Foscolo, Manzoni, Leopardi: saggi Aggiuntovi preraffaelliti, simbolisti ed esteti e letteratura dell'avvenire

Part 21

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E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava un po' più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi sconosciuto, «e la filologia quasi interamente abbandonata in grazia dell'archeologia»[369]. Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio delle lingue e delle lettere classiche vedeva così negletto come in Milano, dove difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta trovare «una edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5 o al 6 cento»[370]: e della causa dell'antichità facendo in certo qual modo la propria, diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino, in Bologna, in Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta e grassa Lombardia»[371]. V'è qualche esagerazione in questi giudizii; ma è da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non si parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva tutta la letteratura milanese[372], e che in Lombardia non era quasi altro studio che di pedanterie[373]. Egli aveva gli occhi e l'animo così fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva giudicare ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva disegno di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiava _sul gusto della Ciropedia_; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti capitani e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e Plutarco[374]. Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi in libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì in petto ai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si scaldasse molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio, in una lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere che si scaldasse pochissimo[375].

Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando Grillenzoni: «Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e le meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»[376]. Passi per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a ridire. Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal Carducci che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per così dire, la purità del sentimento greco»[377]. Certo il Leopardi si sarebbe sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo un romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico alcune parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare quel nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella la prima parte di un _Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, ovvero intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme sulla poesia moderna_[378]; ma quella prima parte non fu mai stampata, e la seconda non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli non la pensava come l'autore delle _Osservazioni_[379]. In sul principio del 1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allora presente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di comporre in séguito[380]; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno, lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere, come di cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più in là che il disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento preso dalia letteratura _verso il classico e l'antico_, giudicandolo buono, anzi necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali e del tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle parole...». Ci si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne, per sapere dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva ancora dimostrare «la necessità di adattarsi al gusto corrente», «la falsità di ciò che forse si giudica, che il buon gusto non si possa trovare in libri nazionali e da contemporanei, l'uso costante di tutti i grandi scrittori di scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o greca, o latina ecc.... la discordia tra le nostre opere e quelle degli antichi, che vogliono imitare, quando queste erano pel tempo loro, e le nostre per il tempo degli antenati, quando a volerli imitare doveano effettivamente essere per il presente ecc.»[381]. Questi pensieri, maturati e messi in carta, secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823, sono probabilmente alquanto disformi da quelli espressi nella prima parte del Discorso testè citato; ma quanto disformi, non siamo in grado ora di dire. Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a quell'andamento della letteratura _verso il classico e l'antico_, io quasi non iscorgo in essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora non potessero e non dovessero consentire: e quando il poeta ricorda in più particolar modo che gli antichi scrissero pei tempi loro, e che i moderni, volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere pei proprii, sembra d'udire il discorso di quegli apostoli della nuova scuola i quali dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici dell'antichità. Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste classica esagererebbe di certo; ma chi dicesse che il classicismo di lui fu più di forma che di sostanza, e che egli non fu quell'antico che a primo aspetto può parere altrui, direbbe cosa, a mio credere, che ha molte parti di vero. Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe in sè del romantico assai più di quanto potesse egli immaginare, assai più di quanto fu giudicato da altri.

A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro fece della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui; 3º, certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro, la gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo, le quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan fatti per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione, e direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti. Al qual proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina e una pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi, e, ancora, che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di parecchie.

Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia (classica, s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio distinguersi e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono conservata all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono l'arte non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita, magari per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che la mitologia e l'_antimitologia_ diventano per le due contrarie fazioni quasi segnacolo in vessillo.

Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto diverso da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non immuni, del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la mitologia come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria e, tutto il più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi invocano gli dei dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla lor religione, e ne narrano i casi come se fossero avvenuti davvero. Il Leopardi considera il mito come cosa irreparabilmente passata e perduta, e appunto perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle e dolci fantasie per la cui virtù parve vivere la natura e conversare con l'uomo. Il canto _Alla primavera o delle favole antiche_ è documento mirabile di quel giudizio e di quel sentimento, a cui nessun romantico, che abbia fior di ragione, può voler contrastare. Tale rimpianto ricorre con molta frequenza nei poeti moderni; ma troppo avrebbe disdetto a classicisti puri, i quali non potevano, senza strana contraddizione, deplorare la morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano di tener vivo[382]. Ora tra alcuni di quei moderni e il Leopardi è, per tale rispetto, questa diversità, che essi, nel mito, lamentano piuttosto la perduta bellezza, il Leopardi piuttosto la perduta illusione. Non volendo moltiplicare i raffronti, mi contenterò di un pajo. Il Keats incomincia il suo poema _Endymion_ con un saluto alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già Alfredo De Musset, si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo antico.

Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée! Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel Aux siècles glorieux où la Terre inspirée Voyait le ciel descendre à son premier appel![383]

Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo della _vittoriosa Bellezza_, innanzi al cui altare avrebbe voluto prosternarsi adorando. Nel carme intitolato _Hypathie_, il poeta, esaltando la paganità a fronte del cristianesimo, esclama:

l'impure laideur est la reine du monde, Et nous avons perdu le chemin de Paros.

Les Dieux sont en poussière et la terre est muette: Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté. Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète L'hymne mélodieux de la sainte Beauté.

Un'altra poesia, intitolata _La source_[384], finisce con questi versi:

Telle que la Naïade en ce bois écarté Dormant sous l'onde diaphane, Fuis toujours l'œil impur et la main du profane, Lumière de l'âme, o Beauté!

Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza; ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, nel quale infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo Schelling, della universa significazione e del perpetuo valore di esso; conscio ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere, mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con ciò il Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti poeti di questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti ricordare per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che del mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella _Légende des siècles_ e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si giova ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la _Storia del genere umano_, il _Dialogo di Ercole e di Atlante_, la _Scommessa di Prometeo_; e non è possibile non avvertire la diversità grande che per questo rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie inglesi, ne' cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto alla leggenda arturiana o alla saga settentrionale.

Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione e di consuetudine. _Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo, Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio di numi_, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono _rari nantes_, formule puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e quasi, passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono. Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio nella sua brutta _Anti-mitologia_, ricordava con lode il nome del Leopardi, come di uno che avesse intese le buone ragioni dei romantici, e s'opponesse alle usanze assurde dei classicisti:

Leopardi, Forte in alti pensieri, inni già intuona, Che se fien gravi all'ammollito orecchio Della plebe vivente, saran fiamma Alla età che succede; e cammin nuovo Segna a chiunque la virtude ha cara[385].

E non dimentichiamo che nella _Ginestra_ il poeta si ride della illusione degli uomini che _favoleggiarono_ gli autori delle universe cose discesi in terra per cagion loro, e schernisce i _rinovellati sogni_; dove, se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca una nemmeno alla mitologia. E ricordiam di passata che nella _Scommessa di Prometeo_ si parla con assai poca reverenza delle muse e degli altri dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica che mitica.

Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi, parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della natura. Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una variante del _délire champêtre_ del Rousseau; romantica, più tardi, quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte della natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi, sebbene per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller. I classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel loro canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente parlando, la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera. Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, una festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede di più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per ciò appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in quelle terzine dell'_Appressamento della morte_, che sono del 1816, tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young e di Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa che già aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, ecc., e cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto della civiltà.

Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere antica nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio rimasto memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono modo di conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei chiostri se ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani hanno tutti uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta conoscerne le variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento della misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse nascere di regola da esperienza di nocumento sofferto nella persona o negli averi, o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci rappresentano Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine e malvagità degli amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore di seduzione e di contaminazione. _Quoties inter homines fui, minor homo redii_, lasciò scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare un amico di San Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. Il cristiano, certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, come quello che poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla creatura per meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli asceti che abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere più sicuri di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, divenuto troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, pare che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca da quella conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare tutto quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e squisita cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora egli s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà e a quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto nascere, e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non essere fatto, immaginandone un altro più amabile e degno.

Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta. Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono»[386]. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»[387]: e, rinnovando la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta di ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno[388]; e che la natura ha inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che naturalmente l'animale odia il suo simile[389]. Il _Dialogo di Ercole e di Atlante_ è tutto in disprezzo delle cose umane; la _Scommessa di Prometeo_ vuol fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio e spregevole degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo il secolo della morte[390], deride i trovati e le macchine[391], dice il mondo presente essere nelle mani dei mediocri[392], anzi tenere il campo la nullità[393], si burla della sapienza dei giornali, delle masse, della perfettibilità infinita, delle scienze economiche, morali e politiche e di tutte le altre belle creazioni di questo _secolo di ragazzi_[394]. Definito «il mondo una lega di birbanti contro gli uomini da bene e di vili contro i generosi[395],» voleva guerra ad oltranza; e già sino dal giugno del 1821 aveva scritto al Brighenti: «Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla sua parte non ha altri che sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi ceda anche per un momento... Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo»[396]. E chi sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si conoscessero quelle parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora inedite e occulte.

Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al Giordani: «Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della virtù mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de' tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi; e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi par più degna di esser contesa»[397]. Negli sciolti al Pepoli biasima l'egoismo. Nel _Dialogo di Timandro e di Eleandro_ dice di non poter odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto inabile e impenetrabile all'odio»[398]. In una lettera al Brighenti si legge: «Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci scambievolmente, e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione, l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco _un animale senza cuore_, sono cose che mi spaventano»[399]. E nel XXXII dei _Pensieri_ si dice che chi ha più intelletto ed esperienza meno disprezza; che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima di sè disprezzano gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a pregiare che a dispregiare». Quale luogo l'idea umanitaria tenga nella _Ginestra_ non è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere ricordato che pel Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della morale è la simpatia, che nasce dalla sensitività.

Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del romanticismo dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo sono da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e in direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono insieme; una corrente che diremo filantropica, e una corrente che diremo misantropica. Il _bel tenebroso_ fugge la compagnia de' proprii simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo. René disse: _La foule, ce vaste désert d'hommes_. Saint-Preux aveva detto: _J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du monde_. E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à mon aise que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette disposition d'âme, que dans les circonstances les moins importantes, quand je dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble, et mon mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»[400]. Il Leopardi chiama il mondo _formidabile deserto_[401]. Il nano misterioso di Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii simili: il Leopardi accusa la luna se umani aspetti scopre al suo sguardo[402].

Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai «la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo», quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona indole, e d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli antichi era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata e solitaria[403]; e ancora quando disse essersi la stirpe umana, per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti uomini[404]; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo. Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo fu propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto della _Edinburg Review_ dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique contre les institutions présentes de la société»[405].

Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha con Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino con Rolla, e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo fu detta appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha comuni con essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè essi sono, con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, vere e predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza che anche il Leopardi, se fosse personaggio immaginario anzichè reale, potrebbe essere una creatura del romanticismo. Facciamo una rapida enumerazione di questi altri comuni stati di animo. Trattandosi di cose che ogni colto lettore ha presenti allo spirito, e che nulla hanno d'astruso e di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi troppo per via, nè di far molti raffronti.