Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire

Part 26

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L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli epiteti. Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici, che servono sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta più particolarmente sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici e musicali che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione rigogliosa e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono elementi determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta misura e giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di semplice ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale gli epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza che gli psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, sono appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore frequenza, come _ermo_, _solitario_, _deserto_, _romito_, _quieto_, _ignudo_, _eterno_, _infinito_, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo suo, e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico, della vita fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente alla caccia di quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte, l'_épithète rare_; nè mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed usurpatori che violentano o contraffanno le cose. Quello che Teofilo Gautier disse trasposizione delle sensazioni è artifizio presso che ignoto al nostro poeta.

Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica, anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri principali.

Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del Leopardi. Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni distinzione fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo stile», sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un deserto inamabile, dove invano cerchi un fiore»[497]. Ma chi mai vorrà acquetarsi a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in quello stile (e qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e poesia) è verissimo; ma non altrettanto vero che sia quello stile un deserto inamabile. Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose del Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino più visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»[498]. Il Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa. Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura solida e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse insomma eccellente prosa di tipo intellettuale[499]. Ma ancora parmi si scosti dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a uno scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se non vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non solamente nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione di frasi e di periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello stile sono la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la chiarezza; doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello che dicesi stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi stile organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire ciò che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore veramente buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel medesimo ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il Leopardi considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» come «quella cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», e della chiarezza disse esser essa il primo _debito dello scrittore_[500]. Ma di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi voleva rifatto _il di fuori e il di dentro della prosa_.

Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai Greci, dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni, egli ebbe in conto di _miserabili_)[501]; ma si tace del nuovo ch'egli introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui seppe, più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie forme tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al Giordani: «L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come fanno i Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma i Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser letti, bisognasse adoperarla»[502].

Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica[503]: notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la prosa «geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte in fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in tutte quelle prose che sanno d'antico»[504]. Che se per entro alle prose di lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che contraddistinguono alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di chi favelli di sè.

Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il maggior luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che delle altre due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca (e più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro la opinione dello stesso Giordani[505], il poeta sostenne essere la poesia alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere prima prosatori per poi riuscire poeti[506]: verità incontrastabile, avvertita da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia intendere quanto sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in prosa ciò che intendon poi di mettere in verso, e perchè un poeta eccellente possa essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore, poeta pessimo[507].

Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito, parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera così piacevole all'occhio come la _y_; che al poeta occorre, non solamente di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe ha un suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, l'occhio è allettato. Se la _visualità_ può menare così lontano, noi non ci dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I versi del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, contano fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma ogni altra letteratura[508].

I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni, ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte immediato e diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia la perifrasi, e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che riconosciuta da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando a' dì nostri chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e squisito. E, per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa armonia generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo poetico, e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario colore de' suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o ben di rado dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un medesimo tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere di farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar questo trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, difficilissimo magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe la sentenza del Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien est supérieur à un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, sdegnando il verso che suona e che non crea, egli non gradirebbe già il verso che creando non suoni, troppo bene sapendo come il suono in questa arte sia forza creativa, il verbo divino che trae dal nulla le cose.

Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So che a taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce scarsa per questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile intender poco le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? tanto possibile, credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. Questa non è virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre vengano insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non d'altro nasce che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo intendere ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza nel comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) che il Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, vogliamo intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della parola, della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, alla natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come ognun vede, dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità della elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di ritmi il Leopardi è maestro grandissimo[509]. L'arte ritmica di lui si dà a conoscere nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella studiata alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime delle sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso, magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo e motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' versi dell'_Ultimo canto di Saffo_, ov'è descritto il volgersi per l'aria del polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto vasto e il tumulto della bufera.

Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito dell'armonia, la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile, soccorsi dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata[510], da quella perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i grandi maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale in nessuna sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile, senza l'opera di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e nella manifestazione de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere rivali: la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il vano desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto, l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano quel senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono di strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone equilibrio, compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi, ora si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e più copiosa fonte della sua poesia.

Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' versi di lui, per esempio nella _Vita solitaria_ e nelle _Ricordanze_, un po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto) come uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire che la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli stessi criterii con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora, che quella tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella poesia del Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in grado di penetrare sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di sentimento. E ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai l'arte di produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle impressioni molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così è più sempre da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro le conseguenze e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente era in lui, riparato il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi dell'organismo, di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per non dire impossibile, scrutare il modo e la ragione.

Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione propria e spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte i tesori dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia alla imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso, altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte l'opera del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni letteratura; e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come di straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli è poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori di lui: poeti eguali a lui non ci sono.

AVVERTENZA. — Erano già stampati i fogli che precedono quando giunse notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le carte leopardiane lasciate dal Ranieri, delle quali è ripetuto ricordo in questo Saggio, le aveva affidate alle cure di appositi commissarii, che debbono prenderle in esame e fare le opportune proposte per la pubblicazione delle inedite.

PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI[511]

Che c'è ora in letteratura, anzi in tutta quanta l'arte, una vera e propria reazione, la quale si va più sempre allargando, ognuno lo può vedere, solo che giri intorno lo sguardo; che tale reazione si esercita, con più deliberato proposito, contro il realismo e le sue varietà, ognuno può facilmente conoscere, solo che ne consideri gli andamenti e i caratteri generali; che essa finalmente, sia effetto e parte di un'assai più generale reazione che si viene compiendo nel pensiero e nella coscienza del tempo presente è cosa che si potrebbe arguire a priori, e che l'osservazione, anche più superficiale e affrettata, fa manifesto.

Per discorrere della reazione particolare, che diremo letteraria, in modo adeguato del tutto, bisognerebbe prima, senza dubbio, discorrere della reazion generale; cercarne le cagioni e le origini; determinarne la estensione e il carattere; delinearne i procedimenti e le forme: ma sarebbe lavoro assai lungo, da non potersi costringere in poco tempo e poco spazio: e, da altra banda, di tal lavoro alcune parti furono già fatte; altre non si potranno fare se non da chi, dopo noi, guarderà questi moti essendone fuori, da lungi. Basterà qui pertanto accennare, o rammentare, le cose e i fatti più appariscenti.

Guardata nel tutto insieme, la reazion generale appare quale un moto avverso alla scienza positiva e al positivismo filosofico. Il secolo, giunto al suo stremo, si riconverte, sembra, a quell'idealismo che, accompagnando, e in parte promovendo, un'altra reazione, ne diresse gl'inizii. Rinasce, se non propriamente la credenza, il sentimento religioso, o almeno quell'inquieto e pungente senso del mistero che ne fa avvertire il bisogno e lamentare la mancanza. Il misticismo s'intrude anco una volta in quella scienza che l'aveva inesorabilmente sbandito; tenta di adulterarne i principii; si sforza di snaturarne i metodi e di offuscarne i fini: e molti, sdegnando gl'incerti compromessi e i connubii illegittimi, gridano che la scienza è venuta meno alle sue promesse, che il suo regno è finito, che la scienza è fallita.

Non sono certo da disconoscere le molte cagioni di indole sociale e politica, e le intricate, e spesso non belle, ragioni di opportunità e d'interesse che concorrono a produrre quell'effetto; ma sarebbe errore il credere ch'esse sieno sole a produrlo. Che altre pur ve ne sieno, più recondite e men facili a scoprire e ad intendere, scaturienti dal proprio fondo della nostra natura e, forse, della universa natura, è fatto palese, parmi, dalla generalità stessa del moto, dalla molteplicità, varietà e rispondenza delle singole manifestazioni sue, e ancor più, se non erro, dal carattere stravagante e dall'insania più che probabile di alcune di tali manifestazioni. Il teosofismo e il magismo acquistano ogni giorno nuovi seguaci. L'alchimia ha i suoi iniziati e promette di nuovo, con la trasmutazione dei metalli, anche la pietra filosofale. L'astrologia torna in onore, e nella stessa Inghilterra, patria di Bacone da Verulamio e d'Isacco Newton, dello Stuart Mill e dello Spencer, anzi colà più che altrove, si rallegra di numerosi cultori, porge copiosa materia a giornali ed a libri. Credo abbia torto il Nordau, o abbia solo in parte ragione, quando nel nuovo misticismo altro non vede se non l'effetto della degenerazione crescente, o un avvedimento e un ripiego politico[512]. Non sono tutti degenerati per certo i seguaci e i fautori delle nuove, o rinnovate dottrine, e basta ricordare a questo proposito come, tra quelli che lo spiritismo conta in grandissimo numero, ve ne sieno notoriamente alcuni a cui la scienza va debitrice di grandi incrementi, e i nomi dei quali godono di celebrità meritata. Quanto alle ragioni politiche, se quelle che il Nordau viene additando possono, sino ad un certo segno, spiegare il misticismo francese, non potrebbero spiegare egualmente l'inglese, o l'americano.

Giova dire che la scienza stessa riaperse al misticismo la porta il giorno in cui, acquistata più sicura coscienza di sè, veduti meglio i proprii confini, confessò la impotenza propria in cospetto dell'_inconoscibile_, e ridestò negli animi il senso sopito del mistero avvolgente; il giorno ancora in cui ruppe la lega malamente stretta col materialismo, e rivendicò la piena libertà dell'indagine, fuori delle angustie di qualsiasi preconcetto dottrinario o settario. Giova dire che già da parecchio tempo, in presenza di tendenze avverse, sempre più minacciose e incalzanti, l'individualismo s'è risentito, s'è accampato con nuovo orgoglio e con nuova arditezza, ha spinto sino al paradosso e all'iperbole certe sue pretensioni, le quali, quanto sono repugnanti alla scienza, che abbattendo o livellando gli orgogli umani, disciplina, consocia ed agguaglia, sotto il giogo di una legge ineluttabile e imprescrittibile, potenze, atti e fortune, altrettanto sono inchinevoli a quel misticismo docile e vago che permette, anzi favorisce, ogni intemperanza di sentimento e di fantasia, e ad ogni più oscuro moto dell'animo dà significato come di rivelazione, e concede ad ogni uomo di foggiarsi il mondo a sua posta; quanto contrarie al positivismo, che ci comprime dentro e sotto la natura, altrettanto confacevoli all'idealismo, che ci leva fuori della natura e sopra di essa.

Di quello che negli ultimi tempi fu detto, un po' troppo arrischiatamente e pomposamente, _spirito nuovo_, una buona parte si può esprimere con le tre sacramentali parole: _rinascenza dell'anima_, le quali, significando al tempo stesso un desiderio e un proposito, un presente e un avvenire son diventate, esplicitamente o implicitamente, la formola dell'arte nuova.

I.

Delle reazioni in genere, e delle reazioni letterarie in ispecie, non bisogna sgomentarsi troppo, nè troppo dolersi. Tutta la storia umana, dalle origini più remote sino al giorno presente, è fatta di azioni che sono al tempo stesso reazioni, e di reazioni che sono al tempo stesso azioni. Certo, sarebbe molto più profittevole, o, per lo meno, più speditivo, al genere umano procedere per via diritta verso quella qualunque meta che può essere segnata al suo corso; ma vuole la nostra natura, o vuole la natura a noi circostante, che quel corso sia un andare a gangheri, lungo una linea spezzata, o un andare in volta, lungo una spirale, con inenarrabile tedio di quanti s'avvedono (e son pochi) della maniera e qualità del cammino, e con inenarrabil fatica di quanti (e sono tutti) vanno camminando a quel modo, e con incresciosa apparenza, se non con evento vero, di vani, anzi nocivi ritorni. Data la necessità di così fatto andamento, si comprende come la ininterrotta sequela delle azioni e delle reazioni appaja, guardata sotto certo aspetto, non in tutto, ma in parte, quasi una sequela ininterrotta di errori e di correzioni, di colpe e di castighi, di eccessi e di repressioni, e quasi uno sforzo continuo ed alterno e mal proporzionato inteso a stabilir l'equilibrio; per tal forma che ogni errore, ogni colpa, ogni eccesso sia come il termine estremo e fatale di un moto che fu, ne' suoi principii, ragionevole e buono; ed ogni correzione, ogni castigo, ogni repressione porti fatalmente con sè il germe di un male futuro. Come e perchè una reazione possa molto più giovare che nuocere, e un'altra molto più nuocere che giovare; come e perchè l'una appaja atta a venire a capo di tutti i proprii intendimenti e l'altra di alcuni pochi soltanto, o di nessuno, è cosa che dipende da infinite ragioni, da intricatissime contingenze, e che vuol essere indagata volta per volta e caso per caso.

La storia delle lettere, come parte della storia generale umana, è anch'essa tutta quanta tessuta di azioni e di reazioni, nei tempi antichi, in quelli di mezzo, nei moderni, con questo solo divario, che azioni e reazioni appajono tanto più rade e più lente quanto più si risale verso gli antichi, tanto più frequenti e veloci quanto più si scende ai moderni. Se ben ci si guarda, di sotto alla molteplicità degli aspetti e delle movenze particolari, si scorgono alcuni principii generali, i quali non mutano, o mutan ben poco, quanto alla sostanza, e con perpetua vicenda si contrappongono, si combattono, si soppiantano. Come più la civiltà differenzia e si complica; come più si moltiplicano, si compongono insieme e s'intrecciano le forme e le funzioni della vita, più la vicenda spesseggia: ond'è che nell'antichità, e poi nel medio evo, vediamo aver durata di secoli moti che in questa nostra età si misurano a lustri.