e si facevano ammazzare o si ammazzavano tra di loro per conto dei signori, oggi in tutto il mondo si agitano, s'intendono tra di loro, si rivoltano con l'idea di sbarazzarsi dei padroni e dei governi, e non contano più che sulle proprie forze, avendo finalmente incominciato a capire che tutti i partiti, in cui si dividono i signori, sono tutti egualmente loro nemici.
Attiviamo la propaganda, ora che il momento è buono; stringiamoci tra di noi, che abbiamo capito la questione; soffiamo nel fuoco che cova in mezzo alle masse; profittiamo di tutti i malcontenti, di tutti i movimenti, di tutte le rivolte; diamo un colpo vigoroso, non abbiamo paura, e presto presto la baracca borghese andrà all'aria ed il regno della libertà e del benessere sarà incominciato.
Beppe. — Sta bene, ma badiamo a non fare i conti senza l'oste. Levare la roba ai signori, è presto detto, ma ci sono i carabinieri, le guardie di P. S., i soldati; e, adesso che ci penso, ho paura che le loro manette, i loro _vetterli_, i loro cannoni sieno fatti, più che per altro, proprio per questo: per difendere i signori.
Giorgio. — Questa è cosa che si sa, mio caro Beppe, che la polizia e l'esercito ci stanno per tenere a freno il popolo ed assicurare la tranquillità dei signori; ma se essi hanno i fucili ed i cannoni, non è mica detto che noi dobbiamo far la guerra con le mani in mano. I fucili sappiamo spararli anche noi e con l'astuzia, o con l'audacia possiamo procurarceli; poi vi sono la polvere, la dinamite e tutte le materie esplosive, le materie incendiarie e mille arnesi che, se in mano al governo servono per tenere schiava la gente, in mano al popolo servono per conquistare la libertà. Le barricate, le mine, le bombe, gl'incendii sono i mezzi con cui si resiste agli eserciti, e noi non ci faremo pregare per servircene. Si sa bene; la rivoluzione non si fa mica con l'acqua santa e con le litanie.
D'altra parte, considerate che i poveri sono l'immensa maggioranza, e che se arrivano a capire e gustare i vantaggi del socialismo, non vi è forza al mondo che possa costringerli a restare come stanno. Considerate che i poveri sono quelli che lavorano e producono tutto, e che, se solo una parte importante di loro sospendesse il lavoro, ne avverrebbe tale uno sfacelo, tale un panico che la rivoluzione s'imporrebbe subito come unica soluzione possibile. Considerate pure che i soldati, in generale, sono essi stessi dei poveri, obbligati per forza a far da sbirri e da carnefici ai loro fratelli, e che non appena avran visto e capito di che si tratta simpatizzeranno, prima in segreto e poi apertamente, per il popolo — e vi persuaderete che la rivoluzione non è poi tanto difficile quanto può parere a prima giunta.
L'essenziale è di tener sempre presente l'idea che la rivoluzione è necessaria, di esser sempre disposti a farla, di prepararcisi continuamente... e non dubitate che l'occasione, spontanea o provocata, non mancherà di presentarsi.
Beppe. — Tu dici così ed io credo che tu abbi ragione. Ma vi sono anche quelli che dicono che la rivoluzione non serve, e che le cose si maturano da loro. Che te ne pare?
Giorgio. — Dovete sapere che da che il socialismo si è fatto potente, ed i _borghesi_, vale a dire i signori, hanno incominciato ad aver paura sul serio, si stanno tentando tutte le vie per stornare la tempesta ed ingannare il popolo. Tutti hanno incominciato a dire che sono socialisti, financo gl'imperatori... e vi lascio pensare che specie di socialismo hanno messo insieme. Di mezzo ai nostri stessi compagni sono anche usciti, purtroppo, dei traditori che, allettati dall'importanza che i borghesi davan loro per attirarli, e dai vantaggi che potevano ottenere abbandonando la causa rivoluzionaria, si sono messi a predicare le vie legali, le elezioni, le alleanze coi partiti, che essi dicono affini, e così si sono fatti un posto in mezzo alla borghesia e trattano da matti o peggio quelli che vogliono far la rivoluzione. Parecchi continuano a dire che la rivoluzione vogliono farla essi pure, ma intanto... vogliono essere nominati deputati.
Quando qualcuno vi dice che la rivoluzione non è necessaria, o vi parla di nominare dei deputati e dei consiglieri comunali, o di far causa comune con una frazione qualsiasi della borghesia, se è un compagno vostro, che lavora come voi, cercate di persuaderlo del suo errore; se invece è un borghese o uno che vuol trovar modo di diventar borghese, consideratelo come nemico e tirate innanzi per la vostra strada.
Basta; un'altra volta parleremo più a lungo di queste questioni. A rivederci.
Beppe. — A rivederci; e son contento che mi hai fatto capire molte cose che, adesso che me le hai dette, mi pare impossibile come non le avessi pensate prima. A rivederci.
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Beppe. — Aspetta; giacchè ci siamo, tanto per non lasciarci a becco asciutto, andiamo a bere un gotto, ed intanto ti domanderò qualche altra cosa.
Tutto quello che hai detto, io l'ho capito... e poi ci penserò sopra e cercherò da me stesso di persuadermi meglio. Ma tu non mi hai detto quasi nessuna di quelle parole difficili, che sento dire sempre quando si parla di queste cose, e che m'imbrogliano il capo perchè non ci capisco nulla. Per esempio, ho inteso dire che voialtri siete _comunisti_, _socialisti_, _internazionalisti_, _collettivisti_, _anarchici_, e che so io. Si può sapere precisamente che significano queste parole e che cosa siete davvero?
Giorgio. — Ah! giusto, avete fatto bene a domandarmi questo, perchè le parole sono necessarie per intendersi e distinguersi, ma quando non si capiscono bene, generano una grande confusione.
Dunque dovete sapere che i _socialisti_ sono quelli i quali credono che la miseria è la causa prima di tutti quanti i mali sociali, e che fino a quando non si sarà distrutta la miseria, non vi sarà modo di distruggere nè l'ignoranza, nè la schiavitù, nè l'ineguaglianza politica, nè la prostituzione, nè alcuno di tutti quei mali, che mantengono il popolo in così orribile stato, e che pure sono un nulla di fronte alle sofferenze che vengono direttamente dalla miseria stessa. I _socialisti_ credono che la miseria dipende dal fatto che la terra e tutte le materie prime, le macchine e tutti gli strumenti di lavoro appartengono a pochi individui, i quali dispongono perciò della vita e della morte di tutta la classe lavoratrice, e si trovano in continuo stato di lotta e di concorrenza non solo contro i _proletarii_, cioè quelli che non tengono niente, ma anche tra di loro stessi per strapparsi l'un l'altro la proprietà. I _socialisti_ credono che abolendo la proprietà individuale, cioè la causa, si abolirà nello stesso tempo anche la miseria che ne è l'effetto. E questa proprietà si può e si deve abolire, perchè la produzione e la distribuzione della ricchezza debbono esser fatte secondo l'interesse attuale degli uomini, senza nessun rispetto per i cosiddetti diritti acquisiti, cioè i privilegi che i signori d'adesso si arrogano, colla scusa che i loro antenati furono più forti, o più fortunati, o più birbanti, o, sia pure, più laboriosi e più virtuosi degli altri.
Dunque, intendete bene, spetta il nome di _socialista_ a tutti coloro che vogliono che la ricchezza sociale serva a tutti gli uomini, e vogliono che non vi sieno più proprietarii e proletarii, ricchi e poveri, padroni e sottoposti.
Anni or sono, questa era una cosa intesa, e bastava dirsi _socialista_ per essere perseguitato ed odiato dai signori, i quali avrebbero voluto piuttosto che ci fosse un milione di assassini che un sol socialista. Ma, come già vi ho detto, quando i signori e quelli che lo vogliono diventare, videro che, malgrado tutte le loro persecuzioni e le loro calunnie, il _socialismo_ camminava e il popolo incominciava ad aprire gli occhi, allora pensarono che bisognava cercare d'imbrogliare la questione per poter meglio ingannare; e molti tra di loro incominciarono a dire che essi pure erano socialisti, perchè essi pure volevano il bene del popolo, essi pure capivano che bisognava distruggere o _diminuire_ la miseria. Prima dicevano che la questione sociale, cioè la questione della miseria e di tutti gli altri mali che ne derivano, non esisteva; oggi poi, che il socialismo fa loro paura, dicono che è socialista chiunque studia detta questione sociale, quasichè si potesse chiamare medico colui il quale studia una malattia, non coll'intenzione di guarirla, ma con quella di farla durare.
Così oggi voi trovate persone, che si dicono socialisti, in mezzo ai repubblicani, ai realisti, ai clericali, in mezzo agli usurai, ai magistrati, ai poliziotti, dappertutto insomma; ed il loro socialismo poi consiste nel tenere a bada il popolo, o nel farsi nominar deputati, promettendo cose che, anche a volerlo, non potrebbero mantenere.
Vi sono certamente, in mezzo a questi falsi socialisti, di quelli che sono in buona fede e credono davvero di far bene; — ma che v'importa? Se uno, credendo di farvi del bene, vi ammazza di bastonate, voi dovete innanzi tutto pensare a levargli il bastone di mano, e le sue buone intenzioni potranno servire, tutto al più, a non fargli rompere il capo, quando il bastone gli sarà stato tolto.
Perciò, quando uno vi dice che è _socialista_, domandategli se vuole abolire la proprietà individuale, o, a farla breve, se vuole levare, si o no, la roba a chi ce l'ha per metterla in comune a tutti. Se si, e voi abbracciatelo come fratello; se no, e voi mettetevi in guardia, perchè avete da fare con un nemico.
Beppe. — Dunque tu sei _socialista_; questa l'ho capita. Ma che vuol dire poi _comunista_ e _collettivista_?
Giorgio. — I _comunisti_ ed i _collettivisti_ sono socialisti gli uni e gli altri, ma hanno idee diverse su quello che si deve fare dopo che la proprietà sarà messa in comune, e io, se ve ne ricordate, ve ne ho già detto qualche cosa. I _collettivisti_ dicono che ogni lavorante o, anche meglio, ogni associazione di lavoranti deve avere la materia prima e gli strumenti per lavorare, e che ognuno deve essere padrone del prodotto del proprio lavoro. Fino a che uno è vivo, se lo spende, o lo conserva, ne fa insomma quello che vuole, meno che servirsene per far lavorare gli altri per suo conto: quando poi muore, se ha messo da parte qualche cosa, questa ritorna alla comunità. I suoi figli hanno naturalmente anche essi i mezzi per poter lavorare e godere del frutto del lavoro; e lasciarli ereditare sarebbe un primo passo per tornare alla disuguaglianza ed al privilegio. Per ciò che riguarda l'istruzione, il mantenimento dei fanciulli, dei vecchi e degli impotenti, per le strade, per l'acqua, per l'illuminazione e la nettezza pubblica, per tutte quelle cose insomma che si debbono fare per conto di tutti, ogni associazione di lavoranti darebbe un tanto per compensare coloro che disimpegnano questi ufficii.
I _comunisti_ poi vanno più per le spiccie. Essi dicono: poichè, per andare innanzi bene, bisogna che gli uomini si amino e si considerino come membri di una sola famiglia; poichè la proprietà deve stare in comune; poichè il lavoro per essere molto produttivo e per potere giovarsi delle macchine deve essere fatto da grandi collettività operaie; poichè, per profittare di tutte le varietà di suolo e di condizioni atmosferiche, e far sì che ogni luogo produca le cose a cui è meglio adatto, e per evitare d'altra parte la concorrenza e gli odii tra i diversi paesi e l'accorrere della gente nei luoghi più ricchi, è necessario stabilire una solidarietà perfetta tra tutti gli uomini del mondo, e poichè sarebbe un lavoro del diavolo il distinguere in un prodotto la parte che spetta ai suoi diversi fattori — facciamo una cosa, invece di starci a confondere con quello che hai fatto tu e quello che ho fatto io, lavoriamo tutti o mettiamo ogni cosa in comune. Così _ognuno darà alla società tutto quello che le sue forze gli permettono di dare fino a che non vi sieno prodotti sufficienti per tutti; ed ognuno piglierà tutto quello che gli bisogna, limitandosi, s'intende, in quelle cose per le quali non si sarà ancora potuta raggiungere l'abbondanza_.
Beppe. — Piano: prima mi devi spiegare che significa la parola _solidarietà_, perchè hai detto che vi deve essere _solidarietà_ perfetta tra tutti gli uomini, ed io, bene bene, a dirti la verità, non l'ho capita.
Giorgio. — Ecco: nella vostra famiglia, per esempio, tutto quello che guadagnate voi, i vostri fratelli, vostra moglie, i vostri figli, lo mettete tutto in comune: poi fate la minestra e mangiate tutti, e se non ce n'è abbastanza, vuol dire che vi stringete la pancia un poco tutti. Ora, se uno di voi ha una fortuna, o trova a guadagnare di più, è bene per tutti; se invece uno resta senza lavoro o cade malato, è male per tutti, perchè certamente tra di voi quegli che non lavora mangia lo stesso alla tavola comune, e quegli che sta malato è causa anche di spese maggiori. Così avviene che nella vostra famiglia, invece di cercare di levarvi il lavoro e il pane l'un l'altro, voi cercate di ajutarvi, perchè il bene di uno è il bene di tutti, come il male di uno è il male di tutti. Così si allontanano l'odio e l'invidia e si sviluppa quell'affetto reciproco, che invece non esiste mai in una famiglia in cui gl'interessi sieno divisi.
Questa si chiama _solidarietà_. Si tratta dunque di stabilire, fra gli uomini tutti, gli stessi rapporti che esistono in una famiglia, i cui membri si vogliano bene davvero.
Beppe. — Ho capito. Ora tornando alla questione di prima, dimmi se tu sei _comunista_ o _collettivista_.