Part 33
[15] Leggo in un opuscolo tedesco (_Die romantische Schule in Deutschland und in Frankreich, von_ STEPHAN BORN, Heidelberg, 1879, pag. 5): Il romanticismo francese «è scaturito direttamente dalla opposizione alla rivoluzione». Errore. Vedi LARROUMET, _Les origines françaises du romantisme_, in _Études de littérature et d'art_, Parigi, 1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo periodo violento, la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento normale del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto del Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi FINZI, _Lezioni di storia della letteratura italiana_, vol. IV, parte I: _Il romanticismo e Alessandro Manzoni_, Torino, 1891; MAZZONI, _Le origini del romanticismo_, in _Nuova Antologia_, serie III, vol. XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893; BERTANA, _Un precursore del romanticismo_, nel _Giornale storico della letteratura italiana_, volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo inglese vedi W. LION PHELPS, _The Beginnings of the English romantic Movement_, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del MENÉNDEZ Y PELAYO (_Historia de las ideas estéticas en España_, t. V. Madrid, 1891, p. 233) che non fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio.
[16] _Epistolario di_ ALESSANDRO MANZONI, _raccolto ed annotato da_ Giovanni Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera del 17 ottobre 1820 allo stesso Fauriel.
[17] Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole, scriveva al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto alla teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci stia». E si capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa.
[18] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo e capitolo IV.
[19] Vedi in proposito le giuste osservazioni del TENCA, _Prose e poesie scelte_, Milano, 1888, vol. I, pp. 331, 335, 350.
[20] _Lettera intorno al Vocabolario_, in _Opere varie_, Milano, 1870, pp. 829, 830. Delle _Opere varie_ citerò sempre in seguito questa stessa edizione.
[21] Lettera al Laderchi, 23 giugno 1843. _Epistolario_, vol. II, p. 105.
[22] _Dialogue entre un homme du monde et un poëte. Opere inedite o rare_, pubblicate da R. Bonghi, Milano, 1883 segg., vol. II, p. 431.
[23] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. XI. La morte del Bonghi come fu grave danno per gli studii in genere, così fu grave danno per gli studii manzoniani in ispecie. Colui che curò la stampa delle _Opere inedite o rare_ senza poterne vedere il compimento, aveva da lunghi anni promesso sul Manzoni un libro che per certo sarebbe riuscito capitale, e di cui sarebbe pur prezioso ogni abbozzo o frammento ch'egli avesse potuto lasciarne.
[24] Cel dice egli stesso nel _Dialogo della invenzione. Opere varie_, p. 539.
[25] Studio critico che accompagna i _Promessi Sposi_ nella edizione del Barbèra (Collezione Diamante), Firenze, 1888, vol. II, pp. 678, 679.
[26] _I Promessi Sposi_, cap. VIII, p. 156, ediz. di Milano, 1875.
[27] Veggasi intorno a ciò il bello scritto del D'OVIDIO, _Potenza fantastica del Manzoni e sua originalità_, in _Discussioni manzoniane_, Città di Castello, 1886, pp. 37 e segg.
[28] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo.
[29] _Ibid._, cap. II. _Opere varie_, p. 173.
[30] _De l'Allemagne_, parte II, cap. XI.
[31] Cap. XXXIII. p. 607, ediz. cit.
[32] Vedi più particolarmente le delicate ed acute osservazioni del DE SANCTIS nel saggio intitolato: _La materia dei «Promessi Sposi»_. La questione del romanzo storico fu discussa in passato anche dallo Zajotti, dal Bianchetti e da altri. Ultimamente la riprese in esame il CESTARO in uno scritto intitolato _La storia nei «Promessi Sposi»_, pubblicato prima nella _Nuova Antologia_, fasc. del 1º maggio 1892, poi nel volume _Studi storici e letterari_, Torino-Roma, 1894. Gli argomenti da lui addotti contro le conclusioni del Manzoni sono assai vigorosi.
[33] _Opere varie_, pp. 426, 428, 431.
[34] _Epistolario_, vol. I, p. 202.
[35] _I Promessi Sposi_, cap. XII, p. 231; cap. XXXI, p. 564.
[36] _Epistolario_, vol. I, p. 283.
[37] _Epistolario_, vol. I, p. 291.
[38] _Bozzetti critici e discorsi letterari_, Livorno, 1876, pp. 310-11.
[39] _Classicismo e romanticismo_, nei _Giambi ed epodi e rime nuove. Opere_, vol. IX, Bologna, 1894, p. 298.
[40] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 168.
[41] _Opere varie_, p. 409.
[42] _Epistolario_, vol. I, p. 307.
[43] _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. Opere varie, p. 425.
[44] _Ibid._
[45] Parmi curioso e non inutile recar qui a riscontro alcune opinioni dello ZOLA, le quali certamente avrebbero ottenuto il plauso del Manzoni: «Le plus bel éloge que l'on pouvait faire autrefois d'un romancier était de dire: Il a de l'imagination. Aujourd'hui cet éloge serait presque regardé comme une critique. C'est que toutes les conditions du roman ont changé. L'imagination n'est plus la qualité maîtresse du romancier» (_Du roman. Le sens du réel_). Flaubert «est sobre, qualité rare; il donne le trait saillant, la grande ligne, la particularité qui peint, et cela suffit pour que le tableau soit inoubliable» (_Du roman. De la description_). «Et je finirai par une déclaration: dans un roman, dans une étude humaine, je blâme absolument toute description qui n'est pas, selon la définition donnée plus haut, un état du milieu qui détermine et complète l'homme. J'ai assez péché pour avoir le droit de reconnaître la vérité» (_Ibid._).
[46] _Epistolario_, vol. I, p. 242.
[47] _Sovra il teatro tragico italiano_, Venezia, 1826, p. 91. È tuttavia da notare che sin dai primi anni del secolo XVIII in Inghilterra, gli scrittori che dicono della scuola augustea usarono dar nome di romantica ad ogni narrazione o poesia che paresse loro o troppo stravagante, o troppo sentimentale (LYON PHELPS, _Op. cit._, pp. 18-9). L'Addison, ne' suoi ricordi di viaggio, chiamava romantica una scena di paese che aveva del selvaggio e dello strano (FRIEDLAENDER, _Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der Natur_, Lipsia, 1873, p. 43).
[48] Forse il primo esempio di tali orrori lo diede il _Castle of Otranto_, romanzo del celebre ORAZIO WALPOLE, pubblicato nel 1764. Ebbe grandissima voga, e fu tradotto in italiano, dalla qual lingua l'autore fingeva d'averlo tradotto egli stesso. I primi racconti fantastici di Teodoro Hoffmann sono posteriori ad esso di mezzo secolo, come son posteriori di una ventina d'anni ai più celebri romanzi di Anna Radcliffe.
[49] _Delle vicende del buon gusto in Italia_, orazione recitata nella grande aula dell'Università di Pavia il giorno 3 maggio 1805.
[50] _Cenni critici sulla poesia romantica_, Milano, 1817, pp. 45-47.
[51] _Sermone sulla mitologia._
[52] _Epistolario_, vol. I, p. 312.
[53] Ma vedi forza dell'esempio e dell'andazzo! Lo STAMPA, figliastro del Manzoni, afferma che l'autore dei _Promessi Sposi_ fu tentato una volta di scrivere un romanzo fantastico, del quale, per altro, non sa dir nulla (_Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, Milano, 1885-9, vol. II, p. 183).
[54] _Opere varie_, p. 410.
[55] _Histoire du romantisme_, nuova edizione, s. a., Parigi, Charpentier, p. 64.
[56] _Versi in morte di Carlo Imbonati_, vv. 147 e segg.
[57] Versi 36-44.
[58] _Urania_, vv. 9-14.
[59] _Opere inedite o rare_, vol. I, p. 95.
[60] _Epistolario_, vol. I, p. 201.
[61] _Ibid._, pp. 206, 207.
[62] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 197.
[63] Aristotele non dice propriamente così; ma tale credo fosse, in sostanza, il suo concetto. Anche lo Schopenhauer giudica la poesia più vera della storia.
[64] _Opere varie_, p. 835.
[65] _Epistolario_, vol. I, p. 448.
[66] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 481.
[67] _Epistolario_, vol. I, p. 393.
[68] _Epistolario_, vol. I, pp. 448, 449.
[69] _Epistolario_, vol. II, p. 144.
[70] Cap. XIV. p. 273.
[71] Cap. XXVIII, p. 520.
[72] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. 480.
[73] Lettera a Cesare D'Azeglio. _Epistolario_, vol. I, pp. 280 segg.
[74] Prefazione al _Conte di Carmagnola. Opere varie_, p. 278.
[75] _Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie_, p. 405.
[76] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 494.
[77] Lettera al D'Azeglio, _Epistolario_, vol. I, p. 294.
[78] Anche lo SCOTT, nell'_Essay on the Drama_, combattè le unità, ma quanto più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni!
[79] _Opere varie_, pp. 413-14.
[80] Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare profusamente nella _Biblioteca italiana_ il Manzoni e biasimare i romantici.
[81] _Epistolario_, vol. I, p. 477.
[82] Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. _Epistolario_, vol. II, p. 177.
[83] Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. _Epistolario_, vol. I, p. 124; _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. _Opere varie_, p. 425.
[84] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova Antologia_, Serie III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e brevi giunte.
[85] Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del Manzoni che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel _passaggio dell'animo_ dell'Innominato _dall'un grado all'altro_, e pure scusandosi dell'ardimento grande, non si tenne dal suggerire quello che a parer suo andava fatto (_Ispirazione e arte_, Firenze, 1858, pp. 12-13).
[86] Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la fede in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio di una notte il filosofo francese Jouffroy _s'avvide_ d'aver perduto ogni credenza. Vedi pel fenomeno in genere RIBOT, _La psychologie des sentiments_, Parigi, 1896, pp. 400-3.
[87] Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato _Due parole sull'Innominato_, che FRANCESCO D'OVIDIO pubblicò nella _Illustrazione Italiana_ del 27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa parecchie ottime osservazioni, che per la più parte corroborano le mie; ma su di un punto formalmente mi contraddice, e cioè su questo punto del miracolo. Egli nega che il Manzoni supponesse miracolo alcuno nella conversione dell'Innominato, e reca in prova alcune parole del Manzoni stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto. Dopo averci pensato su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione. Tutto sta intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che il Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo il sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra banda che un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi senza l'ajuto divino; che la dottrina cattolica della predestinazione e della grazia non concede all'uomo abbandonato a sè medesimo altra libertà che la libertà di fare il male; che ogni cristiano schietto riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono; che se è vero il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu un miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di quel richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera al Trechi, 29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del miracolo grossolano e ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino, e negar fede alle apparizioni di Caterina Labourè; ma poteva anche credere a un miracolo che salvasse il Grossi (CANTÙ, _Alessandro Manzoni, reminiscenze_, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1). Perciò non posso accordarmi in tutto nemmeno col DE SANCTIS, il quale scrisse, (_I Promessi Sposi, studio critico_): «Si vegga con quanta industria il poeta, un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo della Madonna, riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»; e soggiunse poi che il miracolo è _affatto estraneo_ allo spirito del Manzoni. Il Manzoni descrisse, sì, accuratamente il fenomeno psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che Dio avesse tocco il cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani di guerra, che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano da Dio di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un _Te Deum_. Del resto il miracolo è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri servi». «Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non ve lo sentite in cuore che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira.....?». Dio, dice il cardinale, vuol fare dell'Innominato un segno della sua potenza e della sua bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva il Manzoni pensare diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa appunto il miracolo?
[88] RIBOT, _Op. cit._, p. 401: «Tout cela, pour le moraliste, est un changement complet, il y a deux hommes; pour le psychologue c'est un changement d'orientation, il n'y a qu'un homme. Il est facile de voir que sous les deux contraires, existe un fond commun, une unité latente; c'est la même quantité ou la même qualité d'énergie employée à deux fins contraires; mais, sans effort, on peut retrouver la chrysalide dans le papillon».
[89] Giova qui recare a riscontro il Pensiero XVI di Giacomo Leopardi: «Se al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso Tacito, è apparecchiata una stessa fine, è più da uomo il perire meritamente. Poco diversi pensieri credo che sieno quelli di alcuni, che avendo animo grande e nato alla virtù, entrati nel mondo, e provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento degli uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi, abbracciano la malvagità; non per corruttela nè tirati dall'esempio, come i deboli; nè anche per interesse, nè per desiderio dei vili e frivoli beni umani; nè finalmente per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale; ma per un'elezione libera, e vendicarsi degli uomini, e rendere loro il cambio, impugnando contro di essi le loro armi. La malvagità delle quali persone è tanto più profonda, quando nasce da esperienza della virtù; e tanto più formidabile, quanto è congiunta, cosa non ordinaria, a grandezza e fortezza d'animo, ed è una sorta d'eroismo». Raccosta a questo i Pensieri LXXV, C, CI, CIX.
[90] Nell'articolo già citato il D'Ovidio nota, credo giustamente, che Lucia opera nell'animo dell'Innominato anche in virtù della giovinezza, bellezza e gentilezza sua.
[91] GIOVANNI VIDARI, in un saggio intitolato _Suor Gertrude, l'Innominato e Fra Cristoforo_ (nella _Rassegna nazionale_, 1º e 16 dicembre 1895), avvertì che io non notava la somiglianza che per più rispetti è tra l'Innominato e Fra Cristoforo; ma poi concluse dicendo che essi _son diversi nel processo della conversione_. Di questa diversità appunto, e non d'altro, io intesi far cenno.
[92] In un opuscolo nuziale intitolato L'umorismo nei Promessi Sposi (Firenze, 1895) il Barbi passa in rassegna que' personaggi, nota situazioni e riflessioni umoristiche. Questo breve saggio è, a mia saputa, quanto di meglio siasi scritto sull'argomento; ma ciò che vi si dice di Don Abbondio non mi sembra interamente giusto. Il così detto Commento estetico del Ferranti (Firenze, 1877) è scrittura prolissa e di poco valore.
[93] L'idea di un Don Abbondio missionario e martire è una delle idee più comiche che mai cadessero in mente umana.
[94] Coloro che sempre ricantano che il Manzoni aperse scuola di rassegnazione, di pusillanimità e di fiacchezza, non han mai pensato, sembra, alla formidabile ironia di quella _neutralità disarmata_, non capiscono tutto il significato di Don Abbondio, e non sanno che cosa scrivesse dei _Promessi Sposi_ il Mazzini.
[95] Sarebbe curioso indagare quanta parte di quelle debolezze e di quelle virtù possa avere ereditato il Manzoni dal proprio avo materno, del quale fu, nonostante qualche dissentimento, ammiratore caldissimo. Ma se della mente di Cesare Beccaria possiamo formarci un concetto abbastanza adeguato leggendo i non molti suoi scritti, dell'animo non possiamo, tanto sono scarse, incerte, contraddittorie le notizie che ce ne son pervenute. I fratelli Verri, che ne tramandaron le più, prima furono amici svisceratissimi di lui, poi nemici arrabbiati, così che noi non riusciamo a veder chiaro tra le lodi sperticate di prima e i biasimi, sicuramente eccessivi, di poi (Vedi uno scritto di A. VENTURI, _Cesare Beccaria e le lettere di Pietro e Alessandro Verri_, nel _Preludio_, anno VI, 1882, nn. 3-4). Le lettere stesse del Beccaria, comprese le poche pubblicate in questi ultimi anni, non ci ajutano gran fatto. Ciò nondimeno, quel tanto che riusciamo a mettere insieme e ad intendere ci permette di notare tra avo e nipote alcune conformità che di certo non sono casuali. Si può discutere della maggiore o minore originalità delle idee contenute nell'opuscolo _Dei delitti e delle pene_; ma, se a questo opuscolo si aggiunge il saggio sulle monete, e, meglio ancora, il saggio sullo stile, bisogna riconoscere che il Beccaria ebbe mente di novatore, e, come disse Pietro Verri, _testa fatta per tentare strade nuove_; una testa dunque come l'ebbe il Manzoni, che di strade nuove ne tentò e ne corse parecchie. Il Beccaria fu _profondo algebrista_, ed ebbe fantasia vivacissima e prepotente, e fu poeta (_buon poeta_, assicura l'amico): intendi dunque che, come poi il Manzoni, egli seppe conciliare il rigore e la saldezza della ragione con la libertà e la fluidità dell'immaginativa e del sentimento. Scopriamo nell'avo una vena satirica che ingrossa poi nel nipote. Tutt'e due sono d'indole timida e casalinga, involta in una onesta pigrizia (vedi un opuscoletto nuziale di PAOLO BELLEZZA, _La pigrizia di Alessandro Manzoni_, Milano, 1897); fuggono il chiasso; non cercano popolarità, sebbene amino il popolo; curano i proprii comodi; lascian vedere _un'aria di bonomia_ (bugiarda in Cesare, secondo afferma Alessandro Verri; ma gli s'ha da credere?); sono inettissimi alle faccende (_inattività in agibilibus_, troviam detto di Cesare; _inetto rebus agendis_, disse di sè stesso il Manzoni); scrivono di malissima voglia lettere e ogni altra cosa. «Filosofo senza strepito», scrisse del Beccaria il Cantù, «appena l'Europa s'accorse ch'era un grand'uomo, egli si tacque»: e il Manzoni? Le apprensioni manifestate dall'avo durante quel suo famoso viaggio a Parigi hanno riscontro in altre consimili del nipote. Entrambi non potevano reggere a star soli, ed entrambi stavano mal volentieri in luoghi dove fosse adunata molta gente. Entrambi ebbero amore alla villa. Rimasti vedovi, entrambi si riammogliarono. L'avo disegnò di fare un confronto fra romanzi e storie, e il nipote compose il discorso sopra il romanzo storico. L'avo si meravigliava che la Colonna Infame fosse lasciata sussistere nel bel mezzo di Milano: il nipote scrisse la _Storia della Colonna Infame_.
[96] E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo tutti gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno più adatto, più proprio, più raffigurativo. _Nomina numina._ Il Balzac fu studiosissimo dei nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert andò in gloria il giorno in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet. Gran brava fregatina di mani dev'essersi data Don Alessandro il giorno in cui gli cadde in mente, o gli capitò sotto, Dio sa come, quello del suo curato. Il Bojardo avrebbe fatto sonare a distesa tutte le campane delle sue terre.
[97] _Pensées_, article I, 6.
[98] _Epistolario, raccolto e ordinato da_ Prospero Viani, _quinta ristampa ampliata e più compiuta_. Firenze, 1892, vol. I, pp. 240, 298, 299, 537; vol. II, p. 276, e in altri luoghi ancora.
[99] Mantengo, per ragion di comodo, questa distinzione passata nell'uso degli scrittori, sebbene non la creda psicologicamente troppo esatta.
[100] ANTONA TRAVERSI, _Studi su Giacomo Leopardi con notizie e documenti sconosciuti e inediti_, Napoli, 1887, pp. 76, 97-8.
[101] _Epistol._, vol. I, p. 454.
[102] _Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di_ GIACOMO LEOPARDI, _per cura di_ Prospero Viani, Firenze, 1878, p. XLVI. Lo stesso poeta ebbe a dichiarare di non sapere il tedesco.
[103] Degli amori per la Silvia e la Nerina (non è qui a discutere se questi nomi stieno a indicare due persone o una sola), Carlo Leopardi ebbe a dire che furono assai più romanzeschi che veri. Non so quanta fede s'abbia a dare a tale testimonianza; ma la congettura che il poeta si scaldasse pel ricordo assai più che per la realtà, è congettura tutt'altro che irragionevole, e che potrebb'essere facilmente suffragata di ragioni e di esempii, e che anzi appar probabile quando s'instituisca un confronto fra la canzone _Per una donna malata di malattia lunga e mortale_ e quella _A Silvia_.
[104] _Le ricordanze._
[105] Lett. al Giordani, 8 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 87.
[106] _Ibid._, p. 216.
[107] Scrisse il Foscolo di sè stesso:
Tal di me schiavo e d'altri e della sorte, Conosco il meglio ed al peggior m'appiglio, E so invocare e non darmi la morte.
[108] Lett. al Giordani, 5 dicembre 1817; _Epistol._, vol. I, p. 111.
[109] Non necessariamente. Paolo Scarron che si denominò da sè stesso un compendio delle miserie umane, scrisse il _Roman comique_ e il _Virgile travesti_ inchiodato in una sedia a bracciuoli, paralitico, attratto, spolpato, sfinito, e durò in tale condizione dall'anno ventesimosettimo o ventesimottavo di sua vita sino al cinquantesimo, che fu quello della sua morte. Il Voltaire, che soleva dire di tener l'anima coi denti, non diventò pessimista nemmen quando fu ridotto a nutrirsi per lunghi anni di solo latte.
[110] Farebbe indagine curiosa e istruttiva chi andasse cercando per entro alle dottrine pessimistiche moderne e modernissime la parte contribuitavi dal Copernico, dal Galilei, dal Darwin, ecc.
[111] Cap. IV, pp. 274-5, 278-9 della edizione delle _Prose_ curata da G. Mestica, Firenze, 1890, edizione di cui sempre mi varrò per le citazioni in questo scritto.
[112] _Bruto minore._
[113] A tutto ciò non contraddice punto il fatto che il genio non può essere se non il portato di una lunga evoluzione storica, e come la sintesi di tutta una consecutiva e varia vita anteriore. Dante non poteva nascere in Cina, nè il Newton fra gli Ottentoti. Ancora non contraddice al detto di sopra che il genio soggioghi o disciplini le forze altrui e si giovi della loro cooperazione. In un suo recente libro (_Psycho-Physiologie du génie et du talent_, Parigi, 1897) il NORDAU asserisce, un po' timidamente a dir vero, che i genii artistici, o, com'egli li chiama, _emozionali_, non sono veri genii. Respingo una dottrina che, mentre comprende, senza esitazione, fra i genii l'inventore dell'areostato e quello della locomotiva, tende ad escluderne, e infatti ne esclude, Dante e lo Shakespeare. In quel libro sono assai osservazioni ingegnose ed acute, ma anche molte proposizioni avventate e molti sofismi. Che il genio sorga sulla base organica di un neoplasma non è provato, e quando fosse vero, bisognerebbe poter dimostrare che i genii artistici difettano di neoplasmi per poter poi sentenziare che non sono genii. A p. 157 si afferma che i genii _emozionali_ non esercitano nessun influsso sul _mondo dei fenomeni_. Dunque le arti non possono nulla sulla coltura, sui costumi, sulla vita dei popoli? E i canti di Tirteo e la Marsigliese non mossero proprio nulla nel mondo?
[114] Chi nel pessimismo del Leopardi non vede se non un rivolo sgorgato dai fonti di Lucrezio, mostra d'intendere assai poco e Lucrezio e il Leopardi; e chi a riscontro del pessimismo del Leopardi pone il pessimismo (come fu chiamato) del Petrarca, mostra di saper vedere le somiglianze estrinseche e non le dissomiglianze intrinseche. Dal Rousseau l'autore della _Ginestra_ derivò idee e sentimenti; ma il Rousseau fu tutt'altro che un pessimista.