Part 20
Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e da altri che si potrebbero venir ricordando[338], non è ancora la morte bella e gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una specie di grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa è di sua natura, _ab origine_, bella e gentile, assai più di quanto la potessero immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede Cristo e i martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e amorose donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi immagina una morte al cui _divino stato_ non bisogna nè illeggiadrimento, nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta _regina degli spaventi_; e il La Rochefoucauld avvertì: _Le soleil ni la mort ne peuvent se regarder fixement_; e nel mistero del Byron, Caino non osa mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa ed atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata dal Leopardi.
Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è brutta, bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita è dolore, bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja pietosa e benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero comune tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali[339]; come potrebbe non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, creduto piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza il Leopardi?[340] Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la malattia e la morte _piaceri della vita_ (_gioia di morte_, disse una volta Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non avrebbe il Leopardi esclamato:
Bella Morte, pietosa Tu sola al mondo dei terreni affanni[341]?
Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non uccide l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura morte sono, pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La morte ha loro largita una seconda vita, assai più alta e migliore della prima, le ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato e sentito dal terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle son morte, tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano in loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare le donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al cielo. A più che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa esperienza. Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, si strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi sempre più al mondo di là, invoca la morte quasi con formole di scongiuro magico, vuol morir giovane per appresentarsi all'amata florido di salute, circonfuso di letizia. Manfredo scende nel regno di Arimane per rivedere Astarte.
Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca e di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono essere nel cuor del Leopardi. Pel poeta della _Ginestra_ la morte non è un intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, con cui il dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere ciò, faccia un confronto fra la poesia del Leopardi intitolata _Il sogno_ e il canto o capitolo secondo del _Trionfo della Morte_, da cui quella è inspirata. In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse Laura in immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo aspetta in cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e gli rasciuga gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota la lunga storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza gli apporta quanta uomo mortale non sentì mai[342]. Ma in nessun altro luogo si trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel secondo del _Trionfo della Morte_. La notte stessa che seguì al suo salire in cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata di gemme orientali, gli porge la _già tanto desiata mano_, se lo fa sedere a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso colloquio incomincia[343]. Viv'ella, o è morta?
Viva son io, e tu se' morto ancora, Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga Per levarti di terra l'ultim'ora.
Ed egli: È sì gran pena il morire?
Rispose: Mentre al vulgo dietro vai Ed a l'opinion sua cieca e dura, Esser felice non pô' tu già mai. La morte è fin d'una pregion oscura Agli animi gentili; agli altri è noja Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura.
Duole, sì, l'_affanno_ della morte, _ma più la tema de l'eterno danno_; chè la morte non è se non un _sospir breve_; e a lei fu mansueta la morte; ed ella, a quel passo più lieta
Che qual d'esilio al dolce albergo riede.
Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di togliersi a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella eternità.
Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella che prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare,
e quale Degl'infelici è la sembianza.
Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede se viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si avvede alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà ella un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? Ma súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero:
Son morta, e mi vedesti L'ultima volta, or son più lune.
E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o di pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la rimembranza ora che loro è _tolto il futuro_, quella non cela il sentimento antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando d'affannosa dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli ricorda ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo all'amore:
E tu d'amore, o sfortunato, indarno Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio. Nostre misere menti e nostre salme Son disgiunte in eterno. A me non vivi. E mai più non vivrai: già ruppe il fato La fè che mi giurasti.
E pronunziate queste estreme parole, si dilegua.
Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di partirsi da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla morte, la quale _ruppe il nodo antico alla sua lingua_, e gli ottiene da Elvira la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a lui finalmente fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico giorno felice della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione esclama:
Due cose belle ha il mondo: Amore e morte.
Nel _Sogno_ la morte pon fine all'amore: nel _Consalvo_ la morte fa manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi
Palpiti della morte e dell'amore
si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann si vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente ne scioglie l'amplesso: nel _Consalvo_ la morte stringe il nodo che sciorrà subito dopo.
Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi, affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore
Nasce il piacer maggiore Che per lo mar dell'essere si trova;
la morte
Ogni gran male annulla.
Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non può essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano conformemente. Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di morire:
Tanto alla morte inclina D'amor la disciplina.
Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno, e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita[344]. Il Leopardi pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la terra
senza quella Nova, sola, infinita Felicità che il suo pensier figura;
e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo (per quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora dell'amore e l'ora della morte fann'uno.
Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi, e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio. Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone scrisse: _Tota philosophorum vita commentatio mortis est_. Seneca, in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte: _Nihil mihi videtur turpius quam optare mortem_; ma in altra scrittura persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi: _Felicissimis mors optanda est_. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il fardello della vita[345].
Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente e più intenso. _Infelix ego homo_, esclama San Paolo, _quis me liberabit de corpore mortis hujus?_ e in altra occasione: _Mihi enim vivere Christum est, et mori lucrum_: parole ripetute poi da infiniti. E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del martirio?
Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso.
Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile nullità della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente considerata, non meriti d'esser vissuta.
Or poserai per sempre, Stanco mio cor. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Posa per sempre. Assai Palpitasti. Non val cosa nessuna I moti tuoi, nè di sospiri è degna La terra. Amaro e noia La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. . . . . . . . . . . . . . . . Al gener nostro il fato Non donò che il morire[346].
Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo medesimo sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817 egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi morto in questo deserto del mondo[347]; e qualche settimana più tardi, ne' versi _Ad Angelo Mai_ scriveva:
Morte domanda Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda.
Nella _Vita solitaria_ il poeta si augura pronta morte, e accenna al ferro liberatore. Nelle _Ricordanze_ parla e riparla della _invocata morte_:
E già nel primo giovanil tumulto Di contenti, d'angosce e di desio, Morte chiamai più volte, e lungamente Mi sedetti colà su la fontana Pensoso di cessar dentro quell'acque La speme e il dolor mio.
Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la legittimità[348]; Saffo emenda in sè stessa il _fallo del cieco dispensator de' casi_. Se
È funesto a chi nasce il dì natale[349],
ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo sani di ogni dolore[350].
Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire scrisse:
J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou, Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où; Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351].....
Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto:
Giammai d'allor che in pria Questa vita che sia per prova intesi, Timor di morte non mi stringe il petto. Oggi mi pare un gioco Quella che il mondo inetto, Talor lodando, ognora abborre e trema, Necessitade estrema; E se periglio appar, con un sorriso Le sue minacce a contemplar m'affiso[352].
Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e così fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse un'altra quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno: immaginazione di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme realmente, e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto parole, non in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti di Epicuro, l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno, può giudicarla un bene e come un bene desiderarla.
Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino il desiderio della morte[353]; ma fu errore, simile a quello che gli fece credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. Egli non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel petto; e però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero in sì fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni più tardi:
E tu cui già dal cominciar degli anni Sempre onorata invoco, Bella Morte, pietosa Tu sola al mondo dei terreni affanni Se celebrata mai Fosti da me, s'al tuo divino stato L'onte del volgo ingrato Ricompensar tentai, Non tardar più, t'inchina A' disusati preghi, Chiudi alla luce omai Questi occhi tristi, o dell'età reina[354].
Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta pessimista, il Leconte de Lisle:
. . . Divine mort, où tout rentre et s'efface, Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace, Et rends-nous le repos que la vie a troublé.
Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e di amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo qua e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli innamorati. Nella canzone _All'Italia_ la morte è detta _passo lacrimoso e duro_; e _abisso orrido immenso_ la dice l'errante pastore dell'Asia. Nella _Palinodia_ vecchiezza e morte son giudicate _miserie estreme_. Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli uomini dal sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella morte in cui sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre canta essere la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della natura[355].
Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la morte: il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò prova in lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. Egli par che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare di amabili sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno non sia stata generosa ai mortali:
Ahi perchè dopo Le travagliose strade almen la meta Non ci prescriver lieta? anzi colei Che per certo futura Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma, Colei che i nostri danni Ebber solo conforto, Velar di neri panni, Cinger d'ombra sì trista, E spaventoso in vista Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356]
Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per opera sua
Bellissima fanciulla Dolce a veder.
Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da queste immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci strappa dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in giovinezza e in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta apostrofa la natura:
Come potesti Far necessario in noi Tanto dolor, che sopravviva amando Al mortale il mortal?
A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari non già, la cui dipartita fa l'uomo _scemo di sè stesso_[357]. Il poeta sente nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei _sudori estremi_ che travagliarono la _cara e tenerella salma_ della donna adorata[358], spasima pel _chiuso morbo_ che uccise la Silvia[359].
La canzone _Per una donna malata di malattia lunga e mortale_ incomincia:
Io so ben che non vale Beltà nè giovanezza incontro a morte, E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.
La morte è per sè stessa benefica;
ma sconsolata arriva La morte ai giovanetti, e duro è il fato Di quella speme che sotterra è spenta[360].
Ad _Amore e Morte_ il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro:
Muor giovane colui che al cielo è caro;
ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante.
Mai non veder la luce Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo Che reina bellezza si dispiega Nelle membra e nel volto, Ed incomincia il mondo Verso lei di lontano ad atterrarsi; In sul fiorir d'ogni speranza, e molto Prima che incontro alla festosa fronte I lugubri suoi lampi il ver baleni; Come vapore in nuvoletta accolto Sotto forme fugaci all'orizzonte, Dileguarsi così quasi non sorta, E cangiar con gli oscuri Silenzi della tomba i dì futuri. Questo se all'intelletto Appar felice, invade D'alta pietade ai più costanti il petto[361].
Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il miracolo della bellezza[362], e non sa darsi pace delle speranze innanzi tempo recise:
Quando sovvienmi di cotanta speme, Un affetto mi preme Acerbo e sconsolato, E tornami a doler di mia sventura[363].
Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa, similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di morte. In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte e l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati la Morte e l'Amore[364], degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle due belle cose del mondo.
CAPITOLO VI.
CLASSICISMO E ROMANTICISMO DEL LEOPARDI.
Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie da non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra; e a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di un purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è propriamente quale da molti s'immagina.
Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà far giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione letteraria di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di quegli scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo in Italia e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e dal latino, e di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che, contraffatti da lui, furono scambiati per sinceri dagl'intendenti. Critici diligenti e minuti notarono nei versi e nelle prose di lui i moltissimi luoghi che a ragione o a torto (non sempre a ragione di sicuro) si possono credere suggeriti o inspirati dalle due letterature di Grecia e di Roma; e fu ne' suoi versi distinta una prima maniera, che sarebbe latina, da una seconda, che sarebbe greca; e tutta greca fu detta la prosa; e come il Manzoni fu salutato capo della scuola romantica in Italia, così della classica fu salutato capo il Leopardi, fatto dell'uno il contrapposto e la negazione dell'altro. Egli stesso, il poeta, ebbe a dire, non una, ma più e più volte, che, a paragon degli antichi, i moderni scrittori gli parevano o piccoli, o poveri, o falsi.
Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età nuova, esprimeva nel verso
Lo secol primo quant'oro fu bello,
il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella. Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli antichi avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto giudizio. Innamoratissimo di virtù, credette gli antichi fossero stati più virtuosi, e per questo, e per altro ancora, assai più felici; onde all'età presente, pessima sott'ogni aspetto, non altro può rimanere che il desiderio[365]. Nascevagli talvolta un dubbio, che questo esaltare il passato a paragon del presente possa essere effetto di mera illusione[366]; ma la illusione tenevasi cara e non sapeva spogliarsene. Ricordando i _vetusti divini, a cui natura parlò senza svelarsi_, egli prorompe in un grido di desiderio e di rimpianto:
Oh tempi, oh tempi avvolti In sonno eterno![367]
e sciogliendo un inno ai patriarchi,
molto Di noi men lacrimabili nell'alma Luce prodotti,
egli, salutata in passando l'_erma terrena sede_ ove fu commessa la prima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno d'antichi poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai mortali[368]. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della bellezza!