Fra Contadini

Part 1

Chapter 13,849 wordsPublic domain

BIBLIOTECA DELLA “QUESTIONE SOCIALE” Quinto Opuscolo

FRA CONTADINI

di Errico Malatesta

PREZZO 10 CENT

PATERSON, N. J. Tipografia della QUESTIONE SOCIALE. 1898

PREFAZIONE

CARI AMICI DELLA QUESTIONE SOCIALE.

Un bravo di cuore per la decisione da voi presa, di fare una nuova edizione italiana dell'opuscolo FRA CONTADINI, del nostro compagno Errico Malatesta.

Il momento non può essere più opportuno. Il risveglio del nostro partito in Italia, dovuto in molta parte anche alla simpatia colla quale generalmente viene accolta la tattica che esso ora segue e all'indirizzo pratico dell'attuale metodo di propaganda, tattica ed indirizzo che voi pure adottaste pel vostro giornale, richiede la pubblicazione di opuscoli, che rispondano alla necessità di propagare le nostre idee in modo popolare, con chiarezza di concetto, senza incomprensibili astrazioni; in maniera, infine, ben netta e definita, affinchè siano scartate quelle deplorevoli confusioni, che in più o meno buona fede, si erano infiltrate nella nostra propaganda ed avevano tal volta deviato la praticità che il Partito Socialista Anarchico deve avere, sia nei mezzi di lotta, sia nelle sue finalità.

Ed, invero, tra gli innumerevoli opuscoli di propaganda che si sono pubblicati un po' dappertutto, pochi, a mio credere, possono competere con quello del FRA CONTADINI per la sua efficacia, e per lo scopo a cui risponde e pel quale fu compilato. Esso, colla sua forma dialogata, con linguaggio famigliare, e senza alcuna pretesa letteraria, dà una idea generale di quel che si propongono i socialisti anarchici; rileva le ingiustizie sociali contro le quali essi insorgono; mette a nudo i difetti e le anormalità dei partiti borghesi, dimostrando con logica rigorosa la loro impotenza a migliorare le tristi condizioni del proletariato nel presente stato sociale, mentre con critica serrata, combatte la tattica elettorale dei socialisti legalitari e finalmente risponde vittoriosamente alle obbiezioni che più comunemente si fanno contro l'attuazione del sistema sociale che il nostro partito va propagando.

Certamente l'opuscolo FRA CONTADINI non ha la pretesa di essere un lavoro di gran mole, e costituire, perciò un rivolgimento del pensiero umano. No, esso è semplicemente un libro di propaganda elementare, nel quale però stanno racchiuse tutte le idee generose che sono orgoglio e gloria del nostro partito, e serve principalmente a schiudere alle intelligenze, anche le meno sviluppate, quei larghi orizzonti di benessere sociale ed individuale, di cui spesso nemmeno supponevano l'esistenza.

È un libro morale, nel senso vero della parola, da dove traspira un sincero amore pei derelitti, e l'odio, non contro gli uomini, ma contro i sistemi e le istituzioni che rendono egoisticamente malvagi i pochi privilegiati, detentori di tutte le ricchezze sociali.

A dimostrare poi come questo opuscolo FRA CONTADINI sia stato apprezzato, nel modo che gli si conveniva dal proletariato internazionale, è utile si sappia che mai, fin'ora, altri opuscoli di propaganda hanno avute tante edizioni, e sono stati tradotti in tanti idiomi diversi, come esso lo è stato; e sarebbe perciò necessario che nella nuova edizione italiana di questo opuscolo del Malatesta, a titolo di prefazione, che voi pubblicate riassumerne l'elenco che stralcio, traducendolo, dal poderoso e paziente lavoro del Compagno M. Nettlau intitolato “Bibliographie de l'Anarchie,” edizione 1897, Bruxelles, Bibliothèque des Temps Nouveaux, 51, Rue des Eperonniers, e che qui trascrivo:

EDIZIONI ITALIANE:

Propaganda socialista della Questione Sociale FRA CONTADINI, Firenze, Settembre, 1882, Edizioni successive: Torino, 1888; Londra, Dicembre 1890, e Aprile 1891 (Biblioteca “dell'Associazione”); Prato, 1892, (Biblioteca della “Plebe”); Novembre, 1893, edizione a cura della “Favilla,” di Mantova; 1895, Propaganda Socialista Anarchica di Londra.

Si ebbero altresì le seguenti traduzioni:

IN LINGUA FRANCESE:

ENTRE PAYSANS, nella “Révolte,” Parigi, 1885-86, ed in opuscolo prima edizione, Parigi, principio del 1887, seconda edizione, Maggio 1887, terza edizione, 1888, nella “Idée Ouvrière,” dell'Havre, 1887.

IN LINGUA SPAGNOLA:

ENTRE LABRADORES nel “Tierra y Libertad,” Gracia, Giugno, 1888.

ENTRE CAMPESINOS: traduzione di E. Alvarez, Sabadell, 1889, a cura dell'Agrupacion de Propaganda Socialista; Buenos Aires, 1892, a cura del gruppo Juventud Comunista Anarchica; Barcellona, 1893, a cura del “Productor;” Buenos Aires, 1895, a cura del G. C. A. “Expropiacion;” Madrid, Aprile e Luglio, 1895, Biblioteca dell'Idea Libre; La Coruna, 1896, Biblioteca del Corsario; Buenos Aires, 1897, e finalmente pubblicazioni fatte dai giornali Jovenes Hijos del Mundo e Hijos del Mundo, che vedevano la luce fin dal 1892, a Guanabacoa (Cuba-Antille).

IN LINGUA RUMENA:

INTRE TERANI, Biblioteca Anarchica, 1891, Bucarest.

IN LINGUA TEDESCA:

Pubblicata nel giornale “Freiheit,” New York, 1888.

In dialetto tedesco e stampata con caratteri ebraici a cura del “Worker's Friend Office,” Londra 1888.

IN LINGUA INGLESE:

A cura del giornale “Freedom,” Febbraio 1891; in opuscolo: A talk about Anarchist Communism; Freedom pamphlets, prima edizione, Londra, 1891; seconda edizione, 1894.

IN LINGUA OLANDESE:

GESPREK TUSSKEN TWEE BOERNARBEIDEES DEN HAAG, Haller e Co., 1888.

IN LINGUA NORVEGESE:

OLAV HUSSMANN OK PER SMIKKER, a cura della Tedraheimew, Tonsett, 1880.

IN LINGUA CZECA:

MEZI VENKOVANY, a cura della Mesinarodnì Knikowna, prima edizione, New York, 1890; seconda edizione, 1893.

IN LINGUA BULGARA:

RAZGAVOR MEJDN DRAMA SJENNASI, Sorlievo, 1890.

IN LINGUA ARMENA:

Edita nelle “Pubblications Anarchistes,” Parigi, 1893. Stamperia Internazionale.

Esso fu inoltre pubblicato in appendice dal “Messaggero” di San Francisco, California, nel 1896-97 e dal “Free Society” nel 1898.

Parecchie altre pubblicazioni del FRA CONTADINI in italiano e traduzioni in lingue straniere hanno veduto la luce, ma non è stato possibile rintracciarne delle indicazioni positive.

Colla nuova edizione italiana che vi proponete pubblicare, risponderete altresì a coloro i quali credono che il partito socialista anarchico, abbia in questi ultimi tempi essenzialmente modificato il proprio ideale, abbandonata la linea di condotta che seguiva ed inaugurata la tattica dell'organizzazione. Mostrerete invece che l'attuale risveglio del partito socialista anarchico, non solo in Italia, ma dovunque, è dovuto appunto ad essere ritornato a quella sana, attiva e pratica propaganda, la quale per altro non esclude nessun atto rivoluzionario coscientemente fatto e perciò chiaramente compresa e benignamente apprezzata dalle masse, che fu attivamente, con fervente apostolato, propugnata fin dal primo manifestarsi dell'anarchismo in Italia — che di molti anni ha preceduto il socialismo legalitario — e l'opuscolo FRA CONTADINI, edito per la prima volta in Firenze nel 1884, ne fa prova luminosa.

Dalla succinta recensione del FRA CONTADINI, chiara apparisce l'importanza di questo opuscolo, le cui edizioni sono rapidamente esaurite. Risalta altresì la necessità di diffonderlo ovunque in abbondanza per acquistare tra le masse indifferenti, adepti numerosi, coscienti e convinti della bontà e della praticità dei nostri ideali.

Le autorità, specialmente in Italia, sempre timorose, perchè prive d'ogni senso di libertà e di giustizia; trovano che questo semplice e persuasivo opuscolo sia altamente pericoloso alle classi dirigenti, da cui esse emanano, e “more solito” calpestando ogni più elementare principio di legalità, si oppongono con ogni mezzo, alla sua pubblicazione ed alla sua diffusione, talchè anche i bravi compagni di Torino, che tanto meritano per l'indefessa propaganda che fanno colle loro pubblicazioni della Biblioteca di Studi Sociali, i quali, essi pure, avevano riconosciuto i vantaggi e la necessità di fare una nuova edizione del FRA CONTADINI; ultimamente si sono visti, dalla prepotenza sbirresca, che è sola legge imperante in Italia, scomporre questo opuscolo che avevano già in preparazione, e minacciati di processo, in questo caso, sinonimo di condanna — dati “l'imparzialità” della magistratura del “bel paese” se avessero persistito a che l'opuscolo vedesse la luce.

A voi adunque, cari compagni della QUESTIONE SOCIALE, incombe adesso il gradito dovere di fare la pubblicazione al più presto del FRA CONTADINI, e farla a grande tiratura. La nostra propaganda ne avvantaggerà indubbiamente mentre avremo altresì il curioso e dilettevole spettacolo di ammirare le “paterne” autorità rodersi di rabbia... “vuota stringendo la terribil ugna!”

Cordialmente della causa e vostro

F. CINI.

FRA CONTADINI

Beppe. — Toh, guarda chi si vede! giusto, è un pezzo che ti avrei voluto parlare e son contento d'incontrarti... Giorgio, Giorgio, che mi fai sentire! Quando stavi al paese eri un buon figliuolo, il modello dei giovani della tua età. Oh! se fosse vivo tuo padre.

Giorgio. — Beppe, perchè mi parlate così? Che cosa ho io fatto per meritare i vostri rimproveri? e perchè il mio povero padre dovrebbe essere scontento di me?

Beppe. — Non ti offendere delle mie parole, Giorgio. Io son vecchio e parlo per tuo bene. E poi, ero tanto amico del vecchio Andrea, tuo padre, che, a vederti fare una cattiva riuscita, mi dispiace come se tu fossi mio figlio, massimamente quando penso alle speranze che tuo padre riponeva in te, ed ai sacrifizii ch'egli ha fatto per lasciarti un nome intemerato.

Giorgio. — Ma che dite, Beppe?! Non sono io forse un onesto lavoratore? Non ho mai fatto male a nessuno, anzi, scusate se lo dico, ho sempre fatto quel po' di bene che ho potuto: perchè mio padre dovrebbe arrossire di me? Faccio di tutto per istruirmi e migliorarmi; cerco, insieme ai miei compagni, di portar rimedio ai mali che affliggono me, voi e tutti: dunque, Beppe mio, in che cosa ho meritalo i vostri rimproveri?

Beppe. — Ah ah! ci siamo. Lo so bene che lavori, che ajuti il prossimo, che sei un figliuolo onorato: lo dicono tutti al paese. Ma intanto sei stato più volte carcerato; dicono che i gendarmi ti tengono d'occhio, e che, solamente a farsi vedere in piazza con te, c'è da passare dei dispiaceri... Chi sa che io stesso non abbia a compromettermi ora... ma io ti voglio bene e ti parlo lo stesso. Via, Giorgio, ascolta il consiglio di un vecchio: lascia spoliticare i signori, che non hanno niente da fare; tu pensa a lavorare e a far bene. Così vivrai tranquillo e in grazia di Dio; se no perderai anima e corpo. Senti a me: lascia andare i cattivi compagni, perchè, già si sa, sono essi che sviano i poveri figliuoli.

Giorgio. — Beppe, credete a me, i miei compagni sono tutti giovani dabbene; il pane che mettono in bocca costa loro lagrime e sudore. Lasciatene dir male ai padroni, che vorrebbero succhiarci fin l'ultima goccia di sangue, e poi dicono che siamo canaglia se solamente brontoliamo, e gente da galera se cerchiamo di migliorare la nostra posizione e di sottrarci alla loro tirannia. Io ed i miei compagni siamo stati in carcere, è vero, ma vi siamo stati per la causa giusta: ci andremo ancora e forse ci accadrà anche di peggio, ma sarà per il bene di tutti, sarà per distruggere tante ingiustizie, e tanta miseria. E voi, che avete lavorato tutta la vita e della fame ne avrete sofferta anche voi, e che, quando non potrete più lavorare, forse dovrete andare a morire in un ospedale, non dovreste unirvi con i signori e con il governo per dare addosso a chi cerca di migliorare la condizione della povera gente.

Beppe. — Figlio mio, lo so bene che il mondo va male, ma a volerlo accomodare è come voler raddrizzare le gambe ai cani. Pigliamolo dunque come viene, e preghiamo Iddio che almeno non ci faccia mancar la polenta. I ricchi ed i poveri ci sono stati sempre, e noi, che siamo nati per lavorare, dobbiamo lavorare e contentarci di quello che Iddio ci manda; se no, ci si rimette la pace e l'onore.

Giorgio. — E torna con l'onore! I signori, dopo che ci hanno levato tutto, dopo che ci han costretti a lavorare come bestie per guadagnare un tozzo di pane, mentre essi coi sudori nostri vivono, senza far niente di buono, nelle ricchezze e nella crapula, dicono poi che noi, per essere uomini onesti, dobbiamo sopportare volentieri la nostra posizione e vederli ingrassare alle nostre spalle senza nemmeno fiatare. Se invece ci ricordiamo che siamo uomini anche noi, e che chi lavora ha diritto di mangiare, allora siamo farabutti; i carabinieri ci portano in carcere, e i preti per giunta ci mandano all'inferno.

Statemi a sentire, Beppe, voi che siete lavoratore e che non avete mai succhiato il sangue del vostro simile. I veri birbanti, la gente senza onore sono quelli che vivono di prepotenza, quelli che si sono impadroniti di tutto ciò che sta sotto il sole, e che, a forza di patimenti, hanno ridotto il popolo allo stato di una gregge di montoni che si lascia tranquillamente tosare e scannare. E voi vi metterete coi signori per darci addosso?! Non basta che essi abbiano dalla loro il governo, il quale, essendo fatto dai signori e pei signori, non può non appoggiarli: bisogna dunque che i nostri stessi fratelli, i lavoratori, i poveri, si scaglino contro di noi perchè vogliamo ch'essi abbiano pane e libertà?

Ah! se la miseria, l'ignoranza forzata, l'abito contratto in secoli di schiavitù, non spiegassero questo fatto doloroso, io direi che sono senza onore e senza dignità quei poveri che fanno da puntello agli oppressori dell'umanità, e non già noi, che mettiamo a repentaglio questo misero tozzo di pane e questo straccio di libertà, per cercare di giungere al punto che tutti stieno bene.

Beppe. — Si, si, belle cose coteste; ma senza il timor di Dio non si fa niente di buono. Tu non me la dai ad intendere: ho inteso parlare quel santo uomo del nostro parroco, il quale dice che tu ed i tuoi compagni siete un branco di scomunicati; ho inteso il Sor Antonio, che è stato agli studii e che legge sempre i giornali, ed anche lui dice che voi altri siete o matti o birbanti, che vorreste mangiare e bere senza far niente, e che, invece di fare il bene dei lavoratori, impedite ai signori di accomodare le cose meglio che si può.

Giorgio. — Beppe, se vogliamo ragionare, lasciamo in pace Dio e i Santi; perchè, vedete, il nome di Dio serve come pretesto e comodino per tutti quelli che vogliono ingannare ed opprimere i loro simili. I re dicono che Dio ha dato loro il diritto di regnare, e quando due re si contendono un paese, tutti e due pretendono di essere inviati di Dio. Dio poi dà sempre ragione a colui che ha più soldati ed armi migliori. Il proprietario, lo strozzino, l'incettatore, tutti parlano di Dio; e rappresentanti di Dio si dicono il prete cattolico, il protestante, l'ebreo, il turco, ed in nome di Dio si fanno la guerra, e cercano ciascuno di tirar l'acqua al suo mulino. Del povero non s'incarica nessuno. A sentirli, Dio avrebbe dato ogni cosa a loro, ed avrebbe condannato noi altri soli alla miseria ed al lavoro. Ad essi il paradiso in questo mondo e nell'altro; a noi l'inferno su questa terra, ed il paradiso soltanto nel mondo di là, se saremo stati schiavi sommessi... e se ci avanza posto.

Sentite, Beppe: in affari di coscienza io non ci voglio entrare, e ognuno è libero di pensare come vuole. Per conto mio, a Dio ed a tutte le storie che ci contano i preti non ci credo, perchè chi le conta ci trova troppo interesse, e perchè ci sono tante religioni, i cui preti pretendono di essere essi che dicono la verità, e prove non ne dà nessuno. Anche io potrei inventare un mondo di fandonie e dire che chi non mi crede e non mi ubbidisce sarà condannato al fuoco eterno. Voi mi trattereste da impostore; ma se io pigliassi un bambino e gli dicessi sempre la stessa cosa senza che nessuno gli dicesse mai il contrario, fatto grande, egli crederebbe a me, tale e quale come voi credete al parroco.

Ma insomma, voi siete libero di credere come vi pare; però non venite a raccontarmi che Dio vuole che voi lavoriate e soffriate la fame, che i vostri figli debbano venir su stentati e malaticci per mancanza di pane e di cure, e che le vostre figlie debbano essere esposte a diventar le drude del vostro profumato padroncino, perchè allora io direi che il vostro Dio è un assassino.

Se Dio c'è, quello che vuole non lo ha detto a nessuno. Pensiamo dunque a fare in questo mondo il bene nostro e degli altri: nell'altro mondo, se ci fosse un Dio e fosse giusto, ci troveremmo sempre meglio se avremo combattuto per fare il bene, che se avremo fatto soffrire o permesso che altri facesse soffrire gli uomini, i quali, secondo dice il parroco, sono tutti creature di Dio e fratelli nostri.

E poi, credete a me: oggi che siete povero, Dio vi condanna agli stenti; se domani voi riusciste in un modo qualunque, magari colla più brutta azionaccia, a mettere insieme di molti quattrini, voi acquistereste subito il diritto di non lavorare, di scarrozzare, di maltrattare i contadini, d'insidiare all'onore delle povere ragazze... e Dio lascerebbe fare a voi, come lascia fare al vostro padrone.

Beppe. — Per la madonna! da che tu hai imparato a leggere e scrivere e frequenti i cittadini, hai messa insieme tanta loquela che imbroglieresti un avvocato. E, a dirtela schietto, hai detto delle cose che mi han messo un certo pizzicore addosso... Figurati! la mia Rosina è fatta grande e avrebbe anche trovato un buon giovane che le vuol bene; ma, tu capisci, siamo povera gente; ci vorrebbe il letto, un po' di corredo, e qualche soldo per aprire una botteguccia a lui, che fa il magnano e, se potesse levarsi di sotto al principale che lo fa lavorare per una miseria, potrebbe menare innanzi la famiglia che formerà. Io non ce n'ho, nè pochi nè molti; lui neppure. Il padrone potrebbe avanzarmi qualche cosa che io gli sconterei a poco a poco. Ebbene, lo crederesti?! quando ne ho parlato al padrone egli mi ha risposto, sghignazzando, che queste sono opere di carità di cui si occupa suo figlio, ed il padroncino infatti è venuto a trovarci, ha visto Rosina, le ha accarezzato il mento, ed ha detto che giusto aveva in pronto un corredo, che era stato fatto per un'altra, e che Rosina doveva andarlo a prendere di persona. E nei suoi occhi si vedevan certi lampi, che sono stato sul punto di fare uno sproposito... Oh! se la mia Rosina... vah! lasciamo questi discorsi.

Io son vecchio e lo so che questo è un mondaccio infame: ma questa non è una ragione per fare i birboni anche noi... Alle corte, è vero o non è vero che voi volete levar la roba a chi ce l'ha?

Giorgio. — Bravo, così vi voglio. Quando voi volete sapere qualche cosa che interessa i poveri non lo domandate mai ai signori, i quali la verità non ve la diranno mai, perchè nessuno parla contro sè stesso. E se volete sapere che cosa vogliono i socialisti, domandatelo a me ed ai miei compagni, non già al parroco, o al Sor Antonio. Anzi, quando il parroco parla di queste cose domandategli perchè voi che lavorate mangiate polenta, quando ce n'è, e lui che sta tutto il giorno senza far nulla, con un dito dentro ad un libro socchiuso, mangia paste asciutte e capponi insieme alla sua... nipote; domandategli perchè se la passa sempre coi signori, e da noi viene soltanto quando vi è da pappare qualche cosa; domandategli perchè dà sempre ragione ai signori ed ai carabinieri; e perchè, invece di levare alla povera gente il pane dalla bocca colla scusa di pregare per le anime dei morti, non si mette a lavorare per ajutare un poco i vivi, e non stare a carico degli altri. Al Sor Antonio poi, che è giovane e robusto, che ha studiato, e che occupa il suo tempo a giocare nel caffè o a fare imbrogli sul municipio, ditegli che prima di parlar di noi, smettesse di fare il vagabondo ed apprendesse un poco che cosa è il lavoro e che cosa è la miseria.

Beppe. — Su questo hai tutte le ragioni: ma torniamo al nostro discorso. E vero, si o no, che volete pigliarvi la roba degli altri?

Giorgio. — Non è vero; noi non vogliamo pigliarci niente, noi; ma vogliamo che il popolo pigli la roba ai signori, la roba a chi ce l'ha, per metterla in comune a tutti.

Facendo questo, il popolo non piglierebbe la roba degli altri, ma rientrerebbe semplicemente nel suo.

Beppe. — O come dunque! Forse che è roba nostra, la roba dei signori?

Giorgio. — Certamente: essa è roba nostra, è roba di tutti. Chi gliel'ha data tutta questa roba ai signori? come hanno fatto a guadagnarsela? che diritto avevano d'impossessarsene e che diritto hanno di conservarla?

Beppe. — Gliel'hanno lasciata i loro antenati.

Giorgio. — E chi gliel'ha data ai loro antenati?

Come! alcuni uomini più forti e più fortunati si sono impossessati di tutto quello che esiste, hanno costretti gli altri a lavorare per loro, e, non contenti di vivere essi nell'ozio, opprimendo e affamando la gran massa dei loro contemporanei, hanno lasciato ai loro figli ed ai figli dei loro figli la roba che avevano usurpato, condannando tutta l'umanità avvenire a essere schiava dei loro discendenti, i quali, infiacchiti dall'ozio e dal poter fare quel che vogliono senza dar conto a nessuno, se non avessero tutto in mano, e volessero ora pigliarselo per forza come fecero i loro padri, ci farebbero davvero pietà.

E a voi pare giusto questo?!

Beppe. — Se si sono presa la roba per prepotenza, allora no. Ma i signori dicono che le loro ricchezze sono il frutto del lavoro, e non mi pare che stia bene il levare a uno quello che ha prodotto colle sue fatiche.

Giorgio. — E già, la solita storia! Quelli che non lavorano e che non hanno mai lavorato, parlano sempre in nome del lavoro.

Ora, ditemi voi come si fa a produrre e chi ha prodotto la terra, i metalli, il carbon fossile, le pietre e cose simili. Queste cose, o che l'abbia fatte Dio, o che ci sieno per opera spontanea della natura, è certo che tutti, venendo al mondo, ce le abbiamo trovate: dunque dovrebbero servire a tutti. Che direste voi se i signori si volessero impadronire dell'aria per servirsene essi, e darne a noi soltanto un pochino e della più puzzolente, facendocela pagare con stenti e sudori? E la sola differenza tra la terra e l'aria è che per la terra hanno trovato il modo d'impossessarsene e dividersela tra di loro, e per l'aria no; chè se ne trovassero il mezzo, farebbero coll'aria quello che hanno fatto colla terra.

Beppe. — È vero, questa mi pare una ragione giusta: la terra e tutte le cose che non le ha fatte nessuno, dovrebbero essere di tutti... Ma non tutte le cose si sono trovate belle e fatte.

Giorgio. — Certo, vi sono moltissime cose che sono state prodotte dal lavoro dell'uomo, anzi la stessa terra non avrebbe che poco valore, se non fosse stata dissodata e bonificata dall'opera umana. Ebbene, queste cose dovrebbero per giustizia appartenere a chi le ha prodotte. Per qual miracolo si trovano precisamente nelle mani di coloro che non fanno nulla e che non hanno mai fatto nulla?

Beppe. — Ma i signori dicono che i loro antenati hanno lavorato e risparmiato.

Giorgio. — E dovrebbero dire invece che i loro antenati hanno fatto lavorare gli altri senza pagarli, proprio come si fa adesso. La storia c'insegna che le condizioni del lavoratore sono state sempre miserabili, e che, tale e quale come ora, chi ha lavorato senza sfruttare gli altri, non solo non ha mai potuto fare economie, ma non ne ha avuto nemmeno abbastanza per cavarsi la fame.

Guardate gli esempii che avete sotto gli occhi: tutto quello che di mano in mano i lavoratori producono, non va forse nelle mani dei padroni che stanno a guardare?