Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire

Part 31

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Il realismo di questi ultimi tempi arrecò, senza dubbio, più di un beneficio all'arte in genere e alla letteratura in ispecie, e ha gran torto chi lo nega: l'error suo, spiacente e non perdonabile, fu di volersi accampare, in modo troppo risoluto e troppo impetuoso, come dottrina, armandosi di una intolleranza eccessiva ed astiosa, quale forse non ostentò in egual grado nessuna dottrina passata; vantando una saldezza di fondamenti scientifici, affettando un rigor logico di argomentazione, i quali son cosa assai più di apparenza che di sostanza. Già da molti furono denunciate, insieme con gli eccessi suoi, l'intime e distruttive sue contraddizioni, la inconsistenza di quella che si può chiamare la sua filosofia: prendendo occasione da alcune delle affermazioni più recise e più categoriche de' suoi campioni, io vorrei discutere brevemente, e senza troppo arruffio di ragioni, in queste pagine, i seguenti quesiti: Qual'è la relazione che la letteratura può avere con la scienza? Che sicurezza, o probabilità, c'è che venga a mancare la letteratura detta d'immaginazione? Qual sorte è, presumibilmente, serbata all'idealismo in arte? Quale si può credere che abbia ad essere, in genere, la letteratura dell'avvenire?

Tali quesiti io intendo discutere, non con criterii derivati, come troppo comunemente suol farsi, dal preconcetto, o dal sentimento: ma con criterii di quella luminosa e trionfal dottrina della evoluzione, ch'è la sintesi scientifica e filosofica più compiuta e più alta a cui abbia poggiato insino ad ora lo spirito umano. Se non altro, gli avversarii non potranno rimproverarmi di andare a raccattar gli argomenti in dottrine troppo viete, o non larghe abbastanza. Discorrendo, io mi volgerò, quando all'arte in generale, quando alla letteratura in particolare, secondo dal bisogno o dall'opportunità mi sarà consigliato, e com'anche richiede quell'indissolubile nodo che stringe tutte insieme le arti; ma s'abbia presente che la letteratura, e le varie sue forme, saranno sempre, espresso o sottinteso, il tema mio principale.

II.

E comincio con una negazione.

Io nego che il realismo in arte sia, _essenzialmente_, come troppo volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario del crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così fosse, il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra, in tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà, e contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe letteratura realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai cruda, il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel medio evo non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così l'affermazione che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo appunto al soverchiar della scienza, è una affermazione illegittima, non provata e non probabile. Io non dico già che la scienza non abbia potuto cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo contemporaneo, e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più lo distinguono da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del suo nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni, parecchie delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica, rintracciare, fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per un letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe volte poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se non la incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare, la quale incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza. Quell'arte che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari, di descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli elementi derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata, cercando in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo da ogni generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza della sua produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e sazio ogni più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza, la quale, come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione sua, si costituisce astraendo, e generalizzando si compie.

Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che la pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di legare insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa, è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad ogni giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia. Dei due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza, i realisti vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo una sola persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere più facilmente lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono la poesia ed i poeti. _Nous autres hommes de science_, dice, senza ridere, Emilio Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina; e si sa che per lui e per loro, la letteratura è un'indagine, _une enquête_, la quale vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini scientifiche, osservando, comparando, sperimentando, e deve proporsi il medesimo scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero. Non ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso _documento umano_: la stupefacente denominazione di _romanzo sperimentale_, data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa sorridere chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza lo sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima parte di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera, per i procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si differenzia gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione stessa, e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è provato, cioè, che con le formole non si fanno le letterature, e non si fa nessun'arte.

Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che fa la scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per sè stessa, a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno può essa avere dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi pensate di poterla ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e de' proprii suoi metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi e di lavoro, perchè quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel modo più risentito, a quella legge della specificazione delle funzioni e della divisione del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in pari tempo, uno dei massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo a tal legge, vassi egli innanzi davvero, come pare che i realisti credano, o non piuttosto si torna addietro? In origine scienza, poesia, religione, politica, sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito e nella vita. A poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro di distribuzione, che associa gli elementi omogenei e dissocia gli eterogenei, esse si distinguono e si sceverano, e acquistano, per modo di dire, la nozione, così dei termini entro cui s'hanno a contenere, come delle vie per cui si possono muovere, e delle forme concedute al loro crescere. Gli uffici si separano, e dal patriarca primitivo, che tutti in sè gli accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi atti di generazione, il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato. A lungo andare la scienza si specifica, e la letteratura si specifica: quella rinunzia agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento; questa rinunzia al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente è, il moto normale delle cose, con qual mai ragione si arroga il realismo di contrariarlo, e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi, se così posso esprimermi, nella scienza, mentre la scienza vuole, e più sempre vorrà, serbare intero il suo essere e disimpacciati i suoi moti? Immagino bene la risposta: la letteratura, mi si dirà, deve congiungersi con la scienza, e magari perdersi in lei, perchè la scienza è il vero, e tutto deve ridursi al vero. Ma perchè deve tutto ridursi al vero? Sopra il vero, ch'è una semplice relazione tra l'oggetto e il soggetto, c'è appunto l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita, c'è l'essere, ch'è quanto dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento, ch'è sì gran parte di noi, non possiamo già spogliarci come di un abito logoro. La conoscenza del vero è uno dei bisogni dell'umana natura; ma non è l'unico, ma non è nemmeno il massimo: il massimo è il bisogno della felicità. Anzi può dirsi che sia questo il suo solo bisogno, perchè comprende dentro di sè tutti gli altri. Chi dunque afferma che la letteratura dev'essere ridotta alla scienza, cioè al vero, disconosce la umana natura qual'è, e quale tuttavia sarà, per quanto si muti, in un avvenire ancor molto lontano da noi; e pretende di condurre la letteratura al vero, al solo vero, in virtù di un principio falso. Il verismo, tanto orgoglioso del proprio nome, ha per radice un sofisma.

La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve dissimularsi interamente dietro le cose che narra o descrive, non attraversarsi a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi quanto più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in sè le immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà gli è possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la voce o l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi trascrittore. Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più faticherà il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno spirito che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e urgentissimo studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare e cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di disindividuarsi. Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire a questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a disfare sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita, l'ingegno e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era nato.

Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in piena contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione del soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato dalla dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo spirito, non ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i proprii confini, non si scevera se non con fatica e parzialmente dell'oggetto, cioè dal mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo primitivo la contrapposizione de' due termini, soggetto ed oggetto, è incerta e intermittente, e però egli trascorre del continuo con l'animo nelle cose, e immagina il mondo simile a sè. Non altra è la ragione dell'antropomorfismo, nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco a poco, in virtù di un processo che qui non accade di descrivere, il soggetto si scevera dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini si fa più costante e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza quello sceveramento non è possibile; e nata cresce, mentre il processo continua. Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto, come già questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di voler conoscere uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che alla cognizione dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di scienze, le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive. E se il soggetto non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella letteratura, e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da esplicare e da esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di esprimersi, ed è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere quella nozion di sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è venuto acquistando? Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a ogni modo che s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo anche la nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia combattete. Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a quelle leggi della evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe lasciare alla scienza lo _studio puramente oggettivo_ delle cose; alla letteratura, e all'arte in genere, la manifestazione dello spirito e la libera riproduzione delle cose nello spirito; inteso il tutto con la debita discrezione, senza innaturale rigor di termini, senza angustia di preconcetti.

III.

Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare in più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella che con predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico e i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo, è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata in virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a poco svigorendo negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo dominio di quanto quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto, su cui tutta l'argomentazione si fonda, non solo non è vero, ma è, adirittura, contrario al vero.

In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente) si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi _Principii di psicologia_[537]. L'uomo inferiore ha, checchè si creda in contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente coscienza dei bruti.

La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito, della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in ragione col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non c'è quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è vero, com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso processo armonico di evoluzione.

La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi esperimenta, concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di relazioni, di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti, ma solamente immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia; e certe ipotesi, come quella del Laplace intorno alla formazione del sistema solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle specie, se sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure miracoli di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa, una virtuosità nel collegare i concetti più disparati, quali molti poeti di sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che, mentre osserva o sperimenta, immagina un certo risultamento delle osservazioni e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina uno o più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato della parola, un uomo di altissima fantasia.

So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono di poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato, confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente, un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità, nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso, per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso che nasce essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, prova una certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di fantasia. Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. Il meraviglioso mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, assai più che da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine da una virtù fantastica insufficiente, o per parlare in forma più concreta, da una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva dello spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, e sempre più diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando essa il moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti e le relazioni loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, quelle tenaci associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. Il che non vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica della finzione.

Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il venir meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da errore, il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I poeti e i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia dei poeti dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di leggende del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle _Mille e una notte_ passano per miracoli di potenza fantastica, e pure la fantasia che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella che opera nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro Dumas padre, di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo di personaggi immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo officio, compiere una quantità di azioni similmente immaginate, e il tutto muoversi con certo ordine, con certa conseguenza, e piegare a certi fini contemplati ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, per via di relazioni immaginarie, con personaggi, con fatti, con azioni reali, e tutto ciò senza che il romanziere ricorra, per isciogliere il nodo dell'azione, all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. La forza di fantasia, reminiscitiva e costruttiva, che si richiede a così fatto lavoro è, a dirittura, portentosa, e ve n'ha più in un solo di quei romanzi che non in tutta, quanta è, la letteratura novelliera dell'Oriente.

Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che ha raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, se tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non esclude già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente a nessuna esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo allora non soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso ch'egli ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati nella libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma vivi della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo.

Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi disinteressato da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato ogni vincolo suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose immaginazioni onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo destano negli animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano destare negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori angosciosi. L'episodio di Francesca da Rimini, nell'_Inferno_ di Dante, è certo assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e ciò non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne serenamente la sovrana bellezza.

Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e si afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito, e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire a comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione, o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di lor natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo il dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i sensi, gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò ch'esso è veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà mai, così lieto, che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi talvolta, almeno con la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo di libertà che loro rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia delle universe leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto nella fantasia, parmi assai dubbio, e molto improbabile, che se ne vogliano, per amor del realismo, spogliare.

Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire vie più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà nell'arte? E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini e il modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in quest'altra? Non v'è realista così intollerante e caparbio che non ammetta il libero esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato essa fa il piacer suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma in altre arti non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono essere, dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura, morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se io ho un fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza che mi sia lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, nel marmo, nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, in una melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, in una statua, in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti è cotesta? E parlando della letteratura in più particolar modo, perchè dovrà vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure è l'organo di ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai di quanto possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione loro che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, sempre e in tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto, a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che ci fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo men legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana natura.

IV.