Part 25
Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e consapevole, sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti interviene il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della inspirazione si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un fiato; come faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle cose sue; e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il salto, se non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata si rinselva[480]. Altri compongono alla ventura, senza sapere dove vanno a parare, e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da fare. Quelli tutto aspettano dalla inspirazione; questi negano che inspirazione ci sia, oppure la fanno consistere in un lungo e paziente esercizio. Ma la inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una finzione poetica; e se Platone e Aristotele nel volerla definire si contraddicono, ciò prova che la definizione è pericolosa e difficile. È dessa un moto che si produce nella parte più occulta e più recondita della psiche, e propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito di togliere in prestito alla scuola herbartiana questa espression metaforica) del pensiero cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga e si irradia; e, data certa condizione statica e dinamica della psiche, si può credere che nasca ogni qual volta una particolare impressione repentinamente sommuova le energie elementari di quella, e provochi un irresistibile concorso e una spontanea coordinazione di svariati elementi e fattori, formando fuori della coscienza un aggregato, che nella coscienza poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione di un picciol mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro, e ch'egli scorge come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che gli sia dato d'intenderne la ragione e la genesi. Intorno a questo picciol mondo si viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle coerenti forme dell'arte.
Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con sola una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo studio e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto comincia a pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un concetto repentino e spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come in potenza, l'organismo del componimento futuro; poi, _formato in due minuti il disegno e la distribuzione_ di esso, se ne rimane ed aspetta. Ma non aspetta in ozio, come altri potrebbe credere; che anzi que' lunghi intervalli cui egli accenna, frapposti fra la prima inspirazione e il _momento_ favorevole al comporre, sono tempi di preparazione feconda. Non v'è rimprovero molte volte più ingiusto di quello che da molti suol farsi ad artisti veri e probi, quando, non vedendo opera delle lor mani, gli accusano e biasimano di perdere il tempo nell'ozio. L'artista vero e probo lavora intensamente anche se paja non far nulla; o, a dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini lavorano dentro di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia), e lentamente maturano l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più particolar modo poeta, che in una od in altra occasione non abbia dovuto meravigliare di sè, vedendosi inopinatamente tanto cresciuta dentro una sembianza, una idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe, non sa d'avere altrimenti pensato. Il germe divenne pianta fiorita, senza suo studio o cura. Così è da credere lavorasse di dentro il Leopardi, quando sedeva immobile sotto una pianta, neghittoso in vista, immerso, in apparenza, in una specie di melanconia attonita. Un cervello meccanico non lavora se non col cómpito innanzi, a tavolino; un cervello organico lavora in ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia e nel sonno. Teofilo Gautier diceva di non cominciare a pensare se non quando cominciava a scrivere; ma calunniava sè stesso, non intendendo che, mentre non iscriveva, la sua mente era occupata, sia pure senza addarsene, in raccogliere, elaborare, accrescere, coordinare quelle infinite immagini che formano la sostanza dell'arte sua[481].
Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi quando dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e fiacco da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere che nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non poter fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e d'essere forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte, come afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma fatica, o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera fede ai suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta a schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi e della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere ch'io vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la facoltà dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se non che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»[482]. Di tali miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito, e si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella; il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le _Ricordanze_, la _Quiete dopo la tempesta_, il _Sabato del villaggio_, e, in parte, il _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_.
Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati o menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e fo tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, non solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero quattro vite»[483]. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano un'ora di bene»[484]. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono tanto più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad esecuzione; perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e per tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati in carta così alla peggio»[485]. E di nuovo al Colletta, dopo un elenco non breve di alcuni de' suoi _castelli in aria_: «Voi riderete di tanta quantità di titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite non basterebbero a colorire tanti disegni. E questi non sono anche una quinta parte degli altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più, e perchè in quelli non potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza molte parole»[486].
Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu rien faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier; c'est à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit dans mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon cerveau»[487]. Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere composto il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in cui, aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo nel comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite più sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna alla _sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere_, di cui era sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava[488]. Ma mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale tardità di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu piuttosto effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non lascia che il poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i racconci; ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare ogni via di ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si ristringa alla parte più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che altro, di ripulitura. Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva con diligentissima cura i proprii manoscritti, e quand'erano troppo infrascati di correzioni, li faceva copiare o li copiava egli stesso.
Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente, senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e che l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si conosce che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure si pensava»[489].
La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già nel senso che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva dal Goethe, il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e lo commovesse dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi a richiesta altrui[490]; ma certamente ancora non _si propose_ mai di far versi, nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam veduto, se l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente si sarebbe tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello. È questo uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione poetica; mentre è segno sicurissimo del contrario l'andare a caccia di temi poetici, e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene troppo con altrui, e chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici nostri, che da prima deliberarono di comporre epopea oppure tragedia; poi, fermato così in generale il proposito, cominciarono a disputare seco stessi o con altri, se dovesse essere epopea eroica o cavalleresca, se tragedia di soggetto greco o latino o moderno, e quanto potessero emanciparsi dalle regole, quanto ad esse dovessero sottostare! La vera e grande poesia nasce dalla plenitudine della mente e del cuore, e come vena d'acqua che venga su dal profondo, scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò diceva il Leopardi che la _smania violentissima di comporre_ non gliela davano altri che la natura e le passioni[491].
Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo del nostro poeta l'organismo poetico.
Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più il poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello che il lettore si sarebbe aspettato»[492]. Non è questo, come altri potrebbe credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo schietto riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia di esso Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che assai volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da fatti particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si allarga a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere. Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi giunga; nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono ad altri poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade di leggere versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di stile, o per inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola, che ha tanta presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo considerava come una creatura vivente:
Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant;
sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in movimento l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare ricordo. Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che ne consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla ordinaria sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità affatto insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine di sentimenti e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così tosto si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si propaga per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori e le idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e provocando di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e complesse: onde avviene che il verso di un passero solitario svegli nel poeta il sentimento angoscioso della solitudine propria, il rimpianto della giovinezza senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro e doloroso avvenire; e la vista di una siepe e lo stormire di poche piante siengli eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii e sovrumani silenzii, e a meditare insieme il passato e il presente, l'infinito e l'eterno; e il tramonto della luna lo faccia pensoso del dileguare della giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto e d'ogni inganno
Ove s'appoggia la mortal natura.
Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto per isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie leopardiane divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò appunto risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di una parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può vedersi in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare dimostrazione, se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso; ma in nessuna si vede così spiccatamente come nella _Ginestra_; la qual poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse per questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la suggestion operi con più forza, e in cui da così modesto principio si svolgano conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla contemplazione universa delle storie e dei destini umani e della natura indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole[493], bisognerà riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi, e bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della _Ginestra_ non la cede a nessuno.
Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo premeva il sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si sentiva meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore che ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta cessi di soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva cessato di piangere sopra sè stesso quando scriveva i _Tristi_; nè Dante aspettò nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; nè quando s'accinse a scrivere il _Paradiso perduto_, aveva il Milton racquistata la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore di desiderio, con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del terzo suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte; e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben disse lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con un secreto intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi lenì l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età del suo dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri![494]
Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi; ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre lontana dal trito e dal triviale. Il _Tramonto della luna_ poggia tutto sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel _Passero solitario_, nella _Quiete dopo la tempesta_, in _Amore e morte_, nella _Ginestra_; per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza; la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore, delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto, senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune delle più notabili: _Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni; unico fiore dell'arida vita_. Più scarse ancora le comparazioni. Nella canzone _All'Italia_ quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta. Un'altra ne abbiamo nel _Pensiero dominante_:
Come da nudi sassi Dello scabro Apennino A un campo verde che lontan sorrida Volge gli occhi bramosi il pellegrino.
Una terza nella poesia _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_:
Come vapore in nuvoletta accolto Sotto forme fugaci all'orizzonte.
Dopo la canzone _All'Italia_, dove la patria depressa ed afflitta è personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone _Sopra il monumento di Dante_, dove, insieme con la patria, sono, tanto o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi non troviamo, da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre personificazioni[495]. Il simbolo è frequente nella poesia del Leopardi, e basterà ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria distesa, vera e propria, non vi si trova.
L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, a mio giudizio, increscevole, nella _Vita solitaria_, là dove il poeta a quella bellissima immagine:
O cara luna, al cui tranquillo raggio Danzan le lepri nelle selve,
appicca questo strascico inopportuno:
e duolsi Alla mattina il cacciator, che trova L'orme intricate e false, e dai covili Error vario lo svia.
Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene, l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni frequenti; e molte delle sue poesie traggono da un contrasto inspirazione e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile, contrasto fra la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia, tra la fortuna e la virtù, ecc.; nel canto _Alla primavera_, e in altri, contrasto fra la felicità degli antichi e la infelicità dei moderni; nell'_Ultimo canto di Saffo_, nel _Consalvo_, nell'_Aspasia_, contrasto fra l'amore e la sorte o la malignità; nella _Sera del dì di festa_, contrasto fra il desiderio e la speranza del piacere e il disinganno; nella _Ginestra_, contrasto fra la superbia e la miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre contrasto fra la natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la illusione e il vero[496]. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la luna, mentre Roma precipita:
Cognati petti il vincitor calpesta, Fremono i poggi, dalle somme vette Roma antica ruina; Tu sì placida sei?
Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte dell'orizzonte, il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a un susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo dissidio, vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio.
E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così volentieri, si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e dello spazio, risalendo alle prime storie del genere umano e agli antichissimi miti, smarrendosi nella vastità de' cieli stellati; dacchè il remoto, per una facile illusione del sentimento e della immaginativa, ci appare, non solo diverso dal prossimo, ma pure in contrasto con esso, e quasi una negazione di esso. Nessuno meglio del Leopardi conobbe l'affascinante poesia di quel lontano in cui l'anima, prosciogliendosi dalle cure angustiose, sottraendosi alla tirannide delle cose presenti e prementi, ritrova e sente tutta sè stessa, e rinnovata e libera si muove e si espande. E qui ancora è una delle ragioni di quel suo quasi culto delle rimembranze, dacchè ciò che l'uomo ricorda con più tenerezza e di desiderio, sempre contrasta, in una certa misura, con ciò che l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se non che s'è dovuto notar da altra banda quanto alle volte il Leopardi si tenga stretto alla realtà immediata e presente. Questa facoltà ch'egli ha di accostarsele e di scostarsene a suo talento acuisce mirabilmente in lui il senso dei contrasti; e dal contemperamento e dalla fusione di qualità che a primo aspetto non sembra si possono insieme accordare, viene alla sua poesia un'attrattiva assai nuova e rara.