Part 24
Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e sino dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, che quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione, a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò che per gli altri è una _festa degli occhi_, doveva essere per lui un tormento; e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte gli spettacoli teatrali[467], de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure talora a compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, non la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. I sensi possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria delle percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione loro; e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale non ostante la imperfezion della vista; un uditivo non ostante la imperfezion dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai migliore vista e miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, dirsi nè visuali nè uditivi.
Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia punto un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante ancor essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con le parole la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così detti impressionisti del tempo nostro non veggono più la linea, il contorno, ma soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il Leopardi avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo da fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, come s'è già notato, da opere di scultura[468].
Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati, e spande intorno la _divina luce_, l'_alma luce_, l'_etereo lume_, e colora il cielo delle rose della _tacita aurora_ e delle porpore del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettando _i tremoli rai_, brilla sui campi, e fa rosseggiare il _tetto del villanello industre_, e _naufrago uscendo_ dalle nuvole antiche l'_atro polo di vaga iri_ dipinge, e
folgorando intorno Con sue fiamme possenti Di lucidi torrenti
innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le _purpuree faci delle rotanti sfere_, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la _notturna lampa_ tralucente dai balconi, e le _ardenti lucerne_, e contemplavano da lunge
il baglior della funerea lava Che di lontan per l'ombre Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto allo spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni in Firenze[470]. E non fu così povero visuale che non riuscisse a far vedere a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di salire il colle e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa spartana che sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe vinto dal fato, ma non domo,
Quando nell'alto lato L'amaro ferro intride E maligno alle nere ombre sorride;
e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba; e la vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli che ruzzano sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa bottega, al lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in tutt'altr'ordine d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio e le rovine della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e ricordate non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto spiccati, ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e contemplatore di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse dentro abbastanza intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto di parlar di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti moti dell'animo, che importavano altri modi di manifestazione e di espressione. Non bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto un intellettuale e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la vivezza delle idee e dei sentimenti superi quella delle sensazioni e delle percezioni; e che queste, senza perciò essere di necessità deboli, servano, più che ad altro, a suggerire e muovere quelli. La immagine della Silvia è appena accennata: negre chiome, occhi ridenti e fuggitivi, sguardi innamorati e schivi, un atteggiamento di persona gentile, che lenta e pensosa ponga il piede sopra una soglia. Ma notisi, per altro, come in quei pochi versi le immagini non ottiche propriamente riescano, per via di associazione, a suscitare immagini ottiche; sicchè da ultimo, la Silvia noi crediam di vederla. La immagine della Nerina si può dire che non sia nemmeno accennata. Quella dell'Aspasia si delinea e si colora un po' più: alle denotazioni vaghe e generiche si aggiungono, in una certa misura, le precise e specifiche. La _superba visione_, l'_angelica forma_, è vestita del _colore della bruna viola_, offre all'altrui sguardo _niveo collo, man leggiadrissima_, lascia indovinare il _seno ascoso e desiato_, e appar da ultimo viva e salda,
inchino il fianco Sovra nitide pelli, e circonfusa D'arcana voluttà,
in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel pittore, o per lo scultore.
Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose, si piace di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli; e a quelli il lettore può poi risalire per la via dell'associazione e dell'induzione. Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi desterebbe la vista della realtà, se l'avessimo presente, ci dà modo, con isquisito magistero d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di ricreare quella realtà. Sì fatto procedimento appar manifesto, più che altrove, nella canzone _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_. Un altro poeta avrebbe forse tentato di far rivivere la bella donna morta e di farcela apparire davanti, descrivendola minutamente: il Leopardi non descrive; ma ricorda quel _dolce sguardo_, che fece tremare ognuno in cui s'affisò; quel labbro, da cui, come da _urna piena_, traboccava il piacere;
quel collo cinto Già di desio; quell'amorosa mano Che spesso, ove fu pôrta, Sentì gelida far la man che strinse; E il seno, onde la gente Visibilmente di pallor si tinse.
Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente, la fanciulla del _basso rilievo antico sepolcrale_[471].
Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia ritrarre singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli non descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire al descrivere. Così, per esempio, nella _Vita solitaria_, la scena del lago
Di taciturne piante incoronato,
si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne' versi del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel riconoscere che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed accenni negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che s'increspi, non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo, non farfalla che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto negativo del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo obblia; e nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non sono immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il poeta al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il poeta ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, soggiunge:
Lingua mortal non dice Ciò ch'io provava in seno.
Così, finalmente, l'_erme contrade_ che si stendono intorno a Roma non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella _Ginestra_, quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al passeggiero. In quella stessa _Ginestra_ sono, del resto, le più compiute descrizioni che il Leopardi abbia fatte[472].
Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma tale manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto della deficienza del senso, quanto della subordinazione del senso al sentimento e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion necessaria di alcune, a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua. Ad ogni modo gli è cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando traduce, per così dire, i termini del mondo esteriore in termini del mondo interiore, riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e di sodezza che molte volte si desidera invano in poeti che descrivono a lungo e minutamente. Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio sentimento le cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii sentimenti facendo attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con l'ajuto de' sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto quando traduce, perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici di una poesia tutta giovanile quale il _Primo amore_ (lo scalpitar dei cavalli nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della _Quiete dopo la tempesta_ e del _Sabato del villaggio_; e qua e là certe descrizioni vere e proprie, come quella della procella notturna nel frammento, giovanile ancor esso, che comincia _Spento il diurno raggio in occidente_, e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella _Ginestra_; mostrano che non si può accogliere senza qualche riserbo la opinione espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al Leopardi mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore[473]; e mostrano essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non potersi ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e come la natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise.
Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè che il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli, come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire che il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi fu quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma o di colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e inconsapevolmente inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è tolta negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo dalle cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che acustiche. Così è che il poeta dirà volentieri _sibilanti selve, etra sonante, echeggiante arena, ululati spechi, tacita aurora_, ecc. ecc.; e volentieri si servirà di termini di suono per far sorgere in noi le immagini delle cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel suono; e facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai pensieri stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che per la via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia che si tacciano sonnolente (_tacita selva, taciturne piante_), sin che susurrino al vento (_l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De' faggi Il murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; — susurrando al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva_). Dell'onda alpina il poeta noterà l'_inudito fragore_, e della lava, il suono che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano e nella quiete dei campi sonerà _arguto carme d'agresti Pani_. La fanciulla della _Vita solitaria_,
Che all'opre di sua man la notte aggiunge,
è quasi tutta nell'_arguto suo canto_; e nel suo _perpetuo canto_ è quasi il più della Silvia, e nella _gioconda voce_ il più della gloria. L'artigiano che _a tarda notte_ riede _al suo povero ostello_; l'altro che, cessata la pioggia viene a guardare l'_umido cielo_; il carrettiere, sotto _l'estremo albor della fuggente luce_; il _faticoso agricoltore_ smarrito in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun col canto; lo zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I _nuovi nati_ miagolano. E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che non gli aspetti degli animali: il _canto de' colorati augelli_, e in ispecie quello del passero solitario, ond'_erra l'armonia_ per la valle; l'usato _verso_ della gallina: lo scalpitar dei cavalli impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar degli armenti; il canto
Della rana rimota alla campagna.
Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e discernere i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un sospirar di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli; un stridere del carro che riprende il cammino; il _lieto rumore_, che fanno i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle _tranquille opre de' servi_: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo; la voce delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che viene; un _tonar di ferree canne_
Che rimbomba lontan di villa in villa;
il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e non ascolta il Leopardi, se nemmeno il _romorio De' crepitanti pasticcini_ lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli s'industria di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore di suono; onde il _calpestio de' barbari cavalli_ sta a significare le invasioni barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè nell'armi, in un _fragorio_
Che n'andò per la terra e l'Oceáno;
la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime in uno _sconsolato grido_; e al _grido_ degli avi, e al _suono_ dei popoli antichi, si contrappone il _suono_ dell'età presente. Il poeta dirà _sera delle umane cose_ e _infelice scena del mondo_, metafore suggerite da immagini visive; ma dirà pure _suono della vita_, e _ascoltare il flutto dell'ore putri e lente_. Affacciandoglisi al pensiero la morte, egli súbito corre con la fantasia
al suon della funebre squilla. Al canto che conduce La gente morta al sempiterno obblio.
Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un visuale del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale.
Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono rintracciar ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto vi si accusa appena in pochi epiteti, di cui _molle_ è uno de' più frequenti[474]. Il gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto _amaro_. L'olfato vi tiene un po' più di luogo con molta uniformità di epiteti generici: _primavera odorata, odorate piagge, odorati colli, Eden odorato, selve odorate della ginestra, dolcissimo odore della ginestra, profumo di fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti di fiori, fumo de' sigari odorato_. La immagine di Aspasia è nella fantasia del poeta associata col ricordo del profumo _de' novelli fiori_ onde erano, certo giorno, _tutti odorati_ gli appartamenti della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare qualcosa, e trarci magari a discorrere di certe peculiari forme di erotismo, se la povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in modo, a mio credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel Leopardi. Leggiamo, gli è vero, nei _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_: «E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori: perchè giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di sè, che qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto; e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser fatto pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»[475]; ma tutto ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che quelle parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento della iperosmia del poeta[476]. Siamo qui ben lungi da quella iperestesia olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire; ma siamo anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni sensorie. I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse, ma non pervertite.
Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi; ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e di torpore di cui fanno ricordo la _Vita solitaria_ e il _Risorgimento_; e se il muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno, ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di moto. Egli dirà che la primavera _esulta per li campi_ e il nembo _per l'aere_; che il tuono erra _per l'atre nubi e le montagne_; che l'aura, e il canto del passero solitario, errano per i prati e la valle. L'amore è una _formidabil possa_ che tutto avvolge. Lo spirito erra pel delizioso mare della musica come
Ardito notator per l'Oceáno.
Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di moto:
Noi l'insueto allor gaudio ravviva Quando per l'etra liquido si volve E per li campi trepidanti il flutto Polveroso de' Noti, e quando il carro, Grave carro di Giove, a noi sul capo Tonando il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar giova tra' nembi, e noi la vasta Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto Fiume alla dubbia sponda Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne tessè l'_Elogio_, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille giri, e cangiar luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non istare mai fermi, e, insomma, esercitare continuamente il corpo. Al tranquillo raggio della luna egli vede danzare le lepri nelle selve; e, al sopravvenire del giorno, la fiera agitar per le balze la _plebe delle minori belve_. Vede, sui campi di battaglia, _fluttuar_ fanti e cavalli[477]: vede
intralciare ai vinti La fuga i carri e le tende cadute.
Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale _sterminatore_. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a significare e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà _l'onda e il turbo degli affetti_; dirà che, _violento irrompe nel Tartaro_ chi si dà volontario la morte. L'italica virtù giace _divelta nella tracia polve_;
dalle somme vette Roma antica ruina.
Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e vivissime:
Prima divelte in mar precipitando, Spente nell'imo strideran le stelle;
Ma se spezzar la fronte Ne' rudi tronchi, o da montano sasso Dare al vento precipiti le membra.....
Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato _A un vincitore nel pallone_. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto[478].
Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire che nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente come taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento operino assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare davvero assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con altri poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo bisognasse altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue poesie dove si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra mai atta a suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi paralleli di altri poeti. Leggasi il canto che appunto _Alla primavera_ s intitola; leggasi il _Passero solitario_: ben si sente in que' versi la primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si muovono dentro.
Primavera dintorno Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e di tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe) esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della diversità grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de Lisle, come _La Bernica_ e _L'aurore_. Più che un visuale, il Leopardi fu un uditivo.
Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte leopardiana, e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza con l'intelletto e col sentimento.
Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta: «Io non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello»[479]. Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione, dacchè ci fa instruiti di cose che importano; non meno alla storia psicologica che all'arte del nostro poeta.