Part 18
Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che non ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutte assai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi soleggiati; un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante in fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò nominato, ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle mai portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si trasformano in sentimenti. La mite scena idilliaca di _ridenti piagge_, che il poeta benedice nella _Vita solitaria_, era già apparsa nel _Passero solitario_:
e intanto il guardo Steso nell'aria aprica Mi fere il sol che tra lontani monti Dopo il giorno sereno Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno.
Sotto il sole
Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277].
Ecco il sereno Rompe là da ponente, alla montagna, Sgombrasi la campagna, E chiaro nella valle il fiume appare. . . . . . . . . . . . . . . . . . Ecco il sol che ritorna, ecco sorride Per li poggi e le ville[278].
La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento:
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna[279].
C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice il sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento è vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso, ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misura quella preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi de' suoi scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno a mente quei pochi versi dell'_Infinito_, composti dal poeta nell'anno ventunesimo di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella siepe, porto l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero si leva a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua mente si riempie, spaurita, di quello che il Pascal diceva _silence éternel des espaces infinis_. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la nozione astratta del tempo e dello spazio. In una nota giovanile del poeta trovasi questo curioso cenno, che si riferisce agl'_Idillii_: «Galline che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani che scendono per essa si perdono tosto di vista; altra immagine dell infinito»[280]; ove merita considerazione quella idea d'infinito così accostata a immagini concrete e minute. Un canto che si allontani per la via richiama alla mente del poeta la forza eterna del tempo e il dileguare di tutte le cose[281]; e il _tacito infinito andar del tempo_ è tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità del tutto è infinita.
L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore parte idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso e tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante e ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente all'anima un arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia; ed egli nelle cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima propria. E in natura non era altro oggetto che così traesse a sè gli occhi e l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i canti di lui per entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e mesto chiarore e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente, o per forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di corrispondenze secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano rispondenza meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati che meglio adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Il sole, scoprendo troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate, e i sensi tutti quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita ch'ei suscita, nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce, sino ad un certo segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario modo opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra diafana, che, con renderle meno vistose, di quanto attenua l'azione loro sul senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna, parte scoprendo, parte velando, non solo favorisce il moto di quegli affetti, e suscita, insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni, e inclina a quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual volta l'anima nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta dal mondo; ma ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze semispente e confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi e lo spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità vittoriosa e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna si lascia guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale e più pubblica (_immensi lux publica mundi_, disse Ovidio), e sembra aver troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator delle opere (_vivo cuncta calore fovens_), dar retta a noi. Quand'egli appare sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna regna sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio di lei (_amica silentia lunae_), atta ad intenderci, disposta ad ascoltarci. Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica, la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici di tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo candido volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha un volto che il sole non ha[282].
Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione d'animo che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare amore la luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro oggetto della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose del nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose, affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali sono indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre e dello Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più invaghito di lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta e dolce bellezza. _Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa, intatta, vereconda_, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed invoca. Lo _spectral moon_ dei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto; sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del Lenau, e la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi suoi, come agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna è eternamente bella, _for ever beautiful_. Non mai stanco di contemplarla, egli la vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi, guardar giù dai cieli sereni,
Dominatrice dell'etereo campo[283],
questa _flebile umana sede_; vede il bianco suo raggio (_Il biancheggiar della recente luna_), al cui mite splendore _danzan le lepri nelle selve_, posar queto, per entro la notte _chiara e senza vento_, sui _tetti e in mezzo agli orti_, e scoprire alla vista _lieti colli e spaziosi campi_. Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena l'anima d'angoscia, e velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con lei:
O graziosa luna, io mi rammento Che or volge l'anno, sovra questo colle Io venia pien d'angoscia a rimirarti: . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . chè travagliosa Era mia vita: ed è, nè cangia stile, O mia diletta luna[284].
Loderà egli sempre il _vezzoso_ suo raggio, e lunge dagli _abitati lochi_ e dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica:
Me spesso rivedrai solingo e muto Errar pe' boschi e per le verdi rive, O seder sovra l'erbe, assai contento Se core e lena a sospirar m'avanza[285].
Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di Labindo, che non molt'anni innanzi aveva esclamato:
L'amica luna con l'argenteo raggio Placidamente mi percuote il ciglio, E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]!
Quanta più che nei versi del Pindemonte:
Steso sul verde margo D'obblio soave ogn'altro loco io spargo. Quai care ivi memorie Trovo de' miei prim'anni, Quai trovo antiche storie De' miei giocondi affanni![287]
Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcune stanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza con lo sguardo amico[288].
E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte, apostrofa la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue[289]; e Saffo saluta, per l'ultima volta, il
verecondo raggio Della cadente luna[290].
Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor egli alla _eterna peregrina_, alla _giovinetta immortale_, alla _vergine luna_ (_fanciulla_, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina ch'ella possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a che, vita, morte, dolore, vicenda, e quale il frutto
Del mattin, della sera, Del tacito infinito andar del tempo[291].
Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta, riandando col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del come la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la vita, prese argomento dalla _giovinetta immortale_, dalla compagna e consolatrice antica, e il _Tramonto della luna_ fu il penultimo, e forse l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato.
V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma chiaramente; ed è quella che s'intitola _Il risorgimento_. Il giovane, non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che facevalo, non _turbato_, ma _tristo_, e _vedovo d'ogni dolcezza_, morto al dolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile, nell'april degli anni, a chi trascini
dell'età decrepita L'avanzo ignudo e vile.
La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita, chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e solitaria la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non gli toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine, il canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo raggio del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due pupille tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla vita: fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella solitudine e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure si scosse e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente raccesa la _luce de' giorni e degli affetti giovanili_, incontanente corse a riabbracciar la natura e a bearsi degli antichi amori.
Siete pur voi quell'unica Luce de' giorni miei? Gli affetti ch'io perdei Nella novella età?
Se al ciel, s'ai verdi margini, Ovunque il guardo mira, Tutto un dolor mi spira, Tutto un piacer mi dà.
Meco ritorna a vivere La piaggia, il bosco, il monte, Parla al mio core il fonte, Meco favella il mar.
Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore doveva diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine. Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione. Non era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi nella credenza che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza creata dalla fantasia sopra
Il bel che raro e scarso e fuggitivo Appar nel mondo[292]:
anzi poteva con Saffo esclamare:
Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella Sei tu, rorida terra;
e giudicar _vezzose_ le forme, anzi _infinita_ la beltà della sempre verde natura[293]. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu un ardentissimo ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu un ardentissimo ammiratore della bellezza della natura[294]; e che di questa seconda bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e serenatrice, come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde parole[295]. Un tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico.
Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e ci sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi, sembra che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è poeta che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè poteva mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del solitario poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il piacere è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la vana gioja è frutto del passato timore,
onde si scosse E paventò la morte Chi la vita aborria.
Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza, dopo la quale
Abbandonata, oscura Resta la vita;
e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole, il quale tra lontani monti
Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno.
La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente insuperbisce; non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser suo, alle sue deboli forze.
Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza il Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva nemmeno durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e premendo, dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il tempo lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni in cui serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso, per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth, e da quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po' melodrammatico, del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi meditava troppo, scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente. Per godere della natura in modo schietto e pieno, non bisogna interrogarla con soverchia insistenza, non bisogna volerle strappare a forza il suo secreto. Il pastore errante dell'Asia manifesta, fra il 1829 e il 1830, uno stato d'animo che doveva già essere antico nel nostro poeta:
E quando miro in ciel arder le stelle, Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l'aria infinita, e quel profondo Infinito seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono?
L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo, provata:
Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra, E un fastidio m'ingombra La mente; ed uno spron quasi mi punge Sì che, sedendo, più che mai son lunge Da trovar pace o loco. . . . . . . . . . . . . . . . . . Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.
Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto possa dire: _Indugiati, o istante: tu sei così bello!_
Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben presto la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e che quel seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La natura, già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatrice di libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli[296]; la natura, salutata da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per mezzo i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo una selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele.
Nè scolorò le stelle umana cura[297].
Ma da natura Altro negli atti suoi Che nostro male o nostro ben si cura[298].
Dalle mie vaghe immagini So ben ch'ella discorda: So che natura è sorda, Che miserar non sa. Che non del ben sollecita Fu, ma dell'esser solo; Purchè ci serbi al duolo, Or d'altro a lei non cal[299].
Non ha natura al seme Dell'uom più stima o cura Ch'alla formica.
Così, dell'uomo ignara e dell'etadi Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno Dopo gli avi i nepoti, Sta natura ognor verde, anzi procede Per sì lungo cammino Che sembra star. Caggiono i regni intanto, Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300].
La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosa della natura è in tutto simile a quella del _rapito amante_, il quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno una scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora, non è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli errori gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima. Egli è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un grido straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal pianto:
O natura, o natura, Perchè non rendi poi Quel che prometti allor? perchè di tanto Inganni i figli tuoi?[301]
Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata e delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente ne' versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo col volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre tutto all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè piacque alla _madre temuta e pianta_
che delusa Fosse ancor della vita La speme giovanil; piena d'affanni L'onda degli anni: ai mali unico schermo La morte[302].
La natura è chiusa all'amore e alla pietà, e
In cielo, In terra amico agl'infelici alcuno E rifugio non resta altro che il ferro[303].
Ben presto l'offeso amatore si conferma nella opinione che la natura sia, non solo indifferente, ma a dirittura malvagia. E anche questo è un effetto dell'amore deluso. Il poeta, quando si contenta di filosofare, sa che la natura, negli atti suoi, a tutt'altro attende che a procacciare il bene o il male degli uomini; ma quando porge l'orecchio al sentimento che gli si rammarica dentro, non regge più in quel disinteressato giudizio, e immagina un'_antica natura onnipossente_ che lo fece all'affanno[304] e un cielo che si diletta delle umane sciagure[305], e un
brutto Poter che ascoso a comun danno impera[306].
Chiama la natura crudele, _empia madre_[307], _dura matrice_, colei
che de' mortali È madre in parto ed in voler matrigna[308],
e solo per ironia la dice _cortese_[309] ed _amante_[310]. Lei sola accusa operatrice e rea d'ogni male, e contro di lei, che _pene_ sparge _a larga mano_, e che, simile a _fanciullo invitto_,
Il suo capriccio adempie, e senza posa Distruggendo e formando si trastulla[311],
vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando, invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau. Egli non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il grande errore d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere trasgredite le sue santissime leggi.
La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle quali ciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto da un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama:
contento abbraccio Senno con libertà;
e
Qui neghittoso immobile giacendo, Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312];
ma egli mente a sè stesso. I _dilettosi inganni_, partitisi dalla mente, gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li deride in altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li richiami nella memoria, e' gli torna a doler di sua sventura.
O speranze, speranze, ameni inganni, Della mia prima età! sempre, parlando, Ritorno a voi; chè per andar di tempo, Per variar d'affetti e di pensieri, Obbliarvi non so;
e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo destino[313]. Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio cuore:
Posa per sempre. Assai Palpitasti. Non val cosa nessuna I moti tuoi, nè di sospiri è degna La terra[314];
ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla è di arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il sermone _Su la mitologia_, egli aveva rimpianto il sogno antico di una natura viva e animata, passionata e pensosa, allora quando
Vissero i fiori e l'erbe, Vissero i boschi,
e
Conscie le molli Aure, le nubi e la titania lampa Fur della umana gente, allor che ignuda Te per le piagge e i colli, Ciprigna luce, alla deserta notte Con gli occhi intenti il viator seguendo, Te compagna alla via, te de' mortali Pensosa immaginò[315].
Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva:
Vivi tu, vivi, o santa Natura? vivi e il dissueto orecchio Della materna voce il suono accoglie?
e a lei raccomandò, _poscia che vote erano le stanze d'Olimpo_, questa dolorosa famiglia umana:
Tu le cure infelici e i fati indegni Tu de' mortali ascolta, Vaga natura, e la favilla antica Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi. E se de' nostri affanni Cosa veruna in ciel, se nell'aprica Terra s'alberga o nell'equoreo seno, Pietosa no, ma spettatrice almeno[316].
Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda:
Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure, Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.
Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie, morendo, un inno alla vita immortale e universa.
Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature, Tandis que devant toi ta frêle créature, Élevant ses regards de ta beauté ravis, Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis! Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde, L'être succède à l'être, et la mort est féconde!
Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei.