Part 22
Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo la distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale, quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che può dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè vana; non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo che la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere che il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga del sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che una certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano a dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo, un pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo tedesco o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove, non fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu un gran ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno degl'institutori massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che fu uno dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un grandissimo ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo dei filosofi francesi.
Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che certo non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento può tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma sono, specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più proprii dei romantici che dei classici.
Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto a sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la _melanconia dolce_; quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (_Wonne der Wehmuth; Trost in Thränen_), fu detta dal Leopardi più _dolce dell'allegria_[406].
Il rimpianto, quello che i francesi dicono _regret_, non fu molto famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia nel futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie in lacrime udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia; e così Enea, ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e passeggiera, che non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio vano dell'irrevocabile. Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo di Roma e de' suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo d'Augusto. L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi ebbero in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la virilità gagliarda e operosa: i romantici per contro, e con essi il Leopardi, predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la illusione, e l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può abbandonarsi liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand adorò la propria giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita. Il Leopardi pianse la propria quando, _amara e deserta_, era ancora presente; la pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse la fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti quelli che pensano e sentono»[407].
Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa essere della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani»[408]. Opinione che avrebbe scandalizzato un antico, ma non il Pascal[409], non i romantici. Non ci fu quasi romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. «Je crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», gemeva, non senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je ne m'apercevais de mon existence que par un profond sentiment d'ennui». Del tedio della vita, che comincia, si può dire, a prender forma moderna nell'anima di messer Francesco Petrarca, non accade discorrere. Il Leopardi l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima di romantici; e questo sentimento, quanto lo avvicina senza ch'egli se ne avvegga, ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. Il Leopardi non espresse per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di cui lo stimò degno lo Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode i pensieri e le sentenze di Cristo intorno al mondo, e in più particolar modo avvertì: «Il mondo nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi»[410]. E all'ascetismo cristiano lo raccostano ancora l'avversione alla scienza, ch'egli ha comune col Werther, e l'opinione che sia vana, e oziosa veramente, ogni umana operazione.
Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso ed acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la terra, si vede che il Leopardi dà al _cuore_ una preminenza che gli antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente conceduta dai romantici. Dai _tristi e cari moti del core_ riconosce il poeta ogni dolcezza di vita;
Da te, mio cor, quest'ultimo Spirto, e l'ardor natio, Ogni conforto mio Solo da te mi vien[411];
e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra, dice al proprio cuore:
Posa per sempre. Assai Palpitasti. Non val cosa nessuna I moti tuoi, nè di sospiri è degna La terra[412].
Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è tutto? E come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come il Rousseau celebra il Leopardi la sensitività. Nel suo _cormentalismo_ il Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un certo equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento.
Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel Leopardi, com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora è cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia del Leopardi intitolata appunto _L'Infinito_, e confrontisi con questo passo di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout. Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je ne raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une sorte de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais avec ravissement à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me perdre en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers; j'aurais voulu m'élancer dans l'infini»[413]. A queste parole, e a quelle del poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per una parte nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi romantici d'ogni lingua.
Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza e dignità che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia, giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu, nel romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente. Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito da alcuni un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che maniera, la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella conclusione che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men classico che romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a conoscere, se non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella di poeta e di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che la ragion prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute; ma ce ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare la professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una menomazione dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a un officio stabile. Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi. René, Obermann, non si sa che cosa facciano. Rolla non ha imparato a far nulla:
Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible: Un gagne-pain quelconque, un métier de valet, Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414].
Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero[415]. Il suo esagerato soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di occupazione, e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal Ranieri si trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane che comincia con le parole: _Re delle cose, autor del mondo_, e dove il poeta si vanta d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e l'apostolo della sua religione[416].
Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali del Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni e opinioni, in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono la letteratura e l'arte.
Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora, che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è vera poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva al Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema dell'Arici se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella opinione ch'io n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si metta alla stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre un altro sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso, non bastava quello che avevamo?.... In Italia è morta anche la facoltà d'inventare e d'immaginare, che pareva e pare tuttavia così propria della nostra nazione»[417]. Ricordiamoci a questo proposito che il Keats diceva essere l'invenzione la stella polare della poesia, e che lo Shelley definiva la poesia la espressione della immaginativa[418].
Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto era da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale gli pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri aveva insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; «la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto _il di fuori e il di dentro della prosa_, e si doleva che la fortuna gli avesse tolto ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella presentemente non si sappia neanche sognare»[419]. Se ne togliamo quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno[420], che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano essi per l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E bene o male, che non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, non tentarono di rifare ogni cosa?
L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire che sia tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. Il Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, e credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura[421], volle letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie parole tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue lettere al Giordani egli accennava ad una letteratura _non segregata dal popolo_, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona de' nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni, i desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de' loro compatriotti e contemporanei»[422]. Il poeta deve scrivere per il volgo, e la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di poi[423]; e nel già ricordato disegno di uno scritto sulla condizione delle lettere italiane affermava novamente esser necessario «di render qui, com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera italiana, adatta e cara alle donne e alle persone non letterate», e batteva sulla «necessità di libri italiani dilettevoli e utili per tutta la nazione»[424]. Perciò parlava con disprezzo di quella letteratura che tutta consisteva in far sonetti e versi latini[425]; e vagheggiava di scrivere libri atti a muovere gl'italiani e rigenerare la patria, vite del Kosciuszko e del Paoli, ecc. Forma molto acconcia a tal fine parevagli quella del romanzo storico e della biografia; e pensava l'autore di sì fatti libri dovere avere tutte le virtù dello storico, senza però volere far opera storica propriamente, ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile piacevolezza dei racconti»[426]. Voleva letteratura dilettevole, parendogli che «il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse «un vero malefizio al genere umano»[427]. Giunse persino a dissuadere dal far versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni[428]. Veggasi ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre formola: _l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo_[429].
Fu notato da un pezzo che il _Consalvo_, a cominciare dai nomi dei personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e dove), è cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di romanticismo persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo di quella _Storia di un'anima_ che il Leopardi avrebbe voluto comporre? Sotto questo titolo di sapore prettamente romantico, doveva venir fuori un «Romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte»[430]. Una specie di _Werther_, come si vede.
Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che dissentisse in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata la lingua italiana _sovrana, immensa, onnipotente_, di gran lunga superiore alla francese; ma già sentiva, contro la opinion del Giordani, di dovere attingere alle fonti popolari[431]. Più tardi gli entrava qualche dubbio circa l'assoluta superiorità della lingua italiana; e contro la comune opinione dei puristi e dei classicisti, s'avvedeva «che anche la notizia di più linghe conferisce mirabilmente alla facilità, chiarezza e precisione del concepire»[432]; e pensava di scrivere un libro intorno alle lingue meridionali, cioè greca, latina, italiana, francese e spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo e non di cruscante. Gli era venuto a grandissima noja quell'eterno battagliare che si faceva in Italia intorno alla lingua senza risolver mai nulla, e si raccomandava allo Stella perchè non lasciasse sapere a nessuno che gli compendiava il Cinonio, temendone infamia di pedante, e d'esser posto dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella classe, dalla quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto cercato di separarsi»[433]. Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno che l'Italia avesse una lingua adatta ai tempi e alle necessità della nazione; onde, mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero italiani e non barbari, voleva pure si sciogliessero una buona volta dai lacci di quel purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal mondo, e il Vocabolario avessero in conto di consigliere e d'ajutatore, non di tiranno[434]. Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva, come avrebbe potuto dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi _oramai cadevano, non sulle parole, ma sulle cose_[435].
I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia in prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa fosse adoperata in luogo del verso[436].
Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene scrivesse alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa la letteratura per un buon secolo»[437], non fosse poi tanto avverso ai romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora dalle sue relazioni con l'_Antologia_, e da certi giudizii suoi sopra alcuni dei più grandi scrittori del tempo.
L'_Antologia_, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole contrarie, fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica, e fece, con più temperanza, in Italia quello che il _Globe_ in Francia. Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del classicismo, davano assai volentieri addosso all'_Antologia_, non sempre per ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per quelle. Sollecitato infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e di che più gli piacesse, il Leopardi nell'_Antologia_ non istampò se non un saggio delle _Operette morali_[438]; ma non è quasi lettera sua al Vieusseux stesso ove non si leggano grandissime lodi di quello ch'egli apertamente chiamava il miglior giornale d'Italia[439], mentre non celava punto il proprio disprezzo per la _Biblioteca Italiana_, con la quale ben presto si ruppe, e pel _Giornale arcadico_, entrambi avversarii fierissimi del romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al Tommaseo, prima che si guastassero[440], e al Montani, senza aspettare che questi abjurasse: e il Montani, levando a cielo i versi del Leopardi, malmenati dagli arcadi[441], affermava di udire in essi «la voce di un fratello di Werther»[442]. Il precetto che nell'_Antologia_ dava il Tommaseo, combattendo la mitologia: «scrivere come il cuore li detta; e scrivere a giovamento dei più», non poteva non avere l'assentimento di quel Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole in tutto consone a queste.
Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori contemporanei. Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani, gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826, leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono veramente molto»[443]. Il Goethe un mistico e un visionario! Strano troppo che al possibile autore della _Storia di un'anima_ non avesse almeno a piacere il _Werther_; ma è da ricordare che il Leopardi non seppe di tedesco.
Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè male[444], parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, com'è noto, lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, classica e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il Leopardi scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive e calde come la tua»[445]. Dell'Hugo, il quale, dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne anche in Italia, non una parola[446].
Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi rintracciando le infiltrazioni romantiche[447], il Leopardi ebbe, in tempi diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818, stampate in Roma le due canzoni _All'Italia e Sul monumento di Dante_, il giovane poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a colui che, con pochissimi altri, sosteneva l'_ultima gloria_ della patria. Più tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede del Monti un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto ammirativo dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa e del verseggiare, ma soggiungendo poi subito che gli mancava «tutto quello che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e profondo, sia sublime, sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta dell'orecchio e non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante freddezza e aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, per esprimerli elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro che tradurre i classici[448]. Che cosa avrebbe potuto dire di più un romantico?
La _divinizzazione_ che del Manzoni fece il Tommaseo nell'_Antologia_, e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva al Leopardi[449]; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri gli davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto del 1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei _Promessi Sposi_, scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo lodavano[450]; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità e degno della sua fama»[451]. Il Mamiani riferì un giudizio del Leopardi sui _Promessi Sposi_, sfavorevole nei rispetti civili, ma non in quelli dell'arte[452]; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso poeta scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e rispettabile»[453]. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco, ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo, meno il romanzo che quei di casa già possedevano[454]; e in quello stesso mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»[455].