Part 2
Oggi uno compra per pochi soldi un pezzo di terra incolto e paludoso; vi mette degli uomini a cui dà appena tanto da non morir di fame d'un tratto, e resta ad oziare in città. Dopo alcuni anni, quel pezzo inutile di terra è diventato un giardino e costa cento volte quello che costava in origine. I figli del padrone, che erediteranno questo tesoro, diranno che essi godono per i sudori del loro padre, ed i figli di quelli che hanno realmente lavorato e sofferto, continueranno a lavorare e soffrire. Che ve ne pare?
Beppe. — Ma... se davvero, come tu dici, il mondo è andato sempre come ora, non c'è che dire, ai padroni non spetterebbe proprio niente.
Giorgio. — Ebbene, voglio supporre ogni cosa a favore dei signori. Mettiamo che i proprietarii fossero tutti figli di gente che ha lavorato e risparmiato, ed i lavoratori tutti figli di uomini infingardi e scialacquatori. Vedete bene che è un assurdo quello che dico, ma, nullameno, anche se le cose stessero così, vi sarebbe forse maggiore giustizia nell'attuale organizzazione sociale? Se voi lavorate ed io faccio il vagabondo, è giusto che io sia punito della mia infingardaggine; ma non è giusto per questo che i figli miei, che potranno essere dei bravi lavoratori, debbano ammazzarsi di fatiche e crepar di fame per mantenere i figli vostri nell'ozio e nell'abbondanza.
Beppe. — Queste son di belle cose ed io non so darti torto, ma intanto i signori ce l'hanno la roba, ed alla fin dei conti noi dobbiamo ringraziarli, perchè senza di loro non si potrebbe campare.
Giorgio. — Si, ce l'hanno la roba perchè se la son presa colla violenza, e l'hanno aumentata pigliandosi il frutto del lavoro degli altri. Ma come l'hanno presa, così la possono lasciare.
Finora nel mondo gli uomini si sono fatti la guerra gli uni cogli altri; hanno cercato di levarsi l'un l'altro il pane di bocca, e ciascuno ha messo tutto in opera per sottomettere il suo simile e servirsene come si farebbe di una bestia. Ma è tempo di finirla. A farsi la guerra non ci si guadagna niente; e l'uomo, infatti, ne ha avuto miseria, schiavitù, delitti, prostituzione, e poi, di tanto in tanto, di quei salassi che si chiamano guerre o rivoluzioni. Andando invece d'accordo, amandosi ed aiutandosi gli uni cogli altri, non vi sarebbero più tanti mali, non vi sarebbe più chi ha tanto e chi ha nulla, e si cercherebbe di star tutti il meglio che si può.
So bene che i ricchi, i quali si sono abituati a comandare ed a vivere senza lavorare, non ne vogliono sapere di cambiar sistema. Noi sentiremo come la intendono. Se essi volessero capire, per amore o per paura, che odio e prepotenza, tra gli uomini non ve ne debbono essere più e che tutti debbono lavorare, tanto meglio; se poi ci tengono a godere dei frutti delle violenze e dei furti fatti da essi e dai loro antenati, allora l'è bella e capita: per forza essi si sono impadroniti di tutto quello che esiste, e per forza noi glielo toglieremo. Se i poveri s'intendono, sono essi i più forti.
Beppe. — Ma allora, quando non vi fossero più signori, come si farebbe a campare? Chi ci darebbe da lavorare?
Giorgio. — Pare impossibile! Come! voi lo vedete tutti i giorni: siete voi che zappate, che seminate, che falciate, che battete e portate il frumento nel granaio, siete voi che fate il vino, l'olio, il formaggio, e mi domandate come fareste a campare senza signori? Domandate piuttosto come farebbero a campare i signori se non vi fossimo noi poveri imbecilli, lavoranti di campagna e di città, che pensiamo a nutrirli, e a vestirli, e... somministriamo loro le nostre figlie, perchè possano divertirsi!
Poco fa, volevate ringraziare i padroni perchè vi danno da vivere. Non capite che sono essi che campano sulle vostre fatiche e che ogni pezzo di pane, che essi mettono in bocca, è tolto ai vostri figliuoli? che ogni regalo, ch'essi fanno alle loro donne, rappresenta la miseria, la fame, il freddo, forse la prostituzione delle donne vostre?
Che cosa producono i signori? niente. Dunque tutto quello che consumano è tolto ai lavoranti.
Figuratevi che domani sparissero tutti i lavoranti di campagna: non vi sarebbe più chi lavora la terra e si morrebbe di fame. Se sparissero i calzolai, non si farebbero scarpe; se sparissero i muratori, non si potrebbero far case, e così via via, per ogni classe di lavoranti che venisse a mancare, sarebbe soppresso un ramo della produzione, e l'uomo dovrebbe privarsi di oggetti utili e necessarii.
Ma, che danno si risentirebbe se sparissero i signori? Sarebbe come se fossero sparite le cavallette.
Beppe. — Si, va bene che noi produciamo tutto, ma come ho a fare io a produrre il grano se non ho terra, nè animali, nè semi. Via, te lo dico che non c'è modo: bisogna per forza star soggetti ai padroni.
Giorgio. — Beppe, c'intendiamo, o non c'intendiamo? Eppure mi pare d'avervelo detto che bisogna levarglielo ai padroni quello che serve a lavorare e a vivere: la terra, gli arnesi, le semente e tutto.
Lo so anch'io che fino a quando la terra e gli strumenti da lavoro apparterranno ai padroni, il lavorante dovrà star sempre soggetto, e non avrà che schiavitù e miseria. Perciò, tenetelo bene in mente, la prima cosa che bisogna fare è quella di levare la roba ai signori; se no, il mondo non s'accomoda.
Beppe. — Hai ragione, lo avevi già detto. Ma che vuoi! sono cose tanto nuove per me che mi ci perdo.
Ma spiegami un poco come vorresti fare. Questa roba che si leverebbe ai signori che se ne farebbe? Si farebbe tanto per uno, non è vero?
Giorgio. — No, anzi quando sentite dire che noi vogliamo dividere, che noi ne vogliamo mezzi e cose simili, ritenete pure che chi lo dice è un ignorante, o un cattivo.
Beppe. — Ma allora? Io non ci capisco niente.
Giorgio. — Eppure non è difficile: noi vogliamo mettere tutto in comune.
Noi partiamo da questo principio, che tutti quanti debbono lavorare e tutti debbono stare il meglio che si può. A questo mondo senza lavorare non si può vivere; perciò se uno non lavorasse, dovrebbe vivere sopra il lavoro degli altri, il che è ingiusto ed è dannoso. Si capisce che quando dico che tutti debbono lavorare, intendo tutti quelli che possono e per quando possono. Gli storpii, gl'impotenti, i vecchi, debbono essere mantenuti dalla società, perchè è dovere d'umanità il non far soffrire nessuno; e poi, vecchi diventeremo tutti, e storpii o impotenti possiamo diventare da un momento all'altro, tanto noi quanto i nostri più cari.
Ora, se voi riflettete bene, vedrete che tutte le ricchezze, cioè tutto ciò che esiste di utile all'uomo, si può dividere in due parti. Una parte, che comprende la terra, le macchine e tutti gli strumenti da lavoro, il ferro, il legno, le pietre, i mezzi di trasporto, ecc., è indispensabile per lavorare, e deve essere messa in comune, per servire a tutti come strumento e materia da lavoro. In quanto al modo di lavorare poi, è una cosa che si vedrà. Il meglio sarebbe lavorare in comune, perchè così con meno fatica si produce di più: anzi è certo che il lavoro in comune sarà abbracciato dappertutto, perchè per lavorare ognuno da sè bisognerebbe rinunziare all'ajuto delle macchine, che riducono il lavoro a cosa piacevole e leggiera, e perchè, quando gli uomini non avranno più bisogno di strapparsi il pane di bocca, non staranno più come cani e gatti, e troveranno piacere a stare insieme e a fare le cose in comune. In ogni modo, anche se in qualche posto la gente volesse lavorare isolatamente, padronissima. L'essenziale è che nessuno viva senza lavorare, obbligando gli altri a lavorare per suo conto: e questo non potrebbe più avvenire perchè, ognuno avendo diritto a ciò che serve per lavorare, nessuno certamente vorrebbe lavorare per conto altrui.
L'altra parte comprende le cose che servono direttamente al consumo dell'uomo, come alimenti, vestiti, e case. Di esse, quelle che già ci sono, debbono senz'altro esser messe in comune e distribuite in modo che si possa andare fino alla nuova raccolta, e aspettare che l'industria abbia fornito nuovi prodotti. Quelle cose poi che saran prodotte dopo la rivoluzione, quando non vi saranno più padroni oziosi che vivono sulle fatiche di lavoratori affamati, si distribuiranno secondo la volontà dei lavoratori di ciascun paese. Se questi vorranno lavorare in comune e mettere ogni cosa in comune, sarà il meglio: allora si cercherà di regolare la produzione in modo che si possano soddisfare i bisogni di tutti, e la consumazione in modo da assicurare a tutti il massimo godimento possibile, e tutto è detto.
Se no, si terrà conto di quello che ciascuno avrà prodotto, perchè ciascuno possa prendere la quantità di oggetti equivalente al suo prodotto. È un calcolo abbastanza difficile, ch'io credo anzi addirittura impossibile, ma ciò vuol dire che, quando si vedranno le difficoltà della distribuzione proporzionale, si accetterà più facilmente l'idea di mettere tutto in comune.
In ogni modo, bisognerà che le cose di prima necessità, come pane, case, acqua e cose simili, sieno assicurate a tutti, indipendentemente dalle quantità di lavoro che ciascuno può fornire. Qualunque sia l'organizzazione adottata, l'eredità non dovrà esistere più, perchè non è giusto che uno trovi, nascendo, tutti gli agi, e l'altro la fame e gli stenti, che uno nasca ricco e l'altro povero; e anche se si accettasse l'idea che ognuno è padrone di quello che ha prodotto e che quindi può fare delle economie per suo conto personale, alla sua morte tutte le sue economie ritornerebbero alla massa comune...
I fanciulli intanto dovranno essere allevati ed istruiti a spese di tutti, in modo da procurar loro il massimo sviluppo e la massima capacità possibile. Senza questo non vi sarebbe nè giustizia, nè eguaglianza, e sarebbe violato il principio del diritto di ciascuno agli strumenti di lavoro, poichè l'istruzione e la forza fisica e morale sono veri strumenti di lavoro: ed il dare a tutti la terra e le macchine sarebbe una cosa ben insufficiente, se non si cercasse di mettere tutti nello stato di servirsene il meglio possibile.
Della donna non ti dirò nulla, perchè per noi la donna deve essere eguale all'uomo, e quando diciamo uomo intendiamo dire essere umano, senza distinzione di sesso.
Beppe. — C'è una cosa però: levare la roba ai signori, che hanno rubato ed affamato la povera gente, sta bene; ma se uno, a forza di lavoro e di economia, fosse riuscito a mettere da parte quattro soldi ed avesse comprato un campicello o aperta una botteguccia, con che diritto potresti levargli quello che è veramente frutto dei suoi sudori?
Giorgio. — La cosa è molto difficile, perchè col proprio lavoro, solo col proprio lavoro, oggi che i capitalisti ed il governo si pigliano il meglio dei prodotti, economie non se ne possono fare; e voi dovreste saperlo, che con tanti anni di assiduo lavoro siete sempre povero come prima. Del resto, io vi ho già detto che ognuno ha diritto alla materia prima ed agli strumenti da lavoro, quindi se uno ha un campicello, purchè lo lavori lui, colle sue braccia, se lo può benissimo tenere, anzi gli si daranno gli utensili perfezionati, i concimi e quanto altro gli possa occorrere per trarre dalla terra il maggior utile possibile. Certamente sarebbe preferibile ch'egli mettesse ogni cosa in comune, ma per questo non c'è bisogno di forzare nessuno, perchè lo stesso interesse consiglierà a tutti il sistema della comunanza. Con la proprietà ed il lavoro comune si starà molto meglio che lavorando da solo, tanto più che, con l'invenzione delle macchine, il lavoro isolato diventa, relativamente, sempre più impotente.
Beppe. — Ah! le macchine; quelle si, che bisognerebbe bruciarle! sono esse che rovinano le braccia e levano il lavoro alle povere gente. Qui nelle nostre campagne, ci si può contar sopra: ogni volta che arriva una macchina il nostro salario è diminuito, e un certo numero di noi resta senza lavoro ed è costretto a partire per andare a morir di fame altrove. In città dev'essere anche peggio. Almeno, se non ci fossero le macchine, i signori avrebbero maggior bisogno dell'opera nostra, e noi si vivrebbe un po' meglio.
Giorgio. — Voi avete ragione, Beppe, di credere che le macchine sono una tra le cause della miseria e della mancanza di lavoro; ma questo avviene perchè esse appartengono ai signori. Se invece appartenessero ai lavoratori sarebbe tutto il contrario: esse sarebbero la causa principale del benessere umano. Infatti le macchine, in sostanza, non fanno che lavorare in vece nostra e più sollecitamente di noi. Per mezzo delle macchine l'uomo non avrà bisogno di lavorare lunghe e lunghe ore per soddisfare ai suoi bisogni, e non sarà più costretto a lavori penosi eccedenti le proprie forze! Cosicchè, se le macchine fossero applicate a tutti i rami della produzione e appartenessero a tutti, si potrebbe, con poche ore di lavoro leggiero, sano e piacevole, soddisfare a tutti i bisogni della consumazione, e ciascun operaio avrebbe tempo per istruirsi, coltivare le relazioni d'amicizia, vivere insomma e godere la vita profittando di tutte le conquiste della scienza e della civiltà. Dunque, ricordatelo bene, non bisogna distruggere le macchine, bisogna impadronirsene. E poi, badate bene a questo, i signori difenderebbero o meglio farebbero difendere le loro macchine tanto contro chi volesse distruggerle, quanto contro chi volesse impossessarsene; dunque, dovendo fare la stessa fatica e correre gli stessi pericoli, sarebbe proprio una sciocchezza il distruggerle invece di prenderle. Distruggereste voi il grano e le case, quando invece ci fosse modo di farle diventare di tutti? Certo che no. Lo stesso dev'essere per le macchine, perchè le macchine, se in mano ai padroni sono tanta miseria e tanta schiavitù per noi, in mano nostra sarebbero invece tanta ricchezza e tanta libertà.
Beppe. — Ma per andare innanzi con questo sistema bisognerebbe lavorar tutti di buona voglia. Non è vero?
Giorgio. — Certamente.
Beppe. — E se v'è chi vuole campare a ufo senza lavorare? La fatica è dura, e non piace nemmeno ai cani.
Giorgio. — Voi confondete la società come è oggi e la società come sarà dopo la rivoluzione. La fatica, avete detto voi, non piace nemmeno ai cani; ma sapreste voi stare le giornate intere senza far nulla?
Beppe. — Io no, perchè sono avvezzo alla fatica, e quando non ho da fare, mi pare che le mani m'impiccino; ma ce ne son tanti, che resterebbero tutta la giornata all'osteria a giocare ai tressetti, o in piazza a fare i vanesii.
Giorgio. — Oggi si, ma dopo la rivoluzione non sarà più così, e vi dico io il perchè. Oggi il lavoro è pesante, mal pagato e disprezzato. Oggi chi lavora si deve ammazzar di fatica, muore di fame, ed è trattato come una bestia. Chi lavora non ha nessuna speranza e sa che dovrà andare a finire all'ospedale, se non finisce in galera: non può accudire alla sua famiglia, non gode niente della vita e soffre continui maltrattamenti ed umiliazioni. Chi non lavora invece gode tutti gli agi possibili, è apprezzato e stimato: tutti gli onori, tutti i divertimenti sono suoi. Anzi, fra gli stessi lavoratori, succede che chi lavora meno e fa cose meno pesanti, guadagna più, ed è più stimato. Che meraviglia dunque se la gente lavora malvolentieri, e, se può, non si lascia sfuggire l'occasione di non lavorare?
Quando invece il lavoro fosse fatto in condizioni umane, per un tempo ragionevolmente corto, coll'aiuto delle macchine, in condizioni igieniche; quando il lavoratore sapesse ch'egli lavora per il benessere suo, dei suoi cari e di tutti gli uomini, quando il lavoro fosse la condizione indispensabile per essere stimato in società, e l'ozioso fosse segnalato al pubblico disprezzo come avviene oggi per la spia o per il ruffiano, chi vorrebbe rinunziare alla gioia di sapersi utile ed amato, per vivere in un'inerzia, che è poi tanto dannosa al nostro fisico ed al nostro morale?
Oggi stesso, meno rare eccezioni, tutti sentono una ripugnanza invincibile, come istintiva, per il mestiere di spia e per quello di ruffiano. Eppure, facendo questi abbietti mestieri, si guadagna molto di più che a zappare la terra, si lavora poco punto, e si è, più o meno direttamente, protetti dalle autorità! Ma sono mestieri infami, perchè segno di profonda abbiezione morale e perchè non producono che dolori e mali; e quasi tutti preferiscono la miseria all'infamia. Vi sono bensì delle eccezioni, vi sono degli uomini deboli e corrotti che preferiscono l'infamia, ma si tratta sempre di scegliere tra l'infamia e la miseria. Ma chi mai sceglierebbe una vita infame e travagliata quando, lavorando, avesse assicurato il benessere e la pubblica stima? Se questo fatto si producesse, sarebbe tanto contrario all'indole normale dell'uomo, che si dovrebbe considerare e trattare come un caso di pazzia qualunque.
E non dubitate, no: la pubblica riprovazione contro l'ozio non mancherebbe di certo, perchè il lavoro è il primo bisogno di una società, e l'ozioso non solo farebbe del male a tutti, vivendo sul prodotto altrui senza contribuirvi coll'opera sua, ma romperebbe l'armonia della nuova società e sarebbe l'elemento di un partito di malcontenti che potrebbe desiderare il ritorno al passato. Le collettività sono come gl'individui: amano ed onorano ciò che è, o credono utile; odiano e disprezzano ciò che sanno o credono dannoso. Possono ingannarsi, e s'ingannano anche troppo spesso; ma nel caso nostro l'errore non è possibile, perchè è troppo evidente che chi non lavora, mangia e beve a spese degli altri, e fa danno a tutti.
Fate la prova a mettervi in società con altri per fare un lavoro in comune e dividervene il prodotto in parti eguali: voi usereste dei riguardi al debole ed all'incapace, ma allo svogliato fareste la vita talmente dura che, o vi lascerebbe, o si farebbe venir la voglia di lavorare. Così avverrà nella grande società, fino a quando la svogliatezza di alcuni potrà produrre un danno sensibile.
E poi, alla fin dei conti, quando non si potesse andare innanzi a causa di quelli che non vogliono lavorare, cosa ch'io credo impossibile, il rimedio sarebbe bello e trovato: si espellerebbero dalla comunanza e così, ridotti ad avere solo il diritto alla materia prima ed agli strumenti del lavoro, sarebbero costretti a lavorare, se volessero vivere.
Beppe. — Mi persuade... ma dimmi, allora tutti dovrebbero zappare la terra?
Giorgio. — E perchè? L'uomo non ha soltanto bisogno di pane, di vino e di carne: gli occorrono le case, i vestiti, le strade, i libri, insomma tutto quello che i lavoranti di qualsiasi mestiere producono: e nessuno può provvedere da sè a tutto ciò che gli occorre. Già soltanto per lavorare la terra, non v'è forse bisogno del magnano e del legnaiuolo per far gli utensili, e del minatore per scavare il ferro, del muratore per far la casa ed i magazzini, e così via discorrendo? Dunque non si tratta di lavorar tutti la terra, ma di lavorare tutti a far cose utili.
La varietà dei mestieri farà sì che ognuno potrà scegliere quello che conviene meglio alle sue inclinazioni, e così, almeno per quanto è possibile, il lavoro non sarà più per l'uomo che un esercizio, un divertimento ardentemente desiderato
Beppe. — Dunque, ognuno sarà libero di scegliere il mestiere che vuole?
Giorgio. — Certamente, avendo cura però che le braccia non si accumulino in dati mestieri, scarseggiando in altri. Siccome si lavora nell'interesse di tutti, bisogna far in modo che si produca tutto ciò che occorre, conciliando quanto più si può l'interesse generale con le predilezioni individuali.
Voi vedrete che tutto si accomoderà per bene, quando non vi saranno più i padroni che ci fanno lavorare per un tozzo di pane, senza che abbiamo da occuparci per che cosa serve ed a chi il nostro lavoro.
Beppe. — Tu dici che tutto s'accomoderà; ed io credo invece che nessuno vorrà fare i mestieri pesanti, anzi tutti vorranno fare gli avvocati ed i dottori. A zappare allora chi ci andrà? chi vorrà rischiare la salute e la vita in una miniera, chi vorrà confondersi coi pozzi neri e coi concimi?
Giorgio. — In quanto agli avvocati lasciateli star da parte, perchè quella e una cancrena simile al prete, che la rivoluzione sociale farà sparire completamente. Parliamo dei lavori utili e non già di quelli fatti a danno del prossimo; se no, diventa lavoratore anche l'assassino di strada, che spesso deve sopportare grandi sofferenze.
Oggi preferiamo un mestiere ad un altro, non già perchè esso sia più o meno adatto alle nostre facoltà, più meno corrispondente alle nostre inclinazioni, ma perchè ci è più facile apprenderlo, perchè guadagnamo o speriamo di guadagnare di più, perchè speriamo trovarvi più facilmente lavoro, ed, in linea secondaria soltanto, perchè quel dato lavoro può essere meno pesante di un altro. Sopratutto poi la scelta ci è imposta dalla nascita, dal caso e dai pregiudizii sociali.
Per esempio, il mestiere di zappaterra è un mestiere al quale oggi nessun cittadino si piegherebbe, nemmeno quelli che più soffrono la miseria. Eppure l'agricoltura non ha niente di ripugnante in sè, nè la vita dei campi manca di piaceri. Al contrario, se tu leggi i poeti, li trovi tutti pieni di entusiasmo per la vita campestre. Ma il vero fatto si è che i poeti, che stampano libri, la terra non l'hanno zappata mai, e quelli che la zappano davvero si ammazzano di fatica, muojono di fame, vivono peggio che bestie, e sono calcolati come gente da nulla, tanto che l'ultimo vagabondo di città si stima offeso a sentirsi chiamare contadino. Come volete voi che la gente lavori volentieri la terra? Noi stessi che vi siamo nati, smettiamo non appena ne abbiamo la possibilità, perchè qualunque cosa ci mettiamo a fare, stiamo meglio e siamo più rispettati. Ma chi di noi lascerebbe i campi, se lavorasse per proprio conto e trovasse nel lavoro della terra benessere, libertà e rispetto?
Così avviene per tutti i mestieri, perchè il mondo oggi è fatto così, che quanto più un lavoro è necessario, quanto più è faticoso, tanto più è mal pagato, disprezzato e fatto in condizioni disumane. Per esempio, andate in un'officina di orefice e troverete che, almeno in paragone cogl'immondi abituri in cui viviamo noi, il locale è pulito, ben aereato e riscaldato l'inverno, che il lavoro giornaliero non è enormemente lungo, e gli operai, per quanto sieno mal pagati perchè il padrone leva anche a loro il meglio del prodotto, pure, relativamente ad altri lavoratori, stanno discretamente; la sera poi e la festa, quando hanno smesso l'abito del lavoro, vanno dove vogliono senza pericolo che la gente li guardi dietro e li beffeggi. Invece, andate in una miniera e vedrete della povera gente che lavora sotto terra in un'aria pestilenziale, e consuma in pochi anni la vita per un salario derisorio; e se poi, fuori del lavoro, il minatore si permettesse di andare dove bazzicano i signori, sarebbe fortunato, se se la cavasse con le beffe soltanto. Come meravigliarsi allora se uno fa piuttosto l'orefice che il minatore?
Non vi dico niente poi di quelli che non maneggiano altri utensili che la penna. Figuratevi! uno che magari non fa altro che sciarade, freddure e sonetti sdolcinati, guadagna dieci volte più di un contadino, ed è stimato al disopra di ogni onesto lavoratore.