Part 32
E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, nè la storia, nè un'ipotesi probabile.
Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale, perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso immaginarmi e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una cosa, e più poi quando esprimo quel mio pensiero con parole, io necessariamente idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i quali sono o poco o molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. Non v'è realista, per quanto convinto delle sue dottrine egli sia, e per quanto maestro nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; e s'egli crede pur di potere, e se ne vanta, non fa se non mostrare l'ingenuità propria, e quel difetto di perspicacità e di penetrazione filosofica ch'è difetto di tutta la scuola. Il salto fuor di sè stesso nella realtà assoluta è un sogno. A persuadersene basta, del resto, aprire qualsivoglia romanzo di qualsivoglia grande realista moderno: per esempio, dello Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in azione, le cose che descrive, i fatti che narra, sono tutti idealizzati, in un certo senso e in una certa misura; sono assoggettati, in altri termini, a varii e complicati processi di semplificazione, di condensazione, di avvaloramento, dei quali l'autore può non essere consapevole, ma che son pur quelli in virtù di cui i personaggi rappresentati, le cose descritte, i fatti narrati, producono e lasciano negli animi nostri più forte e duratura impressione che non farebbero i veri e reali. Quand'egli descrive un tramonto di sole, descrive, non già il semplice fenomeno fisico, ma bensì l'impressione che quel fenomeno farebbe in uno o più spettatori possibili, e lo descrive con parole che di necessità traggono dietro una lunga sequela di elementi ideali. E la tendenza all'idealizzare dev'essere ben imperiosa in noi, se può tor la mano agli stessi realisti più ostinati e valenti, e trascinarli ad eccessi cui forse non giungerebbero gl'idealisti più audaci. Chi abbia letto _Le ventre de Paris_ del medesimo Zola ricorda quella famosa _sinfonia de' formaggi_ divenuta oramai proverbiale, dove c'è più idealismo (sia pure di cattiva lega) che non in un racconto di fate; e chi abbia letto _La bête humaine_ sa che cosa diventi una vaporiera tra le mani del gran maestro del realismo contemporanei. In molti degli eccessi suoi più noti e più notabili il realismo non è se non un idealismo capovolto.
Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza? sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza continuamente, e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per la specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione, immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione dei pianeti intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza tener conto degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, assai più idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui animo non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, ma solo ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo empia di sè, lo guidi, lo faccia vivere e muovere.
La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo; anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza, scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente, ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e di giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo. Si crede da' più che nelle letterature antiche _in genere_ sia più idealità che nelle letterature moderne _in genere_; ma tale credenza è un errore. Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno principalmente non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità. Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, non da ignoranza, ma da scienza.
La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte, nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare, senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E ciò che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi dell'umanità tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi.
Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto da potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, perchè dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il passo, e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente, governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano a ritroso della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di proposito deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne oggetto di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni più brutali, tutti i _residui atavistici_ dell'umanità, tutto ciò che l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà la letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può condurli a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più sensitiva diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; e non si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e più oscuri conforti.
V.
E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? La predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le loro dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità d'arte, a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, non mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; e già nel presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano che il moto suo d'espansione sta per esser frenato, che altre tendenze il contrastano. A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il recentissimo simbolismo francese. Il realismo potrà essere una delle forme dell'arte nuova; ma, certamente, non sarà tutta l'arte.
Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente tirannia delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il pretesto di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia di monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere, e il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento che ne deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve oltrepassare i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua; e mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti e postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar da sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei, indipendentemente da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa critica, e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa e perplessa, ne dissecca le fonti.
Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una ragion che non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e nocciono, quando divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato dominio. La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce per giunta l'umana natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra e regnar sola, nel presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, una unica formola d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo intero (come vediamo essere avvenuto un tempo, e in certa misura, nell'antico Egitto), tale possibilità viene ben presto a mancare col procedere e col variarsi della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta ad un canone solo (come per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe prima la uniformità degli spiriti, ridotti a un unico tipo. Ora, tale uniformità, che non si riscontra intera mai, nemmeno tra quelle razze infime dell'umanità le quali men si discostano dalla condizione dei bruti, lascia il luogo, tra le razze più nobili e culte, a una disformità pressochè infinita, la quale va aumentando e facendosi sempre più distinta, come più la civiltà s'innalza e si complica. Ci troviam qui di fronte a un'altra delle massime leggi della evoluzione, ch'è il passaggio graduato e irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; e se questa è legge che governa, non pure la natura umana, ma tutta l'universalità delle cose, come sarà mai possibile che l'arte le contraddica, riducendosi essa sola all'omogeneo? E come potrà, ad esempio, effettuarsi quella fantasia dei realisti, i quali vorrebbero che tutti i generi letterarii fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati dal romanzo, se il processo naturale e storico è, anche in letteratura, appunto il contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva separazione e di continuato differenziamento? Anche in questo caso, come in più altri notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso della evoluzione, cosa che non fa troppo onore a chi mena tanto vampo di scienza.
Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e somiglianze per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a formare come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri psichici, legate in una specie di psichica comunanza, non certo intera ed assoluta, ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un suo special modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo concetto e bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre famiglie, sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano anche per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle tutte. Le grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte hanno origine dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere l'uniformità dell'arte mentre aumenta la disformità degli spiriti, è cosa non meno vana che assurda. Si è questa crescente disformità per lo appunto che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando di ciò s'avrà chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la critica partigiana, dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più se non famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio d'egemonia; e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità nuova d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e questo non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello.
La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza dannose limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario che la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere se non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò che la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò solo che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte; e s'intenderà che un compito massimo dell'arte possa esser quello di significare appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito universalmente, ma segregato e recondito e non comunicabile in altro modo.
La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in vario modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare tutta la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è forse della vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter prendere la sua materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente e nel passato, nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere personale e impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo non potrà essa sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale non mancherà chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse, non mancheranno spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè la vita è fatta di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura più comprensiva e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle entrambe congiuntamente.
FINE.
INDICE
Rileggendo le Ultime Lettere di Jacopo Ortis _Pag._ 3 Il Romanticismo del Manzoni » 25 Perchè si ravvede l'Innominato? » 87 Don Abbondio » 107 Estetica e Arte di Giacomo Leopardi: CAP. I. Della psiche di Giacomo Leopardi » 125 CAP. II. Estetica generale del Leopardi » 146 CAP. III. Il Leopardi e la musica » 176 CAP. IV. Il sentimento della natura nel Leopardi » 189 CAP. V. Estetica della morte » 219 CAP. VI. Classicismo e Romanticismo del Leopardi » 236 CAP. VII. L'arte del Leopardi » 263 Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti » 303 Letteratura dell'avvenire » 349
DELLO STESSO AUTORE
=Poesie e novelle=, 1 vol. in-8º, di pag. 859. L. 3 —
=Studi drammatici=, 1 vol. in-8º, di pag. 327. L. 4 —
=Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo=, ristampa in-8º gr. di pag. XVI-808. L. 15 —
=Attraverso il Cinquecento=, 1 vol. in-8º, di pag. IV-391. L. 8 —
=Miti, leggende e superstizioni del medio evo=, 2 vol. in-8º, di pag. XXIII-310, 398. L. 5 — ciascuno.
=Anglomania=, 1 vol. in-8º, di pag. XXXIV-431. L. 12 —
=Medusa=, 3ª edizione, adorna di 100 disegni di C. Chessa, 1 vol. in-8º, di pag. VIII-292, L. 10 —; legato elegantemente L. 12 —; legato in pergamena e oro L. 15 —
=Le Danaidi=, 2ª edizione, 1 vol. in-8º gr., di pag. VIII-183. L. 5 —
=Poesie (1893-1906)= in-12º di pag. IV-487 con ritratto e fac-simile L. 10 —; legato L. 12 —
=Prometeo nelle poesie= (_è in preparazione la ristampa_).
NOTE:
[1] Questo breve saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova Antologia_, serie III, vol. LVII (1895). Riappare qui accresciuto di alcune brevi note e con qualche leggiero ritocco.
[2] Per quanto concerne le relazioni delle _Ultime Lettere_ col _Werther_, e con taluna delle troppe imitazioni di questo, rimando il lettore ai noti scritti dello ZSCHECH: _Ugo Foscolo und sein Roman «die letzten Briefe des Jacopo Ortis»_ (pubblicato nei _Preussische Jahrbücher_ del 1879 e 1880, e, tradotto, nella _Nuova Rivista internazionale_, febbrajo e settembre 1880); Ugo _Foscolos Ortis und Goethes Werther_ (nella _Zeitschrift für vergleichende Litteraturgeschichte und Renaissance-Litteratur_ del 1890); _Ugo Foscolos Brief an Goethe, Mailand, den 15 Januar 1802_ (nel _Bericht der Realschule am Eilbeckerwege zu Hamburg_ 1894). Per le prime traduzioni italiane del _Werther_, fatte nel secolo scorso, l'una o l'altra delle quali non potè rimanere ignota al Foscolo, vedi APPELL, _Werther und seine Zeit_, 4ª ediz., Oldenburgo, 1896; ov'è da notare per altro che la prima stampa della traduzione del D. M. S. non è del 1796, ma del 1788. Per la storia delle varie redazioni del romanzo foscoliano vedi: MARTINETTI, _Dell'origine delle Ultime lettere di Jacopo Ortis_, Napoli, 1883; DEL CERRO, _Indagini foscoliane_ (nella _Vita italiana_, fasc. 16 gennajo 1897); CHIARINI, _L'edizione dell'«Jacopo Ortis»_ del 1798 (nello stesso giornale, fasc. 16 marzo 1897).
[3] È pur da ricordare a questo proposito che alcuni (a dir vero pochissimi) critici tedeschi non si peritarono di mettere l'_Ortis_ sopra il _Werther_; tra gli altri O. L. B. WOLF, nella sua _Allgemeine Geschichte des Romans_.
[4] _Nuovi saggi critici_, 2ª ediz., Napoli, 1879, pp. 142, 143, 147.
[5] Werther non può ammettere che uomo fortemente innamorato pensi ad altro che all'amor suo; ma gli è un fatto che uomini anche perdutamente innamorati possono pensare a molte altre cose collegandole in qualche modo all'amor loro. In quella povera imitazione del romanzo del Goethe che Carlo Nodier compose da giovane, _Le peintre de Saltzbourg_, il protagonista, Carlo Munster, si lagna di essere proscritto e fuggitivo, d'aver perduto la patria e l'amata. L'Everardo del Lanfrey fu detto dall'autore stesso un Werther della libertà.
[6] Il Cesarotti scorse il pericolo e giudicò le _Ultime lettere_ libro immorale. In un breve, ma acuto scritto, intitolalo _Werther, René, Jacopo Ortis_, CARLO DE RÉMUSAT cercò di mostrare che il romanzo del Foscolo è meno immorale di quello dello Chateaubriand e di quello del Goethe (_Critiques et études littéraires_, nuova edizione, Parigi, 1857, vol. II, p. 125).
[7] Nel 1820 l'autore di un articolo pubblicato nella _Biblioteca italiana_ poneva in un fascio l'_Ortis_, i _Sepolcri_, la _Ricciarda_. e scriveva: «Le _Lettere di Jacopo Ortis_, i _Sepolcri_, la nuova tragedia presenteranno il tuo nome alla posterità entro una luce funerea».
[8] Chi crederebbe di dover trovare le lodi della melanconia nel buon La Fontaine?
Il n'est rien Qui ne me soit souverain bien, Jusqu'aux sombres plaisirs d'un cœur mélancolique.
Ma dei piaceri e della dignità della melanconia s'era già fatto beffe da un pezzo il Montaigne.
[9] Il CANTÙ disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia» (_Ugo Foscolo_, in _Arch. storico lombardo_, anno III (1876), fasc. 1º, p. 17), ma andò troppo di là dal vero. Scrisse il PECCHIO (_Vita di Ugo Foscolo_, 3ª edizione, Lugano, 1841, pp. 259-60): «Invece di procurare di vincere questo umor melanconico, sembrava ch'ei lo nutrisse, e se ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso sentenziò: «La malinconia, dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali, perchè è infermità inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica in tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza».
[10] GIOVITA SCALVINI scrisse a questo proposito (_Scritti ordinati per cura di_ N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi movimenti, il suo sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua testa, calcolatrice degli effetti di tutte queste ciarlatanerie». Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra abitato da uno di que' Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo per me è un mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale fu non poca di quella _egolatria_ che contraddistinse infiniti romantici.
[11] Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e di carattere tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle che si potrebbero pur notare, sebbene non sieno tanto appariscenti, tra il Foscolo e lo Sterne. Sia ricordato di passata che il _Viaggio sentimentale_ fu scrittura assai cara ai romantici.
[12] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova Antologia_, Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e qualche emendazione, esso rimane immutato.
Con questo medesimo titolo: _Le romantisme de Manzoni_, il signor Vittorio Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato in deposito al librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo, dopo non molto, all'autore, fu certo veduto da pochi, e non è più in commercio. Nelle 195 pagine di cui si compone il volume sono molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci si discorre con una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti nei libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul pensiero e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura, un discepolo del Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3, 190); e che cada in tale esagerazione, e in alcun altro errore, per non conoscere abbastanza le origini del romanticismo nostro, del quale per altro ritrae molto bene l'indole e gli intendimenti. Che io, salvo la inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato in modo affatto diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente avvertito da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con l'altro i due scritti. Si può anche vedere nei _Preussische Jahrbücher_ del 1874 uno studio di W. LANG, _Alessandro Manzoni und die italienische Romantik_.
[13] Perciò assai malamente scrisse il PRINA (_Alessandro Manzoni_, Milano, 1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento romantico».
[14] L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse poi a dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa.